La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 34
Intanto il marchese del Vasto, venuto a campo sotto la piazza, stringeva l'assedio, compiva le trincere, e mediante le strade coperte e le vie ritorte andavasi appressando ai baluardi. Lavori lenti, terreno sabbioso, clima insolito, stagione caldissima, e pertinace resistenza degli assediati, sempre intesi nel contrabbattere e nel sortire, tutte le volte che loro si offeriva una occasione. In quei combattimenti perdette la vita molta gente: anche per qualche ruggine di rivalità che nudrivano tra loro i soldati delle diverse nazioni. Devo però ricordare la morte di quel Girolamo Tuttavilla conte di Sarno, già tanto chiaro all'impresa di Corone; il quale, abbandonato dagli altri, cadde per una archibugiata in testa, alla fronte delle compagnie italiane, mentre caricava arditamente e ricacciava una sortita del presidio. Perdita gravissima di valoroso giovane, che altrimenti sarebbe divenuto il gran capitano dell'età sua. Cadde Girolamo Spinola per un colpo di zagaglia nel fianco; e allato al marchese del Vasto cadde Fabrizio del Carretto. Noverate pur tra i morti Cesare Benimbene e Luca Savelli romani; Cesare Berlinghieri, Costanzo di Costanzo, Baldassarre Caracciolo napolitani; Luca e Antonio Sicardi piemontesi; Ottavio Monaci, due colonnelli e molti principali delle milizie italiane[530]. Dunque dalla parte di terra si menavano ferocemente le mani: ma io mi devo stringere alla marina.
NOTE:
[529] JOANNES ETROBIUS, _De Tuneto et Gulleta expugnatis_, ap. CLAUSERUM _de Reb. Turc._, in-fol. Basilea, 1556, p. 567: «_Est autem Turris quadrata admirandæ crassitudinis, altitudinis duarum contignationum ambitu interiori, complectens passus quadraginta, exteriori vero circiter quinquaginta.... tormenta circiter quadringenta._»
BOSIO, 143, D: «_Era la Goletta, quando Barbarossa la prese, una sola, ma buona e grossa torre ritonda ed alta.... Barbarossa l'aveva fatta circondare di bastioni e di fianchi.... La torre in mezzo a guisa di gran cavaliere.... numero grandissimo di pezzi d'artiglieria._»
[14 luglio 1535.]
VIII. — Ecco addì quattordici del mese di luglio, terminati i lavori di assedio, e aperto da tre parti il fuoco di breccia, ecco a sollecita espugnazione venire le galèe dalla parte del mare, secondo il disegno stabilito nel consiglio di guerra, coll'intervento dei due capitani di Roma e di Malta[531]. Le navi grosse addietro, e le galèe in prima linea, disalberate, divise in tre squadre, e ciascuna squadra in due sezioni a coppia colle gomene da poppa a poppa, per andare, levarsi, tornare e battere alternatamente, in quel medesimo modo che erasi osservato, ed ho descritto per l'espugnazione di Corone[532]. Remigavano a quartieri, or queste or quelle, col palamento proprio per venire avanti, e col palamento altrui per dare indietro, massime in caso di avaria: e giuocando l'artiglieria, e volgendosi in distanza, e ritornando all'attacco per turno, ora la prima, ora la seconda sezione, l'una caricando i pezzi nella ritirata, e l'altra scaricandoli a furia nell'attacco, con un girar continuo da terra al largo, e viceversa, come farebbero le fanterie ordinate in colonna per fuochi di drappelli[533]. Questa manovra, eseguita con rara precisione dai marinari, ammirata da Cesare e dagli altri osservatori, riduceva a disperazione i Turchi: i quali non potevano accertare la punteria, nè vedere l'effetto d'un sol colpo sopra quei legni giranti che senza risquitto li tormentavano.
Di più merita essere ricordata, perchè conforme agli stessi principî, la bella manovra di Giorgio da Conversano, già ajutante del Martinengo in Rodi, il quale sur una grossa barcaccia con una quindicina di serventi volle mettersi in batteria. Aveva sulla poppa appostato un cannone da ventiquattro, e sulla prua due sagri da otto; e girandosi sopra due ancorotti con due destre presentava or poppa or prua, facendo fuoco continuo da una parte e dall'altra, caricando di là mentre di qua sparava. In questo modo, senza mai ricevere danno, conciava a punto fermo i bombardieri nemici e toglievali dalle difese[534].
In somma dopo otto ore continue di fuoco vivissimo dalle batterie di terra, e dopo il simultaneo ronzare delle galèe, come si è detto dall'alba al mezzodì dalla parte del mare, dove tra i primi sovrastava l'Orsino[535]; fattasi densissima la caligine, non altro più vedendosi che lampi e fumo, e il sole non più lucente di una languida pittura tinta di rosso, cessano da una parte e dall'altra le scariche; e tutti intenti affrettano il momento di venirsi a riconoscere. Il Ponente a grado a grado dissipa l'atro nuvolone, e quando finalmente si può coll'occhio correre sull'orizzonte, eccoti dinanzi la Goletta presso che rasata; abbasso il mastio, sossopra i baluardi, rotta qua e là la cinta.
A quella vista i soldati e i marinari chiedono di presente l'assalto: i sacerdoti distendono l'assoluzione generale, squillano le trombe, e le colonne gittansi concitate all'ultima prova. Corrono dal campo i soldati tra i solchi del sabbione; guazzano alla riva i marinari coll'acqua alla cintura. Non grido, non colpo, non parola vanitosa o superba: profondo silenzio fino al piè delle brecce. Ma giunti a quel segno tutti insieme levano il grido di guerra: ripetono le nazionali invocazioni a Santiago, a san Giovanni, a san Pietro, a san Giorgio: irrompono, e con tanta prestezza e con tanto impeto, che il Giudèo, il Cacciadiavoli, e quanti erano pirati di nome e di fatto infernali, trovano a pena la strada e il tempo di fuggirsi verso Tunisi pel ponte di legno, quando gli assalitori vi entrano da ogni altra parte, e vi piantano le loro bandiere[536].
Non si potrebbero noverare facilmente tutti i vantaggi della vittoria: acquisto della principal fortezza e chiave del regno, riputazione cresciuta alle armi cristiane, avvilimento dei nemici, disordine portato dai fuggitivi dentro Tunisi; e sopra ogni altra cosa, cattura di tutti i bastimenti barbareschi, senza perderne pur uno. In somma conseguìto in un giorno il fine prossimo della spedizione, e annichilate sul mare le forze navali dei maggiori pirati.
NOTE:
[530] IL GIOVIO, _Lettera al duca di Mantova_, data da Roma li 14 luglio 1535. Nomina tutti i predetti. (Tra le _Lettere dei principi_, in-4. Venezia, 1577, presso Giordano Ziletti, III, 147.)
[531] BOSIO cit., III, 144, B: «_Il signor Virginio Orsini generale del Papa haveva il voto prima, et dopo haveva il secondo voto il priore Bottigella generale delle galere della Religione._»
[532] BOSIO, 147, B: «_Innanzi le galere, in tre squadre.... disarborate.... a schiera a schiera.... andavano sotto.... sparavano e poi ritraendosi davano luogo alle altre per ritornare di nuovo secondo l'ordine.... col quartiero di poppa soltanto vogavano.... pareva scaramuccia et era di piacere in rimirarla da lontano._»
MARCO GUAZZO, _Storie_, in-8. Venezia, 1519, p. 153: «_Doria.... tolte seco sei galere del Papa.... che punto non parevano per essere dette galèe disalborate.... e da poi fece disalborare trenta altre galere._»
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 60: «_Acciocchè ricevessero minor danno.... le galèe avevano disarborato._»
V. sopra p. 316.
[533] JOVIUS cit., 285: «_Rostratæ per vices tripartito succederent, displosisque tormentis, sequentibus locum darent._»
RAYNALDUS, _Ann._, 1535, n. 50: «_Auria disposuit ut rostratæ naves sibi per vices tripartitæ succederent, displosisque tormentis, cedendo sequentibus locum darent._»
[534] BOSIO, 148, C.
[535] PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y echos des emperador Carlos Quinto_, in-fol. Pamplona, 1635, part. II, p. 135: «_El conde de Anguilara, cavalero romano, con sus galeras y con las de Malta, y otros.... se habia podido acercar. La bateria fue terrible._»
JOANNES ETROBIUS cit., 553: «_Naves longæ, eæque ingentes, omnibus rebus ad bellum accomodis instructissime munitæ, a beatissimo patre summo Pontifice missæe, quibus preærat, genere clarus tum factis strenuus, Virginius Ursinus Anguillariæ comes._»
[15 luglio 1535.]
IX. — Quando i fuggitivi entrarono in Tunisi, Barbarossa con fiero cipiglio guardò soldati e capitani; e aggiungendo acerbe parole, rinfacciò loro la perdita della fortezza e dell'armata. Costoro altresì, arrovellati di vergogna e di rabbia pei danni privati di ciascuno, fremevano. Era in Tunisi a vedere quel che sempre e dovunque succede tra i compagni di sventura, che l'uno all'altro ne rimanda la colpa; e niuno dall'altro ne vuol sentire rimbrotto. E sarebbero quei furfanti, secondo lor natura, venuti alle mani tra loro, come già erano a male parole, se il Giudèo meno avventato degli altri non si fosse volto a Barbarossa quietamente per tutti rispondendo. Avere essi fatto opera e difesa degna di uomini valorosi; e tenuto testa, finchè erasi potuto, alle forze soperchianti dell'Imperator dei Cristiani e dei suoi marinari; dalle mani dei quali esso stesso il Re di Tunisi, quantunque soldato e marinaro valentissimo, riputerebbe gran ventura e decoro in simile circostanza esserne potuto uscir vivo.
Dall'altra parte i cortigiani di Carlo V già si lasciavano intendere di voler dare l'impresa per finita, senza mettersi altrimenti intorno alla capitale; allegando la difficoltà di espugnarla, la moltitudine degli Arabi intorno a difenderla, la disperazione dei pirati, il calore della stagione, la penuria delle vittuaglie, e la insalubrità del clima per uno esercito già stanco e solito a vivere in paesi migliori. Nè si vergognavano costoro di ripetere tale filatessa nel consiglio di guerra alla presenza di tutti i maggiori capitani e dello stesso Imperatore[537]. I retori insegnano che non mancano mai argomenti a chi ne cerca da quelle sedici sorgenti, o luoghi comuni, come essi gli chiamano, onde gli oratori possono trarre argomenti alle scettiche proposizioni in pro e in contro. Guai agli uomini, se il buon senso naturale non vincesse l'arte sofistica! Nell'istesso consiglio l'Orsino di Roma, informato ai principî di più alta sapienza, e secondo le istruzioni di Roma[538]; il Bottigella di Malta, e quanti erano quivi generosi e savi risposero: Doversi l'esercito e l'Imperatore quietare nelle imprese compiute, non nelle smozzate a metà; via Barbarossa da Tunisi, dicevano, altrimenti impossibile la sicurezza del Mediterraneo e dell'Italia: facile con genti vittoriose schiacciare in quel nido la testa del superbo, già confuso da tante perdite, e conturbato dalla discordia de' suoi.
Vinse il partito migliore, e la sera dello stesso giorno l'esercito Cristiano, tenendo sempre la base e i magazzini in Portofarina, marciava da quella banda rasentando lo stagno per la strada diretta verso Tunisi. Gli Italiani a sinistra, appoggiati al margine del lago, e condotti dal principe di Salerno, succeduto all'infelice Tuttavilla, gli Spagnuoli a destra condotti dal solito Alarcone, nel centro i Tedeschi comandati dall'Heberstein, appresso le ciurme trainando a braccia i carri dell'artiglieria, le provvigioni e le bagaglie; e il famoso duca d'Alba, allora semplice volontario, con quattro o cinquecento cavalli faceva retroguardo e assicurava le spalle. Il marchese del Vasto, come capitan generale scorreva da ogni parte e riferiva all'Imperatore, che se ne veniva inforcando un piccolo barbero di mezzo alle bandiere.
[16 luglio 1535.]
In tale ordinanza la mattina seguente giugnevano a tre miglia da Tunisi presso a certe colline, dove Barbarossa si era accampato con esercito tumultuario di Arabi, di Mori e di Beduini, la maggior parte a cavallo, che alcuni fanno ascendere infino a centomila; tutti diretti dai veterani della pirateria, e difesi sulla fronte e sui fianchi da moltissimi cannoni minuti, con ordine che, quando vedessero il bello, sparassero. Volevano prima metterci in confusione e poscia a macello, sbrigliando a tempo la cavalleria barbarica.
Il marchese del Vasto ed i nostri capitani non per questo sbigottirono: anzi già erano sul menare avanti i pezzi di campagna, quando veduta per una parte la difficoltà del traino, perchè le ruote profondavansi nel sabbione; e per l'altra visto in tutto l'esercito ardente il desiderio di venire prestamente alle mani, preludio di certissima vittoria, non parve loro tempo da indugiare. Però ottenuto il consenso dell'Imperatore, e fattolo ritirare a suo luogo tra le bandiere, fecero subito dar nelle trombe; e l'esercito con furore grandissimo caricò sul nemico.
Non voleva Barbarossa giuocar tutto il suo in quella giornata, nè mettere capitale, stato, gente, e ogni cosa in un punto a pericolo. Non essendogli riuscito, secondo i suoi pensieri, il disegno di spaventare i Cristiani colla mostra di tante forze e di tanta gente, volse l'animo a temporeggiare, come ogni altro avrebbe fatto nel caso suo. Laonde seguendo l'orme del Giudèo e di quegli altri che aveva prima rampognati, voltò le spalle, raccolse le milizie regolari alla difesa di Tunisi, e lasciò fuori alla campagna la cavalleria leggiera, e le migliaja di Mori e di Beduini, a molestare da ogni parte il campo cristiano e le sue comunicazioni col mare.
NOTE:
[536] ULLOA ALFONSO, _Vita di Carlo V_, in-4. Venezia, 1866, p. 138.
BIZARUS cit., lib. XXI.
JOVIUS cit., lib. XXXIV.
[537] ALOYSIUS ARMERIUS cit., 539: «_Variæ principum sententiæ. Nam alii satis negotii gestum existimabant.... Gollettam captam, classem pene totam in manibus.... Exercitus hostium non spernendus.... æstivo tempore, ingenti æstu.... in Affrica.... Difficile sine incomodo militum.... cibaria.... sine aquatione.... conabantur Cæsari persuadere ut Africam relinqueret atque in Hispaniam navigaret...._»
JOANNES ETROBIUS cit., 568: «_Convocato concilio.... sententiis variatum est.... aliis suadentibus, ut quasi re perfecta in Hispaniam redeat, aliis e contra reclamantibus etc._»
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 60: «_Alcuno dei principali del Consiglio mostrava all'Imperatore assai difficoltà e manifesti pericoli.... di combattere Tunigi._»
[538] PAULUS PP. III, _Imperatori, sub die xxviii julii MDXXXV_, ap. RAYNALD. _Ann._, 1535, n. 52: «_Hodie orator tuus nobis nunciavit captam a te Gulettam.... adjciens te postero die...., ad Tunetum ipsum expugnandum cum toto exercitu contendisse.... Agimus Deo maximas gratias.... ut fessa tot malis christianitas conquiescat._»
[20 luglio 1535.]
X. — I nostri investirono la piazza: e cominciarono i lavori con quelle vicende, che sempre ritornano in simili operazioni. Ma la vittoria compiuta aveva a venire in modo totalmente diverso, e fuori di ogni previsione. Erano dentro Tunisi, servi dei pirati nell'estrema miseria, quasi dieci mila anime battezzate; spagnoli, francesi, tedeschi, e più di tutti italiani; e tra essi mercadanti, soldati, cavalieri, marinari, sacerdoti, gente d'ogni età e d'ogni sesso, i quali, fino dal primo comparire dell'armata nostra, avevano dovuto lasciarsi rinchiudere strettamente in certe fosse cavate per custodire i frumenti, secondo l'usanza del paese, e quivi chiamate Gune. E ciò nè anche bastando, il Tiranno, che forte dubitava di loro, si apparecchiava a farli massacrare, o vero a lasciarli tutti insieme morire di fame sotterra. Ed avrebbe senza fallo eseguito l'atroce disegno, se non fosse stato distolto dagli stessi capitani suoi, che amavano gli schiavi pei loro interessi, come ai nostri tempi i separatisti della Carolina. Più di tutti si oppose il Giudèo per quei principi di umanità che non potevano essere totalmente cancellati dall'animo suo: egli dissuadeva Barbarossa dal proposito; e in chiari termini dicevagli che lo strepito della strage farebbe manifesta a tutto il mondo la paura e la impotente disperazione sua; cose ambedue nocevoli a chi guerreggia: e appresso gli avrebbe tirato la vendetta di tutti, e anche di Solimano, odiatore dei fatti spietati contro gli inermi, e non uso a comportarli in alcuno. Quindi Barbarossa scese alle mezze misure: come dire, agli schiavi lasciar la vita, ed alle Gune sostituire le catene nei fondi della fortezza[539].
Le minacce, come è noto, non tolgono la forza all'avversario; anzi lo rendono più cauto e maggiormente studioso di ricatto. Perciò gl'infelici, cui non fuggivano i disegni del barbaro, nulla più intentamente cercavano, quanto di uscire come che fosse dal gravissimo pericolo. Apprensioni non punto minori tormentavano in quei giorni la coscienza dei rinnegati, ai quali la vittoria dei Cesariani presagiva il capestro. Non erano nè pochi nè impotenti costoro: e mezzo turchi per l'attuale professione, e mezzo cristiani per le precedenti abitudini, dell'una e dell'altra legge partecipando, entravano facilmente nei disegni degli uni e degli altri. Disonesta confusione, e dannosa conseguenza della pirateria, perchè da un assurdo ne vengono mille.
Or dunque per diverse ragioni correvano manifestamente gravissimo pericolo gli schiavi incatenati e i rinnegati carcerieri. Nella comunanza delle sofferenze facilmente questi e quelli si intesero insieme, promettendosi a vicenda protezione nel rischio, colle dolci parole della patria favella: incanto irresistibile nella mestizia della terra straniera. Anzi pure alcuni rinnegati cominciarono a disciogliere le catene di certi amici; dappoi questi sferrarono diversi compagni, e gli uni agli altri dando mano con proporzione rapidamente crescente, in poco di tempo furono tutti disciolti. In quella, traendo ardimento dalla disperazione a qualunque più ardua prova, anche per la fiducia del vicino soccorso, assaltarono in massa le guardie turchesche nelle viscere della stessa fortezza. Colle armi del furore, coll'unghie, co' denti, e poi co' pali, e finalmente colle spade tolte ai nemici, se ne impadronirono; e dall'alto con voci e segni chiamarono l'esercito cristiano alla vittoria. I nostri di fuori corsero dentro; e Barbarossa, maledicendo a Maometto, al Giudèo, ed a tutte le furie del suo destino, quasi fuggiasco e dagli stessi soldati suoi abbandonato, uscì di Tunisi[540].
Io non lo seguirò nè pur da lontano, quantunque sappia che alla fine potrà trovare certi legni che lo condurranno a Minorca, e poi a Costantinopoli; unico punto di suo ristoro. Il Giudèo fuggì alle Gerbe, ma non vi stette gran tempo, perchè nominato ammiraglio del mar Rosso, passò di là ad allestire in Suez un'armata contro i Portoghesi, i cui progressi nelle Indie mettevano in sospetto Solimano. Del Cacciadiavoli basta fin qui. Egli volse le calcagna come gli altri, camminò meno, e giunse più lungi di tutti. Bogliente di rabbia, ed arso dal sole e dalla sete, per quelle lande scoprì l'acqua in una cisterna, e tanto ingordamente ne bevve, che quivi presso crepò[541].
Il Mediterraneo nettato a un tratto, ed agli allori di Corone aggiunte le palme di Tunisi, siamo al massimo dei nostri vantaggi nel periodo di sessanta anni. Ma non per questo possiamo quietare. Torneranno i pirati più terribili di prima: risorse non mancano al tristo mestiero, nè gelosie mancheranno, nè guerre tra i principi cristiani, nè errori degli uni e degli altri. Compiuta nobile impresa, distrutto il nido principale della pirateria, cacciato Barbarossa, rimessa in seggio l'antica dinastia, liberati dalla schiavitù diecimila cristiani nella capitale, e il triplo nelle provincie, niuno per questi giorni avrebbe potuto tra i principi eguagliare la gloria di Carlo, se i suoi più intimi non lo avessero condotto a concedere il sacco[542].
NOTE:
[539] DE HAMMER cit., X, 459: «_Chaireddin voleva fare uccidere per sua sicurezza i settemila schiavi cristiani; ma lo ritennero gli abitanti della città._» — BOSIO, GIOVIO, _cæteriq._
[540] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 61: «_Aveva Barbarossa fatto condurre nel Castello tutti i vogadori, fra quali erano circa ottomila Cristiani schiavi.... accadè che alcuni rinegati, vedendo la rotta dei Turchi, apersero la porta della prigione, animando i Christiani alla libertà, il che eseguirono facilmente, e pigliate quelle armi che poterono nel Castello, se ne impadronirono._»
[541] BOSIO, 153, E: «_Affrettando la fuga fu cagione che Aidin, sopranominato Cacciadiavoli, arso dal sole e dalla sete, bevendo crepasse._»
[542] DE HAMMER cit., X, 461: «_Tre ore aveva durato il consiglio per decidere se fosse da concedersi all'esercito il saccheggio. Ma la rapacità degli Ispani preponderò.... trentamila abitanti perirono e diecimila furono tratti in schiavitù.... sfrenata in particolare la rabbia dei soldati spagnuoli: cercavano avidamente l'oro, distruggevano moschèe, scuole, statue, libri.... tutto alla rinfusa come polve._»
BOSIO cit., III, 153, C: «_Tunisi saccheggiato.... non perdonando a sesso nè ad età._»
[21 luglio 1535.]
XI. — Il vigesimo primo del mese di luglio l'Imperatore con alla destra l'Orsino, pel cui senno e costanza era giunto a tanta altezza, entrava trionfalmente nella città di Tunisi, seguito dall'esercito vincitore. E senza distendermi in lungo sul governo di Carlo, brevemente dirò che rimise sul trono il re Muleasse già discacciato da Barbarossa; e ciò tanto per non aizzare maggiormente gli Africani, quanto per avere tra loro un sostegno, e per liberarsi dalle spese e dalle molestie. Poi trattando con lui, imposegli annuo tributo di omaggio, perpetuo divieto di pirateria, libertà ai Cristiani nella pesca del corallo, cessione della Goletta, e vettovaglie al presidio spagnuolo. Però gl'ingegneri imperiali subitamente presero a rimettere in difesa lo sbocco della Goletta: risarcirono la torre maestra, e attorno menarono un quadrato con quattro baluardi acuti, e però biasimati dal celebre capitano de' Marchi, il quale implicitamente dava la preferenza al pentagono precedente[543]. Venne poscia con spazio molto maggiore, ed a cavallo sul canale, una fortificazione sui lati dell'esagono: si conservò per quarant'anni, e fu perduta alli ventitrè di agosto nel settantaquattro da don Giovanni d'Austria, come a suo tempo diremo. Finalmente oggidì, mutate le condizioni, cresciuto il commercio, le case e i magazzini attorno al canale, non se ne vede più nulla.
[Agosto 1535.]
L'armata vittoriosa sciolse dai lidi africani, menando migliaja di cristiani riscattati a libertà, e appresso ammarinati i bastimenti dei nemici. L'imperatore prese terra a Trapani: e die' licenza all'Orsino, partecipe delle fatiche e della gloria, di ricondurre le galèe a Civitavecchia. Tornò menomato non solo dei tanti che dato avevano la vita per la pubblica salute, ma con molti soldati e marinari monchi, feriti e poveri più di ogni altro. Imperocchè, secondo il solito, essi non toccarono guadagni nè di artiglierie, nè di navigli, nè di ricchezze[544]. Ebbero soltanto in dono dalle istesse mani dell'Imperatore un catenaccio, insieme col chiavistello e la stanga della porta di Tunisi, perchè l'avessero a mostrare nella basilica di san Pietro in Roma a perpetua consolazione della anima loro.
Restarono quei rugginosi ferri per qualche anno nel portico della chiesa, dappoi nella sacrestia, e finalmente oggidì si trovano (come io scrittore ho veduto e riveduto le tante volte) nell'atrio esterno dell'archivio canonicale, e vicino alle catene del porto di Satalia, delle quali altrove ho fatto menzione. Quivi sporge dal muro una vecchia lapida, che dice così[545]: «Carlo V imperatore, espugnata la città di Tunisi, mandò questa stanga e questo serrame al tempio del beato Pietro apostolo, per ricordare ai posteri la segnalata vittoria.»
Qual maraviglia che i minuti particolari e i fatti egregi dei nostri marini non suonino più che tanto nella storia, quando dello stesso nobilissimo condottiero e prode romano, stato sempre a' fianchi di Carlo, per suo rispetto, si tace anche il nome nelle iscrizioni monumentali di Roma?
NOTE:
[543] CAP. FRANCESCO DE MARCHI, _Architettura militare_, in-fol. figur. Brescia, 1599, p. 227, tav. 136.
BARTOLOMMEO SERENO, _Commentari_, in-8. Montecassino, 1845, p. 341.
[544] P. A. G., _Medio èvo_, I, 30, 341; II, 457. — _Marcantonio Colonna_, 245.
[545] LAPIDA nella sacrestia della basilica Vaticana, atrio esterno dell'Archivio canonicale: