La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 33

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IV. — Torniamo a quei signori che aspettano in Civitavecchia, se pur gli abbiam lasciati, in procinto di salire nella sala maggiore della rôcca; dove il Pontefice, contornato dai cardinali e dai prelati della curia, vuole riceverli a pubblico concistoro. Entrano in frotta e in bellissime assise, odono dal supremo Gerarca parole di conforto, e vedono il tradizionale vessillo della Croce, da lui benedetto, passare nelle mani del conte Gentile per essere consegnato all'Imperatore. Appresso al Conte e al vessillo tornano i militari a bordo: e papa Paolo coi ministri salito in cima alla torre della stessa rôcca, quasi nel centro del porto, dove ora è l'orologio dei quattro prospetti, levando la voce e le mani al cielo, spande la papal benedizione sulla moltitudine genuflessa, pregando dall'onnipotente Iddio a loro favore e a difesa del popolo cristiano quella felicità di vittoria, che poco dopo di fatto conseguirono. Silenzio profondo, quando non volevasi altro udire che la voce del Pontefice; e scoppio di plauso, e suon di trombe e di campane, e salva generale di artiglierie, quando tutti si furono levati in piedi[515].

Parve tanto importante lo spettacolo della giornata, che papa Paolo, giusto estimatore delle cose grandi, volle conservarne la memoria ai tempi futuri con una medaglia storica. Io ne ho avuto alle mani nitidissimo esemplare e fresco di zecca per favore del cardinale Antonio Tosti, altre volte lodato; e ciascuno facilmente potrà trovarne l'incisione nelle opere dei noti illustratori della numismatica papale[516]. Nella medaglia voi vedete sotto ricco baldacchino nella sommità del campo, coperto il capo di tiara e gli omeri del grandioso ammanto, il pontefice Paolo III, tra suoi cardinali e ministri, distendere la mano in atto di benedire; e quasi direi in atto di pronunciare quelle parole che sembrano suonargli sul labbro, e che certamente rimpetto alla sua bocca si leggono scolpite nell'epigrafe: «LA . BENEDIZIONE . DEL . SIGNORE . DISCENDA . SOPRA . DI . VOI.» Attorno ai gradini del trono vedete i visconti e i decurioni della terra sorreggere le aste del baldacchino; appresso le mura merlate, sulle quali sovreggia la torre, dove si compie il sacro rito; e abbasso vedete nel porto la moltitudine dei navigli accalcati in scorcio gli uni sugli altri, supponendosi il maggior numero nascosto dal cerchiolino del campo, e dalla projezione prospettica della torre. Intorno spicca ritratto l'orizzonte del luogo verso il mare, sì come nel vero si presenta a chi riguardi da quella torre medesima inverso ponente la ampia insenata della valle dell'Alga, le colline di Tarquinia, e da lungi la chiusura dei monti che fan capo all'Argentaro.

Nel dritto della medaglia avete la figura ritratta a immagine di «PAOLO.III.PONTEFICE.MASSIMO», come quivi stesso si legge: ed egli vi si mostra scoperto il capo, calva la fronte, ricca la barba, e rabescato il manto. Fatto memorabile: e però spesso ricordato dai Farnesi, anche nelle pitture classiche dei loro palazzi, e nel celeberrimo di Caprarola[517].

[24 aprile 1535.]

Il giorno seguente, come per continuazione di tanta allegrezza, col vento favorevole di terra, tutto il naviglio sciolse le vele, coprì d'ogni intorno l'orizzonte, e a gruppi paralleli sulla perpendicolare del lido si rivolsero inverso la Sardegna, dove avevasi a fare la massa. Papa Paolo restossi per altri cinque giorni in Civitavecchia, infino al ventotto del mese, che tornò in Roma. Nel qual tempo le storie e i documenti municipali segnano il termine dei lavori della rôcca nuova, oggi detta la Fortezza, e ne attribuiscono il compimento a Michelangelo: sentenza confermata dalla perenne tradizione.[518] Non mica che il Buonarroti abbia disegnato di pianta e tirato su dalle fondamenta il mastio ottagono, perchè tale era già nel primitivo disegno di Bramante, cioè simile agli ottagoni anteriori di Civitacastellana, e di castello Santangelo; e tale pur disegnato vent'anni prima comparisce negli originali di Antonio Picconi[519]: anzi più fino a un certo segno di altezza doveva già esser murato nel chiudere il circuito della fortezza. Voglionsi però attribuire a Michelangelo, oltre al finimento, le decorazioni, che sono tutte di suo stile; belle, nobili e fiere, come si conveniva all'opera e all'autore. Certamente in questi tempi Michelangelo era tra noi, e in gran favore presso il Papa, famigliare ed architetto di palazzo[520]: certamente suo è lo stemma di casa Farnese, a gran rilievo sullo spigolo del sagliente con nobili e fieri svolazzi di travertino bugnato e rustico: similmente sua la cornice bellissima, che sostenuta da mensoloni coi gigli frapposti ti mostra il primo tipo di quel che egli stesso ebbe a fare dappoi nel cornicione notissimo dei palazzo Farnese in Roma.

NOTE:

[515] LAPIDA nel palazzo municipale di Civitavecchia, prodotta dal Torraca, 49; e dall'Annovazzi, 257:

PAULUS . III . ROM . CAROLI . V . IMPERATORIS . CLASSEM AD . TUNETUM . OCCUPANDUM . PARATAM EXPIAVIT . AB . EXCELSA . TURRI . CIVITATIS . CENTUMCELLARUM UBI . VIRGINIUM . URSINUM GENERALEM . ECCLESIÆ SACRO . FOEDERIS . VEXILLO . INSIGNIVIT ARCEMQ . A . JULIO . II . INCHOATAM . ABSOLVIT AN . MDXXXV .

[516] ALPHONSUS CIACCONIUS, _Vitæ Pontificum Rom._ in-fol. figur. cura notis Oldoini, Roma, 1677, III, 558.

BONANNI PHILIPPUS, _Numismata Rom. Pont. a Martino V, etc._ in-fol. figur. Roma, 1699, ad _Paulum III_, in tabula, n. 32.

RODULPHINUS VENUTI, _Numismata Pont._, in-4, figur. Roma, 1744, p. 84:

(Nel diritto) PAULUS . III . PONT . MAX .

(Nel rovescio) BENEDICTIO . DOMINI . SUPER . VOS

[517] VASARI, ediz. Le Monnier, _Vita di Taddeo Zucchero_, XII, 139: «_Seguitano quattro storie sopra la cornice, cioè sopra ogni faccia la sua. Nella prima il Papa benedice le galèe a Civitavecchia per mandarle a Tunisi di Barberia l'anno 1535._»

[518] LAPIDA monumentale cit., alla nota 16:

«ARCEMQUE A JULIO II INCOHATAM ABSOLVIT.»

MANZI cit., 46: «_Opera di Michelangelo però può asserirsi che sia il maschio.... che fu fatto edificare posteriormente da Paolo III._»

ANNOVAZZI, p. 265.

CONDIVI, _Vita di M. A._ in-fol. Roma, 1553; Firenze, 1746, p. 39: «_Paolo III se ne venne a trovare Michelangelo a casa.... lo prese al suo servigio.... gli fece fare infinite cose, che da me dette non sono._»

[519] ANTONIO PICCONI DA SANGALLO, _Schizzi del 1515 per le fortificazioni di Civitavecchia_, originali alla Galleria di Firenze, e facsimile presso di me. — (Antonio di sua mano disegna sul terreno le nuove linee, appoggiandole ai punti noti e preesistenti, tra i quali la fortezza e il suo mastio, disegnato in ottagono, e scrittovi sopra: «_Torrone della Rocha, di mezzo, a faccie._»)

[520] VASARI cit., ed. Le Monnier, XII, 219, e nel prospetto cronologico della vita, 384.

[Maggio-giugno 1535.]

V. — Il mese di maggio, con buona parte del mese seguente, passò nel raunare l'armata, il convoglio e le genti, andando e tornando pel golfo di Cagliari questi e quelli da parti diverse a compiere il fornimento ed a mettersi in pronto per l'imminente fazione. Nello stesso tempo si raccoglievano le cifre, espresse dappoi colle consuete varianti da diversi scrittori. Noi possiamo ridurle come segue: dodici galèe del Papa, quattro di Malta, dieci di Sicilia, quattordici di Napoli, sedici di Spagna e ventidue del Doria, comprese le tre di Genova; in tutto settantotto galèe. Un galeone e dodici caravelle di Portogallo sotto l'infante don Luigi, fratello del re e dell'imperatrice. Più una trentina di legni minori tra fuste, galeotte e brigantini. La moltitudine delle navi a vela conteremo insino al dugento, per non crescerle oltre al bisogno che abbiamo di trasportare le munizioni, le vittuaglie, e li trentamila soldati tra italiani, spagnoli e tedeschi[521]. Alla testa di tutti la reale di Spagna, fatta costruire dal Doria in Genova, per la persona dell'imperator Carlo V: galèa di trenta banchi, e di sessanta remi a scaloccio, tutti in un piano, maneggiati da trecento rematori a cinque per remo: galèa per le misure di lungo e di largo maggiore di ogni altra, e similmente per forza e bellezza. Oro in ogni parte, profusione alla poppa, sculture, intagli, metalli, tappeti, seta, porpora. Soldati, marinari e gentiluomini in bellissime assise: gli stessi rematori vestiti di nuovo con drappi di raso e catene d'argento agli spallieri[522].

Qui mi bisogna avvertire che non solo i papi e i cardinali viaggiando per gli affari loro, ma anche gl'imperatori e i grandi ammiragli e i capitani del secolo decimosesto, per le spedizioni militari mettevano in non cale i vascelli di alto bordo, e pigliavano lor posto fermo sulle galèe. Esse duravano ancora come legni di linea per eccellenza, secondo quelle tattiche ragioni del movimento libero, che altrove ho largamente trattate, e qui coi fatti e cogli esempî tutte le volte confermo. V'avea tante navi all'armata, e tanti vascelli, e cocche e caracche comodissime e grandissime: ma Carlo imperatore, e il Doria generale, e ogni altro intendevano per uso proprio preferire il bastimento sopra tutto militare, cioè la galèa di vigoroso remeggio. Dunque i famosi vascelli dei tre ponti per mezzo al secolo decimosesto non ancora mettevano conto nella tattica navale. E quando dico bastimento, galèa, nave, vascello, e simili, io parlo nel proprio e tecnico significato di queste voci generiche e particolari, secondo la lingua nostra, non piacendomi l'equivoca miscela dei retori cinquecentisti, che scrivendo (particolarmente in latino) per seguire le eleganze classiche dei termini antichi confondono il significato tecnico dei moderni. Costoro chiamano monoremo la feluca e la fregata, chiamano bireme la fusta e la galeotta, dicono trireme per galèa, quadrireme per capitana, cinquereme per reale, sereme per imperatoria, eccetera; come se il remo fosse l'unità di misura esprimente coi multipli la maggior grandezza e dignità del bastimento. Peggio quando non sono costanti e coerenti con sè stessi o cogli altri nell'uso e significato della stessa voce; e quando con un solo vocabolo vogliono significare più specie; e sempre quando ingenerano falso concetto, trasportando i nomi particolari dalle prime polière ai posteriori bastimenti da remo, troppo diversi da quelle. Nelle polière salivano giustamente i numeri, come gli ordini dei rematori e dei remi sovrapposti; ma nelle galèe posteriori i numeri medesimi portano a falso concetto, dove remi e rematori tenean le caviglie all'istesso livello sur un piano solo. Fuste, galeotte, brigantini, feluche, galèe, capitane, reali, e tutti i legni di questo genere sempre tra noi, pel tempo di che parliamo, col remeggio in un sol piano. Valga l'esempio della famosa galèa di Vittor Fausto, costruita a Venezia nel 1529, e lodata in verso e in prosa da cento scrittori, come quella che più d'ogni altra, a parer loro, rispondeva all'antico. Ebbene? chi la chiama cinquereme, chi quadrireme, chi di cinque ordini per fianco, chi di cinque remi per banco, chi di cinque uomini per remo. Avrebbero fatto meglio, invece di cento elogi, lasciarci una sola descrizione tecnica, o un solo disegno geometrico. Allora si sarebbe veduto chiaro, che ell'era sottosopra una galèa come le altre, senza palchi sovrapposti, con più remi a sensile, maneggiati da più persone in ciascun banco, e sulla stessa coverta. Di fatto, dopo la prima comparsa, fu messa in conserva nell'arsenale, d'onde non uscì più per quarant'anni, finchè nello straordinario armamento della guerra di Cipro non venne a pigliarsela Marcantonio Colonna, il quale in pochi giorni l'armò a scaloccio di palamento simile a ogni altra galèa, secondo il costume del cinquecento[523].

Insisto su questi particolari, perchè mi è avviso che dalla confusione dei termini nasce la confusione delle menti; e sono di pensare che gran parte della presente incertezza nella scienza delle antichità navali procede dall'abuso dei vocaboli per fatto dei retori ignari dell'arte. Del resto come io intenda la costruzione delle antiche polière, e la interna disposizione dei remi in più ordini sovrapposti, ho detto altrove: tutto si riduce a spiegare le triremi, che erano il maggior numero, e i veri legni di linea, e avevano il nome proprio ternario degli ordini, talamo, zigo e trano; e dalle persone talamiti, zigiti e traniti. Le setteremi eran poche nell'antichità, come poche altresì le galeazze dei tempi successivi: e le altre polière che talvolta si leggono di venti e più ordini, erano mostri, che non uscivano dai porti, nè mai entravano in battaglia; ma poltrivano in porto per pompa di boriosi uomini, pognamo di Gerone, di Demetrio e di Tolomeo. Dei tre, cinque e sette ordini ho dato spiegazione tecnica, tanto da poterne chiunque fare il modello e la costruzione; e ne ho presso di me i disegni geometrici col piano orizzontale, d'innalzamento e di projezione; pei quali menando il compasso e la riga posso rispondere a tutte le esigenze, e risolvere tutte le difficoltà[524]. Ciò basta per ora: e quei benevoli, che me ne chiedono un trattato speciale, aspettino, come fo io, un monumento di soda e aperta ragione (perchè infino a oggi non ne abbiamo niuno), che mostri la interna disposizione dei remi e dei rematori; e ci sia fondamento per trapassare dal detto al fatto con sicurezza. Sostenuto da un monumento, potrò dire del navilio a remo, come ho scritto del navilio a vela, così militare, come da traffici, illustrando i classici monumenti dell'antichità.

NOTE:

[521] ALOYSIUS ARMERIUS, _De Gulleta et Tuneto expugnatis_, ap. CLAUSERUM _de reb. Turcic._, in-fol. Basilea, 1556. (BIBL. CASANAT. N. IX, 27.) p. 534: «_Septuaginta scilicet triremes, triginta intra biremes, celoces.... oneraria navigia trecenta._»

ALFONSO ULLOA, _Vita di Carlo V_, in-4. Venezia, 1566, p. 137: «_Novantuna galera.... ducento e due navi grosse.... in tutto trecento e settantuna vela._»

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 56, 57: «_Tre galèe della Signoria di Genova._» (Niuno nomina il Capitano.)

[522] BIZARUS cit., 502: «_Et unam quadriremem, quæ Cæsaris prætoria erat, instructam fuisse.... Remigibus serica tunica.... epibatis exornatis._»

ARNOUL cit., (p. 351): «_Armer de Mores avec de colliers et poignets d'argent, non plus que les chaînes de deux premieres bancs qui sont d'argent à celles d'Espagne._»

[523] P. A. G., _Marcantonio Colonna a Lepanto_, 25, 107, e Docum. ivi citati.

[524] P. A. G., _Medio èvo_, I, 121, 181.

[24 giugno 1535.]

VI. — Gentil Virginio all'arrivo montò sulla galèa dell'Imperatore presso al capo della Polla nel golfo di Cagliari, portandogli lo stendardo e gli augurî del santo Padre: indi si pose colla capitana di Roma nel primo posto alla destra di lui, la capitana di Malta sulla sinistra, e per compimento la capitana di Genova. Davano i quattro stendardi bellissima mostra, piena di pio e lieto presagio, per essere nel mezzo dell'ordinanza appaciati gli emblemi del sacerdozio e dell'imperio, spada e scettro, croce e chiavi, tra due quartieri di uguali colori in diversa divisa[525].

Tutta l'armata uscì dal golfo di Cagliari addì ventiquattro di giugno. Innanzi l'augusto Carlo, salutato dal plauso dei marinari, dei soldati e dei popoli; appresso l'Orsino, e secondo l'ordine le capitane, le squadre e il convoglio delle navi. La mattina seguente, condotti dal Maestrale, assicuravano i navigli presso Utica, che oggi diciamo Portofarina, dove tre secoli prima erasi sbarcato Luigi IX di Francia per la crociata. Nell'ultimo recesso, che gli antichi chiamavano palude Tritonide, dove l'acqua è più bassa, ma sufficente, entrarono le galèe: e quivi nella fretta del pigliare la posta, volgendo le prue al largo e le poppe a terra, una sola corse pericolo: proprio dessa, la grossa dell'Imperatore. Perchè come maggiore di ogni altra cercava più il fondo; e nel distendere la gomena, scorrendo indietro (non di banda, come alcuni dicono, ma di chiglia), diè nel secco col calcagnolo di poppa. Rifiutava spiccarsi: ed agli sforzi dei rematori non altrimenti rispondeva che dimenandosi sulle anche con certi sbalzi da mettere alla prova la maestria del pie' marino. In quella tutti gli occhi smarriti cercavano il vecchio Andrea: ed esso a tutti i presenti, ed anche alle future generazioni rispondendo, dimostrava quanto era e pratico marinaro e destro cortigiano. Notate il fatto improvviso, e segnate il carattere. Andrea senza scomporsi trae un gran fischio, e grida[526]: Silenzio, e pronti! Poi distesa la mano in avanti, comanda risoluto: Tutti a prua! e corre egli stesso menandosi insieme verso la estremità anteriore della galèa qualche centinajo di persone. Per quel contrappeso in avanti, a tanta distanza dal centro, la galèa abbassa il becco, solleva la coda, e sguizzando dolce dolce si ritorna a galla; prestamente richiamata dai marinari sulla gomena più presso all'àncora, e raccolti a corto i calumi. Ciò fatto, Andrea ritorna: e festosamente salutando l'Imperatore con quel suo storico berrettone a gronda, celebra i prodigî della terra africana, la quale subito ha dato segno manifesto di volersi ridurre e fermare sotto ai piedi di Sua Maestà[527]. Non esce in ciance!

[28 giugno 1535.]

Intanto i pensieri di ogni altro corrono verso Tunisi, città edificata dieci miglia a levante dalle ruine dell'antica Cartagine, e però anche essa dalla riva dell'Africa direttamente contrapposta, quasi sull'istesso meridiano, alla foce del Tevere e alle marine di Roma. Or per comprendere le operazioni di Barbarossa, ed i fatti seguenti dei nostri campioni, vieni meco, lettore, sulla prima feluca di scoperta innanzi alla baja di Tunisi, ed appunta sulla carta i rilievi[528]. Fermi in giolito all'altura di capo Cartagine, senza appressarci di troppo ai rivaggi nemici, quanto il guardo scuopre, vediamo innanzi una grande insenata per venticinque miglia di giro infino al capo Zafferano: insenata aperta da greco e chiusa da ogni altra parte. Ecco per la quarta di Libeccio ad Ostro, distante cinque miglia, una gola o angusto passaggio, pel quale entra l'acqua del mare in uno stagno di poca profondità, ma di molta estensione; ed ecco, pel rombo di Ponentelibeccio all'estremità dello stagno, grande città, avvolta nei vapori consueti dei centri popolosi. Sulla bocca tra il mare e lo stagno, ov'è il lembo estremo del terreno boreale, segna la fortezza della Goletta, e la ragione del nome ne vedi sulla figura di strettissima gola aperta tra lo stagno e il mare. Segna sulla città il nome di Tunisi, così come la vedi distesa per la pendice di un colle, e coronata in vetta dalla cittadella, ordinaria residenza del principe. Per questi rilievi tu hai dinanzi la pianta e il prospetto di tutto il circondario, nè altro ti resterebbe a segnare, se non avesse Barbarossa pensato di mettere nello stagno tutta l'armata sua; ottanta bastimenti d'ogni maniera. Perciò tu vedi là in mezzo una selva di alberi e di antenne alla rinfusa in lunga fila per quell'angusto canale che va dalla Goletta verso Tunisi; canale poco più profondo dello stagno, e tanto ingombro di navigli piratici da non restarvi nè spazio nè passaggio. Dunque dall'altura di capo Cartagine tu vedi traguardando per Maestro tutta l'armata cristiana a Portofarina, per Libeccio quarta di Ostro la Goletta; e per Ponentelibeccio il canale di mezzo allo stagno, i bastimenti piratici, e in fondo a sette miglia la città di Tunisi.

Ciò posto sarà chiaro il disegno dei nostri campioni: bloccare per mare lo stagno, assalire la Goletta per terra, pigliare tutti i bastimenti dei pirati, e finalmente cacciar via Barbarossa dalla capitale. Perciò le galèe condotte dal Doria e dall'Orsino passano alla guardia dinanzi al golfo; e il marchese del Vasto, generale supremo delle fanterie, con venticinque mila uomini da Portofarina scende lungo il lido per attaccare la Goletta da terra.

NOTE:

[525] BOSIO cit., III, 142, D: «_L'aquilone dell'Imperatore nel mezzo.... a dritta sei gigli d'oro in campo azzurro di Paolo III.... a sinistra lo stendardo gerosolimitano, Croce bianca in campo rosso.... e di Genova, Croce rossa in campo bianco._» (Così non altrimenti nel mio _Medio evo_, II, 180.)

[526] JOVIUS cit., 279: «_Ad imperium canentis fistulæ dimidiam partem vectorum et remigum in adversam spondam declinare jussit.... quadriremis uti pondere sublevata incolumis evasit._»

[527] BOSIO cit., III, 143, A: «_Doria disse che il terreno africano haveva dato segno di volersi presto e volentieri accostare e fermarsi sotto il dominio di S. M._»

SIGONIO cit., 174: «_Si rallegrarono della buona fortuna di Cesare._»

CAPPELLONI cit., 60. (Non dice verbo di ciò.)

RAYNALDUS, _Ann._, 1535, n. 49.

[528] CORONELLI, _Atlante Veneto_, in gran fol. Venezia, 1697. — Tavole e carte di Barberia.

NICHOLAS DU BELLIN, _Atlas maritime_, in-4. Parigi, 1774, III, 71: «_Côtes de Barberie; 81, Golphes de Tunis; 82, Plan de la ville de Tunis; 83 Plan du fort et canal de la Goulette._»

THOMAS A. HULL, R. N., _Bay of Tunis_, in-fol. _Published at the Admiralty_, June, 1st 1867, _Sold by J. D. Potter Agent of Admiralty charts_, 31, Poultry et 11, King Street, Tower Hill.

WILLIAM, H. SMITH, _Mediteranean_, 92.

[6 luglio 1535.]

VII. — La fortificazione della Goletta, infino ai primi decennali del secolo decimosesto, non era più che una sola torre quadrata, ma grande di trenta metri per ogni lato, grossa di sette metri nella sezione, e munita di batterie alte e basse in tutto il giro: in somma un antico tipo delle moderne torri massimiliane[529]. Ma ciò non bastando a calmare le inquiete apprensioni, Barbarossa vi aveva aggiunto intorno un pentagono regolare, fortificato con bastioni, fianchi e cortine, lasciandovi nel mezzo la torre a guisa di mastio o cavaliere; presso a poco in quel modo che prima era stato disegnato, e poi fu ridotto il castello di Roma. Ciò non pertanto le opere nuove non erano compiute; ma in tanta brevità di tempo solamente imbastite di terra bagnata e battuta tra salsiccioni di ulivi e di palme ben stretti e incatenati di dentro e di fuori con travi, pali e remi di galere; divisando poi Barbarossa di poter rivestire tutta l'opera con buona incamiciatura di muraglia, ancorchè giudicasse che già da sè, come era, farebbe in ogni caso lunga resistenza. Per questo si mise in cuore di volerla difendere a tutto suo potere: molto più che di necessità doveva proibire ai nostri l'entrata dello stagno, se voleva salvare gli ottanta bastimenti; i quali oramai non potevano più uscirne, ma in ogni modo salvarsi o perdersi tutti insieme colla Goletta. Errore capitale, di che il celebre pirata portò, finchè visse, acerba ricordanza e pentimento; scusandosi soltanto col dire che niuno avrebbe potuto mai prevedere la venuta dell'imperatore dei Cristiani con tanto sforzo in Africa. Veramente quando dai prigionieri e da qualche fuggitivo venne accertato che Carlo V conduceva da sè la spedizione, si turbò tutto, e capì subito la gravità del caso e l'importanza della Goletta. Fece il possibile: cavò artiglierie dalle navi e dalle galere; e ne guarnì non pure i fianchi e la fronte dei baluardi, ma le cortine, e infino ai fossi, con tanta copia che più non ve ne capiva; e posevi di presidio seimila turchi sceltissimi, sotto il comando del Giudèo, e per luogotenente Cacciadiavoli. Pose di più un grosso nervo di gente in Tunisi sotto Assàn-Agà, trentamila mori a cavallo per la campagna; ed egli si tenne pronto a riconoscere le difese, e a dirigere i soccorsi, massime della Goletta; dove per maggior comodità aveva fatto gittare un ponte di legno a cavallo del canale, tanto da tenere aperte le comunicazioni con Tunisi per la riva meridionale, essendo l'altra occupata dai nostri.

[8 luglio 1535.]