La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 31
Il Moro, vero africano di schiatta, di colore e di pelo, faceva da padrone in Alessandria. Di là con molti legni egiziani infestava l'Arcipelago, quando non era ai soldi di Solimano; nell'armata del quale lo abbiamo già veduto presso Corone. Costui ebbe il tracollo nell'anno presente sulle coste di Candia; dove scontratosi con una squadretta di galèe veneziane, che navigavano in Soria sotto la fede de' trattati, volle provarsi a rubarle, facendo le viste di non credere alla bandiera di san Marco. Era o no pirata? Se non che Girolamo da Canale, comandante della squadretta, avvedutosi del furbo, prese anche esso a fingere di non riconoscere gli stendardi del Moro: e di buon senno gli corrispose con tal furia di cannonate, e l'ebbe talmente concio, che mandatigli a fondo quattro bastimenti, ferì lui stesso, e l'afflisse d'irreparabil danno, così che d'indi in poi non se ne dice più nulla. Solimano imperatore non si ardì fare richiamo di ciò, saputo avendo che il Moro era stato il primo a provocare: anzi mostrò di contentarsi delle scuse mandategli subito dal Senato veneziano; e laudò il Canale per valoroso ed accorto capitano. Pensate se a difesa di sfregiato ribaldo voleva accattar briga coi Veneziani, quando gli cresceva grossa sulle braccia la guerra per terra e per mare con Carlo imperatore[487].
Il Giudèo, come indica il nome, isdraelita rinnegato di Smirne, a furia di ruberie aveva acquistato grandi ricchezze, e insieme il dominio delle Gerbe. Da quell'isola navigava con trentaquattro bastimenti da remo a ruina della Sicilia, di Napoli e della Spiaggia romana. Egli era cieco d'un occhio: gli Arabi lo chiamavano Sinàm, i Turchi Ciefùt, e noi col nome comune di Giudèo l'abbiamo più volte ricordato, specialmente quando gli togliemmo due bastimenti a Gianutri; e ne diremo più cose appresso infino al caso rarissimo che gli portò la morte, mostrandolo quale egli era valoroso al pari di ogni altro pirata; e men di ogni altro pazzo e crudele[488].
Aidino (etiope, come scrive il Bosio; o smirnèo, secondo l'opinione del Varchi; o caramano a detto comune), per essere arrisicato e furioso pirata, non altrimenti nominavasi tra i nostri e tra i suoi conoscenti, che col terribile titolo di Cacciadiavoli. Costui divenuto famosissimo nel ventinove, dopo l'uccisione del general Portondo, la strage degli Spagnoli, e la presa di tutta la squadra che aveva lasciato a Genova l'Imperatore, non aveva più chi ardisse misurarsi con lui. Di nome e di fatto spaventoso a tutte le madri e a tutte le spose dei marinari della Cristianità, sarebbe salito ad altissimo segno tra i novelli signori dell'Africa, se per un caso di arsura dopo la guerra di Tunisi non fosse caduto, come tra poco vedremo[489].
I fatti di Barbarossa si legano più strettamente alla nostra istoria, però voglionsi con maggior larghezza trattare. Un greco rinnegato dell'isola di Metellino, chiamato Giacopo, e dai Turchi (tra i quali era assoldato come spahì) detto Jacùb, lasciò morendo due figliuoli, all'uno dei quali aveva posto nome Urudge, e all'altro Chaireddin, sopracchiamati dai nostri storici Oruccio e Ariadeno, e quest'ultimo pel colore del pelame più comunemente Barbarossa[490]. I due fratelli (degli altri qui non cale) poverissimi essendo, si gittarono insieme a vivere di rapina corseggiando con una piccola fusta, armata a spese altrui; ed avendo seguito la squadra di Camali-raìs, guadagnarono tanto con lui, che vennero pian piano ad infrancarsi la fusta, poi ad armarne due, e via via salendo giunsero a tante ricchezze e a sì gran pratica del mestiero, che senza contrasto furono riconosciuti primi campioni della grande pirateria nel Mediterraneo[491]. Vero è che non sempre la fortuna andava a versi di costoro; e non di rado toccavano le busse, come ho detto particolarmente di Barbarossa; quando gli togliemmo in un giorno quindici bastimenti[492]: ma si rifacevano presto, e tornavano più arrabbiati e più destri di prima. Il tristo mestiere aveva profonde radici: la gioventù concorreva numerosa a cercar ventura, la plebe inciurmavasi per fanatismo, i grandi favorivano per ostentazione, e i principi agognavano servirsene per ragione di stato. Scoppiata in Algeri la guerra di successione tra Mesud e Abdallah della famiglia dei Beni-Hafss, avvenne che l'uno dei pretendenti chiamò Oruccio in ajuto, per opera del quale cacciò l'altro, e si fece padrone del regno[493]. Ma non corse gran tempo, come spesso tra simil gente suole avvenire, ed Oruccio ammazzò il cliente e prese per sè il regno di Algeri, assicurandone il possesso coll'investitura dell'imperator Solimano. Così Barbarossa primamente divenne fratello del Re; e, dopo che questi fu morto combattendo sotto le mura di Orano, divenne Re esso stesso, più ardito e più crudele del primo. Di pelame rossiccio, di barba folta, di mediocre statura, di forza erculea, era specialmente sguardevole per un gran labbro spenzolato all'ingiù, che lo faceva alquanto bleso nel favellare, e davagli l'aria di vero pirata. Superbo, vendicativo, spietato, traditore; sapeva nondimeno pigliare le maniere graziose ed affabili, massime nel sorridere col volto composto a dolcezza. Parlava molte lingue, a preferenza la spagnola. Coraggioso, circospetto, amico dei suoi subalterni. Aveva intorno a sè raccolte tutte le schiume: Assan-agà, rinnegato sardo, per suo luogotenente; Haidino delle Smirne, soprannomato Cacciadiavoli, per caposquadra; il Giudèo per capo di stato maggiore; Tabàch, Salech, e Mamì-raìs per ajutanti. Tra i figli di costoro e degli altri marinari sceglieva a preferenza gli ufficiali novelli, dicendo che i lioncini diventano leoni. Studiava continuo intorno alla costruzione navale: da pesante e tarda rendevala leggiera e veloce, e ripeteva alle maestranze che per raggiugnere i cervi più valgono i levrieri che i mastini: questi buoni a guardare la casa, quelli a scorrere per la campagna ed a ghermire la preda. In vece delle grosse artiglierie rinforzate di metallo, che tormentavano i bastimenti proprî quasi più degli altrui, faceva imbarcare colubrine di minor peso e di maggior passata; spiegando ai bombardieri il pensier suo coll'esempio del braccio che, per cogliere e attrappare chi fugge, giova averlo più tosto lungo che grosso. Tale era il re dei pirati, che, avendo fatto scellerate cose contro i Cristiani per le marine dell'Arcipelago, di Sicilia, di Napoli, di Genova e di Spagna, in quest'anno mille cinquecento trentaquattro pigliava il comando supremo della navale armata dell'imperio ottomano. Gli è questo o no il trionfo della pirateria? Abbiamo o no la guerra coi pirati? Udite i fatti di costui nell'anno presente.
NOTE:
[483] SANUDO e DOCUM. cit., alla p. 42 e segg. (_Kamâlì_, o _Kamàl-Rays_.)
DE HAMMER cit., X, 444.
[484] GIUSTINIANI, BEMBO, PANTERA, e gli altri citati alla p. 167 e segg. (_Gad-Aly._)
[485] BOSIO, AMARI, ed i citati a p. 144, 216, 237.
DE HAMMER cit., IX, 32. (_Kurdôgli._)
[486] FONTANUS cit., 466, 28: «_Archypirata Carrà Mahumethes, tormento ab arce Telèa accuratius emisso, Orco traditus._» Vedi sopra, p. 216. (_Karrà-Mahmùd._)
[487] BOSIO cit., III, 128, B. «_Il Moro di Alessandria combattuto e rotto da Girolamo Canale nelle acque di Candia._»
MAMBRINO ROSEO, _Storie del Mondo_, in-4. Venezia, 1598, parte III, p. 154.
[488] BRANTÔME, _Capit. étrang._ cit., II, 82: «_Sinàm surnommé le Juif, tres-renommé corsaire, et pour ce le sultan Solyman l'envoya pour son admiral en la mer Rouge._»
DE HAMMER, X, 466: «_Sinàm rinegato ebrèo, difensore della Goletta._» — Vedi p. 262; e l'Indice. (_Synàm, Ciefút._)
[489] VARCHI, _Storie_, ed. 1843, II, 24: «_Aidino delle Smirne, nominato tra gli altri corsali Cacciadiavoli._»
BIZARUS cit., 485.
BOSIO, III, 79, B; e gli altri a p. 162.
CALVETUS STELLA, _De Afrodisio Capto_, ed. a CLAUSERO, _De rebus turc._, in-fol. Basilea, 1556, p. 629: «_Cum nominis christiani hoste atrocissimo Cahìs, cognomine Diabolus._»
DE HAMMER cit., X, 460: «_Un altro chiamato dagli storici europei Cacciademonio, dagli italiani Cacciadiavoli, dai francesi Chassediable, dagli olandesi Knuppeldiewel, e da Eutrobio Cassiadiabolus. Probabilmente Cassia e Caccia sono Kasim o Quâsim._»
[490] Così scrivevano i nostri cinquecentisti; il primo sarebbe stato tra i Musulmani _Oürudge_; e l'altro _Kair-ed-Din_. Le varianti al solito; tanto che taluno di Oruccio ha fatto Orazio, e quasi tutti di Kair-ed-Din han fatto Ariadeno.
[491] PAOLO GIOVIO, _Le vite brevemente descritte degli uomini illustri di guerra antichi e moderni_, tradotte da LODOVICO DOMENICHI, in-4. Firenze, 1554. Barbarossa; et _Histor._, lib. XXX.
ADRIEN RICHER, _Vie de Barberousse_, in-12. Parigi, 1781.
BRANTÔME, in-16. Leida, 1666. _Capit. étrang._ II, 79.
CORNELIUS SCEPPERUS, _Collect. rer. turc._, in-4. Anversa, 1554.
SCHARDIUS, _Collect. rer. german._
DE HAMMER cit., X, 444. — Barbarossa nella sua autobiografia tace, come convenivagli, la primitiva religione di suo padre, asserita nondimeno da tutti i contemporanei: e nomina gli altri due fratelli Isacco ed Elia.
[492] Vedi sopra, p. 277.
[493] DE HAMMER cit., X, 448.
GIOVIO, RICHER, aliiq. Nota 79.
[20 agosto 1534.]
XIII. — Il possesso dell'ammiragliato ha a essere famoso per inganni e ruine a doppio contro Cristiani e contro Musulmani, presi insieme all'istesso tranello con un tiro il più solenne di quanti mai ne possano balenare alla mente d'un ribaldo. Eccone il filo. Era il regno di Tunisi altresì lacerato dalla rivalità di due fratelli, Rossetto e Muleasse, dell'antica dinastia berbera degli Hafsiti già ricordati, e indipendenti dai Turchi[494]. Il maggiore dei pretendenti, discacciato dall'altro, avendo fatto ricorso a Barbarossa, quale stupido pecorone al lupo rapace, dettegli l'occasione sommamente desiderata di divorarli ambedue, e di menare a un tempo il randello in Italia. Barbarossa fece grossa armata più che ottanta vele; e perchè Muleasse non avesse a pigliar sospetto, nè a mettersi sulle difese, sparse voce di voler tentare imprese nel regno di Napoli per vendicare gli oltraggi ricevuti poc'anzi a Corone. E non volendo che niuno avesse a tacciarlo di bugiardo, nè Maleasse mai a dubitare delle sue parole; anzi perchè si rendesse ciascuno più sicuro dei fatti suoi, venne realmente a Messina con tutta l'armata, passò lo stretto, e tirando su marina marina, come turbine menato da procelloso vento, disperse, disfece, incenerì bastimenti, castella, città. In Calabria saccheggiò Sanlucido, e ne trasse tutto il popolo in schiavitù. Scórse di là al Cetraro, ove trovò la terra abbandonata, e vi fece appiccare il fuoco, bruciandovi insieme alcuni corpi di galere, tra i quali erano tre già finiti per conto di papa Clemente. Per tale incidente veniamo a sapere quanti modi teneansi a crescere la forza materiale della nostra marineria, e come da ogni parte i pirati eranle infesti[495].
Barbarossa venne avanti, sbarcò in Procida, pose lo spavento in Napoli, bruciò bastimenti nel golfo, prese prigioni e roba da ogni parte: bombardò Gaeta, distrusse Sperlonga, e per tradimento ebbe Fondi, fuggendone a stento la celebre Giulia Gonzaga, vedova di Vespasiano Colonna, duca di Trajetto, e riputata la più bella donna d'Italia[496]. Dicono che Barbarossa sarebbe riuscito nell'intento di presentare beltà tanto rara in dono a Solimano, se la giovane Contessa non fosse stata tra i primi a riscuotersi dal sonno, ed a fuggire seminuda dalle branche del ladrone. Il quale nondimeno vendicossi saccheggiando la terra, battendo e bruciando Terracina. Finalmente comparve alli venti d'agosto sulle marine di Roma presso alla foce del Tevere; con tale sbigottimento dei popoli, che gli scrittori contemporanei comunemente asseriscono, che Barbarossa avrebbe preso di certo Roma e Napoli, se ne avesse fatto la prova[497].
NOTE:
[494] MARCO GUAZZO cit., 116: «_Del mese di febbraio 1534 morì Muleì-Mausèt re di Tunisi, lasciando due figliuoli: Muleì-Roscit, e Muleì-Hasèm._» — (V. sopra, p. 149, e seg.)
[495] BOSIO cit., III, 136, C: «_Barbarossa al Cetraro fece appiccare il fuoco, abbruciando alcuni Buchi di galere che quivi si facevano, tra i quali tre già pronti a vararsi per conto di Clemente VII._»
RAYNALDUS, _Ann._, 1534, n. 60: «_Barbarossa Citrarium incendit, et septem triremes adhuc imperfectas cremavit._»
ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 53: «_Barbarossa bruggiò al Cetrano sei corpi di galèe._»
HAMMER cit., X, 452: «_Barbarossa assalì San Lucido, prese 800 prigionieri, e lo bruciò. Egual sorte ebbe il Cetraro insieme con diciotto galere._»
[Settembre 1534.]
XIV. — Ma colui non intendeva a questo: anzi fermo nel doppio disegno, riuscitagli a talento la prima parte, non voleva indugiarsi a compiere la seconda. Quindi all'improvviso, rinfrescata nel Tevere la provvisione dell'acqua, e fatta la legna nei boschi vicini, pigliava la volta; e pel rombo di Ostrolibeccio tra la Sicilia e la Sardegna gittavasi a golfo lanciato sopra Tunisi. Muleasse era in festa nella reggia, non attendeva visite, non sospettava di Barbarossa: anzi da buon musulmano, lodava ai suoi tunisini i meriti di lui in così belle fazioni, la cui fama ad arte si era fatta correre in Africa, e per tutto altrove. Pensate se non lo chiamò esso pure pirata e traditore, quando una bella mattina se lo vide accigliato venirgli improvvisamente davanti, entrare nella reggia, e cacciarlo di casa!
Fattosi adunque Barbarossa, per le ladre invasioni sul nostro e sull'altrui, sommamente odioso a tutti i popoli, non altro era a udire in Europa che il grido della pubblica indignazione contro di lui: tutti richiedevano dai Principi, dall'Imperatore e dal Papa che si dovesse subito subito fiaccargli l'orgoglio.
[23 settembre 1534.]
Era allora nell'ultima infermità papa Clemente: nondimeno i ministri ordinarono la leva in massa dentro Roma, il rinforzo delle guardie pel littorale, l'armamento della fortezza di Civitavecchia, l'apparecchio della squadra navale, e la compra di altre sette galèe commisero al capitano Paolo Giustiniani luogotenente del Salviati. Ma essendo poco dopo, addì venticinque di settembre, mancato di vita l'istesso Pontefice, restarono le maggiori provvisioni riservate al successore, come vedremo nell'altro libro[498].
[Ottobre 1534.]
Il Salviati intanto, afflitto e pensieroso per la morte dello zio, rassegnava al nuovo Pontefice i ricchi e nobili ufficî che aveva dal precessore ricevuti, e tra essi la castellanìa di Civitavecchia e il generalato delle galèe, perchè ne disponesse a suo piacimento. Accettata la dimissione, restavasi in Roma col titolo di ambasciatore ordinario e di procurator generale del suo Ordine gerosolimitano presso la santa Sede. Dopo qualche tempo, legato come era dai voti solenni della professione religiosa, e adulto negli anni, lasciò la spada, prese gli ordini sacri, e si ridusse in Parigi presso la cugina, dalla quale fu nominato elemosiniero di Francia, e vescovo di Chiaramonte. Finalmente ebbe il cardinalato da Pio IV, e morì in Roma addì sei di maggio del 1568. Le sue benemerenze si ricordano ancora dai Romani per quel suntoso palazzo che tuttavia mantiene il nome dei principi Salviati suoi successori ed eredi, sulla riva destra del Tevere di fronte al porto Leonino, architettato da Nanni di Baccio Bigio[499]. Palazzo da Bernardo Salviati con grandissimo dispendio fabbricato in Roma a imitazione di Andrea Doria in Genova, per onorarvi, se il caso ne venisse, con splendida accoglienza il Re e i Reali di Francia, come l'altro vi menava in trionfo l'Imperatore e gl'Infanti di Spagna.
NOTE:
[496] VASARI cit., ed. Le Monnier, nella vita di _Sebastiano Veneziano_ detto _del Piombo_, ricorda il famoso ritratto di questa Signora, X, 131.
ANNIBAL CARO, _Lettere famigliari_, in-8. Padova, 1742. I, 47, 58, 315, 338. Parla della stessa.
ARIOSTO, _Orlando Furioso_, XLVI, 8:
«_Giulia Gonzaga, che dovunque il piede_ _Volge, e dovunque i sereni occhi gira,_ _Non pure ogni altra di beltà le cede,_ _Ma come scesa dal ciel dèa l'ammira._»
[497] JOVIUS cit., lib. XXXIII.
RAYNALDUS, _Ann._, 1534, n. 60.
ROSEO, III, 165.
CONTATORE, _Storia di Terracina_, 146.
DE HAMMER cit., X, 453.
[498] GUALTERIUS cit., Mss.: «_Die vigesima quinta septembris hora decima-octava et media Clemens VII obiit Romae, et die vigesima sexta sepelitur in Ecclesia sancti Petri._» (Donde fu poi trasportato al nobil tumulo che tuttavia si mantiene nel coro della Minerva, rimpetto a Leon X.)
RAYNALDUS, _Ann._, 1534, n. 68.
[499] VASARI, ed. _Le Monnier_, XIII, 125, 2.
LIBRO SESTO.
Capitano Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara. [1534-1548.]
PARTE PRIMA. DAL 34 AL 37.
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Paolo III e il conte dell'Anguillara. — Nomina di capitano, e brevetto (20 novembre 1534).
II. — Capitoli e strumento della condotta (2 dicembre 1534). — Paolo Giustiniani luogotenente, ed altri ufficiali. — Disegni contro Barbarossa (febbrajo 1535).
III. — Dodici galèe alla vela (2 marzo 1535). — Partenza e documento. — Raunanza di navigli in Civitavecchia, e arrivo del Papa (20 aprile). — Pregi del porto.
IV. — La benedizione e la medaglia di papa Paolo (23 aprile). — Sua dimora in Civitavecchia. — Compimento della fortezza e mastio ottagono primitivo.
V. — L'armata in Cagliari. — Carlo V sulla imperiale col Doria. — Prevalenza delle galèe sulle navi. — Le Poliremi.
VI. — Ordinanza e bandiere. — In Africa. — Incaglio della Imperiale. — Detto e fatto di Andrea. — Golfo di Tunisi (25 giugno 1535).
VII. — La Goletta. — Le fortificazioni vecchie e nuove. — L'armata dei pirati nello stagno. — Errore di Barbarossa. — Sue forze e seguaci (luglio 1535). — L'assedio e le trincere. — Combattimenti e sortite. — Mortalità dei nostri.
VIII. — Batteria generale di terra e di mare. — Manovra speciale delle galere. — Distruzione delle difese. — Assalto alla Goletta, vittoria e conseguenze (14 luglio 1535).
IX. — Fieri propositi di Barbarossa contro i suoi. — Risposta del Giudèo. — I consiglieri di Carlo V. — L'Orsino propone l'espugnazione di Tunisi. — Marcia dell'esercito cristiano. — Campo di Barbarossa e sua ritirata (19 luglio 1535).
X. — Gli schiavi cristiani in Tunisi minacciati di esterminio. — Parere del Giudèo. — Condizione dei rinnegati, e degli schiavi. — Accordo tra loro. — Sollevazione interna e vittoria dell'esercito cristiano. — Fuga di Barbarossa e del Giudèo, morte di Cacciadiavoli (21 luglio 1535).
XI. — Carlo in Tunisi. — Patti col nuovo Re. — L'Orsino porta in Roma i serrami di Tunisi. — Lapida al Vaticano senza il suo nome! (agosto e dicembre 1535).
XII. — Carlo in Roma e querele contro Francesco per Milano (5 aprile 1536). — Chiamata dei Turchi. — Armamenti di Solimano, e provvidenze del Papa (1536).
XIII. — Paolo III in Civitavecchia per gli armamenti (aprile 1537). — I Turchi pigliano Castro nella Puglia (8 luglio 1537). L'Orsino con sei galèe unito all'armata del Doria. — Cacciata dei convogli nemici (10 luglio 1537).
XIV. — Presi ed arsi quattordici schirazzi (13 luglio). — Due galere e una galeotta gittate a traverso. — Il Bey, prigioniero dei Cimmeriotti, incolpa i Veneziani. — Solimano dichiara guerra a Venezia, e richiama i suoi dalla Puglia (20 luglio 1537).
XV. — Crociera per proteggere i Veneziani. — Combattimento di quaranta contro dodici. — Valore fa numero. — Vittoria stentata dei nostri. — I pezzi di mezzania sulle galèe conchiudono (23 luglio).
XVI. — Risarcimenti al Pacso. — Divisione della preda. — Ritorno a Messina. — Feste dei Siciliani. — Difesa dei Veneti. — Ritirata di Solimano (settembre 1537).
XVII. — Venuta dei Francesi in Italia e loro rovesci. — Spedizione per richiamare Solimano. — Fazioni dell'armata. — Ritorno di tutti ai loro porti (ottobre 1537).
LIBRO SESTO.
CAPITANO GENTIL VIRGINIO ORSINI,
CONTE DELL'ANGUILLARA.
[1534-1548.]
PARTE PRIMA. DAL 34 AL 37.
[12 ottobre 1534.]
I. — Esultarono i Romani la notte del dodici d'ottobre, quando alla suprema dignità col nome di Paolo III salì il cardinale Alessandro Farnese, strettamente congiunto con quasi tutte le grandi famiglie della città, tra le quali niuno più da un secolo, dopo Martino V, aveva tenuto le somme chiavi: e il nuovo Eletto fin dal principio, alle amorevolezze della sua patria corrispondendo, non dissimulò il proposito di rilevarne la sorte, affidando ai concittadini suoi secondo il merito le cariche vacanti, massime della milizia e della marineria. L'inclita progenie degli Orsini[500], pari a qualunque delle maggiori di Roma e di fuori, e tanto conosciuta, quanto basta per iscusare ogni altro discorso intorno agli altissimi pregi di antichità e di grandezza, cui non potrà mai nulla aggiugnere l'adulazione nè togliere la malignità, tra le prime provò gli effetti dei nuovi favori diffusi sul patriziato romano: ed il supremo comando del mare venne affidato a Gentil Virginio Orsini, conte dell'Anguillara, uomo per arte e per valore da essere annoverato tra i primi marini del suo tempo, che pur n'ebbe di molti e di eccellentissimi. Prospettando il pelago dai littorani castelli dei suoi maggiori[501], aveva posto il Conte fin dalla prima età amore e studio grandissimo alle cose del mare; e coi propri navigli militando prima e dopo, anche in Francia, giunse a meritarsi, quantunque straniero, la rarità dell'ordine di san Michele, e il grado di luogotenente generale nelle marittime armate del re Francesco. Stringomi ora alle cose romane, e incomincio coll'inedito documento della sua nomina[502]:
[20 novembre 1534.]
«Paolo papa III al diletto figliuolo Gentil Virginio degli Orsini, conte dell'Anguillara, e capitano generale delle nostre galèe. — Figlio diletto, salute ed apostolica benedizione. — La nobiltà del sangue e dell'animo tuo, la singolar fede e devozione che sempre hai dimostrato verso di Noi e verso l'apostolica Sede, della quale tu sei nobil suddito, giustamente ci fanno volgere il pensiero a te per chiederti il fedele servigio della tua spada e del tuo senno a beneficio nostro e della Sede predetta. Nella fiducia dunque di vederti degnamente corrispondere alla grandezza della inclita casa tua ed alle nostre fondate speranze in tutto quello che ti verrà commesso, noi per autorità apostolica e pel tenore del brevetto presente a nostro beneplacito facciamo, costituiamo e deputiamo te stesso (che anche secondo le ragioni del sangue sei nostro parente) per Capitan generale delle galèe nostre tanto esistenti quanto da essere costruite di nuovo, e di più per commissario nostro nel porto e nella terra di Civitavecchia, con tutti gli onori, pesi, giurisdizioni, facoltà ed emolumenti, secondo le leggi e le usanze appartenenti ai capitani generali delle galèe ed ai commissarî nostri nei predetti porto e terra. Quanto agli stipendî, noi fin d'ora confermiamo e vogliamo osservati i capitoli della tua condotta, intavolati tra te e il diletto figlio Agostino (Spinola), del titolo di santo Apollinare prete cardinale, nostro e della santa romana Chiesa camerlengo, come se qui fossero integralmente inseriti. Noi pertanto in virtù di santa obedienza comandiamo a tutti e singoli gli uomini della predetta terra, porto e galèe; ed a quelli di tutto lo Stato e dominio della santa Chiesa romana, specialmente dei luoghi littorani, tanto del Tirreno quanto dell'Adriatico, e similmente a tutte le comunità, popoli e particolari persone, ed ai loro governatori comandiamo che ti riconoscano per Capitano generale delle galèe e per commissario nostro, e ti obbediscano come si deve e si suole, e ti diano sempre e dovunque favore ed assistenza. Altresì comandiamo a coloro cui spetta di somministrarti ciò che ti devono secondo le leggi e le consuetudini, non ostante qualunque cosa in contrario. Vogliamo tuttavia che, prima di prender possesso del detto ufficio, tu debba essere tenuto a prestare il consueto giuramento nelle mani dell'istesso Camerlengo, ed a promettere e mantenere le altre convenzioni, secondo il tenore dei predetti capitoli.»