La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 30

Chapter 303,619 wordsPublic domain

»Due smerigli grandi per le bitte, et quattro piccoli per le bande[472]. Et più le carcature per la predetta artiglieria[473].

»Lo inventario di sopra scritto è tutto della galèa capitana, e così delle altre due galèe, riservato il fanale, et le caldaje di pece.

»Et più il bucio[474] del brigantino co' suoi banchi.

»Item albero et antenna guernito di sartia e taglie.

»Item remi trentadue.

»Item una vela guernita.

»Item un ferro per sorgere.

»Item un cavetto e due provesi.

»Fra Bernardo Salviati priore di Roma.»

NOTE:

[445] PROTOCOLLO del notajo Berisio, nell'Archivio dei Notari e Cancellieri di Camera a Montecitorio in Roma. Volume intestato _Contract. ann. 1534, cart. 152, vers._

«_Die XVI aprilis MDXXXIV. R. D. frater Bernardus de Salviatis prior prioratus almæ Urbis, Ordinis sancti Joannis hierosolymitani, et triremium SSmi D. N. Papæ ad custodiam maris Thirreni dispositarum Generalis capitaneus, sua sponte etc. per se etc. dixit et declaravit, et palam publice confessus fuit in tribus triremibus et brigantino, quorum ut præfertur capitaneus existit esse omnes et singulas munitiones et furnimenta infrascripta Cedula inferius registrata, et ejus manu et subscriptione munita, contenta et annotata. Quæ omnia una cum prædictis galeis et brigantino præfatus D. Bernardus capitaneus restituere et consignare promisit, juxta formam capitulorum dictæ conductæ omni exceptione remota. Pro quibus etc. se obligavit etc. — Actum Romæ in palatio familiæ de Medicis, prope Agonem, nunc habitationis ipsius D. Bernardi etc. — Tenor dictæ Cedulæ.:_»

[446] _Inventario_, qui segue il testo in volgare, salvo l'ammenda ortografica: e si noti che non è per la restituzione immediata, ma per la consegna, coll'obbligo di restituire quando ne sarà richiesto dalla Camera.

[447] _Galèa_, dalla clausola in fine si deduce che si parla della Capitana, essendo le altre due ugualmente fornite, meno il Fanale, proprio della prima, e alcuni attrezzi comuni a tutte tre.

[448] _Pedagna_, queste voci ho già dichiarate nella storia del _Medio èvo_, I, 187: ho detto come i rematori salendo dalla pedagna alla banchina e al banco «_facevano descrivere al braccio del remo spazio circolare doppio più che non era la distanza da banco a banco, gittandosi colle spalle addietro, e traendosi il remo al petto sino alla proda del banco seguente_.» Questo metodo era notissimo, come pur qui si vede, due secoli prima di Giambattista Baliani, il quale nei suoi Opuscoli fisico-matematici ritorna sul medesimo, come se fosse nuovo. Parrebbe che al suo tempo (secolo decimosettimo inoltrato) fosse stato da altri dismesso e da lui riprodotto; per quanto ora si può argomentare dall'oscuro latino suo, e senza figure.

[449] _Catene_, oggi nei quadri diconsi _Landre_.

[450] _Aguglia_, ciascun pernio grande su cui gira il timone, il dim. _Agugliotto_. — _Feminella_, l'occhio mastiettato con le sue bandelle, nel quale entra l'aguglia. — L'_Aggiaccio_ è la barra per governarlo.

[451] _Remi_ per vogare a terzeruolo, cioè con tre remi per banco: indi banchi ventisette, remi 162, e otto di rispetto.

[452] _Catene_ interziate, torna il medesimo tre rematori per banco.

[453] _Accette_, per legnare nei boschi.

[454] _Ronzoni_, àncore a quattro marre senza ceppo.

[455] _Vernicale_, torna la voce per scodella grande, come è detto fin dal 1268. (I, 352.)

[456] _Stipa_, ramaglia da brusca usata nel calafatare: per traslato le botti che sopra vi posano.

[457] _Pavesi_, scudi da far pavesata.

[458] _Artimone_, qui vela latina, minore del bastardo.

[459] _Mattaffioni_, funi matte, cioè cavetti che per lo più non si annodano, ma pendono dalle verghe o vele, ed oscillano al vento, e servono a diverse legature quando occorre sulle vele e verghe medesime. — _Cordino_ per raccogliere la vela nel mezzo.

[460] _Trevo_, vela quadra e bassa; cioè vela di fortuna per la galèa.

[461] _Prodàno_, in genere canapo di proda o di prua, talvolta ormeggio, e talvolta straglio di prua: e specialmente cavo piano di primo tiglio per lavori di forza.

[462] _Vetta_ dal lat. _Vitta, ae, f. a vinciendo_, Capo di manovra minore sopra un'altra manovra maggiore. Tirante, o Menale.

[463] _Ghindare_ già dichiarato (I, 200, 220.)

[464] _Osta_, cavo che mette e tiene l'antenna al vento, ed osta che non si sposti.

[465] _Orza_ qui manovra e cavo da orientare il carro; e la novella di riserva in caso che l'ordinaria si rompa.

[466] _Palmare_, _da palo e mare_: canapo manesco da essere portato per acqua da un uomo a nuoto, e legato a un palo in terra. Indi le voci Palombaro, Paróma e simili.

[467] _Grippia_ da aggrappare, Cavo legato all'àncora e al gavitello che ne segna il posto: _da collo_, dicesi quella più forte che ajuta a salpare.

[468] _Barbetta_, cavetto per legare lo schifo a rimburchio.

[469] _Serpentino_, cannone da cinquanta e di lunga volata, e lunga canna, sino alle ventisei bocche, ma leggiero di metallo.

[470] _Mezzi cannoni_, da ventiquattro e di lunga canna.

[471] _Quarti cannoni_, cioè da dodici per le bande, da appostare sui fianchi, come si vedrà qui appresso.

[472] _Smerigli_, tornano altri quattro pezzi sui fianchi, come sopra. _Smerigli piccoli_ da quattro libbre di palla, che traevano a scaglia posti sui ceppi.

[473] _Carcatura_, polvere, palle, metraglia, e tutta la munizione degli undici pezzi.

[474] _Bucio_: ecco una prova di più, oltre a quel che è detto del Bucintoro nel _Medio èvo_ (II, 469): la voce durava nel secolo XVI.

[20 aprile 1534.]

X. — Non posso lasciar correre la lindura e la brevità del documento ora prodotto senza la compagnia di alcuni commenti. Il capitano Salviati, parlando del fusto di un brigantino, non si perita chiamarlo il Bucio. Dunque la radicale ormai notissima del famoso Bucintoro durava pel comune uso tradizionale anche nel secolo decimosesto, e sotto la penna di un marinaro che sentiva a un tempo di Firenze, di Malta e di Roma. Potrei citare altri esempî[475]. Ma più di tutto stimo il suggerimento dell'Archivio Veneto, e l'opinione anteriore di Angelo Zon, da me non avvertita prima, la quale ora corrobora la mia diversamente cavata, e tronca ogni altra disputa con un argomento di fatto[476]. Il cerimoniale della basilica di san Marco, codice del secolo decimoterzo, parlando della festa solenne dell'Ascensione, e della comparsa del Bucintoro alla marina di Venezia, dice tutto aperto[477]: «I Canonici devono accompagnare il Doge quando navigherà sul Bucio.»

Nel nostro documento esce adesso per la prima volta il titolo di capitano Generale[478]. Bisogna avvertire che, venuto al governo della squadra romana, il Salviati già teneva al suo carico la squadra maltese; e per questo comandava sedici galèe, con due capitane. Indi a maggiore autorità fece seguito più grandioso titolo. Lo stesso innalzamento dopo venti anni successe in Malta a proposito di Leone Strozzi, di cui si legge così[479]: «Al primo di giugno 1553 Leone Strozzi, priore di Capua, prese possesso delle galere che erano sette: cioè le quattro ordinarie della Religione, e le tre del medesimo Priore, che stavano al soldo del comun tesoro. E perchè egli aveva avuto così gran carichi, et allora comandava due capitane, per questo fu egli da tutti chiamato comunemente il Generale. E questa fu la prima volta che il capitano con tal titolo chiamato fosse.» Similitudine di cause, di effetti e di avvertenze tra Malta e Roma.

Vuolsi ancora notare nell'inventario il costume romano sul conto delle artiglierie. In ogni galèa undici pezzi, e i tre maggiori serpentini. Intendi cannoni colubrinati, di lunga canna, almeno di ventisei bocche, per più lontana gittata; e non troppo ricchi di metallo per maggior leggerezza. Il corsiero da cinquanta, i laterali da ventiquattro, gli estremi da dodici; due smerigli alle bitte, e quattro alla mezzanìa. Sistema espressamente ricordato dal Pantera con queste parole[480]: «Oltre al pezzo di corsìa, sogliono le galere portare un sagro dall'una e dall'altra parte, e appresso ai sagri si mette un cannone petriero da quindici: e più si suole accomodare verso le posticce uno smeriglio dall'una e dall'altra banda della galèa. Questi pezzetti, caricandosi con i mascoli et maneggiandosi facilmente, sono comodissimi. Alla poppa portano un simile pezzetto da ogni parte alla spalla, o un petriero piccolo, acciocchè aggravino meno. Et quest'ordine si tiene nell'armare di artiglieria le galere ponentine.» Ne vedremo l'importanza e l'applicazione.

Più largamente pel tempo successivo entrano in questi particolari i codici più recenti dell'Archivio camerale, cominciato per ordine di Alessandro VII, e continuato infino agli ultimi tempi[481]. Centinaja di volumi, attenenti alle cose del mare, che forse io solo (dopo messi ai palchetti) ho studiato ad uno ad uno per amplissima concessione del cavaliere Angelo Galli, ministro allora delle Finanze in Roma, e coll'assistenza di Pietro Benucci, archivista del ministerio: ambedue ricordati per debito di gratitudine. Ne darò gli estratti secondo il corso dei tempi seguenti: ma perchè questi ci rimandano agli anteriori, valgano per sempre i cenni presenti di fatto mio proprio, che tutti quei codici ho veduto nel palazzo Salviati (fabbricato dal medesimo nostro capitano Generale), donde sono passati al moderno Archivio di Stato, come mi dice il Corvisieri.

NOTE:

[475] BOSIO, III, 136, C: «_Barbarossa fece appiccare il fuoco bruciando alcuni Buchi di galere già fabbricati per conto di Clemente VII._»

ITEM, p. 173, D: «_I Veneziani accomodassero il Pontefice dei Buchi che ricercati avesse per fare il numero di galere._»

ITEM, p. 849, E: «_S. Santità havuti in prestito dodici buchi di galere dai Venetiani, armare gli fece alle sue spese._»

[476] ARCHIVIO Veneto in-8. 1874, t. VII, parte prima, GIURIATO.

[477] CRONACA DA CANALE, _Arch. Stor. It._, in-8. Firenze, 1845, alla nota 146: «_Canonici debent sociare dominum Ducem quando iverit in Buzo._» — (Senza vele, senza alberi: Bucio.)

[478] DOCUM. cit. preambolo: «_Bernardus de Salviatis, triremium SSmi domini nostri Papæ capitaneus Generalis._»

[479] BOSIO cit., III, 337, B.

Vedi sopra p. 43.

[480] PANTERA, _Armata navale_, in-4. Roma, 1614, p. 87.

[481] INVENTARIO di tutte le posizioni, istrumenti, tabelle, chirografi, contratti, carteggi, eccetera, risguardanti le materie camerali, divise coll'ordine relativo al nuovo metodo, con cui si ritengono nella computisteria generale della R. C. A. e nell'archivio generale del Ministero di Finanza, situato nel palazzo già Salviati, ora Camerale alla Lungara:

«_Pagina 220: Civitavecchia, navi e galere pontificie, cui sono, state poi surrogate le Barche guardacoste._

»_Tomi dodici delle materie attinenti alle galere e navi dal 1652 al 1789._

»_Altri tre come sopra, di seguito._

»_Altri due di relazione storica dei fatti concernenti l'assento delle galere, navi, e fregate, cui sono succedute le guardacoste, scritta dall'ab. Sperandini allora sostituto commissario._

»_Altro volume di materie risguardanti la costruzione delle antiche guardacoste._

»_Armamento di due galeotte corsare per guardare la spiaggia dell'Adriatico dal 1737 al 1754._

»_Scritture per la causa agitata avanti la congregazione dei conti fra la R. C. A. e l'impresario della costruzione delle nuove guardacoste, sulla pretensione del Bonifico delle spese oltre al convenuto, e suo rescritto in fine._

»_Altri tomi risguardanti le navi di alto bordo e le fregate san Pietro, san Paolo, san Clemente e san Carlo._

»_Strumenti, cause, promozioni, processi, assentisti, arsenali, torri, navigazioni, Tevere, passonate, tiro, ec. ec., sino ai volumi segnati 775, 797._»

[12 giugno 1534.]

XI. — Ma poichè si avanza la buona stagione per navigare, e già da più parti sul Tirreno scorrono gli amici ed i nemici nostri, gli è tempo di uscir dagli archivi di stato e dei notaj, e di rivolgerci al mare, dove al marzial brio possiamo anche da lungi riconoscere la squadra del Salviati. Sono sei galèe: tre della guardia consueta, ed altrettante armate alle spese dello splendido capitano, desideroso di farsi merito, e sicuro di trovarne compenso. Gran cose deve aver fatto in quest'anno, quantunque non se ne trovi sillaba negli scrittori romani. Ma l'eco della fama allora ne portò infino a Genova le notizie, e di là me le rimena per la penna del Bonfadio; il quale non tanto strettamente narra le cose sue, che non se ne possano talora avvantaggiare le nostre. Il capitano Marco Usodimare (come dice esso Bonfadio e tutti sanno) nobile e prode genovese, facendo gran conto del Salviati e della sua gente, venne quest'anno con cinque galèe a trovarlo, richiedendolo di conserva contro una grossa banda di fuste e di galeotte piratiche, che rapinavano a talento sulle maremme di Toscana. Navigarono le undici galèe intorno a quelle isole, dalla Pianosa all'Elba, ed al canal di Piombino; e finalmente vennero a sapere che il grosso dei pirati, fuggiti da ogni altra parte, si tenea celato all'aspetto sulle ancore nella cala di Montecristo, isoletta allora disabitata dirimpetto all'Argentaro, e ben visibile col tempo alquanto sereno a chi riguarda da Civitavecchia inverso ponente. Dunque antenne in battaglia, serpentini e smerigli in batteria, soldati e marinari alle poste, e voga arrancata verso la cala. Se non che dalle alture dell'isola avendo le guardie dei nemici discoperto le nostre galere, imbrancaronsi in fuga precipitosa; risoluti a loro costume di schivare lo scontro dei navigli militari. Nondimeno due galeotte, meno delle altre preste a fuggire, sopraggiunte e investite, vennero in potere di Bernardo e di Marco; ed una terza, pertinacemente inseguita con lunga caccia, mainò la bandiera e s'arrese all'altura di capo Côrso. Ducento Cristiani liberati dalla catena, cento e più ladroni messi al remo, tre legni presi a rimburchio, e buona preda divisa tra Genova e Roma[482].

Pensate feste al ritorno dei vincitori: feste sovente negli scorsi secoli, e infino al principio del presente ripetute nelle nostre città marittime per celebrare il trionfo dei prodi contro i barbari: feste pur accennate qua e là da parecchi con qualche generica declamazione, ma da niuno divisate colle particolari costumanze tradizionali, che si usavano quasi all'istesso modo in Nizza, in Genova, in Livorno, in Civitavecchia, e in tutti i porti d'Italia. Di che facendosi ogni giorno più languida la memoria per le mutate condizioni dei tempi, andrebbe ogni traccia finalmente a perdersi, se qualcuno non se ne facesse espositore. L'indole di questa storia tanto stringe più che altri me stesso, quanto ognun vede, a pigliarne il carico: però non mi perito di soddisfarvi, come colui che nella mia patria infino dalla prima età, tra il secondo e il terzo decennale di questo secolo, ho potuto raccogliere gli ultimi ricordi dei nostri veterani, attori e testimonî del secolo anteriore; e ne conservo tuttavia vivissima la memoria. Avrò io adesso a tessere il catalogo delle antiche conoscenze, e a nominare tutti i campioni, dal comandante Andrea Zara, infino al marinaro bombardiere Carlo Viola? Per non divagar tanto lontano col discorso di altri e di me, e senza togliere punto di fede al racconto, basterà che dica di quest'ultimo più che ottuagenario, ma vegeto e rubizzo vecchio, cui noi fanciulli col maestro facevamo corona nelle ore del passeggio vespertino sul molo del Bicchiere per udirne i racconti. Ed egli con bel garbo seduto sul calastrello di riposo d'un pezzo da quarantotto, quivi stesso in batteria sul molo, dicendo e rispondendo alle nostre domande, consolava la mestizia del suo verno, e la giocondità della nostra primavera, discorrendo dei primi suoi combattimenti contro i Turchi, e dei suoi ritorni vittoriosi: e divisava ogni cosa così bene per punto e per segno, e colle circostanze delle persone, dei tempi e dei luoghi che era delizia l'udirlo non solo a noi, ma a chiunque s'incontrasse a passare.

Da lui adunque, e da altri ancora di maggior calibro, abbiamo per tradizione perenne infino al termine, che i vincitori dei barbareschi, nel tornare verso il porto colle prede ammarinate, davano avviso da lungi del felice avvenimento e della festosa venuta: gala di bandiere, e nove spari di cannone con tre rapidi colpi per tre lunghi intervalli. A quel segno i cittadini, messa da parte ogni altra cura, concorrevano al porto; i guardiani approntavano le cautele del lazzeretto, la guarnigione schieravasi sulla calata, le campane di santa Maria sonavano a gloria, e la fortezza, spiegati gli stendardi maggiori, salutava i vegnenti con tiri ventuno, la piazza salutava con sei. Le prime notizie ad alta voce davansi e riceveansi dal fortino del Bicchiere, presso la bocca di Levante; e di là partiva il primo scoppio di plauso ai reduci valorosi, e l'ultimo vale di congedo agli estinti benemeriti. I legni entravano nel porto traendosi dietro le prede colle bandiere rovesciate, e lo strascico in mare: pigliavano la posta al molo del lazzaretto; e sbarcavano spartitamente, tra le voci e i saluti del popolo, prima i Cristiani affrancati, e poi i Turchi prigionieri, perchè sotto custodia purgassero la contumacia. Ciò fatto squillavano le trombe di bordo, e salutavano santa Fermina protettrice dei naviganti: poi volgendosi rispondevano ai saluti della fortezza e della piazza colpo per colpo: e subito, senza pigliar pratica, uscivano dal porto per consumare al largo in crociera di guardia la quarantina: pronti ogni giorno a rinnovare le medesime feste e cautele, se la fortuna li avesse rimenati a novelli cimenti. Finalmente cessato ogni pericolo di contagio (per quei tempi anche la peste entrava tra i favori consueti dei Barbareschi), tutto l'armamento, soldati e marinari sotto le armi, scendevano in terra coi loro ufficiali alla testa, e appresso scalzi in lunga fila i Cristiani affrancati venivano a processione nella chiesa di santa Maria, dove rendevano le dovute grazie a Dio e ai Santi: e per memoria del beneficio lasciavano la bandiera maggiore dei legni nemici.

Ricordo io in Civitavecchia, e ogni altro meco del mio tempo può ricordare, come infino a venti anni fa sul cornicione della stessa chiesa duravano ancora ritti agli stipiti di ciascuna finestra i gruppi di queste bandiere: aste di quasi tre metri, e stamigne di color rosso vergate di bianco con più maniere di stelle, di scimitarre e di rosoni. Quei trofei delle nostre istorie tolti dal posto, e messi in pezzi al focolare sotto la caldaja, caddero in un giorno tutti in cenere; tanto che nè a me nè ad altri maggiori (quando il puzzo ne venne in Roma) non fu più dato di poterne ricuperare briciola; e ciò pel fatto stupido di chi ebbe mano negli ultimi ristauri di quel luogo. Al modo stesso pur quivi ne avevano manomessi parecchi anche prima, e continuamente se ne disertano altrove. Colpa di moderne fantasie, e di vecchie ignoranze. Valgano queste parole per avviso, anzi che per biasimo: e servano di compenso ai pubblici monumenti recentemente perduti. Parole scritte da chi ricorda la riverenza con che gli anziani li additavano, e l'ammirazione che i giovani ne sentivano: parole di chi ora, richiamando le prime e care impressioni dell'adolescenza, ripensa come dalle bandiere della Chiesa e dai racconti del Molo siansi forse derivati nella sua mente ancor tenera i primi semi di questi volumi.

NOTE:

[482] JACOBUS BONFADIUS, _Annales Genuen._, lib. II, apud. — GRÆVIUM _in Thesaur._ I, 1360, A: «_Marcus Ususmarius.... cum sex triremibus pontificis maximi sibi conjunctis, cum intellexisset prædonum manum ad insulam quæ Mons-Christi appellatur consedisse, eo celeriter contendit, et primo statim adventu duas eorum biremes, et paulo post ad caput Corsum tertiam expugnavit. Prædones ad centum comprehensi atque in servitutem adducti; ducenti vero Christiani a servitute soluti._»

[1 luglio 1534.]

XII. — Ma perchè voglio conchiudere, torno a Solimano, intorno al quale oramai scopertamente si raccoglie e cresce per ragion di stato la grande pirateria. Dopo i rovesci di Corone, caduto in disgrazia prima Omèr-Aly, e appresso Lufty-Bey, sottentra al governo dell'armata ottomana, come supremo ammiraglio, il terribile Barbarossa: e l'innalzamento di cotesto pubblico ladrone ad ufficio e dignità tanto principale nella monarchia mi conduce a considerare più largamente le condizioni di lui, dei suoi pari, e la nuova alleanza al culmine, per questi tempi, tra i pirati e la casa ottomana.

Solimano teneva l'animo alle conquiste; non pure a danno dei Cristiani, ma anche a scapito dei Musulmani. L'Africa settentrionale maggiormente solleticava i suoi appetiti, e non è a stupire che anche verso quelle parti distendesse i capi della sua rete. Vedeavi largamente diffusa per opera dei Turchi, sudditi suoi, la minuta e la grande pirateria; e arguiva il vantaggio che pe' suoi divisamenti avrebbe potuto cavarne. I pirati, datisi alle rapine contro il commercio di levante e di ponente dalle marine di Rodi e di Cipro, infino alle riviere d'Italia, di Francia e di Spagna, per necessità avevano dovuto cercar rifugio, ricetto e protezione nei porti vicini dell'Egitto e di Barberìa; ed i sovrani indipendenti delle antiche dinastie arabe e berbere non eransi ricusati di accogliere lietamente i venturieri per dimostrazione di fratellanza mussulmana, e per ingordigia di guadagni castrensi. Gli stolti chiamandosi in casa gente strania e ladra, e vedendola ogni giorno crescere di potenza, di clientela e di prestigio, non prevedevano doversi attendere a essere una volta o l'altra cacciati. L'occasione alla lunga non poteva fallire, nè potevano i pirati mancare di un punto all'occasione. Venne il destro a senno di Solimano: la strada aperta, i popoli volubili, i ladroni potenti. Egli prese tutti i pirati sotto la sua protezione, e con un sol tiro seppe rivolgere ogni cosa a suo pro; crescere tormento ai Cristiani, rimettere a nuovo la sua armata navale, cacciare i vecchi padroni di Barberìa, e sottoporre l'Africa al suo dominio. Sapeva bene il tristo, come pei fatti si comprovò, che non avrebbero potuto da sè soli i pirati occupare tanto paese, e molto meno mantenerselo lungamente contro i caduti, senza l'ajuto di Costantinopoli, e senza riconoscere, come egli voleva, l'alta sovranità del Sultano. Siamo or dunque al compiuto svolgimento di queste tresche per opera dei maggiori pirati, ed ora fa mestieri chiamarli a rassegna, secondo l'ordine e i meriti di ciascuno.

A quattro a quattro ci compariscono nei tre periodi della nostra storia i principali archimandriti della pirateria, traendosi appresso alla loro fortuna tutto il codazzo dei minori satelliti. I corifei della prima quadriglia, venutici innanzi, sono già passati fra le ombre. Camalì, principe di Santamaura, impiccato al suo posto[483]. Gaddalì, gran capitano di Tunisi, messo in catena alla Pianosa, e non più riscosso[484]. Curtògoli signore di Biserta, ammiraglio di Solimano, e principe di Rodi, caduto e decrepito nell'isola[485]. E il quarto, Carrà Maometto, viceammiraglio ottomano contro i Gerosolimitani, sbranato da una palla di cannone, durante l'assedio[486].

Sottentra la seconda quadriglia di maggior comparsa: e ci stanno ora innanzi, tutti allievi della prima scuola in aria di superare i maestri, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. Verranno appresso quei della terza: e nomineremo a suo tempo Moràt, Dragùt, Scirocco e Lucciali. Ora diciamo dei presenti.