La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 28

Chapter 283,798 wordsPublic domain

II. — Quindi il nostro squadrone, bene in ordine e fornito di tutto punto, salpò da Civitavecchia alli quattro di giugno, e fu così presto in Napoli, come Andrea Doria col resto dell'armata. Ma il Principe in confusione, non potendo imbarcare le fanterie spagnole assegnate a questo viaggio, perchè si erano apertamente ribellate sotto il pretesto delle paghe, e per compenso avevano saccheggiato la città di Aversa, e fatto di grandi malvagità in tutta la provincia[418]. Pazienza, tempo. Federigo di Toledo, il marchese del Vasto, e danari sonanti ammansarono la stizza di quei feroci, che si lasciarono condurre a Messina, dove il Principe aveva ancora a provvedersi di vittuaglia, di munizioni, e di molte altre cose occorrenti al soccorso della assediata città. Al cui presidio intanto, volendo accrescere le speranze, mandò con una scelta galèa velocissima Cristoforo Pallavicini, adottato in casa Doria, perchè portasse l'avviso del soccorso vicino. Cristoforo, arditissimo manovriero, di pieno giorno e alla vista dei nemici passò per prua dinanzi alle galèe dei Turchi, ed entrò a salvamento nel porto piccolo di Corone. Colà pose in terra alcuni rinfreschi, dette il danaro, rimise le lettere: e senza attendere altrimenti alle difficoltà ed agli sconforti, coll'istesso coraggio e fortuna volle tornarsene per recare personalmente al Principe piena contezza dello stato della piazza, e come il presidio si teneva saldo nella speranza della sua venuta[419].

[Luglio 1533.]

Oltracciò ebbe il Principe pienissima informazione di molte altre cose necessarie a sapere per suo governo, e che non si volevano manifestare a tutti, specialmente intorno alle condizioni dell'armata nemica, condotta dal vecchio Lufty-bey. Cristoforo aveva contato novanta legni; sessanta galèe grosse, e il resto fuste e brigantini: aveva veduti i gagliardetti dei pirati di Ponente, e del Moro d'Alessandria: e di più tutto il naviglio sugli ormeggi in quattro, coi capi di posta a poppa, segno di poca disposizione per levarsi di là, dove stavano ammassati nella cala di capo Gallo, a ostro della piazza e fuori del tiro. Di che Andrea prese animo: e quantunque il nemico lo avanzasse nel numero, e non si fossero vedute mai le dodici galèe promesse di Spagna, deliberò nondimeno seguire ad ogni modo il suo viaggio, ed entrare in Corone, facendo assegnamento sopra i Ponenti freschi, che sogliono spirare di estate dopo il mezzodì. Avanti, senza mettersi a niun rischio di battaglia: chè sarebbe stata imprudente col nemico o sui ferri o alla vela ogni altra fazione atta a ritardare o ad impedire lo scopo principale del soccorrere la piazza, e di sciogliere l'assedio.

[2 agosto 1533.]

Dunque ordina che tutti sian pronti al primo cenno: due galeoni di gran corpo, pieni di gente e di grossa artiglieria, vadano innanzi; segua la reale con ventisette galèe nel corpo di battaglia, alla destra si metta il Salviati colle sedici galèe di Roma e di Malta; alla stanca Antonio Doria con altrettante di Napoli e di Sicilia; alla coda colle salmerie le trenta navi; queste, schifando ogni riscontro di nemici, tirino di lungo, e corrano difilate verso la fortezza per mettersi sotto alla difesa del suo stendardo, e del suo cannone. Così ordinati escono di Messina ai due di agosto, gittansi a golfo lanciato sulla Morèa, spuntano capo Gallo, si coprono di cotone, e via col vento fresco di buonbraccio verso la piazza. Passa il convoglio, passano le navi, e appresso passano le galèe: e i Turchi all'áncora nella bella cala di ponente guardano per prua il passaggio de' nostri, senza dar segno nè di battaglia nè di mossa, se non quando di lontano traggono colpi d'artiglieria, ricambiati del pari, con poco danno delle due parti. In somma dal lato del mare l'assedio è sciolto, e l'armata vincitrice ammaina sotto le mura della piazza.

[7 agosto 1533.]

Qui un'altra volta mi è dato osservare, col Salviati e coi contemporanei, l'imperizia dei Turchi nella tattica navale. Considerazione di gran momento per intendere come e quando costoro divennero poscia per fatto proprio e per altrui opinione eccellenti marini a nostro danno. Avrebbe dovuto Lufty da capo Gallo, subito subito passate le navi a vela, tagliar le gomene o filarle per occhio, e gittarsi a furia sullo squadrone seguente delle galèe; e ne avrebbe facilmente ottenuta vittoria, trovandosi superiore del doppio nel numero, e padrone di tagliare fuori l'armata sottile dalla grossa. Imperocchè le navi di alto bordo, una volta passate col vento fresco di Ponente, potevano ben continuare la rotta a levante, ed anche potevano fermarsi sull'ancora sottovento: ma del tornare indietro per ricongiungersi o per soccorrere le galere sarebbe stato impossibile. Nondimeno Lufty, attonito e irresoluto, non seppe conoscere nè cogliere il grandissimo vantaggio che gli si offriva; e lasciò senza contrasto compiere ai nostri il divisato soccorso[420].

Se non che la fortuna sempre variabile ci richiama nel mezzo del mare, e ci mette in procinto di battaglia. Due grosse navi delle nostre a mezza strada si abbordano tra loro, e impigliansi a vicenda per le verghe e per le sartie: navi cariche di munizioni e piene di infanteria spagnuola da sbarco. La speranza di facile preda stimola Lufty, il quale finalmente distacca alquante galèe per ghermir le due navi restìe: ed ecco le galèe nostre volgere indietro a remo per liberarle. In poco tempo una nave è già perduta, l'altra è agli estremi, e si sostiene a pena per la bravura del capitano Hermosilla. Il Doria e il Salviati avvampano di sdegno, Lufty palpita di spavento, il Moro freme di rabbia. All'appressarsi delle poche galèe cristiane, i Turchi si ritirano, le due navi restano libere, e sulla ricuperata troviamo prigionieri ducento giannizzeri derelitti dai compagni, dopo esserci stati messi per marinarla. Non basta, chè il Salviati si caccia appresso al nemico fuggitivo, tormentandolo alle spalle con spessi tiri, e già è presso ad investire una galèa sdrucita e azzoppata dal suo cannone. Ma il Principe lo divieta con un tiro senza palla, e giù la bandiera a mezz'asta, perché torni addietro. Dove tutti lodano la intrepidezza e la manovra del Salviati; e lodano altresì il senno del Principe. Prima in questo caso compiere il disegno stabilito di soccorrere la piazza, poi l'altro di combattere coll'armata nemica[421].

Al ritorno del Salviati i maggiori capitani scesero in terra; e il Mendoza, squadronate sulla piazza le fanterie sopraggiunte colle prime navi nel porto, fece dalla sua parte gagliardissima sortita: cacciò i Turchi dalle trincere, prese il campo, demolì i ridotti, tolse i cannoni; Lufty-bey al tempo stesso prueggiò verso Modone: e così in un giorno per terra e per mare fu sciolto l'assedio[422].

NOTE:

[418] MAMBRINO ROSEO, _Continuazione delle Storie del Mondo di Giovanni Tarcagnota_, in-4. Venezia, Giunti, 1598, III, 153.

PAOLO GIOVIO cit.

COLLENUCCIO, ROSEO, E PACCA, _Storia di Napoli_, in-4. Venezia, 1613, II, 113: «_Occorse di giugno che i soldati vecchi spagnuoli abbottinatisi per conto delle paghe havevano occupato Aversa, et saccheggiatala; et fatto di gran danni ad altri luoghi in Terra di Lavoro._»

[419] CAPPELLONI cit., 52.

SIGONIO cit., 160.

[420] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 52.

[421] BOSIO cit., III, 127, B: «_Il prior di Roma più di tutti avanzato.... stava già per investire alcune galere turchesche.... fu proibito dal Principe._»

[422] CLEMENS PP. VII, _Ferdinando rom. regi. sub die XXI augusti MDXXXIII_, ap. RAYNAL.: «_Per hos dies præsidium Coronis, quod a Turcis obsidebatur, cesareæ et nostræ classis virtute, obsidione liberatum._»

[31 agosto 1533.]

III. — Liberati dal presente pericolo, i collegati rivolsero l'animo a premunirsi contro gli assalimenti futuri: sbarcare le vettovaglie e le munizioni, risarcire le mura, scambiare il presidio, opere di prestissima esecuzione[423]. Il Mendoza col suo terzo riprese il mare, secondo il patto; ed alla guardia di Corone sottentrò il maestro di campo Maccicào con tre mila di quei fanti che si erano ammutinati in Aversa, perché scontassero la pena della sedizione. Indi l'armata nostra si rivolse di nuovo contro Lufty, che si teneva tra la Sapienza e Modone. Indarno lo sfidarono a battaglia: esso portò in pace tutte le cannonate e tutte le vergogne che gli toccarono; e ognora più stringendosi al sicuro sotto le batterie di quella fortezza, e sempre governandosi timidamente, come aveva fatto dal principio, rifiutò la sfida, e cedette ai nostri la padronanza del mare. Vero è che Solimano aveagli strettamente ordinato di fuggire il cimento, ma esso eseguiva l'ordine con soverchia timidezza: e tutto ciò evidentemente più e più dimostra che infino a questi tempi i Turchi nè riputavansi da sè, nè dagli altri erano riputati invincibili in mare. Non però di meno tra poco vedremo cambiarsi tutto al rovescio l'opinione; e poiché siamo presso al termine tra l'uno e l'altro avviso, ne fo ricordo, perchè il lettore non abbia a trovarcisi improvvisamente sorpreso.

Che se noi vorremo imparzialmente esaminare anche i fatti della presente campagna ne caveremo tristi pronostici, e risulterà gran differenza anche nelle cose nostre tra il passato, il presente e il futuro. Nel trentadue assedii, battaglie, conquiste, città, fortezze, castelli: ed ora tutto si riduce a cambiare un presidio ed a rifornire una piazza. Niuna impresa di terra, niun combattimento sul mare. Perchè non dar dentro in Modone? Perchè non distruggervi le galèe di Solimano, le fuste del Moro, e il navilio degli altri pirati? Perchè non mettersi almeno alla Sapienza e bloccarli tanto che vi si avessero a consumar di stento? Perchè non venir mai le dodici galèe nuove di Spagna? Perchè tornare indietro e licenziare gli ausiliari nel mese d'agosto? Il Giovio, e tanti altri scrittori nostrani e stranieri, favorevoli e imparziali, tutti dicono essere il Doria andato con pochi, il Bazano rimasto a Messina, Cesare più che mai sicuro in Spagna, le forze navali tolte dal pericolo di una battaglia in Levante, ed i Francesi presi a sospetto in Ponente[424]. Insomma già si vede Carlo tentennare, e volgere l'animo a quei ripieghi con che prima e dopo usarono governarsi i politici della sua corte. Battere il Turco, ma non abbatterlo; osteggiarlo per zelo di religione, e mantenerlo per freno dei rivali; librarsi tra le due col pretesto di salvare l'armata, e scusare ogni magagna col sospetto dei Francesi. Nella sostanza prevalevano le ragioni di stato contro i Veneziani, i quali sarebbero divenuti troppo spigliati in Italia, se altri avesseli ajutati a scuotersi di dosso il peso dei Turchi. Carlo aspettava Milano da Francesco Sforza: e con tanti maneggi di armi nelle Sicilie, col sacco di Roma, coll'assedio di Firenze, e colla lega di quasi tutti i grandi e i piccoli stati italiani, compresivi pure i Lucchesi, proprio in quest'anno, agognava a prepotenza, e temeva soltanto di Venezia[425]. Dunque grande energia sul mare nella guerra turchesca del trentadue, perchè trattavasi della salute di Vienna; ed altrettanta tiepidezza nel trentatrè, perchè non si voleva dar ansa di troppo rilievo ai Veneziani. Politica doppia, e sempre mantenuta dalla corte di Spagna, per la quale perderemo molto capitale, e dappoi i frutti di Lepanto, e adesso presto presto perdiamo Corone, come ora dico per compiere, poichè ci sono, questo racconto.

Lufty-bey aspettò tanto in Modone, che ne fosse partito il Doria; e allora, avendo intatta l'armata, riprese il blocco e l'assedio peggio di prima. Il Maccicào si difese valorosamente: ma chicchessia alla lunga si stracca, e col tempo ogni cosa si muta, e succede or lieta or trista. Pensate lui proprio il Maccicào in una sortita cadere negli agguati ed esser fatto a pezzi con molti de' suoi; pensate gli altri del presidio senza capo, e di quella natura turbolenta che abbiam veduta; e non avrete a maravigliare che nel mese d'aprile del trentaquattro siano tornati i castelli in mano ai Turchi, gli Spagnoli in Italia, e i Greci al giogo per altri tre secoli.

[12 settembre 1533.]

Primi dunque a provare i tristi effetti della mezza campagna ebbero a essere gli autori delle mezze misure. Carlo ci rimise di riputazione, di danaro e di gente, offese i Greci, e perse la piazza: Andrea, perchè non dette dentro, toccò dai pirati di Corone la peggio. Imperocchè essendosi ricondotto a Genova, e avendo lasciate sole in Messina tre delle sue proprie galere per caricare certe seterìe di quei mercadanti, quando esse vollero col ricco carico rimettersi in mare, in vece di tornare a Genova, furono condotte in Barberia dal Giudèo, che se le prese a salvamano[426].

NOTE:

[423] NICOLAUS ISTHUANFIVS, _De reb. Hungar._, lib. XI.

JOVIUS cit., lib. XXXI.

BIZARUS cit., lib. XX.

BONFADIUS, lib. II.

ANDREAS MAUROCENUS, lib. IV.

[424] PAULUS JOVIUS, _Histor._, lib. XXXI, in-fol. Basilea, 1578, p. 222: «_Fuere qui existimarent Turcas universa classe exui ea die facile potuisse, si Auria bazanianas triremes expectare maluisset; quam infirmis viribus a Messana festinare. Sed alii graviore rectioreque Consilio in freto Siciliæ opportune eos substitisse dicebant, ne Italiæ littora penitus omni navali præsidio nudarentur. Neque enim universas triremes in unius pugnæ periculum devocari Cæsar volebat, utpote qui nequaquam exploratam haberet Gallorum voluntatem._»

RAYNALDUS, _Ann. Eccles._, 1533, n. 93.

[425] MAMBRINO ROSEO, _Storia di Napoli_ cit., II, 114: «_Si confermò la lega fra l'Imperatore, il Papa, il Duca di Milano, il Duca di Ferrara, Fiorentini, Genovesi, Senesi et Lucchesi contro i perturbatori della pace d'Italia, costituendo Antonio de Leiva capo e generale sopra la guerra, il quale dovesse stare in Milano._»

[15 settembre 1533.]

IV. — Per opposito il nostro capitano navigando sicuro pei porti di Sicilia, trovò al suo indirizzo lettere pressanti di Roma, che lo avvisavano del matrimonio conchiuso tra Enrico d'Orleano, secondogenito del re Francesco di Francia, e la Caterina de' Medici, figliuola di Lorenzo il giovane, e nipote di papa Clemente. Di più le lettere medesime portavano che, avendo sua Santità accettato l'invito del Re di abboccarsi con lui in Marsiglia e di trovarsi insieme con tutto il parentado alle nozze, non si aspettava altro per cominciare la navigazione, se non il ritorno delle galèe di Levante. Laonde il Salviati, ottenuta dal Grammaestro la licenza di condurre seco colle dodici galèe di Roma eziandio le quattro di Malta, venne difilato nel porto di Civitavecchia, dove imbarcò molte masserizie e arredi, e molta gente della famiglia, co' quali si volse prestamente verso Livorno, a fine di raggiungervi il Papa: il quale partitosi già di Roma il martedì nove di settembre, per Montepulciano, la Valdelsa, e il Valdarno di sotto, era entrato in Pisa e finalmente in Livorno, senza toccare Firenze per quei rispetti che facilmente ciascuno può intendere. Come fu in quel porto la squadra del Salviati, papa Clemente discese alla marina e montò sulla capitana di Francia addì cinque ottobre, giorno di domenica, sull'ora di vespro, intanto che le galèe di Provenza, di Malta e di Roma facevano salva reale per tre volte con tutta la loro artiglieria e moschetteria[427].

[5 ottobre 1533.]

Indi pigliavano il largo, e procedevano così: alla vanguardia alcune galèe più veloci e bene armate col carico di cercare intorno, di scoprire gli agguati e di tracciare il cammino: e queste sotto il governo di ufficiali, cui chiamavano Cercamare, e Re di galèa[428]. Seguiva una trireme di gran rispetto per nome la Duchessa; e quivi i cerimonieri e i chierici della cappella papale, intenti per turno a salmeggiare presso il tabernacolo, ove tra doppieri ardenti si custodiva la santa Eucaristia: primo dei sacerdoti il prefetto delle cirimonie, Pierpaolo Gualtieri di Arezzo, dal cui giornale raccolgo alcune notizie e tutte le date di questo viaggio[429]. Appresso si attelava lo squadrone delle galèe con al centro la Reale di Francia, condotta dal duca d'Albania, ove risiedeva papa Clemente; e nelle altre a destra e a sinistra sedici cardinali, molti prelati, e il resto della curia e dei familiari: finalmente venivano quattro navi di trasporto colle lettighe, le mute dei cavalli, e tutti quegli arnesi e corredi e fornimenti di chiesa, di corte e di città, che il Papa, i Cardinali, e gli altri nelle funzioni e concistori usar dovevano in Francia.

Lo splendido viaggio di un romano Pontefice con sedici Cardinali, all'incontro di un Re di Francia con tutta la sua corte, durante la traversata, teneva gli ufficiali novelli e i veterani della marina in continue conferenze tra loro sull'ordinamento dei saluti. Punto di sommo rilievo nel secolo decimosesto. Quei signori non lasciavano occasione niuna di mostrare altrui cortesia secondo il debito, e di esigere dagli altri uguale corrispondenza. Il codice dei saluti tanto necessario stimavasi a bordo, quanto la carta da navigare. Aveanvi regole generali e particolari, ed eccezioni per ogni capo: lo sparo dei cannoni, la battuta dei tamburi, lo squillo delle trombe, le voci dei marinari, la parata dei soldati, tutto scritto nei tempi e nei numeri, secondo la dignità delle corone, dei personaggi, dei comandanti, dei navigli, delle città, delle fortezze, e simili; a chi il cominciare, a chi il rispondere, o come a un tempo darsi e rendersi i saluti vicendevolmente. Come trattare i supremi generali, o i luogotenenti, o i capisquadra; sulle reali, sulle capitane, sulle padrone; a mare aperto, in porto o in darsena; armati o disarmati, di arrivo o di partenza. Quando uscire incontro ai maggiori, quanto procedere, quale distanza tenere. Come prendere la posta, o libera o colta da altri. Come ricevere le visite, e restituirle: quando issare, mainare, scuotere, o ribattere per saluto la bandiera. Come navigare sottovento, dove mettere lo sperone, come tenersi alla scaletta del più degno, o attelarsi alla pari colle conserve. Quando abbattere la tenda, o stringere le vele, spalare o palpare i remi. E che fare alla presenza di Re, Imperatori, Papi, Principi, e via via: con tante clausole eccezionali, che il codice veniva in pratica difficilissimo, e dava continuo rappiglio di querele ai puntigliosi, e di dispute sentenziose agli interpreti. Però l'istesso codice prescriveva il contegno da tenere contro i mancatori nel caso, che chiamavano, di onore dinegato[430]. Son piene le storie delle controversie perpetue in questa materia dei Genovesi co' Toscani, e dei Cavalieri di Malta con tuttaddue.

Così, sempre salutando, toccarono il Finale e Villafranca, senza entrare nel porto di Nizza per certi puntigli del duca di Savoia; e di là con felicissima navigazione la mattina dell'undici ottobre, sull'ora di terza, comparvero alla vista di Marsiglia, segnalati subito dalle vedette al monte della Guardia.

NOTE:

[426] BOSIO cit., III, 127, E: «_Il Doria lasciò in Messina tre galere a carico dell'Adorno per caricare le sete et altre mercantie per Genova.... le quali diedero negli agguati del Giudèo, che a salvamento le prese._»

[427] JOVIUS cit., lib. XXXI.

BELCAIRUS cit., lib. XX.

GUICCIARDINI cit., lib. XX.

VARCHI cit., lib. XIV.

RAYNALDUS, _Ann._, 1533, n. 78.

[428] BOSIO, III, 65, E: «_Gli antiani atti agli uffici di Re, e di Cercamari. Comanda il Re le guardie, et le altre fationi di Cavalieri, et a lui appartiene il riconoscere e procurare che siano bene armati. Et il Cercamare comanda le artiglierie, et le munitioni per l'archibuseria._»

[429] PETRUS PAULUS GUALTERIUS, _Diaria cæremonialia sub Clemente VII_. Mss. Bibl. Barberiniana, 1105, p. 187: «_Anno MDXXXIII, die martis, nona septembris prælibatus Clemens cum curia sua discessit ex Urbe Roma.... Die dominica, quinta octobris, post meridiem, Papa ingressus est galeam suam, et omnes alii cardinales et curiales, secundum loca sibi designata. Societas nostra, scilicet Corporis Christi, habuit galeam nuncupatam Ducissam.... Navigatum est nocte dieque.... Die sabati, hora decimasesta, intravimus portum Massiliæ.... Die dominica, duodecima octobris, processerunt ad ecclesiam cathedralem._»

[430] REGOLE agli ufficiali pei saluti e segni diversi di onoranza sul mare, jurisditioni di tutte le galere dei cristiani, incontri, tiri, salve, saluti, risposte et cortesie. Mss. alla Barberiniana, segnato LV, 57 (e copia presso di me).

REGOLE per le guardie, armamenti, saluti, e competenze delle galere e navi di Nostro Signore. — _Codicetto_ in-fol. par. presso di me.

[11 ottobre 1533.]

V. — All'incontro per tre miglia dentro mare venne il cardinale Legato d'Avignone, e con lui altri tre Cardinali francesi, cioè il Borbonio, il Lorenese ed il Grammonte; i quali, fatta la riverenza al Pontefice, si unirono colla loro galèa al corteggio, ripiegandosi in bell'ordine di contrammarcia appresso della Reale, perchè le fosse libera la via di entrare agiatamente prima di ogni altra nel porto. La Reale di Francia chiamava sopra di sè da ogni parte lo sguardo degli innumerevoli spettatori, così per la personale dignità dell'augusto viaggiatore, come per la bellezza delle sue forme. Superbo naviglio costruito a sommo studio di grande comparsa. La camera maggiore dall'albero di maestra infino alla timoniera, coperta di ricchissimi damaschi cremisini, seminati di gigli d'oro, a lungo strascico, profusamente insino al mare. Intorno alla poppa scolture di rilievo messe a oro sul fondo nero; donde maggior risalto di ricchezza e di armonia, e insieme sicurtà di navigazione, e sfoggio di appariscenza[431]. Sulla freccia dorata un forbito fanale di metallo, lucido a specchio, che nel giorno e più anche nella notte gittava sprazzi di vivissima luce. Il coronamento del dorso rilevato in arco, e sostenuto da statue gigantesche ai lati dello stemma papale e reale tra ricchi festoni di alto rilievo e di finissimo intaglio: ed alle bande, sotto lo sporto dei listelli e dei fregi, gruppi in figura di tritoni e di sirene che, danzando intorno al naviglio, facevano come di sorreggerne il corpo e di seguirne l'andare. Le tende tutte di porpora a ricamo: le camere parate di teletta d'oro e di seta. Gli spallieri incatenati al banco con catene d'argento; e la ciurma di trecento robusti rematori tutti vestiti di raso damascato rosso e giallo, ai colori del Re[432].

Appresso alla Reale venivano le due Capitane di Roma e di Malta[433], e le altre galèe del convoglio insieme colle quattro provenzali[434] tutte splendide e ricche di ornamenti, tutte pavesate a festa con bandiere bellissime, i marinari e i soldati alle poste e alle rembate in grande assisa, e salutando da ogni parte con tiri d'artiglieria la città, le fortezze, le navi, e da quelle corrisposte colpo per colpo, con tanto strepito di salve e di cannonate, che più non si potrebbe dire. Gittata l'àncora nel mezzo al porto, ecco il real bargio alla scaletta destrale di fuoribanda per ricevere il Pontefice, e per menarlo alla sponda: palischermo grandioso, ponte coperto, ricco padiglione, sfarzoso cortinaggio, porpora, frange e nappini d'oro: in somma comodo e magnificenza, rapidità di corso, e sicurezza d'accosto ad ogni banchina. Entratovi Clemente, e postosi sur un seggiolone di velluto, col seguito di tutti gli altri palischermi e dei personaggi più ragguardevoli, discese in terra presso alla chiesa di sant'Agostino, nella quale rese all'Altissimo le dovute grazie; e poi se ne andò ad un bel luogo del Re, chiamato il Giardino, ove riposò quella notte, dovendo fare il dì seguente l'entrata solenne nella città[435].

NOTE:

[431] M. ARNOUL, _Lettres_. Mss. Bibl. Nat.; pubblicate da A. JAL nell'opera _Abraham Duquesne et la Marine de son temps_, in-8. Parigi, 1873, t. I, p. 542: «_Car, comme ces Réales ne sont jamais que noir et or, je voudrois l'armer toute de Mores avec des coliers et poignets d'argent, non plus que les chaînes de deux premiers bancs qui sont d'argent à celles d'Espagne.... Ma pensée, et c'est l'ordre de toutes les Réales, noires et or, ou tout or._»