La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 27

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Da Patrasso alle bocche di Lepanto sono cinque miglia marine, nel corso delle quali avrai sempre dinanzi luoghi e prospetti di alta rinomanza nella storia antica e nella moderna. Sul piano alla sinistra biancheggia Missolungi presso alle rive dell'Ellade, dove Marco Botzaris brilla ancora nella disperata difesa. Più oltre di fronte sfuma di lontano il promontorio Azziaco, dove Agrippa affermò il trono di Augusto. Appresso trovi le memorie di Pirro e di Pompèo. Nel mezzo il campo, dove fu combattuta la famosa battaglia di Lepanto. Vedi quegli irti scogli alti e spessi sorgere a picco dal mare? Sembrano piramidi di rilievo sui piani del deserto, o seguenza di grandi capanne attelate lungo i pascoli della campagna romana. Sono desse, le Echinadi degli antichi, le Curzolari del tempo più vicino, le testimonianze delle nostre vittorie. Dai due lati a squadra vanno ad incontrarsi nello stretto le coste dell'Epiro e del Peloponneso, e di là si entra nel golfo nascosto che corre lungo e sottile da Lepanto infino a Corinto, circondato da alti monti e chiuso in fondo dalle pendici dell'Elicona e del Parnasso. Alla bocca del golfo erano da tempo antichissimo due torri di guardia; e queste, prima da Bajazetto e poi da Solimano, accresciute e rinforzate, hanno preso la forma di giuste fortezze. La prima che incontri sull'estremità del Peloponneso, oggi Morèa e provincia di Etolia, chiamasi Rio, l'altra Antirio, che gli sta di rimpetto sul margine dell'Epiro, oggi Rumelìa, e provincia di Acarnania. I due castelli, arroncigliati al piede de' due promontori sull'estrema lacinia dalle alte e precipitose montagne, sporgono dentro nell'acqua, come per azzannare insieme il passo del golfo. Puoi vedere, nell'uno e nell'altro, bizzarra miscela di militare architettura vecchia e nuova; torri rotonde e quadrate, baluardi sfiancati e di punta, muraglie di macigno e di ciottoli, merlature antiche e troniere nuove; e specialmente dabbasso la lunga filiera delle batterie casamattate, colle strombature ad archetti, le quali sono di fatto la miglior difesa della bocca, e potrebbero in quel breve tratto non solo ridurre a pezzi qualunque bastimento si ardisse tentare il passo, ma potrebbero quasi i due Castelli distruggersi l'un l'altro, se avvenisse mai che avessero a contrabbattere tra loro. Alcuni li chiamano Dardanelli: chi legge sia cauto, quando si parla delle bocche e castelli di Morèa, a non confonderli con quei della Troade, nè con altri simili[409].

Verso il primo di questi castelli sciolse il Principe con tutta l'armata: ed alle fanterie sbarcate già in Patrasso ordinò di venirsene allo stesso segno per la via di terra: brevissima marciata, come ho detto. Sperava per la presente fortuna aprire il golfo alla navigazione dei Cristiani e schiudere nuova strada da entrar più dentro nelle viscere della Grecia. Preceduto dalla fama di Corone e di Patrasso, vi giunse per la via di mare prima dei fanti; e trovò i Turchi di Rio pieni di sgomento, e i Greci tra mezzo a dar loro buoni consigli, perchè se ne andassero in pace. Quindi per accordo, tanto prestamente uscì fuori il presidio turchesco, che i marinari poterono abbottinare il misero avanzo delle private masserizie lasciatevi dai nemici nella fretta, prima che le fanterie arrivassero a parteciparne. Però costoro punti dall'invidia e dall'avarizia si ammutinarono; e gittaronsi pazzamente alla campagna, rubando a tutti, così a' Turchi, come a' Greci.

Pericoloso e tristo episodio, che poteva produrre funeste conseguenze, se il conte di Sarno colle buone, e il principe Doria colle brusche, non avessero ridotto i sediziosi a sommissione. I quali prestamente sgannati della speranza del bottino, anzi consumate le proprie vittuaglie, e meglio riconosciuta la colpa, si arresero alla mercè. Minacciò il Principe la decimazione alla maniera romana: nondimeno, per quei rispetti che ciascuno intende, rimise l'effetto ad altro tempo, dicendo che intanto passassero tutti nell'Etolia all'acquisto del secondo Castello; e là si vedrebbe chi fosse da vero pentito, e chi volesse colle susseguenti opre migliori cancellare la vergogna del misfatto precedente.

NOTE:

[408] BIZARUS cit., 495.

BOSIO cit., 116, C.

[409] VILLIAM H. SMITH rear-admiral. _The Mediterranean_, in-8. Londra, 1854, p. 51: «_The entrance of the gulf defended by two castles of projecting form, which are distant a mile and a half from each other, and are known as the Dardanelles of Lepanto_ (_Rhium, and Antirrhium._)»

CORONELLI, _Piante di città e fortezze_, tav. 52, 122, 134, 169: «_Bocca del golfo di Lepanto, Dardanello di Grecia da Mezzogiorno. Dardanello Molicrèo. Golfo di Patrasso. Dardanelli di Lepanto. Dardanello di Rio._» — P. A. G., _Giornali di viaggio_, Mss.

[20 ottobre 1532.]

XVI. — Già il conte di Sarno aveva passato lo stretto per investire Antirio, e più volte si era affrontato coi nemici di dentro, e coi cavalli venutigli addosso da Lepanto: ma pel tumulto di Rio e per l'ammutinamento dei soldati, aveva dovuto tornare indietro a rimettere la disciplina tra quelle genti, che particolarmente nella sua bontà e valore confidavano. Quindi tutti insieme tornarono nell'Etolia, e si fecero lungo la riva due miglia più in su a sbarcare le artiglierie grosse, per essere ogni altra parte del circondario scoperta e battuta dal Castello. Qui li aspettava più duro contrasto. Giannizzeri veterani ed ufficiali risoluti volevano smentire la viltà dei presidiarî delle altre fortezze.

Cristoforo Doria, uomo di quella fortuna e ardimento che avremo specialmente ad ammirare poi ad un anno, pigliava il carico di sbarcare l'artiglieria grossa dalle navi di alto bordo per l'espugnazione. Vedilo ordire doppi paranchi, di sotto alle gabbie e di punta alle verghe maggiori, sollevare i pezzi, condurgli dalla perpendicolare interna all'esterna, riceverli nei barconi, remigarli fino al lido, metterli sulle palanche e sui curri, incavalcarli su grossi carri, e menargli a braccia fino al campo già disegnato dal conte di Sarno. Trajano Cavaniglia, mastro di campo, con trecento sceltissimi archibugeri attorno di scorta.

[25 ottobre 1532.]

Mentre i nostri apparecchiavansi, i Turchi uscirono da Lepanto in gran numero di fanti e cavalli: nè però il Conte spaventato punto di tanta moltitudine venne meno al dover suo; anzi uscì fuori anche esso menando alla campagna da quattromila fanti, senza sguernire il campo; e ordinatili in battaglia quadrata colle risvolte agli angoli per cavar fuori e metter dentro al bisogno le maniche degli archibugeri, andò a trovare i nemici, coprendo sempre alle spalle l'accampamento suo; e ordinando dalle trincere buona guardia colle artiglierie volte agli assediati, specialmente alla porta e alla spianata del Castello, sì che niuno potesse entrare nè uscire. Ma perchè i Turchi del soccorso non si arrischiavano contro l'ordinanza del Conte, nè mettevano in fazione la fanteria, ma attendevano solamente a volteggiare co' cavalli, ed a scorrere in qua e in là badaluccando, cominciò il Conte a ritirarsi lentamente, tenendo però addietro il nemico cogli archibugeri, che uscivano, spiegavansi in cordone, sparavano, e ritiravansi nel centro del quadrato. Essendo così durata infino a notte la scaramuccia, i Turchi, affranti dal continuo caracollare della giornata, andarono a riposarsi in Lepanto; ed i nostri, rinfrancatisi di cibo per turno, stettero tutta la notte a battere furiosamente l'Antirio da terra e da mare, non volendo al nuovo giorno essere trattenuti da alcuno, ma aver finito ogni cosa.

Ondechè rovesciata una parte della muraglia, e uccisi molti di dentro, quantunque si vedesse il presidio ostinato e valoroso, non si peritarono, essendo ancor bujo, di spingere due piccole colonne all'assalto. Marinari e soldati entrarono dentro di primo slancio: nè per questo i giannizzeri vollero posare l'armi nè arrendersi; ma disperatamente continuarono a contrastare e a combattere per la piazza e per gli androni, facendo testa a ogni traghetto, finchè non caddero fuor di combattimento più di trecento. Allora i pochi superstiti, ricoveratisi nel mastio, per rendere anche colla morte loro funesta ai Cristiani la vittoria, e inutile l'acquisto del Castello, appiccarono il fuoco alla munizione della polvere e volarono all'aria. Estrema risoluzione, per la quale molti pur dei nostri rimasero infranti al di sotto, e molte avarie patirono le galèe pei rottami scaraventati da ogni parte col fuoco.

[Novembre 1532.]

Finalmente vedendo che i tempi cominciavano a rompere, e la stagione a farsi ogni di più trista, l'armata sciolse dalle riviere della Grecia; e il Principe, dopo aver visitato un'altra volta Corone, rinforzata la piazza, e rinnovate le promesse di soccorso in caso di bisogno per l'anno futuro, rimandò ciascuno al riposo invernale nei suoi porti.

Il nostro Capitano ricondusse in Civitavecchia genti vittoriose, ricche spoglie, e liete novelle, ricevendo anche da Roma larghe dimostrazioni di gradimento per le egregie opere fatte nel corso della campagna. Dispersa dal Mediterraneo l'armata nemica, espugnate quattro fortezze, presa una nave carica di munizioni, e conseguito pienamente il fine primario della spedizione, cioè la cacciata di Solimano e degli eserciti suoi da Vienna e dall'Ungheria[410]. Imperciocchè l'attacco dei nostri marini alle sue spalle portò di fatto nell'esercito ottomano quello sgomento e quella solennissima sconfitta che sollevò in quest'anno l'Europa dall'imminente pericolo della barbarica occupazione. Già più volte nei secoli precedenti al modo istesso e per simile concorso delle nostre genti dalla parte del mare erano stati vinti e cacciati i Turchi dai paesi cristiani, e specialmente da Belgrado[411].

Le quali vittorie, per terra e per mare splendidamente conseguite, vie più a papa Clemente amicarono Carlo imperatore, il quale riconosceva averne ricevuto nel maggior bisogno validissimo soccorso. Perciò Carlo nell'invernata dell'anno medesimo tornò un'altra volta a Bologna per trattare con lui direttamente, e senza altri mediatori degl'interessi comuni, e delle provvisioni da fare nell'anno seguente, volendo continuare la guerra contro il Turco: suprema necessità civile e religiosa del tempo.

[Gennajo 1533.]

E perchè il principe Doria, accrescendo gli armamenti marittimi, insisteva e richiamava Antonio per suo luogotenente in Genova, il Papa non potè a meno di dargliene licenza, e in suo luogo per capitano generale della squadra, e per castellano di Civitavecchia, pose il cavalier Bernardo Salviati, come vedremo nell'altro libro. E vedremo altresì per lunghi anni nei fatti di mare del tempo seguente comparire Antonio Doria sempre più avanti nelle grazie della corte di Spagna: marchese di santo Stefano di Aveto in Liguria, marchese di Ginnosa nel Regno, consigliero di don Giovanni a Lepanto, e gran privato del re Filippo in Italia, il quale a fondo e di lunga mano conoscevalo, e sapeva come e dove impiegarlo[412].

NOTE:

[410] BRANTOME cit., II, 51: «_Quand Solyman vint devant Vienne la première fois.... une armée navale attaqua l'Admiral-Bassa.... qui se retira bien qu'il fust le plus fort. Sur quoi le gran Seigneur, en ayant pris l'alarme, desmordit de Vienne, et tira vers Constantinople._»

RAYNALDUS, _Ann._, 1532, n. 39, 46, 51.

ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 48: «_Fu presa la città di Patrasso e le Castella, che guardavano quel golfo, del qual danno parve che il Turco si sbigottissi molto._»

[411] P. A. G., _Medio èvo_, II, 170, 269.

[412] DOCUM. DI SIMANCAS, pubblicati e ordinati da MASSIMILIANO SPINOLA, L. T. BELGRANO, e FRANCESCO PODESTÀ. _Atti di Stor. Patr._, t. VIII, p. 356. Lettera di FILIPPO DI SPAGNA a CARLO V, data da Voghera, 16 dic. 1548: «_Discuriose particularmente en la persona de Antonio Doria, y en lo que el pretende que V. M. le dé autoridad a el y a los otros criados y servientes que V. M. en aquella ciudad tiene, y que no la tuviesse toda Andrea Doria, y otras cosas a este proposito: por donde paresciò que seria mejor que el dicho Antonio Doria se fuesse a Napoles, como dice que lo quiere hazer, que no estuviesse allì; porque, aunque para servir no es tanta parte, como el se haze; para un tumulto seria mucho._»

LIBRO QUINTO.

Capitano Bernardo Salviati, cavaliere di Malta e priore di Roma. [1533-1534.]

SOMMARIO DEI CAPITOLI.

I. — Bernardo Salviati e suoi fatti. — La rissa dei Cavalieri in Malta (15 marzo 1533). — Bernardo capitano delle galèe e castellano di Civitavecchia (18 aprile 1533). — Consigli pel soccorso di Corone (maggio 1533).

II. — La partenza delle sedici galèe da Civitavecchia (4 giugno 1533). — Partenza da Messina (2 agosto). — Ordinanza dell'armata pel soccorso. — L'ammiraglio turco rifiuta la battaglia. — Tafferuglio intorno a due navi, e fuga dei nemici. — Ardimento del Salviati. — Sciolto l'assedio (7 agosto 1533).

III. — Mutato il presidio di Corone. — Dispersione dell'armata nemica. — Viltà dei Turchi in mare. — Perplessità e politica consueta della corte di Spagna. — Perdita di tre galèe del Doria (settembre 1533). — Perdita di Corone.

IV. — Ritorno del Salviati. — Viaggio del Papa a Marsiglia. — Ordinanza del convoglio (5 ottobre 1533). — Il Codice dei saluti.

V. — Incontro e ingresso solenne nel porto di Marsiglia. — La reale di Francia. — Il bargio per lo sbarco (11 ottobre 1533).

VI. — Le nostre galèe visitate dal Re e dalla Corte. — Menano il Re a diporto per le isole vicine. — Elogi (15 ottobre 1533). — Lo scarroccio.

VII. — Ritorno del Papa sulle galèe di Francia, e poi sulle sue (12 novembre). — Arrivo in Civitavecchia (7 dicembre). — Dimora in questa città, e Brevi colla data della medesima (10 dicembre 1533). — Paolo Giustiniani.

VIII. — Brevetto al Salviati. — Comandante e castellano.

IX. — Inventario delle galèe. — I termini del mestiere. — Attrezzi, vele, alberi, corredo, remi, artiglieria. — Documento (16 aprile 1534).

X. — Ancora del Bucintoro. — Il titolo di Generale. — I Cannoni serpentini, e le artiglierie sui fianchi delle galere (20 aprile 1534). — L'Archivio Camerale.

XI. — Crociera del Salviati coll'Usodimare. — Presi tre bastimenti di pirati (12 giugno 1534). — Il ritorno dei vincitori, secondo le nostre tradizioni (20 giugno 1534). — Le bandiere nelle chiese.

XII. — Arte di Solimano per conquistare in Africa. — Il pirata Barbarossa re d'Algeri ed ammiraglio dell'imperio. — I maggiori pirati del tempo, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli e Barbarossa. — Pensieri di costui intorno alla marineria (luglio 1534).

XIII. — Disegno doppio di Barbarossa contro Cristiani e Maomettani. — Dare sull'Italia, e pigliar Tunisi. — Ruine in Calabria. — Arsione di tre galèe del Papa sul cantiere. — Incendio di Terracina. — Fuga della Giulia Gonzaga. — Spavento in Napoli. — Barbarossa alla foce del Tevere (20 agosto 1534).

XIV. — Barbarossa piglia Tunisi. — Indignazione di Spagna e d'Italia. — Apprestamenti di guerra. — Il Salviati e Paolo Giustiniani. — Muore Clemente VII, e il Salviati si ritira (25 settembre 1534). — Ultime notizie del Salviati.

LIBRO QUINTO.

CAPITANO BERNARDO SALVIATI,

CAVALIERE DI MALTA E PRIORE DI ROMA.

[1533-1534.]

[15 marzo 1533.]

I. — Bernardo Salviati, figliuolo di Giacopo e della Lucrezia de' Medici, nipote de' due pontefici Leone e Clemente, e scritto alla primaria nobiltà fiorentina e romana, aveva da giovanetto preso l'abito dei cavalieri di san Giovanni; e pei suoi meriti, e pei rispetti della famiglia, era prestamente salito ai primi onori dell'Ordine suo: balì della gran croce, priore di Roma, e capitano generale delle galere, come lo abbiam veduto l'anno passato all'impresa di Corone[413]. Prode, ricco e splendido, viveva alla grande: casa aperta in Malta e in Roma, numerosa famiglia, e intorno alla persona sua in terra e in mare da sessanta gentiluomini principali e capitani riformati che lo seguivano in ogni fazione, secondo lo stile dei maggiori comandanti di quel tempo[414]. Di simili esempî per Marcantonio Colonna e per Carlo Sforza altrove ho detto e dirò[415].

Tornato però Bernardo di Corone a svernare in Malta, ebbe suo malgrado a trovarsi involto in una sanguinosa baruffa, della quale non posso passarmi, perchè entra come causa prossima della sua chiamata in Roma; e perchè mi dà ragione degli uomini, dei tempi e dei fatti che ho a trattare. Ai primi di marzo in Malta, un gentiluomo fiorentino, seguace del Salviati, aveva steso morto in duello un giovane cavaliere della lingua di Provenza, con grandissima alterazione degli zii e degli altri parenti ed amici; che molti e prosuntuosi ne aveva l'ucciso nell'isola. Costoro accecati dalle furie della vendetta, tutti in frotta assaltarono a tradimento per la strada il Fiorentino: il quale quantunque con alcuni compagni valorosamente si difendesse, nondimeno toccò la peggio, e a pena potè ritirarsi grondante di sangue. Qui non finisce: hanno a esser cinque i ripicchi, e assai peggiori gli altri tre successivi de' due precedenti. Tutti quei signori a biasimare le superchierie e le uccisioni; e ciascuno da sua parte inteso a ripetere uccisioni e superchierie: cioè a commettere i medesimi falli biasimati in altrui. Tanto è folle la superbia, e tanto è cieca la passione disordinata! I familiari del Salviati e gli amici del Fiorentino tornarono in piazza, gridando e bravando contro i Provenzali: e lì una terza puntaglia, spargendosi dall'una parte e dall'altra di molto sangue. Pareva nella notte seguente quietato il tumulto: e già il Grammaestro dava corso alla giustizia contro i religiosi dell'abito, e il Salviati da parte sua metteva in catena una diecina di gentiluomini, quando i Francesi fatta secretamente tra loro una conventicola in casa del commendator d'Orleano, entravano la mattina seguente sotto falsi pretesti a bordo della capitana, dove spietatamente uccidevano a ghiado quattro di quegli incatenati. E avrebbero a uno a uno agghiadato anche gli altri, se al primo rumore non fossero accorsi i soldati, i marinari, e l'istesso Salviati in persona per frenare quei traditori, e per cacciarli via senza altro dal bastimento. Ma che? venuto poco dopo in terra, il medesimo Salviati a richiamarsi col Grammaestro di così grande eccesso, non era a pena entrato in casa sua, ed ecco l'assembraglia di tutti i cavalieri francesi, provenzali e alvergnasci a bandiere spiegate venirlo ad investire: ecco tutta la lingua d'Italia venirlo a soccorrere, e dagli altri alberghi delle lingue diverse uscir fuori i cavalieri in arme, e accostarsi chi di qua chi di là per ajutare questi o quelli[416]. Parrebbero sogni, se non fossero fatti realmente successi! E dico fatti in plurale, perchè se ne hanno parecchi simili nelle storie di costoro; ed io, tuttochè per incidenza, ne avrò a ricordare un altro nel settimo libro. Non prenda maraviglia il lettore: anzi per l'esempio dell'altrui nequizia guardisi meglio dal disordine delle passioni, ed alta sopra la ferina mantenga la dignità dell'umana natura. Altrimenti nel furore trapassano ogni segno e grondano sangue gli artigli delle belve, gli unghioni dei cavalli, le spade dei cavalieri.

[Aprile 1533.]

In somma dopo una giornata di orribile confusione ebbero a lavorare i tribunali e il carnefice: cavalieri strozzati, sommersi nel canale, degradati, cacciati dall'isola. E il priore Salviati, moderatamente tenutosi sulle difese senza uscir di casa durante il tumulto, la mattina seguente se ne tornava a bordo: e per levarsi da ogni trista occasione, scioglieva i canapi e con tutta la squadra se ne veniva prestamente in Civitavecchia. Allora papa Clemente lo nominò capitano delle galèe romane, col triplice intendimento di compensarlo in qualche modo delle ingiurie sofferte in Malta; di dargli giusta ragione a non ritornarvi, finchè gli umori ardenti dei nemici non fossero freddati; e di riunire in un sol corpo, sotto lo stendardo papale, sedici galèe; cioè le dodici di Roma, e le quattro di Malta, per mandarle unitamente contro i Turchi, secondo i concerti presi col Grammaestro e coll'Imperatore.

[Maggio 1533.]

Così il Salviati, venuto al possesso delle galèe e della castellanìa di Civitavecchia, pose gli ordini dell'armamento: e poi corse in Roma, ove era richiesto del suo parere intorno alle cose di Corone[417]. E molto cadde in concio che al tempo stesso venissero al Papa lettere recentissime di don Girolamo di Mendoza, governatore delle armi in quella piazza, il quale diceva trovarsi già strettamente assediato per terra e per mare, le provvigioni di bocca e le munizioni di guerra cominciargli a mancare; ricordasse il Doria la fede datagli del soccorso, e pensassero gli altri principi della cristianità a non lasciar perdere quella piazza, nè a confondere la fiducia dei Greci, già tanto esaltati, con che facilmente potrebbesi e in poco tempo ricuperare tutta la Morèa.

Il Capitano novello confermava pienamente i giudizî del Mendoza; e per la perizia sua nelle cose di guerra e di mare, e per la cognizione speciale di quei luoghi, dove aveva due anni combattuto, insisteva sulla necessità del soccorso con tutta l'armata, altrimenti anderebbe al certo perduta ogni cosa. Di che facendo gran ressa il Salviati, e con lui i ministri di Roma, e al tempo stesso anche il Doria da Genova, finalmente venne dall'Imperatore l'ordine che si dovesse soccorrere Corone con tutta l'armata; anzi più aggiungervi quelle altre dodici galèe nuove, che don Alvaro di Bazan aveva fatto costruire nei porti di Spagna.

NOTE:

[413] EUGENIO GAMURRINI, _Delle famiglie Toscane ed Umbre_, in-4. Firenze, 1679, t. IV, p. 176. — Nato in Firenze 1492, morto in Roma 1568.

[414] BOSIO cit., III, 122, B: «_Bernardo Salviati priore di Roma tratteneva ordinariamente da sessanta gentiluomini principali et valorosi capitani appo la persona sua._»

[415] P. A. G., _Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto_, Le Monnier, 1862, p. 19. Documento coi nomi e cognomi di settantasette gentiluomini che formavano la casa militare del Capitan generale; e appresso al libro settimo tornerà lo stesso col capitano Carlo Sforza.

PAOLO DE MOCHIS, gentiluomo romano, in una lettera a Pier Luigi Farnese duca di Parma, narra come testimonio di veduta la fedeltà dei trenta gentiluomini poveri, provvisionati da Cesare Borgia duca Valentino, che soli gli restarono fedeli, e lo salvarono dalla furia del popolo romano dopo la morte del Papa. — Lettera pubblicata dal RONCHINI nel giornale perugino del 1872, intitolato: _Erudizione Artistica_.

[416] BOSIO cit., III, 122.

VERTOT cit., IV, 244.

[417] BOSIO, 125, A: «_Il prior Salviati colle quattro galere della Religione in Civitavecchia.... da lui intese le relazioni di Corone...._» 126: «_Sua Santità lo mandò in Civitavecchia.... dandogli il carico delle galere della Chiesa.... il corno destro dell'ordinanza al Salviati colla squadra delle galere ecclesiastiche colle quattro della Religione._»

[4 giugno 1533.]