La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 26

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Dalla parte del mare, volendo io descrivere la manovra dell'armata, mi bisognerà mettere insieme il racconto dei contemporanei, le teorie dell'antica tattica navale, e il dipinto dell'attacco, opera di Lazzaro Calvi sopra certe grandiose tele che una volta stavano nel guardaroba del palazzo Doria a Fassuolo, ed ora incorniciate adornano la galleria del palazzo di Pegli[388]. Il chiaro archeologo della marina francese A. Jal, che le ebbe vedute in Genova assai prima del trasporto, e molto meno danneggiate, descrive la rappresentanza dell'attacco, dipinto nella più antica tra le predette tele, e dice così[389]: «Si vedono le navi sotto vela battere le fortificazioni alla destra di Corone, ed alla sinistra combattere le galere. Una squadretta di sei galere si avanza di fronte, e un'altra squadretta di sei vedesi appresso, attaccate ambedue di rovescio da poppa a poppa con due gomene. Non intendo questa ordinanza, e la mia sagacità non arriva a comprenderne la ragione.... Ma cose simili non si inventano, massime quando si dipinge in casa Doria.» Mi fido io di mettere adesso all'evidenza tutta intiera la spiegazione del dipinto e della manovra, come altrove ho promesso[390]. E quantunque già n'abbia dato indizio sufficiente, comparirà ora meglio il merito dei pittori genovesi e dei principi Doria: per opera dei quali, artisti e mecenati, noi vedremo che non solo in quella casa e sotto gli occhi di tali padroni non si dipingevano assurdità nautiche, ma che di proposito si voleva conservare il ricordo dell'arte antica, perchè avesse a tornare utile agli studiosi del tempo futuro, come è stata più volte posta in opera con felice successo nei tempi passati.

Dunque se vuoi comprendere gli ordini che si preparano per battere la città dalla parte del mare, guarda prima le navi che di verso libeccio, scorrendo e ronzando sotto vela, dovranno aprire il fuoco, come sempre si costuma. Poi vedi i barconi maggiori dell'armata, coperti da doppio tavolato a pendìo per difesa della gente e dei rematori, che dovranno a tempo opportuno cacciarsi sotto alle scarpate della piazza, e gittare i ferri tra gli scogli, perchè le galèe dell'assalto vi si possano facilmente tonneggiare[391]. Appresso considera i ponti volanti preparati sulle stesse galèe colle antenne loro medesime appajate, e sostenute, e condotte qua e là dalle medesime loro manovre rinforzate, cioè dagli amanti, dalle oste, e dai bracotti di orza e di poggia[392]. Finalmente osserva le galèe scelte per la batteria, colle antenne abbassate, secondo il sistema dei nostri maggiori, i quali usavano mainare tutto ed anche disalberare, quando navigavano celatamente a remo, o battevano fortezze; e ciò per rendere più difficile la scoperta, e per ricevere danni minori nell'attrezzatura[393].

Attendi meglio al punto capitale, dove incontri assortite per battere trentasei galèe divise in tre gruppi di dodici l'uno, ed ogni gruppo in due sezioni di sei galèe addossate a rovescio da poppa a poppa; e vedi due gomene distese tra ogni coppia: e intenderai che tutte le galèe di batteria, sempre pronte ad ajutarsi vicendevolmente di rimburchio, avranno a moversi del continuo per non restarsi a punto fermo come bersaglio sotto al fuoco del nemico. La prima sezione di sei andrà contro la piazza di prua per battere, e la seconda starà di poppa per tirar fuori la prima; e quindi per voltarsi, sempre a contrasto chi dalla destra chi dalla sinistra, a riguardo di tenersi sempre appoppati e di non impigliar mai il palamento tra i calumi laschi delle gomene; ma di poter liberamente sottentrar di prua, e ribattere, e ritirarsi, e poscia ritornare; movendosi sempre in giro, caricando, e sparando alternamente or l'una or l'altra sezione; e aiutandosi a vicenda, ora col remeggio proprio, ora col rimburchio altrui: e ciò specialmente nel caso di avaria. Partiti ingegnosi dei nostri marini del tempo andato, che non hanno bisogno di troppa sagacità per essere intesi, come ci vengono dalle teorie tecniche, dagli storici contemporanei e dai dipinti[394]. Partiti che vedremo ripetuti più volte, specialmente alla Goletta di Tunisi e al Castelnovo di Dalmazia. Partiti, che si pigliavano quando si avevano molte galèe, e piccola fronte da battere; non volendo fare troppo lungo raggio nè troppo lontano il cerchio della batteria; nè mettere troppo da presso e fermo il navilio alle percosse dei nemici. In somma tutto questo è l'apparecchio precisamente per Corone, dove vogliamo entrare.

NOTE:

[384] ANTONIO DORIA cit., 48: «_Non havendo.... l'armata di Solimano di ottanta galere.... osato aspettare quella dell'Imperatore, se ne fuggì verso Costantinopoli._»

[385] GIOVIO cit. 269: «_Gli mandò dietro il signor Antonio Doria con sette buone galere che lo perseguitasse._»

BOSIO cit., 114, C: «_Spedì appresso Antonio Doria con sette galere spalverate, fra le quali andò la galera della Religione chiamata il Gallo._»

BIZARUS, 492: «_Antonium Auriam cum delectis septem triremibus, qui persequeretur, misit._»

[386] CORONELLI, _Piante di città e fortezze_, in-fol. Venezia, 1869, t. I, tav. 161 e t. II, 232, 252. — (Bellissime piante e prospetti di Corone.)

TEATRO _delle guerre contro il Turco_, dove sono le piante e le vedute delle principali città e fortezze di Morèa, ecc., in-fol. Roma, Giangiacopo de Rossi alla Pace, 1687, tav. 77, 78. — Bibl. Casanat., Y. I. 13.

CAPTAIN A. I. MANSELL, _R. N. West coast of Morea Koron's Anchorage_, gran-fol. Londra, 1865, pubblicato dall'ufficio idrografico dell'Ammiragliato, e venduto da I. D. Potter, agente di detto ufficio, n. 31, Poultry, e n. 14, King Street, Tower Hill.

[387] VALERIUS FLACCUS, _Argonaut._, I., v. 580:

«_Quot in ætera surgit_ _Molibus, infernas toties demissa sub undas._»

[388] ANTONIO MERLI, e L. T. BELGRANO, _Il palazzo del principe Doria a Fassuolo_, in-8. con magnifiche tavole. Genova, 1874, p. 54.

[389] A. JAL, _Archéologie navale_, in-8. Parigi, 1840, I, 438: «_J'ai trouvé dans les peintures du garde-meubles de la casa d'Oria à Gênes une représentation très-curieuse de l'attaque de Coron en 1533_ (leggi 1532) _par la flotte combinée espagnole, génoise, papale et malthaise.... On y voit les naves combattant sous voiles la partie droite des fortifications, pendant que les galères combattent la gauche.... un rang de six galères, derrière lequel est un second rang de six autres galères attachées poupe à poupe par deux gomènes.... Arrangement dont la cause échappe à ma sagacité.... On n'invente pas des choses pareilles.... surtout quand on peint dans le palais d'Oria._»

IDEM, I, 13. Parla del dipinto esprimente il fatto di Corone.

[390] P. A. G., _Le due navi romane del bassorilievo portuense_ nelle tre edizioni, e specialmente nell'ultima, a p. 99, 100.

[391] BIZARUS, 493: «_Naves circumductæ in amplissimam coronam.... Scaphæ pluteis et asseribus protectæ, ancoras provehi et in littus ad scopulos collocari jubebat._»

SIGONIO, 148.

GIOVIO cit., 270.

[392] BIZARUS, 493: «_Pontes paribus antennis impositi, tabulisque constrati a fronte prominebant ita ut summitati mœnium æquarentur._» — CAPPELLONI cit., p. 50.

[393] CRESCENTIO, _Nautica_ cit., 120: «_Come si fa per disarborare la maestra e quando._»

PANTERA, _L'Armata navale_ cit., 310: «_Facendo ammainare le vele e disarborare l'albero della maestra, e andar le galèe l'una dietro l'altra._»

MARCO GUAZZO, _Storie_, in-8. Venezia, 1549, p. 153: «_Doria.... tolte seco sei galere del Papa.... che punto non parevano per essere dette galere disalberate.... et dipoi fece disalberare trenta altre galere._»

[394] BOSIO cit., III, 147, A: «_L'ordine nel battere Corone.... le galere in tre squadre.... disarborate.... accordandosi a schiera a schiera.... andavano sotto, sparavano.... e poi ritirandosi davano luogo alle altre per ritornare di nuovo, secondo l'ordine._»

JOVIUS, _Hist._ in-fol. Basilea, 1578, p. 285: «_Triremes rostratæ per acies tripartito agmine succederent, displosisque tormentis, sequentibus locum darent._»

RAYNALDUS, _Ann._, 1535, n. 50: «_Auria disposuit ut rostratæ sibi per vices tripartitæ succederent, displosisque tormentis, cederent locum sequentibus._»

MARCO GUAZZO cit., 247: «_Le galèe a quattro a quattro dovevano battere, e poi voltarsi a dar luogo alle altre, e così di mano in mano._»

[21 settembre 1532.]

XII. — Disposta, come abbiam detto[395], ogni cosa, e favoriti in tutto dai Greci[396] finalmente la mattina del ventuno di settembre le fanterie italiane e le spagnuole sbarcano dalle opposte parti, e ciascuna nazione pianta la sua batteria di sette pezzi. Il Tuttavilla a sinistra dal lato di greco, e il Mendoza a destra da quel di libeccio[397]. Le navi in gran cerchio circondano la punta Lividia, pronte ad aprire il fuoco con tutto il loro cannone, non solo dai fianchi, ma dalle gabbie altresì della Grimalda e della Rodiana, dove sono stati allogati due sagri e due falconi[398]. Le galere in tre gruppi di due sezioni, messe a rovescio, come ho detto, si accostano dalla parte del molo. Tra quelle sezioni e quei gruppi Antonio Doria alla testa e le galere romane sulla destra[399]. Gli altri legni maggiori e minori in attenzione all'intorno, di riserva, di soccorso, e di assalto.

Al cenno del Principe tutti i pezzi tuonano da terra e da mare, con sì gran furia e tanto effetto, che in poco tempo cadono le difese, e il presidio resta muto. In quella il conte di Sarno, pensando aver breccia sufficiente, conduce i fanti italiani alla prova. Grande animo dimostrano e maggior costanza: tre volte rimettonsi al cimento e tre volte ne sono risospinti. Alto di troppo il muro, corte le scale, ostinati i Turchi. Suonano a raccolta, e le fanterie si ritirano, morti trecento giovani, e più del doppio feriti: caduto tra i principali Teodoro Boschite, già famoso condottiero di stradiotti nelle guerre d'Italia, caduto il capitan Francesco Carnao di Napoli, ed il capitan Giacomo da Capua; e per una archibugiata venutagli dall'alto pesto un occhio e strappata la lingua all'alfiero Capani. Il Mendoza dall'altra parte, non avendo apertura, o trovandola malagevole, con accorto consiglio non si mette all'azzardo.

Se non che in questa maniera d'imprese la fortuna sempre risponde ai voti dei marinari; e così nel presente cimento loro riserba la vittoria. Finito il riddone delle trentasei galèe appoppate, avanzano le diciotto dell'assalto presso alla sponda, dove fa punta il torrione maestro della piazza, che ancora vi sta col piede in acqua profonda[400]; mandano i ferri colle barche imbarbottate, e tirandosi cogli argani sempre più sotto alla scarpata del torrione, issano le antenne, fanno indietro il carro, volgono avanti la penna, e lasciano andare l'abete sui parapetti nemici. La scala pei marinari è fatta, e il passo aperto. Montano dal calcese alla penna, avanzano cavalcioni coll'armi tra i denti: saette, archibugiate, e grida di chi cade e di chi salta. In breve agguantano e si raggavignano ai muri e mettonsi sulla piazza. Primo di tutti colla bandiera in mano un giovanetto genovese, mozzo della nave Grimalda[401]; appresso un soldato del galeone d'Otranto, indi Lamba Doria, e via via ogni altro a gara colle armi e colle bandiere si spandono per le muraglie dell'Isola, e costringono i Turchi a fuggirsi nel Castello.

Non mi maraviglio punto che il commendator Jacopo Bosio mandi sulle mura di Corone prima di ogni altro i suoi cavalieri di Malta[402]: sì bene maravigliomi del Guerrazzi, tanto democratico, che mi tiene addietro quel povero mozzo di oscuro nascimento, ma di chiarissimo valore, per mandargli innanzi il patrizio Lamba Doria[403]. Vorrei io potere incidere il nome di quel giovane sulla corona murale che egli si meritò, se qualche pietosa penna prima di me l'avesse scritto. Ma nobile o plebèo, noto o innominato, genovese o romano, scevro d'ogni parteggiamento, non fia mai che tolga cui si deve l'onore e il merito; nè che attribuisca ai miei più che non trovi fermo per la testimonianza dei contemporanei, esaminata a fil di critica. E quantunque Antonio Doria ed altri diano il primato a quei delle galere del Papa[404] non mi lascio pigliare alla imbeccata; perchè il primo non può essere nel numero del più, perchè lo slancio compete a' giovani, e perchè un Giovio, un Bizarro, ed altrettali non possono esser sospetti di falsità quando mettono un mozzo innanzi a un Lamba.

NOTE:

[395] INDICE in fine, alle voci _Castelnuovo_, e _Goletta_.

[396] BIZARUS, 493: «_Hortantibus maxime Græcis, qui ad nostros cupidissime transierant._»

[397] BIZARUS, 493: «_Tuttavilla duceret italicas cohortes, et læva parte supra molum quateret septem tormentis.... Mendocius cum Hispanis a dextera.... totidem tormentis aggrederetur._»

[398] BIZARUS, 493: «_In summis carchesiis duarum navium maximarum, Grimaldiæ scilicet et Rhodiæ, sacri falconesque bini constituti._»

[399] BIZARUS, 493: «_Pontificiæ triremes.... Antonio Auria deposcente, dexterum cornu tenuere._»

GIOVIO cit., 271: «_Ma le galèe del Papa al dirimpetto, richiedendo ciò Antonio Doria, tennero il corno destro._»

[400] W. H. SMITH, _Mediterranean_, Londra, 1854, p. 59: «_The City of Koròn.... the shores are exceedingly bold-to, there being a dept of 120 fathoms at a short distance from the shore._»

[401] BIZARUS, 494: «_Primus vexillum defixit imberbis juvenis Ligur, genere humilis, sed eo saltu clarus.... proximus miles ex hydruntino galeone, ac demum Lamba._»

GIOVIO cit., 272: «_Fu il primo un giovane sbarbato genovese della nave Grimalda.... il quale piantò lo stendardo su la muraglia dei nemici.... appresso un soldato del galeone d'Otranto e Lamba genovesi ambedue._»

[402] BOSIO cit., III, 115, C: «_I cavalieri di san Giovanni furono i primi a montare sopra le mura di Corone.... a forza di mani e di braccia fu necessario che vi rampecassero_ (sic.)»

[403] F. D. GUERRAZZI cit., _Vita di Andrea Doria_, I, 277: «_Macchine che prolungandosi si andarono a posare a modo di ponti sul parapetto delle opposte muraglie.... Sopra cotesto aereo calle primo si avventurava, e primo attinse le opposte mura Lamba Doria_» (e buci!).

[404] ANTONIO DORIA, _Compendio_ cit., 48: «_A Corone il giorno di San Matteo del trentadue, dandosi l'assalto in un medesimo tempo da tutte le parti, entrarono prima quei delle galèe del Papa, dalla parte che si chiama Isola._»

DE HAMMER cit., IX, 210: «_Trecento soldati italiani perirono dalla parte di terra, più di mille furono feriti: ma più felici furono i soldati delle galere papali che, dalla così detta Isola, penetrarono nella città._»

[22 settembre 1532.]

XIII. — Pel rumore di tanta guerra i Turchi delle città e castella circonvicine trombarono a stormo, e levaronsi in arme per soccorrere Corone, divisando sfondare il quartiere del Tuttavilla, entrare nel Castello, sciogliere l'assedio, e ricuperare la città bassa che s'era perduta. Buono pel Conte che nella notte, facendo diligentissima guardia, potè cogliere al varco una spia, e cavargli di dosso le lettere, dove si diceva tutto per filo l'ordine che nel dì seguente i nemici avrebber tenuto per sorprenderlo. Il Tuttavilla pensò cavar partito dall'avviso: fece lavorare tutta la notte alle barriere del campo, e condusse la zappa ai traghetti, e grandi tagliate aprì sul terreno a mo' di quei trabocchetti che gl'ingegneri militari chiamano Buche di lupi; poi coprì ogni cosa di pertiche sottili, di canne, e di sarmenti; e si tenne in punto per ricevere i Turchi come si conveniva, e per finire nello stesso giorno l'espugnazione.

Alla prima luce del seguente giorno ventidue di settembre, ecco un capitano rinnegato di nome Tòdaro sopracchiamato Tredita, perchè tante e non più gliene rimanevano nella destra (quantunque a larga mano compensato dai nostri scrittori colle solite varianti _Tudàr_, _Tadare_, _Zadare_, _Tridigito_, _Trigidito_, _Tridito_, _Tradito_); eccolo, dico, con settecento cavalli venirsene di buon trotto verso Corone; ed ecco i nostri a menarselo di qua e di là per la campagna, infino ai traghetti preparati. Prima le galèe a cannonate lo cacciano dalla strada della marina, poi il capitano Spinola gli sbarra la via del Borgo, e lo gitta a monte dall'altra parte, e in ultimo Pietro Frangipani, barone della Tolfa e conte di san Valentino, con trecento archibugeri gli si lancia dietro per farlo correre più presto. Tòdaro trovato contrasto dalle altre parti, e vedendo sguernita la via maestra di verso il Castello, che nei suoi divisamenti teneva per ultima, sprona di gran galoppo per guadagnare la porta. In quella furia, stando amici e nemici a riguardare, ecco improvvisamente sparire una squadra, come se fosse ingojata dalla voragine; poi sparire una seconda, e una terza, e gli altri appresso accatastarsi rovescioni cavalieri e cavalli nelle fosse. Ecco d'ogni intorno uscire i nostri soldati a far prigioni quanti ancora sopravvivono all'acciacco e allo scorno. E Tòdaro restarsi tutto pesto nel fondo[405].

Pensate le speranze del presidio dove fuggirono a quella vista! Lo spavento e la penuria delle munizioni produssero l'effetto. Uscì la bandiera bianca, uscì la guarnigione a buoni patti, e la città tutta intiera venne quello stesso giorno in poter dei Cristiani.

Il Principe e tutti gli altri di terra e di mare nelle varie fazioni dell'assedio mostrarono senno e bravura da eguagliare ciò che si legge degli antichi, e da non aver pari altrove nella marineria di quel tempo. Arrogi la moderazione dei capitani in tutta la condotta di questa campagna, e specialmente la rigorosa osservanza dei patti, rispetto all'onore, alla roba e alle donne, anche dei Turchi; gastigando severamente in pubblico qualunque soldato o marinaro si fosse ardito mancare alla disciplina e violare le convenzioni. In somma si voleva mantenere incorrotta appo tutti, amici e nemici, la fama di giustizia e di fede: perchè gli stessi Turchi, tanto differenti di religione, di costumi e d'ingegno, conoscessero chiaramente alla prova come i Cristiani, oltre alla valentia nell'armi, avessero anche umanità, fede e temperanza nella vittoria.

NOTE:

[405] GIOVIO, 272: «_Avendo tagliato la via maestra, vi avevano tirato una fossa a traverso.... Mandato il signor Pietro della Tolfa con trecento archibugeri.... i Turchi spingendo i cavalli.... cadevano nella fossa._»

[23 settembre 1532.]

XIV. — La mattina seguente, come surse il sole dal mare rimpetto al torrione del primo ingresso, la salva dei cannoni salutò la levata dei tre nuovi stendardi sulle mura della piazza. Le chiavi di Roma, la croce di Malta e l'aquilone dell'Imperio ondeggiarono insieme per dimostrazione pubblica di possesso[406]. Imperciocchè di unanime consentimento i capitani in consiglio avendo deliberato mantenere la piazza a beneficio del cristianesimo ed a base di future operazioni, incontanente il Principe fece risarcire le mura, crescere l'artiglieria, deporre nei magazzini abbondanti provvigioni da guerra e da bocca, presidio spagnuolo di mille fanti, e governatore delle armi don Girolamo di Mendoza. Al quale, perchè ci si adattava di mala voglia, il Principe in fede di cavaliero cristiano promise soccorso in qualunque estremo bisogno, anche a private sue spese, se mai fosse assalito dai Turchi.

[1 ottobre 1532.]

Intanto spediva otto galere scelte nell'arcipelago, perchè scorrendo quei mari pigliassero informazioni più fresche dell'armata nemica, non forse avesse a disturbare improvvisamente tornando le altre imprese che si divisavano. Andarono col cavalier Salviati le tre galere di Malta, una di Genova, e quattro di Roma; che molto volentieri, come nipote di sua Santità, lo seguirono[407]. Il resto dell'armata sciolse da Corone, fece l'acquata a Navarino, e si presentò a Patrasso, città dell'Etolia, allora squallida come tutte le altre invase dai Turchi, e ai nostri giorni rifiorita, al pari dei tempi antichi, ricca di commercio, frequentata dai navigli, ed abbellita da trentamila Ellèni che ancora ti mostrano i classici profili del tempo di Pericle, resi più e più cospicui dal pittoresco vestimento nazionale. L'albergo delle tre potenze mi ricordava il risorgimento della Grecia, e l'altro di costa la vicinanza dell'Italia.

[12 ottobre 1532.]

Sulla riva della gran rada si attelò l'armata nostra, e sull'atto pose in terra cinque mila uomini in arme. Ma i Turchi avevano prestamente sgombrato la città bassa, e colle loro donne e fanciulli eransi ridotti all'acropoli, allogando alla rinfusa la turba imbelle in una grande opera esteriore, che a guisa di falsabraca circondava il castello con un muro ed un fosso. Dunque avanti colle trincere: avanti, che snuda la spada il conte di Sarno. Mille archibugeri a levar di posto i difensori, cento bombardieri ad aprire la breccia, le ciurme in giornèa alla fascina per la colmata. Presto vien giù la vecchia muraglia esteriore, presto si livella il passaggio nel fosso. Primo vi salta Giovanni Cavaniglia, giovane cavalier napoletano, secondo il conte di Sarno con tre alfieri e tre bandiere, appresso le compagnie in colonna. I Turchi abbandonano il ridotto esterno, come già avevano lasciato la città. Gran cosa la prestezza e l'ardimento nelle fazioni di guerra, gran forza l'esempio dei fatti precedenti, gran peso il precipizio di chi comincia a cadere.

Resterebbeci ora la difficile espugnazione del castello sulla rocciosa cima del monte; se i Turchi, alla vista miserabile delle femmine e de' bambini in strida e in pianti, e senza provvigioni da sostentarsi lungamente, non venissero a sollevarci, offerendosi pronti di capitolare. Sono dunque ricevuti liberi, salvo l'onore delle donne, i panni di dosso a ciascuno, e il passaggio assicurato a tutti pel golfo di Lepanto. Patti gelosamente mantenuti, e sanzionati col capestro al collo di tre o quattro sciaurati che eransi arditi di mettere le mani su certe donnette, e di rapirne gli ornamenti[408].

NOTE:

[406] BOSIO cit., 116, A: «_S'arborarono sulla porta medesima tre bandiere, cioè del Papa, dell'Imperatore, e della Religione di San Giovanni._»

[407] BOSIO, 116, B: «_Spedito havendo il prior di Roma Salviati con quattro galere della Religione, ed altre quattro del Papa._»

[15 ottobre 1532.]

XV. — L'istesso giorno tornarono dall'arcipelago le otto galèe degli esploratori, riportando liete notizie: Omer-Aly essersi ritirato a scioverno in Costantinopoli, niuna armata inimica sul mare, averlo essi corso da padroni infino ai Dardanelli, fatto sbarchi, preso prigioni, e menatasi appresso una grossa nave carica di vittuaglie e di munizioni, tolta al sostentamento della fortezza di Modone. L'istesso Salviati, venuto in terra, prendeva la vanguardia della scorta intorno ai prigionieri, quasi tre mila persone, che scendevano dal Castello alla marina; il Principe seguiva il convoglio alla coda, con imperioso contegno e severo, mostrando dalle ciglia aggrottate la ferma deliberazione di punire qualunque violasse punto della capitolazione.