La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 25
Perciò i governi che solevano tenere armate di galèe davano a destri uomini il carico di arruolarne in buon dato: e costoro entrando per le bettole, pei ritrovi degli oziosi, e principalmente per le case di giuoco, prestavano danari a chi ne voleva, col patto che, non restituendo a tempo, si avesse a scontare in galera[370]. Laonde allora tutti i giocatori guadagnavano qualcosa: e chi danari, e chi remi. Questo metodo si osservava in Napoli, questo in Malta[371], in Messina, e specialmente in Venezia; dove si armavano talvolta le galèe a centinaja, per le quali non bastando a quei signori la gente che si poteva scrivere nella città e nel dominio di terraferma, mandavano uomini loro a cavarne di Dalmazia, dalle isole Jonie, e sopra tutto dalle due Sicilie, dove abbondavano i disperati[372]. Colà è ancor vivo tra la plebe il motto, comunemente anche adesso ripetuto, avvegnachè da pochissimi ben compreso, col quale sogliono rimbeccare chiunque richieda dispendio difficoltoso, dicendogli: Vuoi tu dunque che io abbia a vendermi al Veneziano? Vedete in quali pieghe si nasconde la tradizione sempre durevole dei fatti strani.
La maggior difficoltà, che sempre incontravasi in Roma, volendo armar galèe, era la penuria dei rematori. Se squillava la tromba, o se batteva il tamburo per le strade, facendo la chiamata di soldati, come allora si costumava, tu vedevi piene in un giorno le compagnie di bella e fiorita gente; e la gioventù dell'Umbria, del Lazio, della Sabina, delle Marche e della Romagna seguire a migliaja le bandiere degli Orsini, dei Colonnesi, dei Savelli, dei Baglioni, dei Pepoli, dei Malvezzi, dei Farnesi e di altrettali, nelle Fiandre, in Germania, nell'Ungheria, in Levante: ma sul punto dei remi alla catena, niuno voleva saperne. Tra poco c'incontreremo col patriarca Grimani alla Prevesa, che per mancanza di rematori sarà costretto disarmare quattro delle nostre galèe, e colla gente di quelle rinforzare le altre trenta. Similmente al tempo di Sisto V, dovendosi armare in Civitavecchia dieci galèe nuove, e non bastando per far ciurma il vuotare le carceri dello Stato, nè il far venire centotrenta schiavi da Malta[373], bisognò acconciarsi al metodo della bisca.
Era allora vivissima e generale la passione pei giuochi d'azzardo: e il danaro in via dei Banchi per niuna cosa tanto correva, quanto per le scommesse[374]. Si metteva la posta su tutto: sulla vita e sulla morte delle persone, sui matrimonî, sulle promozioni, sulle guerre, sulle paci, sulle cose future, anche illecite. E perchè l'interesse e il puntiglio volevano vinta la scommessa, non di raro co' tranelli si faceva di produrre o d'impedire questo o quello, perchè l'esito rispondesse alla predizione. Basta leggere le istorie particolari di quel tempo, e più di tutto le leggi, i bandi, e gli editti della potestà civile e della ecclesiastica nel corso del secolo decimosesto, per restarne pienamente convinti[375]. Ciò supposto gli arrolatori aprirono tre giuochi d'azzardo, uno in Trastevere, uno alla Regola, ed uno ai Monti: con questo però che chiunque perdeva, e non pagava, andar dovesse a scontare il debito di bonavoglia in galèa. Pensate concorso di giuocatori! In quelle nottate di primavera una turma di servitori, di cavalcanti, di stallieri, e di cuochi partivano imbrancati per Civitavecchia, le galèe ben fornite scioglievano i canapi, e le dame e i cavalieri e i grandi signori si levavano la mattina senza domestici[376].
Tiro fuori dagli Avvisi di Roma queste notizie importanti per la storia dei costumi e della marineria del secolo decimosesto: ed ora avendone il destro, e dovendo quinci innanzi qualche volta citarli, metto giù alcune notizie poco comuni intorno ai detti Avvisi, perchè il lettore sappia donde traggo talora le testimonianze, e come egli possa ordinare i riscontri.
La prima gazzetta pubblicata colle stampe in Roma è il Diario per le guerre dei Turchi in Ungheria, che comincia addì cinque di agosto del 1716, e se ne conserva tutta la serie (rarissima collezione) alla nostra Casanatense. Prima di quello in Roma non si stampavano gazzette. Ma essendo gli uomini prima e dopo egualmente desiderosi di sapere ciò che alla giornata succedeva dentro e fuori della città, e non avendone allora copia a stampa, supplivano colle gazzette manoscritte, che chiamavano Avvisi. Per essi correvano notizie pronte a chi pagava, e lucro stabile a chi scriveva. Raccogliere e accertare i particolari dei fatti interni, e talvolta anche le dicerie della città; tenere corrispondenza coi paesi lontani, stendere i racconti, cavarne le copie e distribuirle, era ufficio di quei giornalisti a penna, come dei moderni a stampa. Anzi più: che non facendosi la distribuzione se non a personaggi di alto affare, per intramessa e secondo gli interessi di taluno tra loro, cascavano talvolta nelle pagine degli Avvisi notizie arcane e importantissime, che difficilmente adesso si cercherebbero altrove. Quindi le gelosie fiscali e non di raro i sequestri e le sospensioni degli Avvisi. Certamente ricordo io stesso di avervi letto del bargello, delle perquisizioni e della prigionia del giornalista in Tor di Nona; tutto narrato da lui medesimo per iscolparsi al solito cogli associati sul ritardo di qualche settimana. Non v'ha biblioteca o archivio importante di Roma che non conservi qualche parte di cotesti Avvisi: la Casanatense ne ha dieci volumi, altri la Barberiniana, e via via. Ma la più ampia collezione è nella biblioteca del Vaticano, dove, oltre alla serie della associazione pontificia, sono colate le altre di Urbino e degli Ottoboni; più che ducento volumi dall'anno 1554 in poi, cioè sovente un volume per anno, e alcuni duplicati. L'Avviso usciva almeno due volte la settimana in quaderni di dodici, sedici e più pagine: comprendeva sotto la rubrica di Roma le notizie di tutta l'Italia, Francia, Spagna, Portogallo e Levante; e sotto la data di Anversa le notizie di tutta la Germania, Polonia, Ungheria e Settentrione. Ricca miniera per chi abbia criterio, e sappia lavorare al crogiuolo, sfiorata a pena dal Mai, verso la quale da più che trent'anni ho cominciato io col discorso, e poi colle stampe a condurre gli studiosi, che in Roma istessa non la conoscevano[377]. Valga l'esempio del primo giornale istorico di Roma, pubblicato nella stessa città l'anno 1845, dove sono inseriti alcuni brani di questi Avvisi, cavati dai codici dell'archivio Gaetani. E non sono mica secrete corrispondenze e private di Gianfrancesco Peranda secretario col suo padrone cardinal Enrico, come quivi stesso congetturano i Saggiatori[378]: ma veri frammenti delle semipubbliche gazzette a penna di quel tempo, come potrà accertare chicchessia, confrontando le parole, i fogli, lo stile, e le date dei codici Gaetani colle date, e stile, e fogli Vaticani, e Urbinati, Ottoboniani, Casanatensi, e simili; perchè troverà essere tutte copie identiche dello stesso originale. Copie che sono state conservate presso coloro, i quali non avevano bisogno di distruggerle. Torniamo all'armata.
NOTE:
[366] BOSIO cit., III, 103, A, anno 1531: «_Due galere ben armate di ciurma, con sessanta huomini di capo per galèa, a ragione di dodicimila ducati d'oro l'anno; cioè cinquecento al mese per galèa._»
Vedi sopra i docum. e lo specchio a p. 112.
[367] PANTERA, _L'armata navale_, in-4. Roma, 1614, p. 132: «_I buonavoglia si distinguono dagli altri per i mustacchi non rasi che portano per segno, essendo nel resto rasi, come gli altri.... gli schiavi turchi portano una ciocca di capelli sulla sommità della testa.... i forzati tutti rasi._»
[368] ARCHIVIO CAMERALE DI ROMA, di che vedi all'Indice.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE, come alla p. 113.
CODICE Barberiniano cit., ivi:
_Nota di quanto importa la razione di marinaro o di bonavoglia in un mese:_
1. Pan fresco o biscotto libbre due al giorno, che in un mese sono libbre 60 a soldi 12 la decina scudi 0,72.
2. Una pinta di vino (sottosopra un litro), che a soldo uno e un terzo fa per mese 0,40.
3. Minestra once tre, che per mese sono libbre otto, a un soldo la libbra 0,08.
4. Libbra una di carne fresca, o mezza di salata, o di pesce, o di cacio 0,72.
5. Olio e sale 0,08. —————— scudi 2,00.
[369] ARCHIVI E CODICI come alla nota precedente.
_Nota delle spese di vestiario per ogni forzato o schiavo o bonavoglia, all'anno._
1. Giubba di stametto rosso palmi undici, a scudo uno la canna di palmi otto scudi 1, 37.50
2. Canavaccio per fodera palmi sei, a soldi quindici la canna 0, 11.25
3. Tela per due pantaloni, palmi diciotto, a soldi quindici la canna 0, 37.75
4. Tela per due camicie, palmi ventidue a soldi diciassette la canna 0, 46.75
5. Berretto rosso di panno 0, 08. —
6. Cappotto di albaggio in palmi ventuno, a scudi uno e soldi venti due e mezzo la canna 3, 21.33
7. Calzettoni di albaggio palmi tre, all'istesso prezzo di sc. 1.22 ½ la canna 0, 27.20
8. Un pajo di scarpe 0, 50. —
9. Spago per cucire il cappotto 0, 00.80
10. Filo per cucire ogni altra cosa, oncia una avvantaggiata 0, 02. — —————————— scudi 6, 38.58
[370] PANTERO PANTERA (capº. della galea santa Lucia di N. Signore, p. 125 e 230), _L'armata navale_, in-4. Roma, 1614, p. 140: «_Potrà anche il principe aprire un giuoco pubblico per avere remieri di buona voglia.... il qual modo è mirabile per far galeotti.... e sebbene pare che abbia apparenza d'illecito.... nondimeno questo modo si tollera, e forse giova ai giovani, perchè si domano, ed escono più corretti e più cauti._»
[371] BOSIO cit., III, 368, A: «_Il Gran Maestro.... tolse a punta d'onore il riarmare le tre galere.... superando il mancamento delle ciurme, che era il maggiore ostacolo.... con danari tanti vogadori maltesi furono accordati, che col rimanente degli schiavi.... furono bastevoli._»
[372] BARTOLOMMEO CRESCENTIO (romano ed ingegnere idrografo dell'armata pont. come dalla dedica e dal Portolano, ed alle p. 128, 397, 408) _La nautica mediterranea_, in-4. Roma, 1607, p. 95: «_Bonevoglie sono gente vagabonda a chi la fame o il giuoco forzò a vendersi in galèa. I meglio sono gli Spagnoli et i Napolitani, sì come ancora sono i più._»
[373] BARTOLOMMEO DAL POZZO, _Storia dei cavalieri di Malta_, dal 1570 al 1688, in-4. Verona, 1703, I, 309.
AVVISI di Roma, _Cod. Urbin._ sotto la data 2 marzo 1588.
[374] IL SAGGIATORE, _Giornale romano di storia, belle arti, e letteratura_, diretto da Achille Gennarelli e Paolo Mazio, in-8. Roma, 1845, IV, 104, e 108: «_Giornale di casa Gaetani delle cose di Roma. — Cominciano di nuovo a farsi in Banchi altre scommesse sulla promozione dei cardinali, da farsi a questa Pentecoste: chi dice di sì, chi dice di no. E quelli che stanno sulla negativa danno il sessanta per cento._»
BENEDETTO VARCHI, _Storie fiorentine_, lib. II, in-8. Firenze, 1843, I, 72: «_Piero Orlandini, come s'usa comunemente nella sede vacante.... aveva scommesso che il card. de Medici non sarebbe papa, e Giovammaria Benintendi di sì._»
[375] COLLEZIONE di _bolle_, _bandi_, _editti_ e _leggi_ anche in fogli volanti, dal principio della stampa sino al presente. — Bibl. Casanatense nel camerino a sinistra, circa sessanta volumi.
[376] AVVISI di Roma, _Codice Urbinate alla Vaticana_, sotto la data del 25 maggio 1588. — (Narra ciò come cosa di fatto, e notissima a tutti in Roma.)
[1532.]
X. — Nel corso dell'anno trentuno il nostro Capitano aveva apparecchiato secondo i suoi pensamenti le dodici galèe convenute tra i ministri del Papa e di Cesare per attaccare gli Ottomani in Levante. Alla buona stagione del trentadue salpava dalle nostre spiaggie ben fornito d'armi, di gente e di danaro, e si riduceva nel porto di Messina: luogo destinato pel ritrovo di tutta l'armata cristiana, che sotto gli ordini supremi di Andrea Doria doveva operare contro i Turchi. In Messina si raccolsero insieme più che cento vele: cioè dodici galèe di Roma condotte da Antonio Doria, quattro di Malta col cavalier Bernardo Salviati, trentotto imperiali cavate in numero pressochè uguale da Genova, da Napoli, dalla Sicilia e dalle Spagne; si raccolsero trentacinque navi, compresa la caracca di Malta, pel trasporto delle munizioni e degli attrezzi: navi armate in guerra, piene di buoni soldati, e di grosse artiglierie, e più una ventina di legni minori, fuste e brigantini, pei servigî minuti[379]. La Caracca di Malta, chiamata Sant'Anna, fatta costruire dai cavalieri sulle coste di Nizza, merita di essere specialmente ricordata nelle storie marittime, per intendere la forma, costruzione, velatura, corazza, forza e armamento dei grandi vascelli da convoglio nel secolo decimosesto, secondo i minuti ragguagli lasciatici dai contemporanei. Quanto a grandezza di scafo, ripeterò le parole del Bosio che la chiama gran macchina, grandissima nave, e superbissimo vascello da guerra[380]. Sei ponti coperti: due sott'acqua, uno a livello, e tre al di sopra, compresovi il cassero e i suoi ripiani di poppa, alti più di venticinque metri dall'acqua, tanto che il calcese d'una galèa messasi sotto nol raggiugneva. Attorno logge, gallerie, giardinetti, e vasi d'aranci e di fiori. Lo scafo per tutta l'opera viva foderato di lastroni di piombo colla chiovagione di bronzo per manco consumo; e la metallica corazza molle, secondo la natura del piombo, per difesa dei colpi e degli squarci in virtù di ammorzamento[381]. La sua capacità si valutava a diciotto mila salme grosse di Sicilia, cioè tremila tonnellate di carico, oltre il suo corredo ordinario di artiglierie, armi, e provvigioni per sei mesi. Tre alberi verticali con tre gabbie sovrapposte, e grandi pennoni di vele quadre, trevi, parrocchetti, e pappafichi. Due mezzane alla latina. Gli alberi maggiori imbottati, il cui piede in coverta misurava dieci metri di circonferenza. Cinquanta cannoni grossi e colubrine in batteria, altrettanti petrieri, sagri, e falconetti sul cassero e sulle gabbie, trecento marinari, quattrocento tra soldati e cavalieri: saloni, camerini, corridoj, cappella, e armeria con tutto il fornimento di armi offensive e difensive per cinquecento persone. Gran dire per un vascello che non entrava nella linea, ma soltanto nei convogli!
[Agosto 1532.]
Dopo gli indugi consueti nel mettere insieme tante cose e tante persone, finalmente usciva dal porto di Messina l'armata cristiana: Antonio Doria e le galèe romane di vanguardia, Andrea nel corpo di battaglia con trentotto galèe, al retroguardo il Salviati colle quattro galèe di Malta, appresso tutto il convoglio a vela. Navigavano secondo i rilievi dei promontorî maggiori, dal capo dell'Arme allo Spartivento, al Rizzuto, alla Leuca, e finalmente allo Schinario del Zante.
Dall'altra parte Omer-Aly (notate il nome[382]) con ottanta galere rasentava le marine della Grecia per tenere quei popoli in rispetto, e l'Italia in apprensione. Ed i Veneziani, allora in pace col Turco, non facevano lamento; ma sotto il comando di Vincenzo Cappello dal Zante con sessanta galèe ben armate codiavano i movimenti degli Ottomani, senza molestarli. Venezia, tuttochè sola, e per semplice cautela, aveva sul mare un'armata più potente che non tutto il resto della Spagna, dell'Imperio, e dell'Italia in guerra viva. Avvicinandosi i nostri al Zante, uscivano incontro i Veneziani per fare i saluti: tre divisioni di venti galèe l'una in ordine di fronte, tutte a remo, e pavesate a festa. Le nostre galèe appressavansi in tre colonne di tre righe e sei file per ciascuna: di vanguardia Antonio, nella battaglia il Principe, al retroguardo il Salviati: le navi alla coda sotto vela a scacchiere. Venuti a giusta distanza, le colonne passavano tantosto all'ordine di fronte, così: l'antiguardo di fianco poggiando alla destra stendevasi in ala da quel lato; la battaglia sottentrava sur una linea nel mezzo, e il retroguardo arrancando a sinistra quasi a un tratto apriva l'altra ala, e compiva l'ordinanza di battaglia[383]. Appresso una ventina di palate per farsi più vicini e meglio e ordinati tutti insieme; e allora spala remi, affrenella, issa pavesi, fiato alle trombe, e fuoco ai pezzi. I Veneziani al modo stesso in ordinanza, spalati, affrenellati, e pavesati, salutavano; e offrivano quanto lor fosse lecito pei trattati: porti, vettuaglia e ricovero.
Tale il primo incontro di Andrea Doria, divenuto principe e capitano generale del Mediterraneo per Carlo V, coll'armata navale dei Signori veneziani al Zante: incontro amichevole e cortese dall'una e dall'altra parte. Alcuni storici gli mettono in bocca oltracciò una bella parlata, invitando quei Signori a unirsi seco contro il nemico comune; e un'altra orazione non meno bella appiccano a Girolamo da Canale, capitano del golfo e luogotenente del Cappello, per iscusarsene. Baje coteste: niuno meglio di Andrea doveva sapere non esser lecito, nè onesto, per arbitrio di private suggestioni tentare la fede dei capitani contro gli ordini del loro governo in materia così grave come la guerra; niuno conoscere meglio di lui doversi in tal caso le belle parole portare in senato a Venezia, non in galèa al Zante.
Dunque passò oltre verso la Grecia, deliberato di cercare e di combattere l'armata nemica, e di sbrattare il campo di operazione. Ora per renderci sicuri della viltà dei Turchi sul mare in questo tempo, basti dire che Omer-Aly, grande ammiraglio, con ottanta galere, non ebbe ardimento di aspettare le nostre cinquantaquattro: anzi uscito dal golfo dell'Arta, prima che i nostri si accostassero al Zante, filava rasente i lidi della Morèa, fuggendo verso Costantinopoli[384]. Andrea seguivalo lentamente fino a Modone, rimburchiandosi appresso le navi; non senza mandargli dietro a bello studio sette galere delle migliori, cioè sei di Roma e una di Malta, tutte sotto il comando del nostro Antonio, perchè diligentemente osservassero e riferissero del cammino che fatto avrebbero i fuggitivi; e potendo anche li trattenessero[385]. Ed essendo arrivato Antonio fino a capo Malèo, e di là all'altura di Nauplia, ed avendo saputo dai Greci e dai marinari incontrati per via, che Omer-Aly se n'era passato a Negroponte, e tuttavia più oltre accennava verso i Dardanelli; tornò a darne contezza al Principe, surto ai ridossi di Sfragia, che ora diciamo l'isola della Sapienza.
NOTE:
[377] P. A. G., _Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto_. Firenze, Le Monnier, 1862, p. 157. (Queste cose medesime in poche parole.)
[378] IL SAGGIATORE, _Giornale romano_ cit., 1845, t. IV, da p. 65 a 75.
[379] Prese le cifre e le varianti dagli storici che cito continuamente, Giovio, Sigonio, Cappelloni, Bosio, Bizzarro, Foglietta, ed altri, si può formare il seguente
SPECCHIO _dell'armata navale e della sua forza nell'anno 1532_.
Colonne:
S: Soldati. M: Marinari. R: Rematori. G: Galere. N: Navi. L: Legni min. Cav: Cavalli. Can: Cannoni.
| || Contingente | PERSONALE || MATERIALE di |—————————————————————||——————————————————————————— | S | M | R || G | N | L | Cav | Can ——————————————————————————————————————————————————————————————— 1. Roma | 1200 | 720 | 1800 || 12 | » | 2 | » | 60 2. Genova | 3600 | 1440 | 1800 || 12 | 12 | 5 | 100 | 348 3. Napoli | 3000 | 1200 | 1500 || 10 | 10 | 6 | 100 | 290 4. Sicilia | 1800 | 700 | 1200 || 6 | 5 | 3 | 100 | 160 5. Malta | 800 | 240 | 450 || 4 | 1 | 1 | » | 65 6. Spagna | 2400 | 1020 | 1500 || 10 | 7 | 4 | 100 | 218 | | | || | | | | |—————————————————————||——————————————————————————— _Totale_ | 12800 | 5320 | 8250 || 54 | 35 | 21 | 400 | 1141 ———————————————————————————————————————————————————————————————
Uomini 26,370 Legni 110 Cannoni 1141 Cavalli 400
[380] Bosio cit., III, 150. — (Di _Caracca_, vedi indietro a p. 84.)
[381] P. A. G., _Medio èvo_, alla voce _Corazza_. — E _Navi romane_, terza ediz., p. 7.
[382] BOSIO, III, 114, B: «_Generale dell'armata turchesca Imer Ali._» I cronisti, e i latinisti in vece di Omer-Aly scrivono _Omerale_, _Umerale_, e simili.
DE HAMMER cit., IX, 211, lo chiama _Ahmed-beg_.
[383] BIZARUS cit., 491: «_Acierum ordo explicatur.... Antonius Auria, qui primo præerat agmini, in dexteram sensim deflectit.... Andreas introrsum.... Salviatus ad lævam concitavit remiges.... Æquata omnium triremium fronte._»
GIOVIO cit., 269.
[Settembre 1532.]
XI. — Vedendo pertanto gli alleati non esserci modo di venire a naval battaglia, e già certi della propria superiorità per la ritirata del nemico, volsero l'animo ad alcuna impresa di terra. E chi un luogo, e chi un altro proponendo, finalmente la maggioranza deliberò seguire il parere di Antonio Doria generale di Roma, anzi che del Salviati generale di Malta, il quale per onore della sua bandiera avrebbe voluto tornare a Modone, inutilmente da lui preso e perduto l'anno avanti. I voti adunque furono per espugnare la fortezza e città di Corone nella Messenia, presso alle rive del Pamiso. La città sorge sulla pendice estrema del monte Termazio, che fa punta avanzata dentro il mare a scirocco, ed è in due parti distinta: la bassa alla riva, chiamata Isola, ma non è tale; e l'alta verso il monte detta Castello, perchè afforzata da una rôcca: divise tra loro da una muraglia intermedia; ed ambedue recinte di antiche cortine, ma forti; fiancheggiate da torrioni rotondi, grossi ed alti. Dista quindici miglia da Modone, seguendo la via spedita di terra; e più del doppio dista per mare, dovendosi tutta circuire la sporgenza che da quella parte fa il capo Gallo. Le due insenate al piè della città offrono due buoni ancoraggi, che l'uno ha per traverso i Libecci, e l'altro i Grecali; tanto che passando dall'uno all'altro ogni naviglio facilmente si mette a ridosso; e di più in quest'ultima parte, che è alla sinistra della piazza, restano ancora gli avanzi di un vecchio molo e di sponde murate con fondale e capacità sufficiente per otto o dieci galèe[386]. La profondità del mare è sempre direttamente proporzionale all'altura del terreno e dei monti circostanti[387].
I nostri capitani che ben conoscevano ed avevano rivedute le condizioni della piazza, le qualità del terreno, e gli scandagli delle rive circostanti (notizie di prima levata per questa specie imprese) ordinarono l'attacco da ogni parte, cioè dalla terra e dal mare, con tutte le forze. Lo sbarco a destra e a sinistra: di qua gl'Italiani, sotto Girolamo Tuttavilla conte di Sarno; di là gli Spagnuoli, sotto don Girolamo di Mendoza: gli uni e gli altri di notte ad aprire le trincere ed a piantare le batterie contro la piazza.