La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 24
VI. — Ora non mi talenta il seguire lo svolgimento dei trattati intorno alla persona del Papa, nè il discorrere della sua ritirata e dimora in castello Santangelo, nè della fuga in Orvieto, nè del Governo che fecero l'Imperatore e i Confederati di questo intricatissimo negozio. Lascio cui spetta il riconciliamento di Clemente e di Carlo, la coronazione di Bologna, e l'assedio di Firenze, dove niuna parte ebbe, nè bella nè brutta, la mia marina. In quella vece invito il lettore a venir meco dove ci aspetta Andrea Doria: il quale sorpreso dagli inaspettati avvenimenti, senza istruzioni, senza paghe, e senza partito, nondimeno meglio di ogni altro coll'ingegno e colla fede giovò alla causa ed alla incolumità del Pontefice. Imperciocchè avendo ripigliato personalmente la castellania della fortezza, e il comando della piazza in Civitavecchia, coi marinari e co' soldati delle galèe e coll'ajuto dei terrazzani, trovandosi in luogo forte per natura e per arte, non volle mai consegnare la città agli Imperiali; ma vi si tenne sempre fermo e in buon ordine, tanto che coloro non si ardirono di assalirlo: per opposito presero a carezzarlo, pregandolo con molte lusinghe ed impromesse, che volesse accettare la condotta ed unirsi con Cesare[347]. Ma egli, fermo nel proponimento e nella fede, non si lasciò mai abbindolare. Anzi più per messi secreti scrisse al medesimo Papa le proposizioni degl'imperiali: e da lui privatamente fu consigliato di non dover prestare orecchio alle loro ricerche; ma di starsene fermo in Civitavecchia, e di guardarne il porto, altrimenti sarebbe cagione di farlo condurre prigioniero in qualche fortezza di Spagna, come era successo nel caso simile al re Francesco per la via del porto di Genova. Conchiudeva consigliandolo di non si muovere, finchè egli non fosse fuori del pericolo; e poscia di accostarsi più tosto ai Francesi, che agli Spagnuoli, quando ne verrebbe il tempo[348]. Di questi fatti non meno importanti alla storia universale, che alla marina, gli storici nostri municipali non fanno motto.
[Agosto 1527.]
Andrea eseguì di punto in punto i consigli privati: si tenne costante alla guardia del mare, e il primo dei suoi sigilli, pubblicato dall'Olivieri[349], si trova ancora attaccato ad una lettera che esso scriveva da Civitavecchia nel mese d'agosto di quest'anno, raccomandando ai protettori del banco di san Giorgio in Genova l'abate Imperial Doria, eletto vescovo di Sagona in Corsica, del quale avrà a tornare il discorso. Finalmente quando ebbe veduto alquanto di quiete, e l'animo di papa Clemente già volto agli accordi, condusse le quattro galèe di sua proprietà in Savona[350]; lasciando nondimeno con altre sei galèe e due brigantini alla guardia di Civitavecchia Antonio Doria, suo luogotenente; il quale fu poscia confermato dal Papa nello stesso carico di capitano[351]. Antonio ci darà materia alla continuazione di questo libro, intestato col nome della casa Doria.
[Dicembre 1527.]
Così terminò sullo scorcio dell'anno ventisette il capitanato di Andrea. Itosene appresso al soldo di Francia, ebbe il grado di generale, e l'Ordine di san Michele: ma non tardò guari a nuovamente disgustarsi del re Francesco. Dopo la pacificazione di Roma, addì trenta giugno dell'anno ventotto fuggì di Provenza, e si condusse a servire Carlo V, dal quale non si distaccò mai più. Capitan generale del mare, e di tutte le armate di Spagna, principe di Melfi, cavaliere del Tosone, grande di prima classe, oppresso da molti fardelli, e legato a straniera fortuna, sempre ugualmente bravo, ma non sempre altrettanto sincero, divenne tra le mani di Carlo strumento necessario della pubblica servitù, mascherata con grande artifizio in diverse maniere, e indarno voluta scuotere coi maneggi e colle armi dai principi, dai popoli, e dai Papi quanti furono tra Clemente VII e Paolo IV. Non dico di più: il suo nome e i suoi fatti torneranno sovente infino alle ultime pagine di questo e dell'altro volume.
NOTE:
[347] GUICCIARDINI, Stor., lib. XIII, in-4. 1645, senza nota di luogo, p. 452: «_I fanti spagnuoli e tedeschi entrarono in castello Santangelo, ma non furono colla medesima facilità consegnate le altre fortezze e terre; perchè quella di Civitavecchia ricusò consegnare Andrea Doria, benchè ne avesse comandamento dal Pontefice._»
MURATORI, _Annali_, 1527, post. med.: «_I capitani imperiali fecero accordo con obbligarsi il Papa a pagare.... e consegnare Castel Santangelo, e le rocche d'Ostia, di Civitacastellana, e di Civitavecchia.... Andrea Doria ricusò di consegnare Civitavecchia._»
[348] CAPPELLONI cit., 28, 29: «_Andrea da Napoli fece ritorno in Civitavecchia.... in questo repentino et inaspettato accidente della presa di Roma.... si trovava Andrea in Civitavecchia.... pregato dal Papa a non prestare orecchio agli imperiali.... perchè se si accordava con loro sarebbe stato cagione di farlo condurre prigione in Spagna o a Napoli._»
SIGONIO cit., 57: «_Il Papa non potendo in questo tempo servirsi del Doria.... et saputo che gli erano offerti grandi partiti, perchè passasse al servizio dell'Imperatore.... lo sollecitò per secreti messi ad appoggiarsi di nuovo al re di Francia._»
[349] AGOSTINO OLIVIERI, _Monete, medaglie e sigilli dei principi Doria_, in-8. figur. Genova, 1859, p. 42 e tav. I: «_I sigilli dei principi Doria che mi vennero alle mani sono pochi. Il primo spetta ad Andrea I; è su carta bianca, attaccato ad una lettera che quel Principe_ (non ancor tale) _scriveva ai Protettori di San Giorgio l'agosto 1527 da Civitavecchia. Rappresenta l'aquila distesa sulla croce di Sant'Andrea._»
[350] CAPPELLONI, 30: «_Et passando da Civitavecchia a Savona, andò a congiungersi con le altre galèe francesi._»
[351] BOSIO cit., III, 69, C: «_Nell'anno 1528.... il Pontefice aveva dato intenzione di mandare anche egli all'impresa di Rodi due delle sue cinque galere._» V. appresso le note segg.
[1528.]
VII. — Continuandomi nel mio subbietto, so di entrare nei pensamenti dei nostri marini, che, scossi dagli strani ed infelici successi di Roma, argomentano il termine della loro intramessa nelle guerre intestine, tanto stranamente governate; e sospirano la levata delle armi a più degne imprese contro il nemico comune. Dopo la partenza di Andrea, trovo sei galèe e due brigantini armati e pronti ad ogni fazione nel porto di Civitavecchia; trovo al governo il capitano Antonio Doria, già luogotenente del cugino; e vedo intorno a quei legni principi, ambasciatori, soldati e venturieri fare assegnamento[352]. Vedo altresì in quel porto i Cavalieri gerosolimitani riarmare la loro squadra, e costruire galèe di nuovo, come quelli che, tenutisi da parte con savio consiglio durante il sacco di Roma, meno di ogni altro avean sentito il peso delle recenti sciagure[353]. Entrati poscia nelle smanie di fare qualche cosa, e molto più ristucchi della precaria dimora in casa altrui, fantasticavano sopra Rodi, sperando di potervi ritornare, se pur riuscisse di ritogliere per forza, per sorpresa e per secrete intelligenze l'isola dalle mani dei Turchi. Il Grammaestro e i suoi davansi di ciò gran faccenda: e vedevasi continuo andirivieni di cavalieri e di emissarî, da levante e da ponente, senza che altri potesse penetrarne la cagione. Ma ben sapevane papa Clemente, il quale aveva promesso al balì Salviati, suo nipote, di ajutare l'impresa con tutte, o con una parte delle sue galere[354].
[29 giugno 1529.]
Se non che la prima mossa di quei legni non poteva non rispondere alle mutate condizioni della curia, ed al rivolgimento di Clemente verso la fortuna prepotente di Carlo. Dimentico delle atrocissime ingiurie, l'istesso Papa sottoscriveva addì ventinove di giugno il famoso trattato, pel quale l'eletto Carlo doveva venire in Italia, ricevere la corona dell'imperio, dare la Margherita d'Austria ad Alessandro dei Medici, rimettere in maggiore grandezza questa Casa, e consentire a tante altre cose, che non mi torna il ripetere[355]. Però nè le galere gerosolimitane si volsero a Rodi contro i Turchi, nè le pontificie ad accompagnarle; ma tutti insieme corsero verso Genova incontro a Cesare, che aveva a venire per la via del mare di Spagna.
[12 agosto 1529.]
Tra i grandi e dei primi entrò nel porto con tutta la squadra papale di galèe e di brigantini Alessandro dei Medici, futuro duca di Firenze, accompagnato dal cardinale Ippolito suo cugino e da solenne ambascerìa per complire con Cesare a nome di papa Clemente, e per confermarlo nella opinione della benevolenza sua[356]. Poscia comparvero baroni, prelati, e ambasciatori di ogni parte di Spagna, di Germania e d'Italia; e finalmente ai dodici di agosto sull'ora di vespro ecco Carlo d'Austria, ecco la capitana di Andrea Doria, e trentasei galere in ordinanza, e settanta vele quadre tra caracche e navi grosse, ed altri ventiquattro legni sottili, come brigantini, fuste, trafurelle[357], e fregate; in tutto all'incirca centotrenta bastimenti: più dodicimila soldati di sbarco, e dumila cinquecento cavalli di guerra[358]. Dunque bellissime feste in Genova liberata.
Appresso quei signori, con Cesare, e fanti, e cavalli, e bisogni, andarono verso Bologna, dove nell'ottobre sopravvenne papa Clemente, il quale di sua mano coronò Carlo re ed imperatore nel mese di febbrajo dell'anno seguente.
[24 marzo 1530.]
Colà in Bologna, coll'autorità e favore del Papa, il Grammaestro ed i Cavalieri gerosolimitani ebbero da Carlo V la donazione della città di Tripoli in Barberia, e per loro residenza l'isola di Malta, donde presero il nome, col quale anche noi da qui innanzi comincieremo a chiamarli[359].
NOTE:
[352] BOSIO cit., II, 71, E: «_Il Pontefice.... non poteva concedere alcuna delle sue sei galere per unirle coll'armata della Religione._»
GIOVIO, RAINALDO, DORIA, e appresso alle note 45, e 46.
[353] BOSIO cit., 48, E: «_Due galere nuove, oltre un'altra che già in Civitavecchia s'era quasi del tutto finita._»
[354] BOSIO cit., 69, G: «_Il Salviati priore di Roma.... dovesse destramente procurare di averle tutte, e che almeno le due galere promesse da Sua Santità in modo alcuno non mancassero._»
[355] DU MONT, _Corps diplomatique_, IV, II, 5 a 53.
VARCHI, ediz. fiorent., 1843, I, 590.
[356] RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1529, n. 70: «_Clemens Pp. VII, dilecto filio Carolo etc... tres legatos, S. R. E. cardinales ad eamdem serenitatem tuam duximus destinandos._»
VARCHI, _Storie_, ediz. fiorent., 1843, II, 50.
[357] BENEDETTO VARCHI, _Storie fiorentine_, in-fol. Colonia, 1721, p. 227. — Ed. in-8. Firenze, 1843, II, 24, 28: «_Cesare agli dodici di Agosto in giovedì sera a Genova.... fanteria novemila quattrocento.... dumila bisogni.... cavalli di guerra dumila cinquecento.... trentasei galere del Doria e del Portondo.... settanta vele quadre.... ed il restante trafurelle e brigantini circa cento trenta legni._» (L'editore avverte nella nota di avere invano cercato _Trafurella_ nei Vocabolari. Se avesse avuto il mio, sarebbegli venuto così: _Trafurella_, s. f. (BOSIO, II, 652. VARCHI, Colonia, p. 227): Specie di galeotta sottile e agilissima a vela e a remo, così detta dalla attitudine al trafugarsi e al passare di soppiatto in ogni parte. Si usava per avviso, per la polizia dei porti, e anche per combattimenti di sorpresa e di agguato.)
[358] BIZARUS cit., 479.
FILIPPO DEI NERLI, _Comment._, in-fol. Augusta, 1728, p. 191.
BERNARDO SEGNI, _Storie_, in-fol. Augusta, 1723, p. 76.
[1531.]
VIII. — Intanto Solimano imperatore dei Turchi non erasi tenuto neghittoso: ma delle guerre intestine tra i Cristiani lietissimo, dopo aver percorso l'Ungheria e saggiato la strada fin sotto alle mura di Vienna, accennava di voler ripigliare la campagna con potentissimo esercito per venire dalla valle del Danubio nel centro di Europa[360]. Carlo imperatore, e il fratello suo Ferdinando re dei Romani, chiedevano istantemente gli ajuti del Papa[361]: il quale l'anno seguente mandò in Germania il cardinal dei Medici suo nipote con buona scorta di veterane milizie, e capitani famosi, e cavalli di guerra, ai quali fu dato con gran dimostrazione di valore, e grandissima strage d'infedeli, sciogliere l'assedio e liberare la fortezza di Clissa in Ungheria. Il fiore dei capitani e gentiluomini italiani si trovò raccolto in quei campi, dove erano Marzio e Pirro Colonna, Battista Castaldo, Alfonso del Vasto, Piermaria de' Rossi, Filippo Tornielli, Ottone di Montaùto, Guido Rangoni, e Sforza Baglioni, uniti col grande ingegnere militare Gabriele Tadini di Martinengo, e col celebre condottiere Ferrante Gonzaga[362].
Questo sia detto delle cose di terra per anticipazione e in iscorcio, dovendo io a preferenza occuparmi della marina, dove al tempo istesso Cesare e Clemente con ottimo consiglio preparavano sforzo di grossa guerra. Assalire Solimano alle spalle, minacciare la reggia di Costantinopoli, e togliergli il più che si potesse della Grecia divisavano, volendo così distaccarlo per forza dall'Ungheria. Sapevano bene che la principale difesa consiste nell'offesa; e che non si libera in altro modo più facilmente il proprio territorio, quanto invadendo il territorio nemico. L'esempio di Scipione valeva allora e varrà sempre per tutti.
A tal fine papa Clemente ordinava ad Antonio Doria di crescere la squadra fino a dodici galèe, e di tenersi pronto alla primavera prossima per seguire in Oriente l'armata imperiale[363]. Antonio medesimo tutto aperto, parlando pur brevemente di sè, come era uso, ed in persona terza, ne fa ricordo nelle succinte pagine di quel Compendio storico che dopo quarant'anni licenziò alle stampe, facendo pensiero di magnificare soltanto le glorie di Carlo d'Austria e dei successori, coi quali si era intimamente legato[364]. Però spese l'annata nel costruire e nel mettere in buon assetto le dodici galere, e nel far gente per armarle. Cosa facile nel trentuno: abbondava il danaro, e similmente numerosi vivevano senza partito i soldati e i marinari congedati a cagione della pace rimessa e delle guerre finite in ogni parte d'Italia. A lui la scelta dei migliori uomini di mare nei paesi littorani; a lui la chiamata dei più valenti delle bande nere e di quegli altri che avevano combattuto in terra di Roma e di Toscana.
Aveva Antonio intorno agli armamenti i suoi pensieri particolari; di che ha pur lasciato memoria negli inediti suoi Discorsi sulle cose turchesche per la via di mare, dei quali viene in concio dare breve sunto per chiarire gli apprestamenti suoi di quest'anno colle sue stesse parole[365]. Dice non potersi fare armata di mare colle navi a vela, ma soltanto colle galere, le quali pel remeggio possono andare dove vogliono: e ne adduce tutte quelle ragioni che si potrebbero oggidì mettere assieme per dimostrare che non si può chiamare naviglio di linea quello, il quale non abbia la macchina a vapore. Quanto alle navi quadre di alto bordo, che vanno a vela, dice ricisamente impossibile farle navigare insieme colle galèe; e quindi non essere bastimenti da mettere in linea di battaglia; perchè la diversità della forza motrice, e le svariate condizioni del vento e del mare le costringeranno cento volte a separarsi, e daranno al capitano nemico tutto l'agio di schivare, o di cercare, o di differire il combattimento a suo talento; e di attaccare o quelle o queste a ritaglio. Dunque mette le galèe in battaglia, e le navi in convoglio appresso e distaccate per trasportare munizioni, macchine, cavalli, e artiglierie, all'occasione dello sbarco. Ad ogni galèa assegna ottanta soldati archibugeri e picchieri, coll'obbligo di adoperare l'arme in asta o l'arme da fuoco, secondo il bisogno e secondo l'incontro da vicino o da lontano. A ciascuno la difesa di corazzina e di celata, contro le frecce, sempre in uso tra i Turchi. Il vitto e il soldo di soldato e di marinaro limitato a quattro ducati in ogni mese, «Come si è sempre fatto, e si fa tuttavia, per li ministri di dette armate.» Vorrebbe che si lasciasse il carico degli ufficî principali ai medesimi uomini del paese dove si armano le galèe; e dai luoghi istessi vorrebbe cavare per ciascuna sessanta marinari ordinarî, oltre le ciurme di cento cinquanta persone per galèa, e quanta più si possa gente di Bonavoglia. Conchiudendo colla somma complessiva di cinquecento ducati d'oro al mese per ciascuna galèa. La stessa cifra segna il Bosio, ed ambedue (sottratto lo scioverno) ritornano alle conclusioni dei nostri documenti a suo luogo prodotti[366].
NOTE:
[359] SEBASTIANO PAOLI, _Codice diplomatico dell'Ordine Gerosolimitano_, in-fol. Lucca, 1737, II, p. 194. — Diploma esteso, per Malta, Gozo e Tripoli di Barberia.
BOSIO cit.. III, 80, C: «_Tenore del privilegio della donazione di Malta, del Gozo e di Tripoli, donati alla Religione da Carlo V, tradotto dal latino nel volgar nostro idioma eccetera. Dato da Castelfranco presso Bologna addì 24 Marzo MDXXX, indizione terza, duodecimo dell'imperio._»
DE VERTOT cit., III, 509: «_Le traité concernant les Chevaliers fut signé le 24 de Mars à Castelfranco, petite ville du Bolonois. L'Empereur y déclaroit.... qu'il avoit cedé et donne à perpetuité.... à la dite religion de St Jean, comme fief noble, libre, et franc les châteaux, places, et isles de Tripoli, Malthe, et Goze._»
[360] FRANCESCO SANSOVINO, _Annali turcheschi_ e _Vite dei principi Ottomani_, in-4. Venezia, 1573, p. 242: «_Solimano andò avanti alla volta di Buda._»
[361] LUIGI GONZAGA (detto Rodomonte), _Stanze a M. Lodovico Ariosto_, stampate in appendice al _Furioso_, di questi successi nel 1531 parla così:
«_Poichè la fiera spada d'Oriente_ _È quasi giunta a le Tedesche porte;_ _E volto il tergo al già vinto Occidente_ _Il mio signor post'ha suo petto forte_ _Per farne scudo: e chiama all'alta impresa_ _Italia, Francia, e la romana Chiesa._»
[362] TEODORO SPANDUGINO CANTACUZENO, _Commentari dell'origine e costumi dei Turchi_, in-8. Firenze, 1551, p. 58, 59.
[363] RAYNALDUS, _Ann._, 1532, n. 20: «_Præter hæc vero subsidia, etiam duodecim triremes classi conjunxit._»
PAOLO GIOVIO, _Historie del suo tempo_, tradotte da Lodovico Domenichi, in-4. Venezia, 1608, p. 271: «_Le galèe del Papa col signor Antonio Doria, loro generale._»
[364] ANTONIO DORIA, _Compendio delle cose di sua notizia et memoria occorse al mondo nel tempo dell'imperator Carlo Quinto_. Genova, fol. parv., coi tipi di Antonio Bellone, 1571, p. 48: «_L'anno 1532 ordinò l'Imperatore che Andrea Doria andasse contro l'armata di Solimano.... con la sua, e dieci galere del Papa, delle quali Antonio Doria era generale, e quattro della Religione di Rodi sotto il capitano Salviati prior di Roma, che tutte insieme erano trentotto, con altre trenta navi._» (Libro rarissimo: esemplare procuratomi dai miei amici di Genova.)
[365] ANTONIO DORIA, _Discorso delle cose turchesche per via di mare_.
Mss. Casanatense, segnato XX, IX, 8. Inedito.
Carta e caratteri del secolo decimosesto, senza data, ma certamente composto prima del 1548, perchè vi si parla di Barbarossa vivente. Sono quattordici pagine di scrittura piena, e comincia: «_Havendo il Turco, come è manifesto a ciascuno, grandissime forze di danari, di gente, e di galere...._ (finisce) _Sborsi molta quantità di danari._»
IX. — La scrittura altresì del nostro Capitano parla qui avanti dei rematori di Bonavoglia, e sorge spontanea la domanda del lettore, che cerca chi fossero costoro, i quali sotto il grazioso titolo coprivano la più disperata condizione della vita; e similmente qual colpa o sventura li menasse al tristo mestiero, e qual legge o costumanza della società ne reggesse la sorte. Alcuni tra i moderni vorrebbero far le viste di intenderla questa materia; ma la toccano appena, nè valgono per ogni caso le loro spiegazioni. E perchè non si può lasciar correre senza chiarirla una costumanza marinaresca, che ritorna nei classici, negli storici e nei documenti, ne dirò narrando fatti, e così meglio si intenderanno le risposte in materia di fatto.
Un giovane robusto e sano, stretto dal bisogno, o dai debiti, o dal giuoco, o da qualunque (anche onesta) ragione, pognamo di soccorrere i genitori o di dotare una sorella; in somma chiunque voleva danaro per quei tempi, purchè fosse robusto e giovane, egli poteva trovare banco aperto di sicura e pronta riscossione in qualunque città marittima, ove stanziavano galèe. Andare al provveditore, chiedere, per esempio, cento monete, era tutt'uno che toccarle; dato che il postulante scrivesse subito di sua mano coi testimoni l'obbligo di scontarle di buona voglia col remo in galèa. Dopo di ciò il candidato, messo ai ruoli, vestito della assisa comune dei rematori, e rasato di ogni pelo, meno i mustacchi, era condotto a bordo, e messo in catena al suo posto, perchè la persona sua stesse a mallevaria delle monete[367].
Colà egli aveva il vitto al pari dei marinari: pan fresco o biscotto due libbre ogni dì, una pinta di vino, tre once di minestra, una libbra di carne fresca, o mezza di salata; e nei giorni di astinenza sei once di cacio o di pesce; che tutt'insieme per quei tempi si valutava due scudi per mese, o scudi ventiquattro per anno, che venivangli pagati a titolo di razione[368]. Or sopra questi ventiquattro il novello bonavoglia non poteva fare assegnamento niuno per iscontare il debito dei cento, bisognandogli consumarli alla giornata per vivere. Quindi non gli restava che il misero soldo di altri due scudi per mese, cioè di ventiquattro scudi per anno, coi quali doveva livellare il danaro ricevuto. Nondimeno bisogna aggiugnergli dispendio coll'obbligo di vestirsi del suo, e di rinnovare nella primavera d'ogni anno il proprio corredo, mettendoci all'incirca sei scudi; e precisamente scudi sei, soldi trentotto, e cinquantotto centesimi di soldo, secondo la valuta del danaro e dei drappi in quel tempo[369]. Ondechè per saldare col residuo delle mercedi il debito di cento monete egli era in obbligo di remigare per cinque anni, sei mesi, e quattro giorni. Supponiamo sempre regolare il rilascio del soldo: chè se in quella vece ne toccava parte, o vero se richiedeva ulteriori prestanze (posto che al provveditore fosse parso continuargliene), allora proporzionalmente, come sopra, avevano a crescere gli anni dello sconto, e la durata del servigio.
Nello Stato romano era legge il mettere in ogni galèa da venticinque a trenta di bonavoglia, cioè dire almeno uno per banco. La ragione è chiara ugualmente dal fatto: chè non essendo costoro nè infedeli come i turchi, nè disperati come i galeotti a vita, non potevano avere comune con esso loro l'animo e l'interesse di ribellarsi e di fuggire: ma in quella vece, stando sempre di mezzo agli altri, dovevano più di chi che fosse avvertire se alcun trattato di sollevamento si ordisse; e dovevano dar mano a sventarlo. Certamente avrebbe voluto il turco impadronirsi della galèa e menarsela coi cristiani legati in Barberia; di che giorno e notte ciascun di loro farneticava: probabilmente il forzato a vita si sarebbe, e talvolta si è, unito co' turchi nella speranza di miglior fortuna. Non mai si è visto che vi consentisse un bonavoglia, essendo moralmente impossibile che questi entrasse nel rischio della rivolta, dove aveva tutto a perdere e nulla a guadagnare. Da ciò possiamo intendere altresì come la interna sicurezza della galèa in gran parte si posava sulla fede dei bonavoglia. Essi in quella mescolanza di pirati, di malfattori e d'infedeli, essi erano a frenare gli schiavi, essi a contenere i forzati, a regolare la voga, a riveder le catene, a guardare le spalle dei marinari, a scoprire i complotti; ed essi, in caso di combattimento dubbioso, erano pronti a pigliar l'armi, come più volte è successo, ed a far traboccare la bilancia in nostro favore. In tal caso ogni conto saldato subito al ritorno nel porto.