La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 23
POMPEO ARNOLFINI, _Vita e fatti di Andrea Doria_, tradotti dal latino di CARLO SIGONIO, in-8. Genova, 1598. (Cito la traduzione.)
F. D. GUERRAZZI, _Vita di Andrea Doria_, due volumi in-16. Milano, Guigoni, 1864.
MORERI, LADVOCAT, FELLER, DE CHESNEL, BIOGRAFIA _universale di Venezia_, DIZIONARIO _degli uomini illustri_ ed. in Padova, e ogni altro MANUALE _storico_ e DIZIONARIO _di erudizione_, tutti insomma parlano di Andrea, e fin qui niuno di Giannandrea. (Come ho detto così ripeto a' miei Critici.)
[324] GIUSEPPE MELGHIORRI, _Guida di Roma_. Galleria del Palazzo Doria, in-8. Roma, 1835.
AGOSTINO OLIVIERI, _Monete, medaglie e sigilli dei principi Doria_, in-8. Genova. tav. 1 e 2, e il suo testamento e codicilli, a p. 86.
PINI e MILANESI, _Scrittura di artisti in fotografia_, in-4. Firenze, 1870. — Sebastiano del Piombo.
VASARI, ed. Le Monnier, X, 12: «_Bastiano ritrasse ancora Andrea Doria, che era nel medesimo modo mirabile._» XIII, 161: «_Il Bronzino poco dopo a monsignor Giovio amico suo fece il ritratto di Andrea Doria._» XII, 29, 30, più IX, 10: «_La statua di Andrea Doria fatta dal Montorsoli e da Alfonso Lombardi._»
AVV. GAETANO AVIGNONE, _Medaglie dei Liguri e della Liguria_, in-8. Genova, 1872, pag. 84: «_Andrea Doria._»
[Giugno 1526.]
II. — Ai primi di giugno Andrea era già investito del nuovo ufficio, come capitano della navale armata di Roma, e castellano della fortezza di Civitavecchia, secondo gli stessi capitoli del Vettori. A lui il comando delle due galere e de' due brigantini permanenti; a lui la condotta di altre sei galere di rinforzo, quattro proprie, e due di Antonio suo congiunto. Il nome di questo Antonio deve essere fin dal principio avvertito bene dai lettori e ricordato, perchè entra ora luogotenente, e poscia resterà successore di Andrea; e ci darà materia alla continuazione del libro quarto, come ce l'hanno data pel secondo i due da Biassa. Cresciuti i legni, infino a dieci, anche i soldi del nuovo capitano ebbero a salire da otto a trentacinque mila ducati per anno, facendosene in gran parte il ritratto da nuove gravezze imposte sui macelli: di che malcontenti i beccaj tumultuarono in Roma, e fecero sciopero; dandoci a vedere che niente è nuovo nel mondo[325].
Abbiamo adunque in punto dieci bastimenti, sotto eccellente capitano; e dobbiamo aspettarci degni fatti contro i pirati, se pur non verranno i negoziatori di Cognac a trascinarci altrove. Nel vero, come Andrea ebbe udito il Barbarossa, per allora giovane pirata, esser comparso sulle maremme di Toscana, in quel primo fervore uscì subito fuori del porto coi dieci legni, e più le tre galere di Rodi, avendo coll'autorità del Papa, e coll'esempio del Vettori, persuaso quei signori a seguirlo[326]. La spedizione ben ordinata e presta si coronò di splendido serto, certamente prima che ai nemici fosse arrivata la notizia dell'apprestamento dei nostri marini. Barbarossa aveva già messo a soqquadro le maremme di Toscana, senza trovare niuno che potesse resistergli, o dargli novelle di ciò che fosse di qua dal monte: per ciò usciva baldanzoso dal canale di Piombino, e coi Ponenti della stagione volgeva verso la spiaggia romana. Tutto inteso col guardo sull'orizzonte, cercava la preda, quando gli stessi Libecciuoli che il portavano a Scirocco col carro alla destra, gli posero dinanzi una dozzina di legni militari, coperti di cotone col carro a sinistra, e schierati in battaglia, e tutti abbrivati contro di lui. Si potrebbe dire che quasi agli occhi suoi non avrebbe creduto, se non si fossero mostrate sulle bandiere le chiavi di Roma, e le croci di Rodi; e poi, come non riconoscere all'attrezzatura, alla ordinanza, al brio, i legni militari? Sorpreso all'improvviso, e persuaso di non potere resistere, dette il segno di pronta ritirata, e gittò pel primo la sua galeotta velocissima a remo contro vento. Ma gli altri, tutti in un branco, brigantini, fuste e galeotte, quindici legni, vennero a un tratto nelle mani dei vincitori. I quali con gran festa rientrarono nel porto di Civitavecchia; esultando i popoli vicini e lontani nel vedere distrutta la terribile masnada, imprigionati in gran numero i Turchi, e sciolte le catene a più centinaja di Cristiani, alcuni dei quali allora allora avevano cominciato a remigare. La memoria di questo fatto importante sarebbe perita, come tante altre delle nostre, se l'intramessa delle tre galere di Rodi non avesse dato ragione al Bosio di registrarla ne' suoi annali[327]. Dunque al testo dell'Ariosto possiamo ora aggiugnere più largo commentario, confermandone la sentenza in ogni parte, anche nella zona della spiaggia romana, dove ai nostri tempi si sarebbe meno pensato[328].
NOTE:
[325] SCIPIONE AMMIRATO cit., 359, 19: «_In Roma i macellaj si sono sollevati per alcuni dazj messi dal Papa per sostentar la condotta di Andrea Doria, cui aveva dato il generalato delle sue galee._»
[326] BOSIO cit., III, 45, B: «_Andrea Doria, fatto generale delle galere del Papa, non così presto n'ebbe preso il possesso, che coll'autorità del Papa ebbe in conserva le tre galere della Religione._»
[Luglio 1526.]
III. — Intanto pubblicavasi la Lega di Cognac, e gli alleati scopertamente si apprestavano alla guerra contro l'Imperatore. Cacciarlo dalla Lombardia, mutargli lo stato di Siena e di Genova, torgli il regno di Napoli, pareva loro altrettanto facile nell'esecuzione, quanto lo sentivano nel desiderio[329]. Io non voglio allontanarmi dal mare: perciò lascio da parte la Lombardia, dove pestava il conte Guido Rangoni, il famoso Giovanni dei Medici, e Francesco Guicciardini; e dove già erano andati per commissione di papa Clemente a rivedere le fortezze di Romagna e di Piacenza Antonio da Sangallo, Michele Sammicheli, Battista il Gobbo, Antonio dell'Abbaco, e Giulian Leno[330]. Lascio dentro terra questi capitani ed ingegneri, e mi accosto alle maremme di Siena, dove il Doria si avvicina per sostenere gli eserciti campeggianti in Toscana.
Voleva Clemente metter giù il reggimento popolare dei Senesi favorevole agl'Imperiali, e rialzare contro di loro il partito dei Petrucci, a capo dei quali era Fabio, congiunto per matrimonio colla casa dei Medici. Perciò dal confine di Viterbo e d'Orvieto aveva spinto dieci mila tra fanti e cavalli contro Siena; e da Civitavecchia aveva fatto uscire Andrea colle galèe e mille fanti di sopraccollo per sostenerli. I dieci mila romani, fiorentini e forusciti, coi commissari Antonio Ricasoli e Roberto Pucci, al primo scontro in campagna furono rotti dai Senesi, colla perdita di tutta l'artiglieria, e di quasi tutto il bagaglio. Restò a compensare i danni minaccioso il Doria dalla parte del mare. Egli prese quante vettovaglie di là venivano ai Senesi, impedì i soccorsi, assaltò i porti, ebbe Talamone ed Orbetello, e presidiò stabilmente Portercole[331]. Quest'ultima piazza ritenne per quattro anni, arrabattandosi indarno i priori di Siena tra le ritortole della Curia e di Andrea, finchè il capitan Cencio Corso con improvvisa battaglia di mano non l'ebbe ricuperata ai Senesi nel mese di febbrajo del 1530.
NOTE:
[327] BOSIO cit., 45, C: «_Andrea Doria contro Barbarossa famosissimo prese nei mari di Civitavecchia quindici vaselli da remo.... liberato un numero grandissimo di poveri Cristiani schiavi._»
[328] ARIOSTO, _Furioso_, XV, 30:
«_Questo è quel Doria che fa dai pirati_ _Sicuro il vostro mar da tutti i lati._»
[329] FOLIETTA, _Hist. genuen. Ann._, 1525, in fin., ap. _Burman in Thesaur._, I, 728, D.
GIOVANNI CAMBI, _Storie_; tra le _Delizie degli eruditi toscani_, XXII, 282.
GIAN MATTEO GHIBERTI, _Lettera a don Michele de Sylva_. _Lett. dei principi_, in-4. Venezia, 1575, II, 154.
GUICCIARDINI, lib. XVII, ed. cit., p. 1169.
VARCHI BENEDETTO, _Storie fiorentine_, lib. II.
AMMIRATO cit., II, 363.
[330] VASARI cit., Le Monnier, X, 10. — XI, 110, n. 111.
PROMIS cit., II, 74, 300.
[Agosto 1526.]
IV. — Maggior travaglio aveva a portare la mossa verso Genova; dove governava Antoniotto Adorno, sostenuto dal partito imperiale. Pensate Genova, città da rendere buon conto a chicchessia coll'armi in mano; pensate Antoniotto, bene assettato nel palazzo ducale, e risoluto insieme cogli aderenti suoi di non volerne uscire; pensate i capitani di Carlo V, attaccati coi denti a quella piazza importantissima tra tutte in Italia, ed anello necessario per carrucolare verso la Spagna, Napoli e Milano; essendo chiusa ogni altra linea, specialmente dai Francesi, e sapendo che perduta Genova, nè uomo più, nè soldo, nè altro qualunque soccorso sarebbe potuto passare. Dunque qui il nodo principalissimo, e qui il contrasto maggiore.
Ne fu scritto al Doria, il quale rispose non esservi altro mezzo che stringere Genova dalla parte del mare; mettersi con due armate nelle due riviere, e tenersi pronti di qua e di là a combattere unitamente contro l'armata di Spagna, che nel mezzo verrebbe per certo a portarle i soccorsi. Disegno strategico. Se fosse stato eseguito a tempo, niun dubbio che avrebbe dovuto Genova aprir le porte, Antoniotto fuggire, e i Cesariani cadersi in pessimo termine. Ma la bisogna delle leghe va sempre a un modo; ciò è dire con poca corrispondenza reciproca. Andrea si accostò presso alla riviera di levante, ma i Francesi tardarono dall'altra di ponente, i Veneziani non comparvero in tempo, e gli Spagnuoli ebbero tutta la comodità di provvedere. Entrarono alla spicciolata, genti, vettovaglie, danaro; venne di Spagna fresco fresco il duca di Borbone, col grado di capitan generale dell'esercito cesareo in Italia.
Finalmente a mezzo agosto l'armata di Francia col conte Pietro Navarro prese Savona, favorito dagli abitanti, nemici dei Genovesi; intanto che dall'altra parte Andrea Doria colle galèe del Papa e dei Veneziani faceva testa a Portofino, mettendovisi di forza per mare e per terra. Aveva seco i dieci legni della squadra papale, ed una quindicina della veneziana, venuti alla fine in questi mari, secondo i patti della lega, sotto il governo di Luigi Armero[332]. Così stettero tre mesi stringendo il blocco da levante e da ponente: a niuno più concesso nè l'entrare nè l'uscire, cresceva dentro maggiormente la penuria, e fuori vie meglio l'abbondanza per le molte e continue prede che le due armate facevano sul mare[333]. E in quel mezzo Filippino Fieschi, governatore delle armi a Portofino, col rinforzo di ottocento marinari buttatigli in terra da Andrea, dava la mala paga ai Cesariani che si erano arditi di trasalire il monte, pensandosi vanamente di poter riscuotere quel posto, e di allargare alquanto il blocco dalla parte di terra[334].
[19 novembre 1526.]
Finalmente il grosso dell'armata spagnuola salpava da Cartagena per rifornire la piazza di Genova: venti galèe di scorta, ventidue navi da carico, grandi provvigioni, molti cavalli, quattromila fanti veterani, Ferrante Gonzaga, Ferdinando Alarcone, e don Antonio Lannoy vicerè di Napoli, venivano di lungo verso il golfo: ma costretti da grossa tempesta di scirocco, riparavano a san Fiorenzo sulla estremità boreale della Corsica, aspettando l'opportunità di movere tutti uniti al soccorso di Genova[335]. Per opposito i confederati si mettevano in punto con deliberazione di tenere il passo, e in gran fretta da Portovenere chiamavano quelle galèe veneziane che vi si erano raccolte a spalmare. Assembrati distesero l'ordinanza, mettendo in battaglia quarantaquattro legni di linea così[336]: sedici galèe e quattro galeoni di Francia, tredici galèe di Venezia, e undici del Papa: al centro Pietro Navarro, alla destra Andrea Doria, alla sinistra Luigi Armero, i galeoni alla fronte.
Disposta in tal modo l'ordinanza, e mandate a ciascuno le istruzioni precise per governarsi nello scontro imminente, si volgevano di faccia al vento, persuasi che il nemico con tante navi quadre non potrebbe venire altrimenti che sotto vela, di buon braccio, e secondo il rombo della giornata, come e dove essi aspettavano. Nè ebbero ad indugiarsi gran fatto, chè a diciannove di novembre ecco l'armata di Spagna dalla parte di Sestri orientale; e incontanente i confederati all'incontro dal ridosso di Portofino, navigando quelli a vela e questi a remo risolutamente gli uni contro gli altri. S'incontrano dinanzi a quella lingua di terra che i Genovesi chiamano Codimonte[337]. Pietro Navarro intima la battaglia con un tiro di corsia, colpisce giusto, e mette abbasso l'asta e la bandiera dell'almirante spagnuolo: grida di lieto augurio tra i confederati, e di confusione tra i nemici. Il Doria e l'Armero volano innanzi arrancati, e gli altri a gara contro i vegnenti, traendo a furia di tutte le artiglierie. In breve le due armate di qua e di là si avvicinano, sparisce il campo del mare interposto, si mescolano, si urtano, si afferrano; e rimane una selva intricata d'alberi e d'antenne, scossa dal fuoco, dal ferro, e dal cozzo. Una nuvola di fumo corre sull'orizzonte: bassa e bianca a prima uscita; ma crescendo i tiri si condensa colle fumate seguenti, si leva in vorticose spire, torreggia, si oscura, intercetta la luce da ponente, e nasconde il sole prima del tramonto. Tra quel tenebrìo, quanto tu mai intesamente riguardi, non vedi che lampi contro lampi; e non odi che il rombo del tuono tutto intorno, e lo scroscio delle murate, e il precipizio degli attrazzi, interrotto soltanto dal fremito dei combattenti. Il mare intorno si fa livido, copresi di rottami, ribolle. E dopo quattro ore di combattimento, quantunque cresca la notte, puoi vedere l'armata spagnola rotta dalla testa alla coda, alcune navi sommerse, altre prese, e la maggior parte in fuga per l'alto mare, e malconce, correre per ricetto inverso Napoli. Il vento e la notte levano gli avanzi delle loro navi dinanzi alle nostre galere[338]. Dunque gli alleati mantengono il blocco, e lo stringono maggiormente: ma non per questo Genova apre le porte; anzi ostinata nella difesa fino agli ultimi di agosto dell'anno seguente, aspetta di aprire le porte al Doria, al Trivulzio, e alla girata del re Francesco.
NOTE:
[331] ANONYMI SENENSIS, _Bellum Julianum anno MDXXVI gestum_. ARCH. ST. IT., 1850, app. VIII, p. 312.
LUCIANO BANCHI, _I porti della maremma sanese durante la repubblica_, narrazione storica con documenti inediti. ARCH. STOR. IT., in-8. Firenze, 1870, t. XII, parte II, disp. 4, p. 62, e docum. segg.
GUICCIARDINI cit., 1190.
AMMIRATO cit., II, 359.
SIGONIO cit., 54.
CAPPELLONI cit., 27.
[332] SIGONIO cit., 56: «_Le galere del Doria se ne passarono da Civitavecchia a Portofino, e quelle dei Francesi vennero da Marsiglia a Savona._»
CAPPELLONI cit., 27: «_Il capitano Andrea con otto galere, con lo stendardo del Pontefice, andò a Portofino.... et sedici galere vinitiane._»
GIUSTINIANI cit., 278: «_Venne l'armata di Francia et ripigliò Savona.... si congiunsero quattordici galere dei Veneziani con sei del Papa.... in tutto trentasette galere._»
[333] BIZARUS cit., 462, fin.: «_Multis navibus frumento onustis, quæ Genuam petebant, captis._»
[334] GIUSTINIANI, loc. cit., 278.
GUICCIARDINI cit., 1220.
[335] GIUSTINIANI, 278: «_L'armata di Spagna erano vintidue velle quadre._»
[336] BIZARUS, 432, 35: «_Classis in qua quatuor galeones, sexdecim triremes regiæ, tresdecim Venetorum, et undecim pontificiæ._»
[337] ATLANTE LUXORO, p. 52, n. 65: «_Codemonte_ (nota) _Capodimonte, oggi capo della Chiappa, a ponente di san Fruttuoso._»
CARTA _idrografica del littorale della Liguria_, scandagliata dagli ufficiali e piloti della regia marina sotto la direzione del vice ammiraglio c. G. ALBINI, gran-fol. Genova, 1834: «_Promontorio di Portofino, punta della Chiappa._»
[338] SIGONIO cit., 56.
CAPPELLONI cit., 28.
GIUSTINIANI cit., 278, Y.
VERDIZZOTTI cit., II, 488.
BELCAIRUS, _Rer. Gallic._, in-fol. Lione, 1625, p. 580.
MURATORI, _Ann._, 1526, prop. fin.
[Gennajo-febbrajo 1527.]
V. — Or qui la materia sempre più mi si arruffa: ed io nè voglio allungar le fila, nè posso troncarle. Sento dentro di me la stessa ambascia, già provata da Jacopo Sadoleto, vescovo allora e consigliero di papa Clemente, e poscia amplissimo cardinale, quando inutilmente studiavasi a dissuadere coteste guerre intestine[339]. La stessa ambascia dico, e forse maggiore: perché a lui fu concesso allontanarsi, ed a me non è dato potermi tirare da parte. Metterò dunque in compendio quanto per necessità delle seguenti sciagure mi tocca.
Il Lannoy, novello vicerè, sbarcato a Napoli dopo la rotta di Codimonte, piglia il comando dell'esercito imperiale, passa i confini, occupa Frosinone; e i Colonnesi in favor suo levano rumore nella Campagna. Renzo da Cere e Alessandro Vitelli ricacciano indietro il Lannoy, e costringono i Colonnesi alla fuga. Clemente allora chiama il conte di Valdimonte, ultimo rampollo della casa Angioina per metterlo colle armi sul trono di Napoli[340].
Andrea Doria, richiamato a Civitavecchia, imbarca le terribili bande nere, capitanate da Orazio Baglioni per la morte di Giovanni de' Medici, ucciso poco anzi da una archibugiata nel Mantovano[341]: imbarca alla Fiumara del Tevere il nuovo Re di Napoli, che procedendo come luogotenente del Papa, e sostenuto dalle forze di Venezia e di Francia, occupa Ponza addì ventitrè di febbrajo; e di là coi proclami e colle armi piglia Mola di Gaeta, Torre del Greco, Castellamare, Sorrento e Salerno[342].
Al tempo stesso Renzo da Cere, Alessandro Vitelli, Orazio Baglioni, Battista Savelli, Pietro Biraghi ed altrettali condottieri del Papa s'impadroniscono di Tagliacozzo, di Sora, dell'Aquila, e già già si appressano alle mura di Napoli, secondo i disegni preparati dai tattici maggiori della lega. Tutto a seconda dei loro desiderî nell'Italia meridionale, e continuati successi delle armi per terra e per mare[343].
[25 marzo 1527.]
I Cesariani dall'altra parte, palpitanti all'imminente e finale rovescio, pigliano l'unico partito che resta ai disperati in questa fatta guerre. Mandano oratori al Papa, si gittano in ginocchio, e fanno ogni sforzo di spaventi e di tranelli per distaccarlo dalla lega. Ora essi pensano al pianto dei popoli, al sangue degli innocenti, al trionfo del turco, ai progressi dell'eresia: in somma non chiedono altro che tregua. E i ministri di Roma con Cesare Fieramosca, inviato dal Lannoy, addì venticinque di marzo in fretta e in furia, con poca participazione degli alleati, sottoscrivono la tregua di otto mesi. Il Lannoy sgombra dagli strali della Chiesa; e Clemente richiama indietro da ogni campo le milizie e i capitani, dando il congedo a tutti per levarsi dalle spese[344]. Pensate sorpresa e rabbia di Francesi, di Veneziani e di Fiorentini: pensate scorno e rovina di Curia e di Romani. Ecco il punto: restiamo soli, e disarmati.
[5 maggio 1527.]
Il duca di Borbone venuto poc'anzi di Spagna a Genova e a Milano, con suprema autorità, come ho detto; già indettatosi con Carlo, e conscio più che altri delle segrete intenzioni di lui per ogni caso di questa guerra[345]; non vuole udir verbo nè di pace, nè di tregua, nè di Lannoy; dicendo non avere esso sottoscritto nulla, nè esser tenuto a nulla dalla firma degli altri: anzi a reciso protesta di volersi continuare nella marciata verso Firenze e verso Roma. Francesco Maria della Rovere, duca d'Urbino e generale dei Veneziani, richiamato dai suoi signori per questi casi oltrepò, consapevole dell'animo dei Medici sul conto dei Rovereschi, e dei fatti di Lorenzo già duca d'Urbino, chiude gli occhi, e lascia fare. Dunque il Borbone si avanza dalla Lombardia verso Roma senza ostacolo; e con lui il famoso Frandesberg degli strozzini, e trentamila uomini d'ogni nazione, tedeschi, svizzeri, spagnuoli, fiamminghi, luterani e ribaldi. Costoro sicuri per lo scioglimento dell'esercito papale, e tratti all'esca dell'ingordo bottino, danno l'assalto a Roma addì cinque del mese di maggio 1527.
[6 maggio 1527.]
E quantunque il traditore di Francia, e corifèo di Spagna miseramente lasci la vita nei prati di Castello, nondimeno l'opera scellerata si compie pei seguaci del suo nome: i quali nel dì sei di maggio uccidono quanti vogliono per le strade di Roma, dicono quattromila cittadini; e saccheggiano la città, le chiese, i monasteri con tanto sfogo d'avarizia, di libidine e di crudeltà, quanto mai nè prima nè dopo, nè dalle barbare genti nè dalle incivilite, non si era veduto nella afflitta città[346].
NOTE:
[339] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1526, n. 10: «_Jacobus Sadoletus episcopus Carpectoractensis, postea cardinalis, qui Pontifici a consiliis erat, extitit semper belli dissuasor._»
[340] GREGORIO ROSSO, _Giornali_ cit., p. 4.
GIUSTINIANUS, _Rer. Venet._, in-fol. Argentorati, 1611, p. 259.
BELCAIRUS, _Rer. Gallic._, in-fol. Lione, 1625, p. 582.
VERDIZZOTTI cit., II, 478.
[341] AMMIRATO cit., II, 363.
[342] GIO. MATTEO GHIBERTI, _Lettera a messer Andrea Doria_, tra le «_Lettere dei principi._» Venezia, 1575, II, 165.
IDEM, _Corrispondenza segreta col cardinale Agostino Trivulzio, decifrata e pubblicata dal marchese Filippo Gualtieri_, in-8. Torino, 1845.
CAPPELLONI cit., 28: «_Il Pontefice.... chiamò Andrea a Civitavecchia, il quale imbarcò.... alcune genti di guerra.... sotto il carico di Orazio Baglione.... e alla Fiumara di Roma monsignor di Valdimonte._» (Vaudemont.)
[343] BELCAIRUS cit., 590.
GUICCIARDINI cit., 1242.
MURATORI, _Ann._, 1527.
[344] CLEMENTIS, PP. VII. _Epistolæ et acta diversa._ Mss. Casanat., X, IV, 47.
RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1527, n. 11.
[345] GIUSTINIANI cit., 278, X: «_Il duca di Borbone, quale era andato in Spagna a parlare con Cesare, ritornò a Genoa con quattro gallere, et passò in Lombardia, et restò capitan generale._»
[346] MARCELLO ALBERINI (romano e testimonio di veduta), _Discorso sopra il sacco di Roma._ Ms. nell'Archivio Capitolino, Credenz. XIV, cod. vii, da 51 a 88.
ANONIMO, _Relazione del sacco di Roma, dato li sei di maggio 1527, e cavata da alcuni manoscritti di persone trovatesi presenti_. Mss. Casanat., D, VI, 33.
JACOPO BONAPARTE, _Ragguaglio storico di tutto l'occorso giorno per giorno nel sacco di Roma, dove si trovò presente_, in-4. Colonia, 1756.
FRANCESCO GUICCIARDINI, _Il sacco di Roma_, in-8. Colonia, 1758. — Ed _Opere inedite_, vol. IX.
PATRIZIO DE ROSSI, _Memorie storiche dei principali avvenimenti politici d'Italia, durante il pontificato di Clemente VII_, in-12. Roma, 1837.
CÆSAR GLORIERIUS, _Historia expugnatæ et direptæ urbis Romæ_, in-4. Parigi, 1538.
ADAM REISNERUS, _Comment. de vita et rebus gestis Georgii et Gasparis Frundsbergiorum_, in-fol. Francoforte, 1568.
ANONYMO, _Dialogos de Mercurio y Caron.... en que se tratan las cosas acaecidas en Roma l'año 1527_, in-4. perv. Sine nota loci et anni. Biblioteca Casanat Z, XIII, 31.
DOCUMENTI pub. dal Corvisieri, Roma, 1873.
CARLO MILANESI, _Il sacco di Roma_. Firenze, 1867.
SCIPIONE VOLPICELLA, _Narrazione del Santoro_, ec.
ENRICO NARDUCCI, _Il poemetto del Celebrino_. Roma, 1872.
[Giugno-luglio 1527.]