La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 22

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Più rilevante ci viene il capitolo settimo, dove si parla della epidemia o della peste a bordo, come impedimento legittimo alle militari fazioni del Capitano, e scusa ragionevole per esonerarlo dal rifacimento dei danni[304]. La quale eccezione, tutta nuova, non può essere stata aggiunta per nulla; ma deve avere la sua ragione nei fatti precedenti. Questo a parer mio ci rimena senz'altro al successo degli ultimi anni, quando Paolo cadde prigioniero e fu menato a Tunisi, perchè si avventurò a combattere colle galèe affrante dalla stessa epidemia, per la quale era morto il figlio, come abbiamo veduto. Insomma poste le cause, bisogna aspettarsi gli effetti, così in ordine, come ora per maggior chiarezza ricordo. Nel quattordici Giulio de' Massimi, cavando la darsena, pattuiva di gettare il fango dove tornasse meglio al suo comodo[305]: dopo tre anni di lavoro scoppiava nel diciassette l'epidemia, della quale espressamente parla il presente documento[306], e di essa tra tanti e tanti moriva l'unico figlio del comandante per essersi trattenuto nel porto, dove l'aria si era fatta pestilenziale, come scrive il biografo contemporaneo di Paolo[307]: «Egli non lasciò figli masti, perchè uno che n'ebbe di molto grande espettazione, e che si credeva che avesse a pareggiare il valore del padre; molto desideroso di farsi grande, stava del continuo esercitandosi sul mare: e trattenutosi una volta qualche giorno in un porto, dove l'aria era pestilente, aspettando di assaltare certi legni barbareschi, fu assaltato, senza potersi difendere, dalla morte.» Appresso fece seguito la perdita della galèa capitana, l'impotenza delle sensili, la prigionia del comandante, e l'enorme taglione[308].

Lascio gli altri capitoli che non hanno bisogno di commento, o l'hanno ricevuto nel precedente discorso, e conchiudo che l'esperienza aveva dimostrato esservi non di rado alcuni padroni di barche, i quali o per eccessiva presunzione, o per estrema vigliaccheria, venivano all'istesso segno di perdersi; e poi di volere che altri avesse a salvarli, e a compensarli dei danni. Nulla doversi a costoro dicono i capitoli[309]. Se i codardi si spaventano delle ombre vane e di qualunque bastimento che passa, se pigliano gli amici per nemici, e se per salvare le persone da un pericolo immaginario mandano a traverso i legni o gittano il carico, non devono pretendere nulla dagli altri; ma da sè stessi ripetere così il male come il rimedio. Per opposito quei folli spregiatori dei consigli e dei pericoli, che, avvisati a non si muovere da luogo sicuro, vogliono mettersi da sè a rischio evidente, se v'incappano, è colpa loro: dunque a sè stessi devono attribuire il danno, e del proprio trovare il compenso. Tanto temuta e così grande era a dispetto di tutti, o temerari o codardi, la potenza dei pirati!

NOTE:

[293] P. A. G., _Marina del medio èvo_, II, 481, 498, e in questo volume p. 95.

[294] DOCUM., § 13, 21.

[295] DOCUM., § 7, 10, 25.

[296] DOCUM., § 2, 7, 10, 21.

[297] DOCUM., § 11. — Vedi sopra p. 115.

[298] DOCUM., § 4, 6.

[299] DOCUM., § 16, 22, 24.

[300] DOCUM., § 3.

[301] DOCUM., § 3, 4, 10.

[302] DOCUM., § 4: «_Prout hactenus semper fuit observatum._»

[303] DOCUM., § 6.

[304] DOCUM., §7: «_Si aliquo contagio infirmitatis considerabilis impediretur, quia epidemiæ morbus in ciurma sive hominibus obrepserit._»

[305] DOCUM. cit., p. 130, § 6 (correggi la nota 54, p. 159, dove per errore tipografico è scritto 56.)

[306] DOCUM. cit., p. 248, § 7; (correggi come sopra, dove dice 57 in vece di §7)

[307] AZIONI di _Paolo Vettori_. ARCH. ST. IT. in-8. Firenze, 1848, Append. n. 22, p. 272.

[Giugno 1524.]

XXII. — I quali, terminato a loro talento l'assedio di Rodi, e sciolti oramai dall'impegno di servire personalmente a Solimano nella guerra viva, spartiti per tutto il Mediterraneo eransi rivolti alle prede, come i lupi dopo lungo digiuno. Qui sulle nostre marine primo di tutti il Giudèo, israelita rinnegato e famosissimo pirata, faceva capo con trentaquattro tra fuste e galeotte di sua proprietà. Gran fabro d'infingimenti costui, gran maestro di astuzie, gran conoscitore di tutti i nascondigli dell'Argentaro, del Circèo, dell'Elba, di Ponza, e delle altre isole a noi vicine. Sempre presente e sempre celato, piombava all'improvviso sui bastimenti di traffico, fuggiva a suo potere i legni militari, e teneva quasi bloccati i nostri porti. Pel Vettori era il caso pratico della forza maggiore. Nondimeno volendo contrapporsi quanto più poteva ai nemici, e togliere la brutta vergogna al paese, persuase i Cavalieri rodiani di armare le tre galèe che tenevano nella darsena, e di uscire al corso con lui. Il Bosio non esprime apertamente il merito speciale di Paolo, e doveva pel suo scopo passarci sopra; ma dal contesto si fa palese. Sortirono insieme nel mese di giugno, sbrattarono i ladroni, e presso all'isoletta di Gianutri presero di viva forza due galeotte, lasciatevi in guardia dal Giudèo. Le prede ammarinate entrarono con gran festa in Civitavecchia; e con esse ducento avventurosi Cristiani liberati dalla schiavitù, e quasi altrettanti, tra turchi e mori, fatti prigionieri[310]. Niuno penserà che la crociera, così bene incominciata, abbiasi a dir finita nel mese di giugno: ma perché non ne trovo scritto, lascio che altri da sè ne giudichi o ne cerchi altrove; messi da parte i nostri cronisti, dai quali non caverà mai nulla dei fatti marinareschi, non che dei bastimenti del Vettori e dell'Airasco, ma soltanto delle feste di Roma[311].

Anzi tanto era consueto alle due squadre l'andare di conserva, che il Grammaestro medesimo, volendo tenere secreto un suo viaggio marittimo, senza che niuno nè anche dei suoi Cavalieri ne trapelasse il disegno, ordinò al Luogotenente in Civitavecchia di allestire le galèe, sotto colore di volerle mandare insieme colle galèe del Papa in busca di pirati[312]. Ripiego tolto dalle cose consuete, e nullamente fuori dell'ordinario per non eccitare la maraviglia o i sospetti di alcuno; e al tempo stesso ripiego opportuno per fargli trovare in punto le galèe di Roma e di Rodi, quando egli all'improvviso vorrebbe mettersi in viaggio colle due squadre.

NOTE:

[308] AMMIRATO, BEMBO, e gli altri al lib. III, cap. VIII

[309] DOCUM., §19, 20.

[310] BOSIO cit., III, 29, A.

[311] COLA COLEINE, _Diario romano dal 1521 al 1561_, inedito. — _Codice Chigiano_, n. 1020; N. II, 32. — _Codice Barberin._, XXVIII, 22, n. 1103. — _Codice Vaticano_, 6389. (Breve scrittura di ricordi, per lo più di promozioni, feste, giostre, carnevali e conviti, e non si allontana dalle mura di Roma. Non mi ha dato nulla per la marina, e lo ricordo co' simili una volta per sempre).

[25 febbraio 1525.]

XXIII. — Perocchè grandi cose precipitavano in Italia, ed i politici davansi faccende per acconciare gli affari propri e gli altrui in mezzo allo scompiglio generale. La mattina del venticinque di febbrajo all'alba i capitani di Carlo V avevano vinto la grande battaglia di Pavia; e il re Francesco in mezzo al rotto suo esercito era caduto prigioniero. Carlo, trovato l'emulo ritroso a sottoscrivere i patti impostigli per la riconciliazione, voleva domarlo: per ciò lo faceva tradurre sotto buona scorta da Genova per la via del mare in Catalogna, e poscia nella torre di Madrid.

Niuno dei principi di Europa volle allora restarsi in disparte; anzi tutti a gara, chi per questo chi per quello, si offersero mediatori dei trattati, e delle grazie, e di sè stessi. Pensate il Grammaestro di Rodi nella bella ed onesta occasione di entrar paciero tra l'Imperatore ed il Re, a beneficio di quei principi, e della Cristianità, e dell'Ordine suo per la desiderata cessione di Malta, come si dimenava per essere tra i primi in Madrid: e papa Clemente per le stesse e più gravi ragioni, approvando il divisamento di lui, si risolveva di mandarvi insieme il cardinal Salviati, come legato straordinario; e ciò senza che in pubblico se ne parlasse prima del fatto.

[25 giugno 1525.]

Ondechè un bel giorno, che fu il venticinque di giugno, comparvero in Civitavecchia il Grammaestro e il Cardinale: dove, essendo le galèe delle due squadre già pronte, si imbarcarono; e senza dilazione tutti insieme tirarono a golfo lanciato fino a Marsiglia[313]. Colà ebbero a trattenersi alcuni giorni, dovendo intendersi colla regina Madre, reggente del regno, e insieme aspettare la duchessa d'Alansone sorella del re, che desiderava con loro passare in Spagna per consolare il fratello prigioniero e malato. Indi colla stessa felicità navigarono a Barcellona, donde il Legato, il Grammaestro, la Duchessa e tutto il corteggio mossero alla volta di Madrid, adoperandosi poscia ciascuno secondo le commissioni e i pensieri suoi nei trattati che si terminarono l'anno seguente.

Le due squadre al ritorno non ebbero altra novità che la perdita di un cavaliero di Rodi, morto a bordo di sua infermità; e l'incontro nella riviera di Genova presso Levanto col famoso duca di Borbone, ribello di Francia, il quale avrebbe voluto violentare il Vettori e l'Airasco, e rimenarli verso Barcellona, se non fossero stati destri a liberarsene[314]. Già costui cominciava a mestare nelle cose nostre, e si disponeva a quelle maggiori violenze che gli fruttarono la morte sui prati di Castello presso di Roma.

[Gennajo 1526.]

Intanto si riposavano quei signori di Madrid, essendosi al principiar dell'anno seguente, nel giorno diciassette di gennajo, conclusa la pace tra l'Imperatore ed il Re. Francesco riacquistava la libertà, cedendo alla fortuna di Carlo i suoi diritti sui regni di Napoli e di Sicilia, sui ducati di Milano e di Genova, sui contadi di Fiandra e d'Artoà[315]. Ma come uscì della prigione, e tornossi a Parigi, si fece sciogliere dalle promesse: e confortato dai principi italiani (cui pesava trovarsi alla mercè di Cesare), strinse una lega, chiamata sacra, con papa Clemente, coi Veneziani, coi Fiorentini e col duca di Milano, e ripigliò la guerra contro l'Imperatore[316].

[26 maggio 1526.]

In quella volendo papa Clemente spedire in Francia un uomo di somma fiducia, che, sotto specie di congratularsi col Re della sua liberazione, vedesse secretamente gli affari della lega di Cognac, spacciò il suo fidatissimo Paolo Vettori, generale delle galèe e castellano di Civitavecchia, come era già previsto nei capitoli pel caso di missione straordinaria[317], e più volte aveva praticato al campo di Lombardia ed altrove, senza smettere per questo l'ufficio di capitano del mare. Paolo, avvegnachè corresse le poste in grandissima diligenza, non oltrepassò Firenze, poichè in quella città improvvisamente pose fine ai viaggi di questo mondo, e giunse ai termini dell'altro, lasciando nella massima costernazione gli amici[318].

La nostra squadra si mise a duolo: negre gramaglie, stendardi a mezz'asta, fiamme col velo, e cannonate a lunghi intervalli. Intanto i pensieri di tutti volgeansi alla novità che avrebbe a portare in quei paurosi giorni l'elezione del nuovo Capitano, come vedremo nel libro seguente.

NOTE:

[312] BOSIO cit., III, 36, D: «_Fu di parere che.... in compagnia colle galèe di Sua Santità e della Religione andassero.... si dovesse tenere secreta l'andata.... il Gran Maestro scrisse che le galere della Religione si dovessero porre in ordine per accompagnare il generale del Papa dovunque andar voluto avesse.... in busca di corsali._»

[313] BOSIO cit., III, 36, E: «_Il Grammaestro da Roma.... in compagnia del Legato se ne andò in Civitavecchia, dove a 25 di giugno fece dare le vele ai venti..._» 37, A: «_Navigando alla volta di Francia con le galere della Religione unitamente con quelle del Sommo Pontefice._»

[314] BOSIO, 40, C: «_Nel detto viaggio di ritorno.... trovarono il duca di Borbone nel porto di Levanto, che voleva essere accompagnato a Barcellona._»

[315] DU MONT, _Corps diplomatique_, t. IV, part. i, p. 399.

GREGORIO ROSSO, _Storia delle cose di Napoli dal 1526 al 1537_ scritta per modo di giornale, in-4. Napoli, 1635, p. 2.

BIZARUS cit., 471.

[316] JOANNES CHRISTIANUS LUNIG, _Codex Italiæ diplomatic._, in-fol. Lipsia, 1725-35, t. I, p. 175: «_Liga sancta inita inter Clementem VII P. M. Franciscum I Gallicæ regem, respublicas Venetam et Florentinam, nec non Franciscum Sfortiam mediolanensem, adversus Carolum V, electum rom. imp. Actum Cognaci, die XXII maji MDXXVI._»

[317] DOCUM., § 18.

[318] ARCHIVIO STORICO, in-8. Firenze, 1848, t. VI, p. 270, 280, 335, 354.

LIBRO QUARTO.

Capitano Andrea Doria, dei Signori di Oneglia. [1526-1533.]

SOMMARIO DEI CAPITOLI

I. — Chiamata di Andrea Doria. — I miei Critici. — Confondono Andrea con Giannandrea, sempre da me distinti. — Notizie e ritratto fisico e morale (maggio 1526).

II. — Navigli e soldi per la guardia. — Castellania di Civitavecchia. — Primo corso contro Barbarossa, fugato il pirata, e presigli quindici bastimenti (giugno 1526).

III. — La lega di Cognac. — Capitani e ingegneri papali in Lombardia e Romagna. — Il Doria sulle maremme di Siena. — Piglia Talamone e Orbetello: ritiene Portercole (luglio 1526).

IV. — Assedio di Genova per mare e per terra. — Il Doria a Portofino, i Francesi a Savona. — Fazioni diverse (agosto 1526). — Battaglia navale di Codimonte. — Vittoria contro l'armata di Spagna (19 novembre 1526).

V. — Invasione del regno di Napoli. — Andrea sbarca le bande nere in quei rivaggi (febbrajo 1527). — Tregua e disarmo (25 marzo 1527). — Il Borbone contro Roma, e il sacco (6 maggio 1527).

VI. — Condotta e fede di Andrea in Civitavecchia. — Salva il papa dall'ultimo pericolo (agosto 1527). — Piglia licenza (dicembre 1527). — Passa dalla Francia alla Spagna. — Lascia in Civitavecchia Antonio Doria (15 dicembre 1527).

VII. — Antonio continua il capitanato di Andrea con sei galèe e due brigantini (18 gennajo 1528). — Richieste le nostre galèe dai Gerosolimitani per riprendere Rodi (settembre 1528). — Accompagnamento degli ambasciatori a Genova (1529). — Cessione di Malta a' cavalieri (1530).

VIII. — Solimano in Ungheria. — Soccorsi del Papa all'Imperatore. — Armamento navale. — Scritti di Antonio Doria editi ed inediti (1531).

IX. — I Bonavoglia. — Necessità di tale gente, e metodi di averne. — Vitto, vestito e soldo. — Difficoltà di scriverne nello Stato. — Metodo del giuoco. — Le gazzette manoscritte o Avvisi di Roma (1531).

X. — Forze navali dei collegati e dei Turchi in Levante. — Incontro coi Veneziani. — Scorrerie di ricognizioni (agosto 1532).

XI. — La città di Corone assalita. — Batterie di terra e di mare. — Manovra singolare delle galèe nel battere, non intesa dallo Jal. — I rimburchi per poppa. — Scale volanti, e palischermi blindati (agosto 1532).

XII. — Assalto delle fanterie ributtato. — Assalto delle galèe, e presa di Corone. — Chi fu il primo? (21 settembre 1532).

XIII. — Il soccorso dei Turchi sbaragliato. — Buche di lupo. — Resa del castello. — Moderazione dei vincitori (22 settembre 1532).

XIV. — Corone presidiata. — Nuove ricognizioni infino ai Dardanelli, e ricche prede. — Occupazione di Patrasso e della rôcca (2 ottobre 1832).

XV. — Il golfo di Lepanto, e i due castelli. — Espugnazione di Rio per opera dei marinari. — Sedizione dei soldati (15 ottobre 1532).

XVI. — Assedio di Antirio. — Combattimento alla Campagna. — Il nostro quadrato e le maniche di archibugeri. — Batteria nella notte. — Assalto, uccisione, mina (20 ottobre 1532). — Ritorno ed effetti della campagna. — Cacciato Solimano da Vienna. — Antonio se ne torna in Genova (1533).

LIBRO QUARTO.

CAPITANO ANDREA DORIA,

DEI SIGNORI DI ONEGLIA.

[1526-1533.]

[Maggio 1526.]

I. — A ridosso di uno scoglio nella Liguria occidentale stavasi quasi nascosto per questi tempi un capitano eccellente, che aveva a divenire il più grande e fortunato marino della età moderna, quando papa Clemente trovandosi in grandi maneggi, nel maggior bisogno, senza capitano di mare per la improvvisa morte del suo Vettori, volgeva lo sguardo proprio a quello scoglio che copre il piccol porto di Mentone, e ne cavava Andrea Doria per metterlo al comando della sua armata navale. Questi sono fatti e servigi intimi di un Gentiluomo genovese a un Pontefice romano, di un Doria a un Medici, non c'entra predominio nè di Francia nè di Spagna, e si tratta bene o male della pubblica salute: però fatti e servigi al solito dalla comune degli scrittori, anche in Italia, o non conosciuti o disgradati. Dirò dunque io di Andrea per questi tempi, che offeso già prima dai ministri cesarei pel sacco di Genova, e poi dai ministri francesi per conto di onori e di paghe in Provenza, erasi ricondotto colle sue galere presso il principe di Monaco, dove una volta l'abbiamo incontrato[319]: e dirò che venendogli da Roma l'onorevole chiamata, volentieri coglieva l'occasione di rimettersi al largo. Occasione che, presa di volo, quantunque per breve tempo, doveva far meglio conoscere al mondo quest'uomo, e menar lui e la sua casa alla suprema altezza, dove ai privati sia dato giugnere senza diventar sovrani.

Fin dal principio pregherò i miei critici di non venirmi a confondere questo notissimo Andrea Doria con nessun altro dei tanti Andrea, suoi antenati e successori; e specialmente di non confonderlo con quel Giovanni Andrea figliuolo di Giannettino, cui noi per proprietà e vezzo della nostra lingua diciamo con sola una parola Giannandrea. Confusione incredibile! dove nondimeno sono caduti non pochi dottoroni, e specialmente in Germania lo scrittore di una rassegna intorno alla mia storia della battaglia di Lepanto; articolo inserito nel notissimo giornale storico che si pubblica dal Sybel in Monaco di Baviera[320]. Il Signore della critica avrebbe voluto da me intorno ai campioni della battaglia di Lepanto maggiori notizie cavate dalla vita di Andrea Doria, scritta da Lorenzo Cappelloni, e da Carlo Sigonio. Dalla vita di Andrea, morto undici anni prima di quella battaglia? dal Cappelloni che stampava la vita sei anni prima del combattimento? Dovrem noi dunque abbattuti in terra, e sfatati pur delle cose nostre, menar sempre buono il parere di chiunque presume insegnarci la confusione dei libri, dei tempi e delle persone? Tanto basti per saggio. Tu però con questo, savio lettore, potrai far ragione anche di altri censori, che senza studio e senza cortesia, pigliando l'aria di professori veterani, tanto si manifestano da sè giudici immaturi e incompetenti (massime nelle cose tecniche), a distinguere il vecchio dal nuovo, la cronaca dalla storia, e simili, quanto altri a distinguere il nipote dallo zio.

Volendo più che siami possibile togliere ogni pretesto di sconci equivoci dalla mente di chicchessia, io metto qui a piè l'alberetto genealogico[321]; ed insieme ripeto trovarsi spesso, e ritornare sovente nella casa Doria il nome di Andrea, ora solitario, ora in composizione di altri nomi, per individui diversi: e specialmente altra essere la persona di Andrea capitano di Clemente VII e di Carlo V; altra la persona di Giannandrea capitano di Filippo II, e nipote in quarto grado laterale dell'altro. Del secondo non abbiamo niuna biografia, come ho scritto[322]; del primo parlano tutti i dizionarî storici in ogni lingua e le vite speciali per lui singolarmente composte, dal Cappelloni contemporaneo suo, infino al Guerrazzi contemporaneo nostro. Dunque adesso, che siamo nel 1526, e Andrea è vivo nella storia (non pel 1571, che egli era morto) dobbiamo parlare dei fatti suoi; adesso qui, e non altrove, gli è tempo di ricercare per certi critici il Cappelloni[323].

Andrea Doria, allievo della scuola romana, come colui che qui in Roma sotto Niccolò Doria suo zio, nella guardia papale al tempo di Innocenzo VIII genovese, aveva fatto la prima milizia, era passato poscia a Napoli in servigio degli Aragonesi; poi la seconda volta in Roma col prefetto Giovanni della Rovere; appresso coi suoi genovesi in Corsica; e finalmente, disgustato nella patria degli ostinati disordini tra le fazioni di Francia e di Spagna, porse di buon grado l'orecchio alla terza chiamata della prima città. Aveva allora sessant'anni, essendo nato nel 1466 la notte di sant'Andrea in Oneglia signoria della sua casa; ma vegeto e robusto dimostravasi uomo capace negli altri trentaquattro anni della vita di fare cose grandi. Un bello e nobile aspetto di quella pienezza e gravità che gli antichi hanno espresso nella immagine di Platone: complesso ed alto della persona, un grande ovato di volto, fibroso il collo, ampia la fronte, corta la capigliatura, lunga e distesa la barba, strette e sottili le labbra, l'occhio intento e alquanto fiero, e il muscolo delle ciglia infino al mezzo abitualmente corrugato. Fermo nei propositi, sobrio nei piaceri, parco nelle spese, magnifico nelle utili circostanze, e sempre assegnato del suo e dell'altrui. Tale ce lo mostrano i fatti, e gli scrittori della sua vita, e il suo stesso testamento: e tale ancor si rivela a chi considera l'espressione del suo volto, inciso nelle medaglie, scolpito nei marmi, e dipinto nelle tele, specialmente nel classico ritratto che si conserva nella galleria romana de' suoi discendenti, colorito per mano di Sebastian Luciani, detto dal Piombo, pittore della scuola veneziana di quel valore che tutti sanno, e massime pei ritratti ai suoi giorni ed anche oggi riputato eccellentissimo[324].

NOTE:

[319] ORTISIUS cit., p. 386. (V. sopra p. 190, 12 agosto 1522.)

[320] SYBEL, _Giornale storico_, in-8. Monaco, libreria di T. G. Cotta, t. VIII, quaderno IV, anno 1862, p. 550. — A mia richiesta la Direzione rettificò l'equivoco, e mi spedì in foglietto volante un esemplare dell'ammenda pubblicata l'anno seguente 1863, p. 149, che conservo presso di me. Ciò ricordo ad onore della Direzione.

[321] GENEALOGIA dei principi Doria compilata sopra i documenti genovesi da AGOSTINO OLIVIERI, _Monete, medaglie e sigilli dei principi Doria_, in-8. Genova, 1859, p. 30. — E da L. T. BELGRANO, _Il palazzo dei principi D'Oria a Fassuolo coll'atlante di undici tavole_. Genova, 1874, p. xiv, tav. prima:

Alberetto Genealogico dei Doria.

FRANCESCO, qu. CEVA Consignore di Oneglia m. Caterina Grimaldi, qu. Giovanni dei Signori di Antibo | +—————————————————————+————————————————————+ | | GIOVANNI CEVA m. Luigia Doria, qu. Tedisio. m. Carocosa Doria, qu. Enrichetto | Signore di Dolceacqua. | | TOMMASO ANDREA m. Maria Grillo, qu. Lorenzo n. 30 novembre 1466 Signore di Lerma. creato principe di Melfi nel 1531 | † 25 novembre 1560. | GIANNETTINO m. Ginetta Centurioni-Oltramarino di Adamo, Marchese di Stepa. | | GIANNANDREA n. 1539. Secondo principe di Melfi.

[322] P. A. G., _Marcantonio Colonna alla battaglia di Lepanto_, Firenze, Le Monnier, 1862, p. 47, dove si descrive l'età, la fisonomia e il carattere di Giannandrea: e alle pagine 41, 45, 125, ec., dove parlando di Andrea (tuttochè incidentemente) si aggiunge sempre _Il vecchio_, o _Lo zio_, per calcar meglio la diversità delle due persone. E perchè del primo trattano tutti i biografi, ho detto del secondo: «_Niuna biografia, a mia notizia, parla di Giannandrea, men che quella di Brantôme._» (Così ripeto anche oggi 15 luglio 1875. — Dirò a luogo e tempo della sua autobiografia perduta.)

[323] LORENZO CAPPELLONI (alla genovese _Capellone_). _La vita e gesti di Andrea Doria_, in-8. Venezia, Gabriel Giolito dei Ferrari, 1565. (_Notate l'anno!_)

CAROLI SIGONII, _De Vita Andreæ Doriæ, libri duo_. ext. int. op. omn. III, in-fol. Milano, 1733. — Genova, 1586.