La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 19

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Ultimo, ma di maggiore importanza per la storia della milizia, viene il lavoro delle contrammine, governate colla polvere di guerra, in opposizione alle mine dei Turchi. Si usavano pure negli antichi tempi e nel medio èvo cave e contraccave, cioè militari cunicoli sotterranei per offesa o per difesa delle piazze: cunicoli chiamati colle voci delle miniere metalliche, alla cui similitudine si conducevano. Ma dopo il salto della pignatta (vera o imaginaria) sul fornello dell'alchimista; dopo il rovinìo del palazzo di Lubecca per fortuita accensione delle polveri nel 1360, venuto il primo suggerimento del capitano Domenico di Firenze contro la porta di Pisa nel 1403, e appresso la prova di Belgrado nel 1439, e le teorie del Taccola e del Santini nel 1449, e il cimento di Sarzanello nel 1487, tutti preamboli ricordati dal Promis (ai quali posso aggiungere il suggerimento di Fermo nel 1446, e le prove di Costantinopoli nel 1453), finalmente Francesco di Giorgio Martini, fondatore della scuola Urbinate, scriveva di proposito la teoria delle mine, e ne disegnava le figure, e ne faceva esperimento con pieno successo l'anno 1495 contro Castelnuovo di Napoli[266]. Dopo di lui la fortuna ed il proposito concessero al Martinengo la prima comodità in un grande assedio di svolgere nella pratica tutto l'ingegno delle contrammine. Tanto più che egli non trovò apparecchi preventivi di pianta, come i Sangalleschi usavano murare insieme coi baluardi; non trovò androni a piramide, nè pozzi a campana, nè altri vuoti sotterranei, donde il fluido elastico delle mine nemiche potesse liberamente espandersi, fuggire, e perdere la forza. Nondimeno da sè pensò alle contrammine occasionali e improvvisate: cacciossi risolutamente sotterra appresso alla zappa, dal muro al fosso e allo spalto; e cavando gallerie magistrali sul fronte delle opere più gelose, e guidando cunicoli di scoperta a cercare le mine del nemico, faceva di troncarne il procedimento, di espellere gli operaj, di distruggere i lavori, di accecare o inondare le diramazioni; o almeno di lasciarvi tali squarci, spiragli o sfogatoj, che la furia della polvere accesa non avesse a scuotere le muraglie, ma a trovare la strada aperta per andarsene, senza rovina. Fin dai primi giorni di agosto aveva cavato nel fosso molti pozzi di testa ai lavori seguenti, e di ricetto alle acque stillanti; di là spingevasi coi cunicoli in diverse direzioni. Indi all'ascolta: la trivella di ficco, l'orecchio ai picchi, l'occhio ai lumi, la bacinetta ai sonagli, il tamburo ai sugherelli; e appresso ad ogni minimo sentore di zappa nemica, tanto che si potesse trovarne la direzione, e avvilupparla. Più volte, non dieci nè venti, ma oltre a cinquanta, si incontrò là sotto nel bujo coi Turchi, dove esso stesso di sua mano contro loro allumava i fuochi lavorati ed i barili di polvere nei pertugi di scoperta per cacciarli lontano; e poi appresso a chiudere, e a tenere il passo[267]. Più volte apriva sì fattamente il terreno al disopra dei fornelli già carichi, che riusciva a sventarne lo scoppio; o a mandarne la rovina tutt'altrove[268]. Ai quali lavori continuamente intento, e ognora presente di giorno e di notte, vigilantissimo, intrepido, e presto a correre là dove vedea il bisogno, passando continuamente dai sotterranei ai baluardi, dalla polveriera alle batterie, e specialmente coll'occhio sempre intento a sopravvedere ogni pericolo; finalmente affacciandosi a un pertugio, proprio nell'occhio sinistro toccò un'archibugiata, per la quale ebbe quasi a morire. Vedi se i bersaglieri ottomani uccellavano, o no, di trista ragione anche ai minuti membruzzi, e sappi che non il solo Martinengo restò colpito in quel che guardava: lo stesso al cavalier Giovanni di Homèdés che fu poscia grammaestro, lo stesso successe ai cavalieri Michele d'Argillemont, a Giovacchino de Cluis, ed a molti altri che vi lasciarono la vita. Più avventuroso il Martinengo, non restò inchiodato al muro, come il Cecca, che la palla dall'occhio gli uscì dietro l'orecchio corrispondente, ed egli superata la gravissima infermità, portò a lungo tanto che visse l'onorata cicatrice; sempre ai riguardanti sulla sua fronte mostrando il perpetuo eclisse di nobilissima stella. Or si noti che questo colpo sinistro, chiamato dal Bosio, più recente scrittore, un'archibugiata[269]: ci viene espresso nel più antico testo del Fontano, con termine assai rilevante per la storia dell'artiglieria, dicendosi colpo di Chirioboarda, cioè di manesca arma da fuoco[270]. Dunque il radicale rimbombo nel _boato_, e la focosa desinenza in _arda_, dal principio alla fine per tradizione perenne, durano incorrotti, ed esprimono in ogni tempo la artiglieria da fuoco per opposito alle armi da corda. Criterio di gran momento per riconoscere negli antichi scrittori, al di là della comune opinione, la prima origine della polvere e delle armi sue, come altrove ho detto.

NOTE:

[254] ACHILLES MUTIUS, _Theatrum quo domorum, rerum, virorum, bergomatum monumenta referuntur_, in-4, 1596.

FR. CELESTINO DA BERGAMO (Colleoni). _Storia di Bergamo._ in-4. 1617, p. 512.

DONATO CALVI, _Campidoglio dei guerrieri ed altri illustri personaggi di Bergamo_, in-4. Milano, 1668, p. 160.

Promis, II, 76. — Gabriele nato a Martinengo nel 1480, morto in Roma, 1544.

[255] BOSIO cit., II, 657; III, 19, D; 148, B.

FONTANUS cit., 467.

[256] FONTANUS 470: «_Quinto calendas septembris hora postmeridiana Tyramnus in castra venit.... Vocavit ad concionem inermes.... circumdedit eos armato peditatu quindecim millium chirioboardericorum.... et suggestum ascendit, omnia offendens, quæcumque dici aut fingi queunt ignaviæ et pavoris exempla in illo exercitu, nihil instituto disciplinaque militum, nihil imperio ducum._»

[257] FONTANUS cit., 469: «_Tormenta per turres et muros præparata in medias hostium phalanges cuneosque confertissimos.... tumultus, secessionem, conjurationem et fugam meditati.... bombardæ rhodienses penetrabant omnia._» 470, 3.

[258] FONTANUS, 479, 38: «_Bombardæ locatæ per transversa opera in summitate murorum latus hostium discerpebant._» 486, 6: «_Minutorum tormentorum utroque latere positorum, conglobatis ictibus, muri faciem tuerentur._» 476, 14: «_Jussu et consilio Martinenghi, tormentis levibus oppositis in fronte, læevo latere propugnaculi novi, item dextero ex opere militari._» 486, 40: «_Utilissimum fuit quod.... tormenta dextera levaque muri recenter extructi barbarorum latera confringebant._»

[259] FONTANUS, 475, 33: «_Bombardarii.... stragem ediderunt, latus oppugnantium petendo._»

[260] FONTANUS, 478, 37: «_Ignes, sulphur, oleum incendiarium, imber ignium.... ubi fervens materia artus hostium apprehenderat, nulla vi excuti poterat, et quidquid attigerat pervadebat._».... 483, 41: «_Pice, oleo, materia incendiaria._»

BOSIO, 685, D.

[261] FONTANUS, 472, 16: «_Rhodii inopiam pulveris tormentarii senserunt, quem molarum rotatu per dies noctesque quinque mensium bis septem equi magni Magisitri atterebant.... homines liberi triginta sex.... non servi.... ne qua fraus._»

BOSIO, 637, A; 663, E.

[262] FONTANUS, 453: «_Rustici fodiendo, ferendoque terram._»

[263] FONTANUS, 486, 45: «_E tabulatis atque ibi erectis operibus.... e parte muri recenter instructi in speciem quadratam.... murum illum oppositum.... et alterum opponendum.... et vallum ligneum objecimus._»

[264] BOSIO, 669, C: «_Senza il riparo e traversa.... fatta dal Martinengo nella notte precedente.... il baluardo e la città perduta si sarebbe.... quivi a spada a spada, e l'istesso Martinengo.... in quel giorno fece prodezze mirabili._»

[265] BOSIO, 485, E: «_Il Martinengo diede ordine che si facesse uno steccato et un riparo.... detto dai Turchi la Mandra.... ripari e traverse cominciate dal Martinengo.... fecero finire da Preianni con Giorgio di Conversalo e Benedetto Scaramoso._» (Scaramuccia e Conversano.) — FONTANUS, 467, 15: «_Prejannes Rhodum intravit._»

[266] CARLO PROMIS, _Mem._ cit., II, 329-39. (Erra nel 1503.)

NICCOLÒ DELLA TUCCIA, _Cronaca di Viterbo_, ext. tra i Docum. pubblicati dalla _Società di Storia patria_ per Toscana, Umbria, e Marche, in-4. Firenze, 1872, V, 202. (Suggerimento di una mina nel 1446 contro la città di Fermo.)

LAONICUS CHALCONDYLA, _De rebus turcic._ edit a Clausero in-fol. Basilea, 1556, p. 121. (Per Costantinopoli.)

LEONARDUS JUSTINIANUS (Chiensis), _De jactura Constant._, editus a Lonicero, II. 86, 87. (Item.)

P. A. G., _Medio èvo_, voce _Mina_. — Qui p. 52 e segg. (Tutto il filo, fino alle ultime dimostrazioni, condotto da ingegneri italiani.)

[267] FONTANUS, 467, 33: «_Martinengus, mirabilis inventor et artifex operum bellicorum, quinquaginta quinque fuisse dicuntur, perlevi negotio ludificabatur actis contra cuniculis et specubus introrsum...._» 473, 1: «_Immani specu sub terram, transversis cuniculis, hostium cuniculos trigintaduos excipiebat...._» 476, 9: «_Super terram bombardis et subter cuniculis ludificatus est hostem._»

[268] FONTANUS, 476, 38: «_Vis cuniculi pleni materiæ inflammatilis evanuit in venas subterraneas et contra actos cuniculos._»

BOSIO, 668, C: «_La maggior parte delle mine però non ebbe effetto per cagione delle contrammine dell'industrioso e vigilantissimo Martinengo.... stando continuamente ad ascoltare.... Si mettevano bacini da barbiero con sonagli dentro, e tamburi.... Molte trovate ne furono.... abbruciati e soffocati i Turchi con barili di polvere che il Martinengo stesso collocò nel pertugio._»

[269] BOSIO cit., 686, B: «_Il Martinengo per vedere se una traversa era ben fatta, mettendo l'occhio ad un pertugio.... venne una archibugiata che gli schiacciò e passò l'occhio._»

[270] FONTANUS cit., 484, 9: «_Martinengus.... ictu chirioboardæ oculo privatus._» — 470, 39: «_Armato peditatu quindecim millium boardericorum._» — 482, 27: «_Efferacior vis tormentorum continuit boatus suos._» — 483, 35: «_Chirioboarderici intra aggeres latitantes stabant tormentis paratis._» — 484, 14: «_Quantum eæ chirioboardæ nobis nocebant._» — 486, 43: «_Chirioboarderiis pluvia obstitit.... nam pulvis madefactus incendi non potuit._»

P. A. G., _Medio èvo_, II, da 35, a 51.

XVIII. — Ora veniamo ai Turchi, ed alle opere dirette da Achmet pascià, comandante delle artiglierie e degli ingegneri. Costui ci mostra di prima vista il gran parco delle quaranta bombarde antiche da scaraventare macigni, cioè palle di pietra, grosse nella periferia dai nove agli undici palmi[271]. Inoltre ci mette innanzi dodici di quei più recenti cannoni doppî, che allora chiamavano basilischi; e cacciavano palle di bronzo più grandi della testa ordinaria d'un uomo; che vuol dire palle metalliche di cento libbre in peso. Giuocavano questi pezzi con centro e trenta tiri al giorno senza risquitto[272]: «Ciascun pezzo (dice il Sansovino nel volgarizzamento) trasse tal dì cento e trenta volte, come che paja che sia fuor di modo, nondimeno la cosa fu pur così, essendosi avvertito diligentemente.» Le stesse notizie vengono confermate dal cavalier Giacopo di Borbone, e da altri contemporanei, con minute varietà nel più e nel meno, come sempre suole accadere: ma quanto al numero dei tiri abbiamo altre prove di quei tempi da far maravigliare anche i moderni capitani d'artiglieria. Quando i grossi pezzi e insieme i minuti, che erano infiniti sagri, falconetti, e passavolanti, traevano a general batteria, correva per l'aria un rombo continuo, oscuravasi il sole, e tra la tenebrìa del fumo conglomerato non si vedeva più che lampi, e non si sentiva che tuoni, con quella rovina di muraglie e di case che ognuno può intendere.

Unica eccezione notata dai contemporanei e presenti (il che forte rilieva ai pensamenti miei sopra il rimbalzo), quando ogni muro rovinava sotto i colpi dei Turchi, resistevano soltanto a gran ventura le muraglie delle ritirate, perchè obblique e di grande scarpata. Le palle, dice il Fontano, non attecchivano sui nuovi ripari pel loro pendìo: e ciò fu la nostra salvezza[273]. Potrà qualcuno in terra e in mare tener conto di questi fatti, e venire alla stessa conclusione di salvezza pei medesimi principî di obbliquità. A questo proposito torna acconcio il ricordo dei portelli a ribalta, con che i Turchi coprivano le loro batterie, non le volendo sapere imboccate o scavalcate dai Cavalieri. Avevano costruito cassoni di legno dolce pieni di terra, con un subbio rotondo di traverso nel mezzo: li tenevano innanzi alle trombe dei pezzi, bilicati sì fattamente che con una susta e un cavetto, facendo all'altalena, si poteva scoprire la bocca del cannone, allumarlo, e subitamente nasconderlo. Artifizio utilissimo ai Turchi: e potrebbe molto meglio perfezionato convenire ai Cristiani, massime nelle batterie corazzate, come ho detto altrove[274].

Arrogi la batteria di dodici mortaj, che in arcata traevano pietre di sette palmi circolari sui tetti, sulle case, sulle chiese, e per poco non dissi sulla testa del Grammaestro: e continuavano quel giuoco di notte e di giorno per più di due mesi, cioè più lungamente e con maggior furia che nell'altro assedio dell'ottanta[275]. I mortaj, oltre alle palle di pietra, spesso spesso gittavano globi di rame, carichi di polvere e di fuochi lavorati, dentrovi canne d'archibugetti pur carichi, e fuori acutissime punte di ferro. Le terribili carcasse volavano per aria, menandosi dietro lungo strascico di fumo; e cadendo crepavano a un colpo, scaraventando sui circostanti punte, palle, scaglie e fuoco[276].

Al tempo stesso e senza interruzione i Turchi lavoravano sotterra alle mine, persuasi fin dal principio che la resistenza della piazza tornerebbe vana contro il lavoro pertinace della zappa. Avevano al campo cinquantamila tra guastatori, picconieri e palajuoli, menati

BOURBON cit.: «_Coups avec boullets de cuyvre pleins d'artifice de feu._» a forza dalle Provincie danubiane[277]: per opera dei quali il circondario di Rodi sotterra erasi ridotto simile alle catacombe della campagna di Roma. Discese, androni, pozzi, corridoj, gallerie, diramazioni, armature e telaj per sostegno delle volte e delle fiancate, camere e fornelli da essere intasati e carichi, sotto le mura, sotto i baluardi, e in più che trenta punti diversi[278]. Finalmente addì cinque di settembre, caricato il fornello e intasata la camera, posta a segno la salsiccia e la sementella, a un cenno di Achmet pascià, scoppiò la mina principale sotto il baluardo d'Inghilterra. La città non altramente che per grande terremoto tutta si scosse, il baluardo si aprì di cima in fondo: pietre, terra, persone all'aria, e poi giù di ritorno in paurosa pioggia[279]. Amici e nemici attoniti innanzi alla voragine. In quel momento entrava in chiesa il Grammaestro con alquanti de' suoi a confortare lo spirito nell'orazione, e i sacerdoti dal coro, segnandosi in fronte, principiavano le laudi, col versetto del salmo, dicendo: « O signore, affrettati a liberarci[280].» Udito il fragore tragrande, e saputogli subito della mina, il Grammaestro levossi sclamando: Piglio l'augurio, e se Iddio si affretta, anche io con lui. Raduna le riserve, corre sul posto, e trova i difensori del baluardo a corpo a corpo coi Turchi. Empito, armi, ferite, e morte. In somma ributtati i nemici: e la salvezza della città dovuta al valore del presidio, ed alla traversa fattavi la notte precedente dal Martinengo[281]. Anche dei nostri caddero molti in quel giorno: tra loro non devo tacere il nome del venturiero genovese Filippo Lomellino, e del cavalier Pietro Mela di Savona. Nè devo tacere il nome vittorioso dell'eroe principale della giornata, così chiamato da tutti il giovane cavalier Battista Orsino di Roma, cui specialmente chi lo vide in quel frangente attribuisce prodigi di valore[282].

Col baluardo di Inghilterra non cadde adunque la piazza, ma per altri quattro mesi tenne in duro travaglio gl'ingegneri ottomani. La terra, le pietre, e tutto il cavaticcio dei cunicoli ammassavano costoro sul campo attorno ai fossi, e ne facevano alture più e più eminenti, per scoprire e battere anche l'interno della città[283]. Arte familiare e quasi direi propria dei Turchi il colmar valli, e spianar monti, levar colline, e passeggiare sotterra: arte che toccò il sommo della eccellenza nel memorabile assedio di Candia, sostenuto colla zappa per venticinque anni dai Veneziani, e abbandonato in un giorno dai Francesi col frustino. In somma intorno a Rodi volano più e più ripetute le mine: alcune senza danno, perchè sventate dai nostri; altre (come quella accesa sotto alla posta d'Italia) a stramazzo dei nemici, perchè rivolta la sfera d'attività e i raggi d'esplosione contro le loro trincere; una con grandissima rovina della piazza scoppia sotto il baluardo di Spagna[284]. Indi brecce, assalti, insidie, ritorni, tagli, e ritirate, facendosi ogni giorno la città più piccola, ed allargandosi sempre più l'entrata ai nemici[285]. Niun soccorso dall'Europa, che avrebbe potuto in un momento mutare la sorte degli assediati; niun conforto nell'autunno, e disperazione ormai certa per l'inverno imminente. I Latini, ridotti a pochi, gemono; i Greci stanchi mormorano. Non sembrami assedio qualunque, non piazza attaccata da esercito proporzionale: ma presso che non dissi scoglio derelitto in mezzo al mare, sul quale gavazzano inferociti col fuoco, col piccone, e colle mine gli spiriti infernali. Scoglio albeggiante per le tombe di quattromila difensori; azzannato dagli spettri di quaranta mila maomettani morti sotto ai ferri, e brancicato da altrettanti sfiniti dalle infermità e dai disagi[286].

Noi abbiam finito di considerare le particolarità tecniche dell'assedio per parte degli amici e dei nemici. Siam giunti all'estremo. Che più? La piazza parlamenta, dunque si arrende.

[20 dicembre 1522.]

Ecco la somma dei patti: Cessione dell'isola, e di tutte le sue pertinenze, all'imperatore dei Turchi. Mallevería di ostaggi, venticinque cavalieri ed altrettanti cittadini. Libertà ai Cristiani nell'esercizio del loro culto, e nel possesso delle loro chiese. Licenza a chiunque di andarsene, e navigli pel trasporto. Immunità di ogni gravezza agli abitanti per cinque anni. Tempo tre anni a scegliere tra la dimora e la partenza. Tempo dodici giorni al Grammaestro e a tutti i cavalieri del convento, ed a chiunque vorrà andarsene con loro. Permesso di cavare dalla piazza tanto solo di artiglieria e di munizione che basti al necessario armamento consueto delle galèe e delle navi gerosolimitane nel viaggio[287].

[24 dicembre 1522.]

Addì ventiquattro dicembre entrarono trionfalmente i Turchi nella piazza per la porta di Cosquino: entrò insieme sopra un bel cavallo di maneggio l'imperator Solimano con gran pompa, e poca letizia. Pensava ai prodi abbattuti, al principe soggiogato, alla varietà della fortuna, e al pericolo proprio di trovarsi un giorno nelle medesime condizioni. Diceva con voce sommessa, e di perenne ricordo, ai suoi più intimi: Pesami alquanto il venire io oggi a cacciare questo vecchio Cristiano dalla sua casa. I due grandi antagonisti vollero vedersi insieme. Il vecchio Principe attorniato dai cavalieri andò a visitare il giovane Sultano in mezzo ai giannizzeri; l'uno e l'altro, nel guardarsi a vicenda, attonito e maravigliato rimase, senza profferir parola[288]. Il pirata Curtògoli, divenuto principe di Rodi, ruppe il silenzio: e allora cominciarono quei discorsi, e vennero quelle scuse, e quell'incolpar la fortuna, e quelle altre consuete urbanità, che son pur belle tra i nemici.

[1º gennajo 1523.]

Finalmente il primo giorno dell'anno seguente le navi, le galèe, la gran caracca rodiana, i bastimenti di convoglio erano in punto, e tutti presti alla vela: i cavalieri e i soldati a bordo, e con essi le reliquie dei Santi, gli arredi sacri, e cinque migliaja di rodiotti più rassegnati all'esiglio, che alla viltà e alla schiavitù. Ultimo a imbarcarsi il principe fra Filippo Villiers l'Ile Adam: silenzio da ogni parte, e mestizia sul volto di ognuno. In quella l'araldo fedele, che seguiva da presso il suo signore, a un cenno del Grammaestro, imboccò la tromba; e con sentita melodia, più quasi gonfio degli occhi che delle gote, trasse e modulò dolcemente l'aria notissima del saluto e della partenza. Lo squillo della cavalleria cristiana corse per l'ultima volta sulle note marine. E in quell'incontro di luogo, di tempo e di pensieri, parve a ciascuno che appresso al suono rispondesse gemendo l'eco dei monti e delle valli, l'eco delle torri e delle case loro. Il brivido serpeggiò per le vene degli infelici; e l'uno negli occhi dell'altro riguardando poteva leggere i proprî e gli altrui pensieri, e sentire ugualmente accelerato il palpito di tutti i petti. Sublime la sofferenza nel dolore, e nobile la reminiscenza dei giorni acerbi. Quella tromba dell'ultimo squillo, infino al presente gelosamente custodita, riposa ancora intatta sur un guancialetto di velluto cremisi, coperto da un'urna di cristallo, in mezzo alla sala del musèo nel palazzo magistrale di Malta. Sembra muta agli stolti: ma tu che leggi, se hai senno e cuore, se ti appressi e attendi, potrai forse ancor tu vederne fremere la canna, e alitare sotto al padiglione gli stessi o simili ricordi che io qui ne ho scritti, come ho sentito, nel vederla.

NOTE:

[271] FONTANUS, 471, 40: «_Vis quadraginta bombardarum, quæ jactu saxorum rotunditatis palmorum novem, aliquando undecim.... urbem vexabant._» Item, 471, 20: 474, 49.

[272] FONTANUS, 471, 45: «_Duodecim æneæ machinæ globos æneos majores justo capite evomebant.... nomen a serpentibus Basiliscis.... Ante ora omnium centum et triginta missilia.... quod licet supra naturam videatur, tamen ita rem esse compertum est._»

FRANCESCO SANSOVINO, _Volgarizzamento della guerra di Rodi_. in-12. Venezia, 1548, p. 32.

JACQUES DE BOURBON, _Le Siège de Rhodes_, publié par NABERAT.

BOSIO cit., 657, A.

P. A. G., _Medio èvo_, II, 185, 186, 411.

[273] FONTANUS cit., 485,28: «_Multas domos prosternebant.... interiorem autem murum, recenter oppositum, raro attingebant propter suam declivitatem: quæ res nobis magnæ salutis._»

P. A. G., _Medio èvo_. V, Indice voce _Rimbalzo_.

[274] FONTANUS, 472,3: «_Apposuerunt tabulas attignatione contigua.... quarum medium axis transversus introrsum sustinebat. Hos Turca funibus e superiori capite cum subduxisset ut capita machinarum delecta apparerent.... igne apposito murum quatiebat._»

BOSIO, II, 663, E: «_Erano i detti mantelletti di grossi tavoloni.... e pieni di terra... dinanzi ai pezzi, con alcuni ingegni che chiudevano i portelli delle troniere.... gli aprivano, e subito sparato chiudevano._»

P. A. G., _Medio èvo_, I, 405, 408.

[275] FONTANUS, 471, 20: «_Duodecim æneæ machinæ.... ore in coelum erecto.... dies noctesque, jactu bimestri, projicientes globos saxeos eptapalmares, in tecta, templa, fere in caput Magni Magistri.... plus quam in altera oppugnatione._»

[276] FONTANUS, 471, 32: «_Jecerunt etiam globos cupreos plenos intus bombardis digitalibus, et inter eos exurimenta, bitumen, sulphur, pix liquida.... cui styli ferrei inhærebant.... hi longo igneoque tractu volantes, casu suo crepabant.... fumo, odore, obfuscantes.... styli, bombardulæ necabant._»

[277] FONTANUS, 469, 12: «_Comparatis ad opus cuniculorum quinquaginta millibus agrestium...._» 475, 10: «_Ex Moesia et Valachia._» 487, 1: «_Decreverunt non justo congressu.... sed fossis, incilibus, dolabris, terebrisque murum subrui debere._»

BOSIO, II, 653, E: «_La principale speranza dei Turchi era per via di mine.... avevano sessantamila picconieri e guastatori dalla Valacchia e dalla Bosnia._»

[278] BOSIO, II, 668, C: «_Secondo il conto.... cinquantaquattro mine.... alcuni vogliono quarantacinque.... altri trentotto._»

[279] FONTANUS, 473, 4: «_Nonis septembribus.... ad propugnaculum anglicanum.... incenso cuniculo, violentissimo crepitu urbs tota contremuit, non aliter quam terremotu._»

[280] PSALMUS LXIX, vers. 1: «_Deus in adjutorium meum intende; Domine, ad adjuvandum me festina._»

FONTANUS cit., 473, 9.