La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 17
Le istorie vicentine oltracciò ricordano un altro modello di Basilio per afforzare maggiormente la loro città; modello approvato in Venezia, ma non eseguito per l'impedimento delle guerre predette; e pur di sì gran pregio, che bastò ad ammansare un principe di Anhalt. Costui coll'esercito imperiale entrando in Vicenza nel 1510, si fece promettere da quei cittadini, se volevano andare esenti dal sacco e dal fuoco, tre cose: pagare cinquanta mila ducati, abbassare tutti gli stemmi dei Veneziani, e costruire a spese loro il castello già modellato da Basilio della Scola[227]. Ma le vicende della guerra tolsero al principe tedesco la soddisfazione di beccarsi il castello, come l'avevano tolta ai Veneziani, e a noi troncano il discorso, venutaci meno da ogni lato l'esecuzione. Ma non per questo andò giù la riputazione di Basilio: anzi, dopo la pace, più che mai famoso e pregiato, ebbe inviti alla corte dell'imperatore Massimiliano, stipendi da Carlo V, e finalmente richieste del parere e dell'opera sua in Rodi, dove erano maestri, principi e cavalieri d'ogni nazione. Dunque uomo eccellente nell'arte sua; fonditore, bombardiero, ingegnere, architetto, a levante ed a ponente, coi Veneziani, coi Francesi, coi Tedeschi e coi Rodiani. In somma il protagonista della scuola mista.
Alcuni, scrivendo dei grandi artisti, sembrano solo intenti a narrare i viaggi, i costumi, i guadagni, le gare, e simili cose comuni a tutti gli uomini; e lasciano indietro, o vero non dicono a bastanza dello stile di ciascuno, del genio, delle opere, e delle strade battute per giugnere a nuove invenzioni. Campo troppo largo, nel quale non posso entrare adesso: ma per mantenere a Basilio il suo posto, devo ricordare le tre Scuole, altrove accennate, che io chiamo Sangallesca, Urbinate e Mista[228]. La prima a parer mio comincia con Giuliano da Sangallo pel baluardo a cantoni del 1483, tuttora esistente nella rôcca d'Ostia; e pel compiuto sistema delle casematte nel grosso del recinto primario della rôcca medesima; continua col pentagono di Antonio in Civitacastellana, e col quadro bastionato a Nettuno; e termina con Antonio Picconi, inventore dell'ordine rinforzato, e grandioso ampliatore delle casematte e delle contrammine nel famoso baluardo di Roma. La scuola Urbinate comincia con Francesco di Giorgio Martini, al soldo del duca Federigo; comparisce coi puntoni dell'Amoroso in Ancona e di Ciro in Puglia, si svolge col fiancheggiamento nelle tavole del caposcuola, risalta colla mina di Napoli nel 1495, e termina col Genga e col Castriotto, ordinatori delle opere esteriori in tante loro fortezze. La terza scuola, cioè la mista, doveva avere alla testa uno che sentisse di tutti; i cui disegni rilevassero puntoni e fianchi, torri triangolari e merloni in punta, difese a cantoni, quadrate, tonde, e d'ogni sorta. Tale comparisce Basilio della Scola: tale per le testimonianze certe degli scrittori contemporanei, e tale per l'opere fatte e tuttora esistenti in Rodi[229]. A fianco di Basilio, e per le stesse ragioni, io metto Leonardo da Vinci; e segno l'ultimo periodo classico della scuola mista col nome di Michelangelo, il quale nel 1529 portava i terrapieni fino alle difese supreme dei parapetti; cosa non mai fatta da niuno nè in Italia nè fuori, prima di lui[230].
Torniamo ora a Rodi, e vediamo sul posto lo stato delle fortificazioni per quest'ultimo assedio, ed i lavori di Basilio. Avremo la scorta del Fontano, cancelliere dell'Ordine, e presente a tutti i successi degli ultimi tempi; e ci daranno ajuto le piante della città, e le memorie che ne ho appuntate io stesso ne' miei viaggi[231]. Sappia intanto il lettore, che ora qui e dovunque io mantengo ai luoghi la perenne nomenclatura italiana, come ci viene dal Fontano, dal Bosio, dai viaggiatori, dai marinari, dai portolani e dagli atlanti del nostro paese; senza smagarmi appresso ai nomi arbitrarî o corrotti per nostra confusione dagli strani singhiozzi e squarcioni degli Inglesi, dei Francesi, e dei Turchi. Ammiro e lodo la perfezione delle moderne carte idrografiche, massime dell'ammiragliato britannico; e ciò per la esattezza dei rombi e degli scandagli, e per l'indizio delle mutazioni naturali e artificiali sui lidi nel tempo moderno: ma per la storia del passato, quando il commercio di Oriente e le colonie asiatiche ed africane, e tutta la navigazione del Mediterraneo era in mano ai marinari italiani, io non cerco sulle carte i nomi stranieri, perchè gli ho tutti domestici. Posso dire Costantinopoli in vece di _Stamboul_; Alessandria, non _Scanderìa_; Bicchiere, non _Bequier_ nè _Abouckir_; Calcedonia, non _Makrìkui_; Metellino, non _Midillùh_. Similmente, intorno a Rodi, dirò torre del Trabucco, non _Arab-tower_; torre dei Molini, non _Kandia-point_; torre di san Niccolò, non _Tower of St. Elmo_; capo Parambolino, non _Koumbournou_: e perchè scrivo italiano ho detto e dirò sempre Orlacco, non _Vourlack_; Afrodisio, non _Mahadie_, e simili. Valgami l'autorità non sospetta dello dotto ammiraglio inglese Guglielmo Enrico Smith, il quale nella sua opera importantissima, intitolata Memorie fisiche, storiche e nautiche del Mediterraneo, ha scritto a bello studio un capitolo per ispiegare agli altri le mutazioni sue intorno alla nomenclatura dei luoghi ed alla loro ortografia; pur confessando che molte voci, quantunque false e stranamente mescolate di vecchio e di nuovo, col franco e col turco; nondimeno sono state incise, e si leggono stampate nelle carte marine di Inghilterra e di Francia. Tutto dire! un ammiraglio britannico mi assolve dal rimprovero di rispettabile amico genovese sul conto dei termini topografici intorno alla descrizione di Smirne, nella mia storia marinaresca del Medio èvo; dove ho voluto secondo il mio costume usare i termini dei nostri piloti; distinguervi il capo Fogliero dalla città delle Foglie vecchie e nuove; porgli dirimpetto il Calaberno in vece del _Kara-Bouroun_; e poi l'Orlacco e la Cittadella, in vece del _Vourlack_ e del _Sanjack-Burnù_. L'ammiraglio, dico, mi giustifica con queste precise parole[232]: «Molti errori di nomi locali sono stati introdotti, ed hanno preso posto nelle istesse carte idrografiche del nostro ammiragliato: ne citerò uno solo rispetto a Smirne. Presso alla città sopra una lingua di terra sporgente in mare sventolava la bandiera ottomana (_Sanjack_) inalberata sul mastio della Cittadella. Questo capo, chiamato dai Turchi Sanjak-Burnù, divenne pei Francesi capo St. Jacques, e pei nostri sapientoni divenne capo St. James; nome che si leggeva anche recentemente nelle carte del nostro ammiragliato». Egli continua cercando come togliere sì fatti spropositi. Intanto io vo innanzi: e senza aspettare che gli levino a comodo loro quei signori, me li spazzo da me; e n'ho abbastanza coi nostri storici, marinari, e portolani; pognamo pur coll'Atlante del Luxoro, illustrato dal Desimoni e dal Belgrano. Io sto con loro, e seguo gli stessi principî, anche nella descrizione della piazza di Rodi.
Dalla parte del mare le difese principali della città e del porto in procinto di assedio avevano a essere le catene distese, e le navi affondate sulla bocca, per impedirne l'ingresso ai nemici[233]; e insieme le batterie intorno agli scali per rifrustargli. Di più a guardia della marina tre grandi torrioni, che meglio direbbonsi castelli, nei tre punti principali del porto; cioè la torre rotonda dei Molini sulla punta del braccio destro, la torre quadrata e bizzarra del Trabucco sul gomito sinistro; ed alla punta estrema dell'istesso braccio sinistro (tra il porto grande e il Mandracchio) il torrione maestro di san Niccolò; alto, grosso, valido, a più ordini sporgenti e rientranti, e sommamente riguardevole per le scogliere che lo circondano, pei macigni che lo compongono, per gli stemmi cavallereschi che lo adornano, e per le batterie alte e basse che si affacciano anche adesso in punto ad ogni prova. Imperciocchè oltre al principale torrione rotondo di mezzo, che gli dà nome e comparsa, tu vedi abbasso ampia cinta di castello quadrato, simile al risalto del castello dell'Uovo sulla riviera di Napoli; ma di aspetto più fiero, di colore più scuro, di macigni più grossi, e di più numerose troniere. Durante l'ultimo assedio il torrione di san Niccolò restò quasi intatto, e tutta la fronte del mare poco o punto presa di mira dal nemico, secondo la previsione di Basilio: il quale però dalla parte del porto non riconobbe necessità di opere nuove, ne vi lasciò nulla di suo.
Volgiamo adunque verso terra per la cinta già fortificata all'antica, come si è visto nell'assedio dell'ottanta, e troveremo alta e grossa muraglia di pietra viva, e più ordini di batterie, e attorno profondo ed ampio fossato. Di più troveremo di mezzo, aggiuntivi da Basilio, sette baluardi; cinque grandi e due piccoli. I primi denominati dalle lingue di Alvergna, di Spagna, di Inghilterra, di Provenza e d'Italia; gli altri due distinti col nome del sito e del fondatore; cioè l'uno chiamato Cosquino, perchè rivolto a tale villaggio; e l'altro Carrettano, perchè levato su alle spese del grammaestro Fabrizio del Carretto[234].
La voce Baluardo comparisce tra noi dopo l'invenzione dell'artiglieria da fuoco, e prima dello svolgimento della moderna architettura militare: voce più volte ripetuta nel quattrocento, in significato di riparo interno, munito di batterie, e principalmente ordinato dietro alle brecce delle antiche muraglie contro l'assalto[235]. L'origine della parola è del latino classico e medievale, come già disse il Galilei[236]: e si conferma per le varianti Balláuro, Balluàro, Baloardo, Belvardo, Belloguardo e Belliguardo; voci tutte insieme derivate dalla stessa bèllica radice, però esprimenti Guardia di guerra, cioè guardia e difesa della guerra; perchè nei combattimenti il baluardo è la principale piazza d'arme delle fortezze. Al modo stesso, e dalla istessa radice, deriva l'antico Ballatojo, che era la piazza suprema delle torri, o vero dei castelli navali, non mica per le danze, ma acconcia ai combattimenti, e per ciò latinamente chiamata _Bellatorium_[237]. Dunque non abbiamo a cercare troppo lontano nè a correre oltre i monti, nè a spremere da ignote favelle le voci dell'architettura militare: le abbiamo da presso e domestiche in casa nostra, dove son nate. E qualunque possa essere l'apparente simiglianza dell'italico Baluardo col nordico _Bullwerck_, io ho sempre pensato che non si abbiano a dire congiunti di parentela nè ascendente nè collaterale; ma che ciascuno di essi faccia casa e famiglia da sè nel suo paese.
Quando la nuova maniera di fortificare bandì gli angoli morti e pose il teorema della difesa radente, perché ogni punto del perimetro avesse a essere visto e fiancheggiato da un altro, allora la torre antica si abbassò, prese figura pentagonale, volse il sagliente alla campagna, spianò di qua e di là in lungo due facce, e si munì di fianchi, con leggi matematiche e proporzionali nella misura dei lati e degli angoli; leggi fondate sulle ragioni dei poligoni iscritti e circoscritti al cerchio. In somma la piazza pentagona divenne membro principale della fortezza: e fu detta Baluardo, quando era murata di calcina, di mattoni e di pietre; fu detta Bastione, quando era imbastita di pali, di fascine e di terra; e finalmente, fatto il connubio dei due metodi, e messi insieme i muraglioni e i terrapieni, fu detto tanto baluardo che bastione per l'istessa cosa, anche nel linguaggio dei grandi maestri; usandosi tuttavia più spesso quest'ultimo vocabolo che non il primo; perché col bastione abbiamo il verbo Bastionare, e i verbali e i derivati; di che l'altro manca.
Ciò posto, vien chiaro il lavoro e il merito di Basilio in Rodi. Esso non era chiamato a demolire, nè a gittar nuovo di pianta il fondamento di una cinta compiuta di fortificazione regolare: anzi fondatore della scuola mista, anche per sistema proprio, doveva meglio di ogni altro sapersi acconciare alla varietà richiesta dal sito, dagli uomini, dai precedenti e dall'economia. Esso pertanto lasciava in piè, com'erano, tutte le torri che vi trovava, e le convertiva in cavalieri di nuovi baluardi alla maniera sua; cioè irregolari, misti, senza proporzione determinata, e con poco riguardo alla continuità della radente, legando con lunghi allineamenti di barbacani e di contragguardie il vecchio col nuovo perimetro, il quale perciò in più luoghi piglia l'aspetto di cinta doppia. Ma a un batter d'occhio l'osservatore diligente distingue il nuovo dal vecchio: perchè dove l'antiche muraglie cadono a piombo, senza fascia e senza ornamenti, appuntate soltanto di merli all'antica, a coda di rondine semplice o doppia; per lo contrario le muraglie di Basilio scendono tutte a scarpa, tutte col risalto di grosso cordone in pietra al piano delle batterie, e tutte col parapetto difeso da merloni massicci di pianta quadrilunga e di sezione triangolare: proprio come si legge del modello suo nella lettera al duca di Ferrara, ove si parla dei mantelletti e dei merli in triangolo[238]. I quali merloni rettangoli, acconciati a sesto di squadra coi due cateti sui piani della muraglia e del parapetto, volgono l'ipotenusa all'aria, lasciando aperta tra merlone e merlone la strombatura pel pezzo. Vedete nel venti le difese supreme di Basilio ancora di pietra e di muro. Terrapienate le cortine, i fianchi, le faccie vecchie e nuove; ma infino al piano delle batterie, non fino ai parapetti. Degno di speciale menzione fuor della porta che volge alla sinistra del molo di san Niccolò devo ricordare quel puntone solitario e senza fianchi, collegato colle vecchie mura presso a due torri, e rivolto col sagliente al Mandracchio, che evidentemente appartiensi a Basilio, avendo tutti i caratteri distintivi delle opere sue; e richiama al pensiero i lavori simili dell'Amoroso. Il Bosio proprio a questo propugnacolo dà il nome di «Baluardo piccolo, detto san Pietro, che guarda la torre del Trabucco sopra il molo di san Niccolò;» ed il Fontano lo chiama «Baluardo Carrettano»[239].
Di più Basilio cavò maggiormente i fossi, e murò la controscarpa, chiamata da alcuni terza cinta[240]. Niuna opera esteriore, cosa di gran diffalta nell'assedio: chè sarebbero stati utilissimi, a tener più lontano dalla piazza il nemico, alcuni ridotti sulle alture circostanti. Poscia visitò il castello Sampiero in Asia, il forte di Langò, e le difese degli altri luoghi ed isole soggette all'Ordine gerosolimitano. Stette in Rodi sino all'anno seguente, sempre in compagnia del Gioeni: e con lui lavorò di rilievo tutto il modello delle fortificazioni, da essere per saggio mandato al Papa[241]. Finalmente morto il Grammaestro suo protettore, e pressato dai richiami dell'imperatore Carlo V, prese licenza da quei signori, ed ebbela con molti ringraziamenti e regali, più quattrocento ducati pel viaggio, senza che niuno più dica verbo di lui, nè per la vita nè per la morte. Ma le tanto onorevoli testimonianze, ed i lavori lasciati in Rodi basteranno a salvare il suo nome dall'oblio: imperciocchè, all'infuori del raffazzonare i castelli del porto e del risarcire le brecce di terra, i Turchi non hanno aggiunto nè mutato nulla in quella piazza, restandovi ogni cosa come era quando vi sono entrati; compresa l'artiglieria bellissima di bronzo, che ancora si affaccia dalle antiche troniere. Ho veduto io stesso le sentinelle ottomane presso ai pezzi guardare, senza comprendere, sugli orecchioni e sulle maniglie gli stemmi dei cavalieri, le croci a otto punte, e le figure di gran rilievo a imagine dei nostri Santi. Una sola novità puoi aspettarti colà, dalla quale devi esser destro a schermirti, se non vuoi passar la notte all'addiaccio: ciò è dire la chiusura immancabile di tutte le porte, subito che tramonta il sole, infino alla levata del giorno seguente. Tanto per lunga tradizione dura tuttavia l'antica paura nel petto dei moderni guardiani!
NOTE:
[216] RAYNALDUS, Ann., 1522, 22: «_Julius Medices cardinalis ac plures alii Pontificem ursere precibus, mox atque pervenit, ut classem egregie instructam Rhodum ad ferendas obsessis equitibus suppetias mitteret._»
BOSIO cit., III, 40: «_Il cardinal de' Medici et il Cesarino.... pregavano papa Adriano di voler mandare da Civitavecchia le galere et vasselli insieme colle genti che di Spagna condotto l'avevano.... a soccorrere Rodi.... Ma in Roma.... pel duca di Sessa, et per don Carlo di Lannoi, si mutò di parere._»
GIOVIO cit., _Vita di Adriano_, 417.
BELCAIRUS cit., lib. XVII, n. 21.
[217] SEBASTIANO PAOLI, _Codice diplomatico gerosolimitano_, II, 182. — Breve di papa Leone nel gennajo del 1517 per le fortificazioni di Rodi.
[218] JACOBUS FONTANUS, _De bello Rhodio_, edit. a Clausero, in-fol. Basilea, 1556, p. 451: «_Propugnaculum a Basilio, architecto Cæsaris Caroli quinti, magistratu Fabricii Carrectani modulatum...._» 445: «_Norunt qui mecum in parte laboris et periculi fuerunt._» (Cito sempre la suddetta edizione.)
[219] JACOMO BOSIO, _Storia della sacra religione et illustrissima milizia di san Giovanni Gerosolimitano_, in-fol. t. II, 621, A (cito sempre la seconda edizione fatta in Roma dall'Autore l'anno 1602, lasciando la prima imperfetta del 1594.)
[220] CARLO PROMIS, _Gli Ingegneri militari che operarono o scrissero in Piemonte_, in-8. Torino, 1871, p. 92: «_Un insigne maestro (sconosciuto pur esso agli Italiani ed ai conterranei suoi) Basilio della Scala, vicentino, uno degli ignorati e primi fondatori di questa scienza, e del quale dirò qui brevemente._»
[221] BATTISTA PAGLIARINO, _Cronache di Vicenza_, in-4. 1663, p. 319: «_Famiglie nobili vicentine._»
[222] MARIN SANUDO, _Annali veneti._ Mss. alla Marciana, t. I, p. 70, B: «_Basilio de la Scola vicentino, che era stato col re di Francia sopra le artiglierie._»
[223] SANUDO cit., Mss.: «_Addì 13 maggio 1496 fo principiato di fare alcune artiglierie da bombardare, come fanno le bombarde grosse, le quali viene menate sui carretti al costume dei Franzesi. Basilio della Scola vicentino che era stato col re di Francia sopra le artiglierie, incominciò a gettarne cento pezzi in Canareggio; et mandato detto Basilio per le terre nostre a torre legnami per far fare li carri._»
[224] BARTOLOMMEO CARTARI, oratore di Ferrara in Venezia, lettera al duca Ercole I, data del 7 febbrajo 1501, pubblicata dal marchese CAMPORI, _Lettere artistiche inedite_, in-8. Modena, 1866, p. 1. (La stampa moderna dice _Scala_.)
[225] ARCHIVIO DEI FRARI IN VENEZIA. Deliberazioni del Senato. T. R. 16, dal 1508 al 1509: «_A dì 17 febraio 1509 (in stile veneto 1508) A Basilio de la Scola, probo e fedelissimo nostro, che s'altrova a servigi nostri, persona molto necessaria al bisogno delle artiglierie nostre, così per experientia avuta di lui, come per relatione dell'illustrissimo capitano et gubernatore nostro gienerale, annui ducati dusento._» (Ricevuto dal baron Gio. Scola con sua lettera del 24 marzo 1871, presso di me.)
[226] LUIGI DA PORTO, _Lettere storiche_, scritte dall'anno 1509 al 1528, ora per la prima volta raccolte interamente e ridotte a corretta lezione, e annotate da BARTOLOMMEO BRESSAN. Firenze, Le Monnier, 1857. — Lettere del 2 e 7 marzo 1509, p. 1: «_Già si è fatta la lega palese.... I Veneziani hanno mandato Basilio della Scola, nostro vicentino, a rivedere tutte le artiglierie che sono nelle loro città e fortezze di terra ferma, come uomo che essi tengono provvisionato sopra le munizioni e terre loro._»
[227] CASTELLINI, _Storie vicentine_, in-4, tip. Parise, 1822, t. XIII, lib. xvi: «_Che la città sia in debito di fare edificare un castello fortissimo, secondo il disegno di Basilio della Scola vicentino._» — (La stampa dice _Scala_: ma nell'originale, mi avvisano, è scritto _Scola_.)
IL PADRE BARBARANO, _Annali di Vicenza_, Mss. in quella città. (Narra l'istesso fatto del principe di Anhalt, riporta le medesime condizioni, e scrive Basilio della Scola.)
AB. ANTONIO MAGRINI, _Reminiscenze vicentine_, in-8. Vicenza, tipografia di Gius. Staider, 1869, p. 47: «_La caduta di Rodi mi porge il destro di rischiarare una reminiscenza vicentina nella persona di un architetto.... che è ancora quasi sconosciuto in patria.... È questi Basilio della Scola...._» — (Esso pure _Scola_.)
IDEM, _Discorso dell'architettura in Vicenza_, in-8. Padova, tip. del Seminario, 1845, p. 36: «_Basilio della Scola che l'imp. Massimiliano presceglieva ad innalzare in Vicenza una cittadella._»
[228] P. A. G., _Storia della marina nel Medio èvo_, II, 415.
[229] Docum. cit., alla nota 117, e segg., e 127 e segg.
[230] BENEDETTO VARCHI, _Storia Fiorentina_, edizione dell'Arbib, in-8. Firenze, 1843, II, 213: «_È adunque da sapere che Michelangelo, avendo preso cura delle fortificazioni di Firenze, e principalmente del monte di San Miniato.... fece bastioni.... la corteccia di fuori era di mattoni crudi fatti di terra pesta mescolati col capecchio trito, il di dentro era di terra e stipa molto bene stretta e pigiata insieme._»
VASARI, ediz. cit., _Michelangelo_, XII, 206, 365, e segg.
GIULIO SAVOGNANO. Mss. di fortificazione in Firenze alla _Palatina_, in appendice ai Mss. del Galilei.
[231] CARTE MARINE _dell'ammiragliato britannico_: «_Town and ports of Rhodes, surveyed by com. Thomas Grave_, _R. N. and M. S._, _Beacon_, _years_ 1841, 1871.» Due grandi carte, e la pianta della città capitale colle sue fortificazioni. Si vende in Londra dall'agente dell'ammiragliato J. D. Potter. — Presso di me.
CORONELLI, _Cosmografo di Venezia_. _L'Isola di Rodi_, con piante e figure, in-8. Venezia, 1688. — Bibl. Corsini.
IDEM, _Piante di città e fortezze_, due volumi in fol. Pianta di Rodi, I, 41. — Presso di me.
J. BAUDOIN, et NABERAT, _Histoire des chevaliers de Rhodes_, in-fol. Parigi, 1659. — _Pianta di Rodi_, III, 53. — Casanatense.
O. DAPPER, _Les îles de l'Archipel_, in-fol. Amsterdam, figur. 1703. — _Città e porto di Rodi_, cinque tavole, p. 89. — Item.
SEBASTIANO PAOLI, _Codice diplomatico dei Gerosolimitani_, in-fol. Lucca, 1737. — _Pianta di Rodi_, II, 491. — Item.
JOANNES MEURSIUS, _Opera omnia ex recentione J. Lami_, in-fol. Firenze, 1744. — _Pianta di Rodi_, III, 685. — Item.
JOSEPH VON HAMMER, _Topographische Ansichten gesammelt auf einer Reise in die Levante_, in-8. Vienna, 1811. — _Pianta di Rodi_, p. 73. — Pel favore del baron C. Testa di Costantinopoli.
BERNARD ROTTIERS, _Monuments de Rhodes; dédié au Roi des Pays-Bas_, in-8. Brusselles, 1828, p. 111, e le tavole dell'Atlante che ho innanzi per favore del chiariss. comm. Cialdi. — L'Autore, colonnello del genio, ha neglettato la pianta.
VICTOR GUERIN, _Voyage dans l'isle de Rhodes_, in-8. Parigi, Durand, 1856.
EUGÈNE FLANDIN, _Histoire des chev. de Rhodes et description de ses monuments._ Tours, chez Marne, 1867.
[232] WILLIAM HENRY SMITH, _rear-admiral_, _R. N._, _The Mediterranean, a memoir physical, historical, and nautical_, in-8. Londra, 1854, p. 406: «_On the orthography and nomenclature adopted.... These names are a strange mixture, and corruption of Hellenic, Romaic, Latin, Frank, and Turckish.... many of the misnomer retains their places in our charts and maps...._» 415: «_There are many of these blounders, but one may be cited. At Smirna on a post the thurkish Sanjak or banner was hoisted on a projecting head-land. This cape therefore, named Sanjak-Burnù, became in french Pointe of. St. Iacques, to which our savants duly translated Point of St. James: the name under which it appeared till very lately, in our admiralty charts._»
[233] FONTANUS JACOBUS, _De Bello Rodio_, editus a Clausero, in-fol. parv. Basilea, 1556, p. 457: «_Naves saburra saxoque gravatas paululum a muro altiore mari depressit.... Portus septus valida ferreaque cathena transversum ante fauces projecta, trabibus etiam que supra undas natabant, validisque anchorariis funibus._»
[234] FONTANUS cit., 445: «_Magnam urbis partem Basilius novo validoque murorum ambitu cinxit._»
Et 458: «Fossa, vallo, muro, mœnibus, turribus, propugnaculis.»