La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 16

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La notte del trenta di maggio di quest'anno Genova era stata presa e saccheggiata dalle milizie di Carlo V, e Andrea capitano di quel porto colle quattro galèe del suo comando aveva dovuto fuggirsi dalla patria, dove insieme cogli imperiali era entrata la fazione contraria degli Adorni. Ridottosi in Monaco, presso i Grimaldi aspettava gli eventi futuri, e viveva in esilio. Ciò non per tanto in quella occasione, vedendo tante feste per quei rivaggi, e concorrere a gara legni e persone intorno alla capitana del romano Pontefice, pensò cavare dal porto le sue quattro galèe, e venire in mezzo per salutare più degnamente cui tutti onoravano. Sciolse gli ormeggi, uscì fuori, schierò le galèe, spalò i remi, posesi in giolito, e prese a fare una bella salva d'artiglierie, e gala di bandiere, e tutti quegli altri rispetti che si usano in mare. Se non che gli Spagnuoli del corteggio, pieni di sospetto contro di lui, tanto notissimo avversario, quanto si era dimostro nel caso di Genova, presero le armi, caricarono a palla, e si apparecchiarono a combatterlo con sì grande circospezione e silenzio, che papa Adriano dalla sua camera nè pure se ne avvide. Ma lo notò bene l'Ortisio, che passeggiava in coverta dalla spalliera alle rembate; e meglio lo capì Andrea che squadrava da lungi, e ben intendeva i segni e gli umori. Perciò, salve, bandiere, voci, trombe: ma sempre alla larga. Poi sciascorre, aggiaccio alla banda, e via nel porto di Monaco[202]. Così mutano le condizioni degli uomini nel corso delle umane vicende, che quello stesso Andrea, il quale era tenuto lontano come pubblico nemico, tanto che nè pure all'ombra del pacifico stendardo papale non era lasciato, nè si ardiva egli medesimo, accostare per rendere onori e saluti, proprio desso aveva tra poco a essere capitan generale della marineria pontificia, e poscia comandante supremo ed arbitro di tutte le armate spagnole ed imperiali nel Mediterraneo; e doveva a un batter di ciglio far tremare quegli stessi che avevano caricato le artiglierie contro di lui. E ben egli sapeva apparecchiarsi all'avventuroso trionfo, superando le difficoltà oppostegli dagli uomini e dalla sorte: chè a dispetto degli avversarî volle cavarsi la voglia di essere a ogni modo innanzi al nuovo Papa, e di vederlo bene cogli occhi suoi. Staccavansi a ogni tratto da quella riviera feluche e navicelli pieni di signori e di popolani colle donne e co' fanciulli per ricevere dappresso la benedizione del Pontefice: tra tanta gente si cacciò mescolatamente anche Andrea in abito dimesso e spalleggiato dai suoi fidi; e così senza altrui sospetto, entrò ed uscì, vide e parlò, come aveva divisato[203].

Appresso, volendo Adriano liberarsi dai nojosi indugi delle visite di tanti sconosciuti, ordinò che il convoglio da quindi innanzi dovesse allargarsi da terra durante la giornata, e la notte soltanto accostarsi a qualche porto o ridosso per riposare quietamente, ed anche per assicurarsi dagli insulti dei pirati, che molti e arditissimi ronzavano intorno, tenendo il capitano Vettori, il Velasco, e gli altri in perpetui sospetti. Tutti i naviganti potevano in quei tempi vedere cogli occhi propri la desolazione delle riviere iberiche, francesi ed italiane per le pertinaci infestazioni dei ladroni: le spiaggie squallide, le isole disabitate, le capanne in cenere, i pescatori in fuga, e le fuste dei barbareschi a zonzo sul mare, sempre fuggenti innanzi ai legni militari, e sempre piombanti dovunque appariva facile la preda. Adriano istesso fremeva vedendosi costoro alla coda pei canali e attorno alle isole: ma non gli conveniva il dar la caccia, nè il crescere gli stenti e gli indugi del viaggio. Ciò non pertanto recossi ad onore il poter liberare dalle mani degli infedeli una grossa nave, già quasi da loro sottomessa; e senza troppo dilungarsi dal cammino, tener dietro a quei furfanti che fuggivano disperatamente dal suo cospetto[204]. Continue le guardie, le esplorazioni, e le cautele, in più luoghi ricordate dall'Ortisio[205]: «Ecco, egli dice, alcune vele alla vista. Bisogna aspettare che siano riconosciute dalle vedette. Ora mettono i pezzi in batteria, e i soldati pigliano l'armi. Avvisano fuste di Turchi. Dove molte isole, ivi cresce il pericolo dei pirati.» Però affrettiamci ancor noi al termine della navigazione, e mettiamo in compendio i giorni, i luoghi e i rilievi maggiori del viaggio.

Quattordici di agosto, vigilia della Assunzione, riposo alla cala di Santostefano presso a capo dell'Arma: Adriano di buon mattino celebra il sacrificio nella chiesa parrocchiale.

Quindici del mese, solennità dell'Assunta, in Portomaurizio: la Messa nella chiesa dei Minori, fuori di città per evitare la folla. Cinque galèe di Genovesi si uniscono al convoglio.

Sedici, stazione al capo di Noli.

Diciassette, ingresso solenne in Savona. Il nipote di papa Giulio accoglie nella sua casa il successore dello zio. Lautissima cena, e lodi dei cortigiani al buon gusto ed alla magnificenza dei signori della Rovere.

Diciotto all'alba, in Genova. La città costernata pel recente saccheggio accoglie il Pontefice con pietosa mestizia. L'Ortisio ricorda molti particolari non indegni, precedenti e seguenti l'espugnazione[206]

Diciannove, a Portofino tempesta e stazione per quattro giorni.

Ventidue a Portovenere. Armamento tumultuario: avvisano la comparsa di alcune fuste piratiche.

Ventitrè, presso Livorno. Incontro di cinque cardinali sur un brigantino: montano tutti sulla capitana ed entrano insieme col Papa nel porto.

Ventisei a levata di sole nelle acque di Piombino, sul mezzodì a Portercole, di mezzanotte all'altura di Civitavecchia.

NOTE:

[200] GAZZETTA _Ufficiale del Regno_, sabato 30 marzo 1872, n. 90, p. 2, col. 1.

[201] C. VALERIUS FLACCUS, SETINUS, _Argonaut._, lib. I, vers. 481:

«_Pervigil Arcadico Tiphys pendebat ab astro_ _Hagniades; felix stellis qui segnibus usum_ _Et dedit æquoreos, cælo duce, tendere cursus._»

[202] ORTIZ cit., 386: «_Andreas de Oria, exul a die expugnationis Genuæ.... cum quatuor triremibus.... parum a portu Monæci descendens, huc et illuc navigando nostram classem versus, fœdera pacis igneis tonitruis demonstravit.... Inscio Pontifice, jussu centurionum, omnia nostra navigia parabantur ad arma.... Eo fortasse Andreas tam cito in suam stationem se recepit._»

[203] ORTIZ cit., 386: «_Cum multi nobiles cum suis scaphis ad recipiendam benedictionem Pontificis advenissent, eumdem Andream de Oria inter eos adventasse ferebatur._»

[204] ORTIZ cit., 387: «_Conspeximus quamdam navem non procul a piratis captam.... qui nostram classem prospicientes sicut nebulæ repente evanuerunt._»

[205] ORTIZ cit., 381: «_Nunciatum fuit quædam navigia prope adesse.... oportuit subsistere, quousque per exploratores patesceret..._» 396: «_Parantur bellica tormenta et milites ad arma, nuncius asserit Turcarum fustas adesse...._» 399: «_Multæ insulæ circa Plumbin, et crebra pericula piratarum._»

[27 agosto 1522.]

XIV. — E perchè a quell'ora i viaggiatori e il Pontefice riposavano in silenzio, essendo bellissima notte di estate, senza vento, quieto mare e ciel sereno, ordinò Paolo di calumare tacitamente le gomene fuori del porto, riserbando le visite, gli affari e il solenne ingresso alla mattina seguente. Già la sera al tramonto i guardiani del porto avevano scoperto in mare tra il Giglio e l'Argentaro da diciotto a venti vele; e il Governatore, avvisato in tempo, stava cogli altri alla torre del fanale, speculando se quelle fossero del convoglio papale, o di pirati, pronto ad ogni evento. Quando ecco venire avanti leggiadro e snello il brigantino del Vettori, e portar le notizie certe, e insieme gli ordini di avere ognicosa in punto pel solenne ingresso alla dimane[207].

Laonde nella notte i cirimonieri finirono gli apparecchi del ricevimento, con questo che la mattina seguente all'alba andrebbe a bordo l'arcivescovo di Cosenza, e insieme alquanti prelati e personaggi per la prima riverenza, e per invitare l'augusto viaggiatore alla discesa nel porto del suo Stato: poi se a lui piacesse, entrerebbe innanzi a tutti colla capitana presso al ponte coperto di seta e di porpora, per venirne agiatamente alla sponda: colà gli si darebbe a baciare la Croce, e quindi sotto baldacchino, accompagnato dai cardinali, verrebbe alla chiesa di santa Maria.

Così all'ora stabilita, che fu la mattina del mercoledì ventisette del mese d'agosto, tuonando le artiglierie della squadra, e rispondendo dal forte e dalla piazza; sciolte a gloria le campane della terra (che avevano a essere a ruota, di quella forma antica, la cui bellezza ammiravo io stesso da fanciullo), squillando le trombe e rullando i tamburi con grandi voci di plauso e di festa, entrò la capitana e tutte le altre galèe e navi nel porto[208]. Il Pontefice, sbarcato al ponte, e quindi dalla romana curia secondo il rito incontrato, cavalcò sopra la bianca chinèa tra numerosa schiera di personaggi e dignitarî, insieme coi visconti della città, sino alla chiesa principale; donde, ascoltata la Messa, si ridusse al suo palagio nella rôcca[209].

Stavano intenti gli uomini per vedere quale avesse a essere l'aspetto del nuovo Pontefice, e restavano tutti negli occhi e nell'animo ripieni della onorata presenza sua. Un bel volto, grave e verecondo, e molto riguardevole per santa letizia, che gli sfavillava dagli occhi; così che alle cortesie e profferte altrui, ed ai rallegramenti, rispondeva piuttosto tranquillo che giulivo; e con parlare dolce e dilettevole per la brevità e pel senno: di modo che non usando familiarità negli atti e nelle parole, non però fuor di proposito diceva cosa alcuna che fosse rozza o superba. Solo un neo posso rilevare dai contemporanei, ripetendo le istesse loro parole, che pareva ai cardinali ed agli altri avvezzi alle costumanze romane, che il nuovo Papa si portasse con loro poco domesticamente: perchè mangiava solo, e solo quando lo chiamavano a navigare tanto desiderosamente e in fretta scendeva alla marina, che non avvisava nè aspettava alcuno: e una volta i cardinali, che cenavano insieme, dovettero levarsi da tavola e corrergli dietro con poco decoro in gran fretta e confusione. Non dico nulla degli artisti, pittori, scultori e architetti: perchè costoro, già in auge con Leone e con Giulio, all'improvviso tutti messi da parte, non ci fanno maravigliare se ne hanno in più modi straziata la memoria oltre misura.

Egli intanto con alcuni più intimi, e tra essi l'Ortisio, visitava la città, specialmente la fortezza di Bramante non ancora condotta a compimento, visitava le fortificazioni imbastite dal Sangallo, le nuove artiglierie, la darsena, il porto, e presso la spianata della fortezza le antiche celle navali; di che oggi (se ne togli l'incorrotto nome latino della città) quasi non resta più vestigio. Ma allora duravano le forme dei cantieri cellulari, ricordati in questa visita dall'Ortisio, testimonio di veduta[210]; e fatti scolpire da papa Giulio nelle due medaglie commemorative della fortezza, edificata proprio in quel sito. Celle mal ripetute nelle tavole del Litta, del Bonanni, e di altri numismatici e incisori[211]; i quali, non sapendo che fossero quei segni minuti alla estremità della spianata sul lido, li ritrassero in figura di cespugli, di funghi o di scogli. Ma in sostanza, quantunque a piccolissimi punti, esprimono i seni incavati sul lido a rimessa di navigli; e me ne appello agli originali della zecca romana, ed ai campioni del cardinal Tosti che ho avuto per le mani, e più alla medaglia di Giulio III per l'istesse celle col motto[212]: «Porto e rifugio delle nazioni». In quest'ultima i medesimi seni spiccano senza equivoco, perchè a punti maggiori e rispondenti al soggetto principale della medaglia, come dirò largamente in alcun luogo. Basti intanto ricordare le forme, gli scrittori e i prolegomeni delle future dimostrazioni[213].

[28 agosto 1522.]

La sera istessa del ventisette il convoglio scioglieva da Civitavecchia, e la mattina seguente le sole galèe imboccavano la Fiumara con qualche stento: segno d'interrimento progressivo[214]. Le navi di alto bordo restavansi al largo; e papa Adriano con un palischermo procedeva rapidamente sul Tevere, ed entrava nella rôcca d'Ostia, ben accolto dal Carvajal, vescovo e castellano. Tra i grandi personaggi convenuti per incontrare il nuovo Pontefice al termine della navigazione, e per accompagnarlo la sera stessa al monastero di san Paolo, e il dì seguente con solenne cavalcata per entro alla città insino al Vaticano[215], non vuolsi tacere la presenza del cardinale de' Medici, grandemente affezionato all'Ordine gerosolimitano, cavaliero altresì e protettore del medesimo nella curia, il quale insieme col cardinal Cesarino e con molte ragioni dimostrava la necessità di mandare immediatamente gagliardo soccorso a Rodi, strettamente assediata dai Turchi. Ambedue pregavano che tutta quell'armata di navi e di galere, schierate sulla foce del Tevere, dopo aver così bene servito la Santità sua nel tragitto, dovessero essere di presente dirette alla difesa di una piazza tanto importante per la sicurezza del cristianesimo in Oriente[216].

NOTE:

[206] ORTIZ cit., 391 a 394.

GREGORIO CORTESE, _Del sacco di Genova nel_ 1522, recato dal latino in italiano da G. B. QUEIROLO, in-8. Genova, 1845.

GIUSTINIANI cit., 276

BIZARUS cit., 454.

[207] BLASIUS DE CŒSENA, _Diaria cæremonialia sub Hadriano_ VI. Mss. alla Barberiniana, segnato 1102: «_Die XXVI augusti MDXXII et segg.: In Civiate Veteri, hora prima noctis, venerunt custodes deputati dicentes se vidisse qualiter velæ numero XVIII aut XX erant in mare ad vistam.... tota nocte stetimus speculando an essent illæ galeæ Papæ, vel infidelium. Supervenit brigantinus et nunciavit de adventu Papæ et Curiæ, et quod omnes illa hora quiescerent. Ea nocte fuit ordinatum ut in aurora archiepiscopus Cosentinus et magistri cæremoniarum irent primo diluculo ad visitandum Papam in navi, et ad faciendam primam reverentiam. Deinde prope Arcem, in fine pontis erecti ibi, porrigeretur Papæ Crux osculanda; et sub baldachino associaretur usque ad ecclesiam a cardinalibus Legatis._»

[208] IDEM: «_Die xxvii augusti summo mane, Papa descendit de navi, et super mulam intravit Civitatemveterem cum cardinalibus._»

[209] ORTIZ cit., 399: «_Ibique ad Centumcellas aderant aliquot Cardinales et nonnulli nobiles romani.... ibique familia pontificis in palatio ipso Tinellum, ut ita loquar, romanum agnoscere cœpit quo se familiares vescendi causa conferebant._»

[210] ORTIZ cit., 399: «_Iterea visimus Urbem et Castrum nondum consummatum, et Cellas centum ut fama erat, et nomen vetus civitatis adhuc continet. Castrum munitum instrumentis ferreis necnon aquosa fovea, quod quidem postquam fuerit perfectum inexpugnabile fore creditur._»

[211] LITTA, _Famiglie celebri_. Della Rovere, e le Tavole delle medaglie di Giulio II.

BONANNI, _Numismata Rom. Pont._, in-fol. Roma, 1699, I, 157: «_Portus Centumcellæ — Julius Ligur Papa Secundus._» — «_Julius Secundus Arcis Fundator. — Civitavecchia._»

VENUTI, _Numism._, p. 51.

[212] «_Julius III Pont. Max._ — _Portus et Refugium Nationum._» Medaglia in oro prodotta dal BONANNI, p. 243, fig. XVI; e rispondente alle lapidi di quel tempo e di quel Pontefice in Civitavecchia, pubblicate dal TORRACA, 50; e dall'ANNOVAZZI, 271.

[213] DIODORO SICULO, _Hist._, lib. XIV: «_Ædificavit multas domos navium in ambitu novi portus centum sexaginta, quarum quæque duas naves capiebat._»

P. A. G., _La Storia del Medio èvo_, I, 6, 13, 58, 60.

[214] ORTIZ cit., 400: «_Ostium Tyberis obstitit. Aditus enim nequaquam profundus, sed prope vadosus est._»

[215] FRANCESCO CANCELLIERI, _I possessi dei romani Pontefici_, in-4. Roma, 1802, p. 84.

[1520-22.]

XV. — La gelosia di stato fra Spagnuoli e Francesi, come tutti sanno, impedì la spedizione del soccorso. Checchè sia degli altri, andremo noi a Rodi per vedere da presso i grandi fatti che vi si compiono. Ce ne dà ragione l'importanza del subbietto, l'attenenza della nostra colla marineria gerosolimitana, la partecipazione dei successivi travagli, il soccorso portatovi nel venti, ed il ragionamento fattone or ora dai due Cardinali subito terminata la navigazione di Spagna.

Non fa mestieri ricordare lo struggimento dei Turchi nel desiderio di cacciare i Cavalieri dall'Oriente, e di pigliarsi l'isola di Rodi, per venire avanti sicuri colle conquiste in Germania e in Italia. Gran prova ne aveva fatto Maometto II l'anno avanti di morire; e poscia a quell'esempio Bajazet suo figlio, Selim suo nipote, e finalmente in questi tempi Solimano mostrava aperto l'animo suo di volere illustrare il principio del regno col sospirato acquisto. Dall'altra parte i Cavalieri allestivansi alle difese, e in cima dei loro pensieri tenevano le fortificazioni della capitale e della loro residenza. Sorta la nuova maniera di fortire, e fattasi sempre più certa l'intenzione dei Turchi di mettersi all'assedio, toccò in sorte a un Grammaestro della lingua d'Italia l'introdurre nella piazza l'arte nuova, inventata dai grandi artisti italiani. Il principe Fabrizio del Carretto, di grande casata ligure, uomo solerte e provvido, fondato nell'esperienza e nella ragione, che messe insieme non ingannano mai, prevedeva l'assedio futuro più terribile degli assedî precedenti; e come cominciò a governare, così finchè visse stette saldo nel proposito di fortificare l'isola, e più la città e il porto, con lavori grandiosi e continui dal diciassette al ventuno[217].

Quattro ingegneri sono nominati dai contemporanei per le opere e per le difese di quest'ultimo assedio: Basilio della Scola vicentino, maestro Gioeni siciliano, Girolamo Bartolucci fiorentino, e Gabriele Tadini di Martinengo bergamasco. Comincio dal primo, il cui nome è ricordato dal Fontano, cancelliere dell'Ordine gerosolimitano, presente in Rodi per tutto quel tempo, e scrittore diligentissimo[218]; ed è pur ripetuto più largamente dal Bosio, storico ufficiale dell'Ordine istesso, con queste parole[219]: «Deliberato havendo il gran maestro Fabrizio del Carretto di ridurre la fortificatione della città di Rodi nel più sicuro e miglior stato che ridurre si potesse, fece andare nel seguente anno 1520 in Rodi Basilio della Scuola, ingegnero dell'imperatore Massimiano, il quale era il maggior uomo di quella professione che allora vivesse. E col parer suo, e di molti altri valent'uomini che in Rodi si trovavano, e particolarmente di maestro Giuenio ingegnero della Religione ci fecero molti, utili e buoni ripari».

Dunque trovandomi ora colla data certa nel 1520, cioè nel primo mezzo secolo dell'arte nuova, troppo importante mi sembra per la ragione delle mie storie il rispondere alla domanda che ogni studioso farà intorno alla vita ed alle opere di Basilio; postochè infino a questi ultimi tempi pochi sapevano degli elogi tributatigli dal Fontano e dal Bosio, e niuno più di loro: anzi il suo nome e i fatti erano ormai quasi dimenticati anche in Vicenza sua patria[220]. Se non che prima l'edizione delle lettere di Luigi da Porto pel Bressan, appresso le inedite artistiche pubblicate dal Campori, e finalmente le reminiscenze vicentine del Magrini hanno cominciato a diradare le tenebre, e a darci qualche miglior contezza dell'egregio ingegnero, del quale ora metto insieme le notizie che ho potuto da questa e da ogni altra parte raccogliere.

Basilio della Scuola, o Scola, così scrivevano i migliori, così il Bosio, il da Porto, il Sanudo, il Pagliarino, il Barberano, il Castellini, e ultimamente il Magrini (non della Scala, come altri stampa oggidì a rischio di confonderlo con Giantommaso Scala veneziano e posteriore) nacque in Vicenza circa il 1460, dove la famiglia era noverata tra le nobili, secondo che attesta il Pagliarino nel novero delle medesime, dicendo[221]: «Della Scola, famiglia venuta di Verona. Il primo fu maestro Bonaventura di Tommaso, il quale generò Basilio, padre di Agostino, dal quale sono nati Leone, Alessandro, e Battista della Scola; così detto perchè maestro Bonaventura teneva scuola». Dunque il cognome, qualunque sia stato precedentemente secondo l'origine veronese, divenne certamente della Scola per la professione vicentina; nome che tuttavia si mantiene onoratamente nei discendenti, tra i quali per debito di gratitudine devo ricordare quel fior di cavaliero che è il baron Giovanni Scola, le cui visite e corrispondenze mi sono state di gran giovamento per queste ricerche. I primi rudimenti delle scienze, massime filosofiche e matematiche, Basilio deve aver ricevuto dalla domestica educazione del padre; e non essere escito dalla nativa città che per seguire la milizia nelle guerre di quei tempi. Alla calata dei Francesi in Italia del 1494, egli era già tanto avanti nell'arte e di sì gran fama, che Carlo VIII lo volle al suo soldo sopra l'artiglierie[222]: essendo notissimo e di uso comune nei primi tempi, che l'istesso ingegnere, il quale disegnava le fortificazioni, attaccava e difendeva le piazze, e governava i pezzi, come si fa manifesto per gli esempî dei primi da Sangallo, del Martini, dei fratelli da Majano, del Cecca, di Leonardo, del Martinengo, e di tanti altri. Dopo due anni, cioè nel 1496, e mese di maggio, Basilio era al soldo dei Veneziani, soprantendente alle artiglierie della repubblica, colla commissione di gettare cannoni grossi da batteria cento pezzi; e similmente di incavalcarli sopra carri fatti a disegno speciale per questa bisogna[223]. L'anno 1500 doveva essersi rimesso al soldo di Francia, perché lo troviamo prigioniero degli Aragonesi in Napoli, e liberato ad istanza dei signori Veneziani; pei quali al principio del 1501 faceva un modello di fortezza, secondo le nuove forme: modello da mettere stupore nei riguardanti, soldati, ingegneri, e ambasciatori; e del quale si scrivevano le notizie per le corti, come di cosa singolarissima. Pognamo queste parole al duca di Ferrara[224]: «Hozi son stato a vedere uno modello de rocha, fa fare questa Signoria (_di Venezia_) ad uno Basilio de la Scala da Vicenza, el quale havea tenuto la maestà del Re di Napoli in prigione e a complacentia di questa Signoria l'ha relassato. È venuto qui cum salvoconducto però. Et he una bella opera, e monstra che el serebe questa rocha, o castello che se sia, inexpugnabile: et a disputarla cum luy, allega bone ragione de ogni minima cosa. He facto de legnamo: è piccolo: lì sono di gran ripari di molte offese e difese: torri in triangolo, quadre, tonde e di ogni sorta, e cum bombardiere con mantelletti a merli in triangolo.... a V. E. maestro sopra li maestri.... non dispiacerebbe, per esserli quello bono se fa in Franza de tali cose, quello se fa in Italia, et maxime al presente per la maestà del re di Napoli a Castelnovo, quello se fa in Alemagna ed altrove.» Dunque merli e torri in triangolo, difese a cantoni, puntoni, e tutto il meglio che si usava in ogni parte d'Italia, in Francia, e in Germania. Le notizie qui espresse rispondono pienamente allo stile di Basilio, ed alle opere fatte in Rodi: e più al costume del tempo, quando i grandi artisti del risorgimento, architetti e ingegneri esprimevano i loro concetti non solo colla matita, ma con bellissimi edifici di commesso e di scalpello sul legno; dei quali non pochi sono ricordati dal Vasari, ed alcuni si conservano ancora, come oggetti degni dello studio e dell'ammirazione dei posteri. Valga per tutti il gran modello della basilica Vaticana diretto dal Sangallo ed eseguito da Antonio dell'Abbaco, che tuttavia si conserva qui in Roma.

Avanti che scoppiasse la tempesta contro la repubblica per la furia della famosa lega di Cambrè, al principio del 1508, Basilio era provvisionato con ducento ducati annui dai Veneziani; i quali lo chiamavano[225] Uomo probo, fedelissimo, conosciuto per esperienza, accetto al capitan generale, e necessario alle loro artiglierie. L'anno dopo egli era in giro per le fortezze e città di terraferma a rivedere le difese, le munizioni, le armi, come si costuma in procinto di guerra[226].