La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 15
Intanto i Cardinali, compiuto il rito dell'elezione, si erano diviso tra loro il reggimento dello Stato, infino a che l'eletto non venisse in persona a pigliarne le redini: ed in questo mezzo avevano confermato Paolo Vettori nel carico delle galèe, dando a lui medesimo la commissione di navigare in Spagna, e di servire papa Adriano nel viaggio che certamente avrebbe fatto dalla parte del mare, non parendo conveniente di metterlo a traverso ai paesi sconvolti dalle guerre delle due nazioni. Quindi Paolo, fornitosi a dovere, sciolse le vele da Civitavecchia, con quattro galèe e un brigantino, menando seco il cardinale Cesarino e il Colonnese, ambasciatori ambedue deputati dal sacro Collegio e dal Popolo romano a presentare solennemente il decreto dell'elezione nelle proprie mani del novello Pontefice, ed a confortarlo alla venuta. Così il naviglio da papa Leone per altro fine apparecchiato tornò utilissimo, quando men si pensava, per condurre a Roma il successore. Tanto meglio che molti opinavano, e taluno ancora apertamente diceva, ogni indugio doversi stimare pericoloso, come principio di sentire la residenza della romana Curia un'altra volta in lontane regioni trasferita[183]. Perciò Paolo navigò di lungo a Barcellona, dove ebbe avviso che Adriano, partitosi di Vittoria, a piccole giornate era venuto in Saragozza coll'intenzione di scendere a Tortosa sull'Ebro, e di là imbarcarsi per l'Italia. La navigazione, descritta giorno per giorno dal canonico don Biagio Ortisio, seguace e familiare del nuovo Pontefice, ci somministra per buona ventura alcune notizie attenenti alle cose del mare: e perchè segna sempre i punti di partenza e di arrivo e di passaggio coi particolari del luogo e del tempo, ci apre la via a talune considerazioni storiche, filologiche e nautiche, le quali non potrebbero altrove appoggiarsi se non sul fondamento dei fatti certi, e sulla stabilità delle cause, degli effetti, e delle circostanze, secondo ragione di storia tecnica[184].
[8 luglio 1522.]
Martedì otto di luglio sull'ora di vespro sorgevano a ruota sur un'áncora di leva nel golfo dell'Ampolla presso Tortosa le quattro galèe e il brigantino papale agli ordini del Vettori, più quattro galèe di Spagna comandate dal capitano Giovanni di Velasco; ai quali bastimenti si unirono nel proseguimento del viaggio altri ed altri, che a gara desideravano fare servigio e rendere onore al Pontefice. Venuto Adriano sul lido, tuonavano le artiglierie della squadra, battevano al vento le bandiere, salivano a riva i marinari, e davano la voce del plauso, secondo gli antichi costumi[185]. In quella il Pontefice montava sulla capitana del Vettori, e in un tratto saliva l'áncora, e sguizzava il legno sotto la sferza del palamento: tutti gli altri per simile manovra appresso, e tutti a remo infino a Tarragona essendo il vento debole e contrario. Or tu nel tragitto sui rivaggi di Catalogna, senza sbigottimento di tempesta nel mese di luglio a ciel sereno, guarda sul mare. Ampia distesa di azzurro pieno e vivo; e dalla parte del sole vedi larga distesa di luce tremolante sull'acqua, come fiume d'oro liquido; e appresso ai legni nove striscie bianchissime, visibili a lunga distanza, dovunque pel movimento progressivo abbiano essi aperto il varco al loro passaggio. Per questa ragione i marinari con voce nostrana, (non celtica) chiamano Rotta il loro cammino; e intendono rompimento, ciò è dire la via che fa il naviglio rompendo l'acqua del mare. Via diversa da ogni altra; e però da esser distintamente espressa con nome speciale: via che non ha nè spazzo nè lastrico, via che non si fa altrimenti se non rompendo e spostando l'acqua colla carena; come non si fa viaggio d'inverno tra le montagne se non rompendo e spostando la neve colla pala; di che pur nelle alpi di Toscana ed altrove si dice far la Rotta. Per questo non peritaronsi il Manuzzi ed il Fanfani di confermare ai marinari, almeno indirettamente, l'uso legittimo di questa voce, registrandone il composto Dirotta e il verbo Dirottare[186]. Ma vuolsi esser cauti nel coglierne il proprio senso, perchè il Dirotto ha sempre nel suo concetto qualcosa di strabocchevole e disordinato; e non si userebbe bene nè Dirotta nè Dirottare (secondo l'esempio medesimo del Sassetti[187]) se non per viaggio di navigli fuori della rotta assegnata, perdendo le conserve, contro l'intento e l'istruzione del comandante superiore della squadra o del convoglio. Quindi la navigazione ben ordinata sarà sulla rotta, non alla dirotta: e così usano adesso ragionevolmente i marinari.[188]
Torna ora coll'occhio sul solco visibile appresso alla tua rotta, e il piloto ti dirà essere l'effetto della carena che nella sua corsa fende l'acqua del mare, come il vomero tratto da' buoi fende le glebe sul campo; e ti dirà essere continuamente mantenuto dal ritorno laterale delle acque istesse, che dopo passato il legno si gettano del continuo nel cavo aperto da lui per rimettersi a livello, secondo la natura dei fluidi. Ti dirà che il vertice di quel solco è al tagliamare, i filoni sul rilievo dell'acqua attorno ai due fianchi, il vortice dietro alla poppa dove i filoni vanno a riunirsi; e ti mostrerà la traccia che rimane sull'acqua visibilissima anche in tempesta, alla distanza di mille metri, più o meno, secondo la velocità del bastimento e lo stato del mare. Ti dirà che i marinari non dicono solco, ma Scia; perchè non è fossa uguale in tutto a quella dei campi dove la terra resta come l'aratro la lascia; ma al contrario nel mare l'acqua ricade dopo il passaggio del bastimento, cercando sempre come fluido l'equilibrio di livello. Ti dirà che la voce Scia, derivata dai Pelasghi, comune ai Greci e ai Latini,[189] dura sempre tra' marinari italiani nel significato proprio di traccia lasciata sull'acqua dal bastimento in moto progressivo, e che le molteplici varianti dei dialetti[190] viemeglio confermano la ortografica lezione di Scia.[191] Onde Sciare assolutamente, per tornare indietro sulle proprie tracce; Sciare alla banda, per girarsi sul posto; Scione per groppo o nodo di vento contrario rabbiosissimo e subitaneo che ti ricaccia indietro sulla scia, a rischio di fiaccarti l'alberatura e di profondarti nel pelago; e Scionata per colpo del detto scione.
Che se darai segno di intendere e di gradire questi ragionamenti, l'istesso piloto colla cortesia e franchezza propria del marinaro ti scorgerà dall'altra parte alla testa del naviglio, per mostrarti il principio di questo fenomeno in quella che dicono Prora fluida; cioè in quel volume d'acqua che si solleva proprio alla prua del bastimento, e gli si rovescia innanzi quando cammina. Monta sul graticolato, e tra i balaustri del bàtolo vedi volume d'acqua premuto a un tempo di fronte dal bastimento corrente, ed alle spalle dalla circostante massa inerte; volume costretto dalle due forze a sollevarsi nel mezzo davanti al tagliamare ed al petto del naviglio che lo investe. Vedine la figura di grande catino rovescio, col convesso all'insù, e la superficie di regolare emisferio: vedine il colore più e più scuro, ma liscio e lucente come di acciajo brunito: e laddove i labbri del catino ritrovano il livello delle acque circostanti, quivi frangersi, arruffarsi, schiumare, fuggire, e correre pei lati fino a rimescolarsi nel vortice della scia. Tieni pur sempre l'occhio fisso al tagliamare, e quel catino rovescio è sempre lì, e quelle schiume dei lati fuggono sempre di là, e il volume cresce o scema, secondo la velocità del naviglio, tanto che segue il suo cammino. Ma se una volta il bastimento si arresta, allora da sè a un tratto catino, labbri, spuma, filoni, e ogni cosa sparisce alla prua. Osserva i fatti sul gran libro della natura; ed essa ti sarà guida a ragionare e a calcolare più dei maestri. Procedi col metodo di Aristotele e di Galileo, così per ordine: prima l'osservazione, poi il raziocinio, e finalmente il calcolo; non a rovescio, come fanno certi cotali oggidì. Altrimenti la ragione si appoggia sul vuoto, e dal calcolo non caverai un punto più di quanto vi hai messo. Questo io ripeto in genere delle scienze naturali, e specialmente dell'applicazioni loro all'arte nautica; cui, dopo lungo studio e non ignobil pratica, soglio dir mia. Siami concesso lasciar correr questi pensieri filologici e tecnici come gli ho scritti sul mare, ritraendoli del vero nella sostanza e nei particolari, donde soltanto può essere che venga un po' di freschezza e di vita al discorso, trattando argomento difficile, senza menomarne punto di esattezza e di verità. Per certo non fo maggiore assegnamento sugli artifizî oratorî, che sulle dottrine positive: però metto fatti nuovi e antichi, ragionamenti, specchi, e numeri. Lascio ai novellieri tutta la leggerezza della follìa romantica, e ai rètori la licenza di menare le onde in tempesta giù all'imo tartaro, e di sollevarle poscia (gonfiando le trombe) insino alle stelle.
[5 agosto 1522.]
La dimora di Tarragona si prolungò quasi un mese per ispedire gravi e urgenti affari di Spagna, e per raccogliere alcune fanterie che Adriano aveva fatto scrivere a rinforzo della squadra e della guardia. Finalmente la sera del cinque d'agosto, essendo ogni cosa in punto, riprese la via del mare; e con lui sulla capitana il cardinal Cesarini, don Lopez Hurtado vicario imperiale, il duca di Sessa, il conte di Cabras, l'ambasciatore d'Inghilterra, l'orator di Milano, il legato di Ferrara, il vescovo di Feltre, e buon numero d'altri prelati e baroni, che a gran diletto navigando approdarono il dì seguente sull'ora di vespro in Barcellona. Era la bella capitale di Catalogna tutta in festa per rimeritare l'onore inusitato della visita papale. Oltre al concorso di tutte le classi dei cittadini sul porto, oltre alle salve dei castelli ed al rintocco delle campane, avevano ordinato archi trionfali, e molti edifizî magnifici e belli; ed un nobile ponte alla marina, coperto di ricche drapperie. Temendo però non forse avesse a rovinare, carco come era di infinito popolo, non volle Adriano mettervi il piede; ma in quella vece si fece condurre dal palischermo agli scali del molo vecchio, sotto al Mongiuì: indi tra la folla mescolatamente e sempre a piedi si avviò verso la cattedrale di santa Eulalia. Il molo nuovo, che ora forma la parte migliore del porto, non esisteva in quel tempo, perchè gittato alla fine del cinquecento, come ricorda il celebre ingegnere idrografico della marineria papale Bartolommeo Crescentio nel suo Portolano, con queste parole[192]: «A ridosso sotto Mongonìa vi è bonissimo riparo da Ponente e Libeccio; ma oggidì sotto al molo nuovo di Barcellona vi stanno meglio, essendo ben ormeggiate. Le prime galèe che ivi hanno dato fondo, e detto la prima Messa, sono state le galèe pontificie».
Dalla chiesa sarebbesi Adriano incontanente rivolto al porto, se una buriana improvvisa con tuoni, lampi, e gran pioggia non l'avesse costretto a riparare nel palagio del vicerè, dove fu servita la cena. Lasciate ai marinari la voce Buriana, che non può essere sostituita da altre voci, per indicare quelle specie di temporalaccio che in piccolo spazio e per breve durata con certa accozzaglia di nugoloni si scarica in pioggia sopra un luogo determinato, quando lì vicino sarà bellissimo tempo. Succede per lo più di estate, e col vento più sereno del luogo, per esempio tra noi succede colla Tramontana o Borea, donde gli venne il nome[193].
Dunque dopo la buriana, fattosi al solito sereno il cielo e tranquillo il mare, Paolo Vettori sparò il cannone della partenza: segno prescritto a tutti di doversi incontanente rimbarcare. Adriano levossi tra i primi con alquanti famigliari più solleciti; e a lume di fiaccole andò ciascuno al palischermo assegnato per le rispettive galèe. I neghittosi che durante lo spazio di tolleranza dentro un'ora non furono presti al convegno, ebbero a battersi l'anca sul molo di Barcellona, a venire per altra strada, o a tornarsene alle case loro[194]. Intanto il convoglio papale costeggiando la Catalogna, raccoglievasi ogni sera in alcun porto di quelle marine: il giovedì sette di agosto a san Paolo, il venerdì alla Calella, il sabato a san Felice, la domenica alla Rosa, schivando di proposito il porto delle Palme, perchè infetto dalla peste. Finalmente il giorno appresso spuntarono il capo delle Croci, ultimo confine orientale delle coste iberiche[195].
[12 agosto 1522.]
Ecco dinanzi le riviere della Francia, ed ecco attorno le rivalità della Spagna. I consiglieri di Carlo V, stretti a' fianchi dell'augusto viaggiatore, posero e vinsero il partito che niuno del convoglio, nè legno nè persona, dovesse accostarsi o discendere nelle terre del re Francesco: perciò volsero le prore ad alto mare, tirando a golfo lanciato dal capo Creus alle isole di Hyeres, allora disabitate pel continuo infestamento dei pirati musulmani[196]. Francesco aveva preveduto il tiro degli avversarî: e non volendo scapitar di riputazione, nè smentire il nome di gran cavaliere, che tutti gli davano, impegnò parola reale e diè fede pubblica di libero transito per terra e per mare a chiunque avesse voluto seguire il Pontefice; e molti della famiglia ne fecero la prova, passando anche per terra con carri e bagaglie senza molestia, anzi ricevendo in ogni parte da tutti e specialmente dai regî ministri cortesie e favori[197].
Intanto il convoglio traversava di lungo il golfo Lione, navigando tra cielo e mare due giorni e due notti. Secondo il costume militare, la mattina gli ufficiali riconoscevano la presenza e posizione di tutti i legni, issavano le bandiere, mutavan la guardia della diana, pigliavano l'amplitudine del sol nascente, la declinazione della bussola, la rotta corretta: appresso il servigio di lavanda e di nettezza. Sul mezzodì segnavano i rilievi del sole in altezza, e con essi la latitudine precisa e l'ora di bordo. La sera alla preghiera in comune[198]: e dato il nome di riconoscimento per la notte, i viaggiatori metteansi al riposo, ed i piloti vigilanti guidavano pel corso degli astri i navigli al loro destino. In ogni tempo l'altezza del sole e delle stelle, specialmente delle polari, hanno dato ai naviganti la latitudine: e sempre la culminazione della luna, le sue distanze dalle fisse, le effemeridi e gli orologi, han dato più o meno precisa la longitudine; e quindi il punto di bordo corretto, secondo la stima e secondo l'osservazione. Prima del sestante usavano la balestrina e l'astrolabio, prima dei cronometri le ampollette e la clessidra, e prima della bussola il pinace. Con questi argomenti dettero precetti Tolommeo ed Ipparco; senza cronometri e senza sestanti Colombo scoprì l'America; e calcolando sulle stelle Annone, Palinuro, Tifi, e tutti gli antichi navigarono in altura. A questo proposito non posso tacere di un fatto recentissimo, che conferma l'altro antichissimo da me già stampato intorno al Pinace, o bussola pelasga[199]. Un bravo capitano A. Grubissich del Lloyd austriaco, venendo dalle Indie nel 1872, ed essendoglisi impazzate tutte le bussole di bordo, costruì tale uno strumento che ne faceva le veci, tuttochè privo dell'ago calamitato: insomma navigò in altura col Pinace alla maniera dei Pelasghi. Tanto è vero che gli uomini, messi nella medesima necessità, ritornano sempre alle stesse cose! L'ingegnoso ripiego del Grubissich parve così importante alla commissione marittima di Trieste, che ne volle pubblicata la regola per governo dei capitani in caso simile; e il Direttore della Gazzetta ufficiale del regno per la stessa ragione la fece ripetere in Italia[200] Ma che? Forse forse dalle osservazioni astronomiche e dirette ogni giorno non riconosciamo noi le variazioni della bussola magnetica, e le anomalie ordinarie, e le perturbazioni eccezionali, e le irregolarità prodotte dai luoghi, dai tempi, dai metalli circostanti, e da tante altre influenze non altrimenti correggibili se non coll'ajuto degli astri? Dunque il Pinace aggiustato al sole ed alle stelle risponde sempre come bussola astronomica: e la bussola magnetica (certamente di gran comodità per tutti, massime pei rozzi timonieri) non è stata nè sarà mai di assoluta necessità pei grandi marini. Di' lo stesso d'ogni altro strumento novello, e intenderai meglio l'arte nautica degli antichi maestri[201].
NOTE:
[182] ANONIMO, _Storia de' Conclavi._ Mss. Casanat., XX, IV, 49, p. 502.
RAYNALDUS, _Ann._, 1522, n. 5, 16 e segg.
PAOLO GIOVIO, _Vita di Adriano VI_, tradotta dal DOMENICHI, in-4. Firenze, 1549, p. 406.
N.B. Gli _Atti ufficiali_ della Curia romana infino al presente gli assegnano il cognome di _Florent_; altri aggiungono _Dedel Van Trusen_.
[183] RAYNALDUS, _Ann._, 1521, n. 15: «_Putarunt Romani Hadrianum, audita sœvientis Romæ epidemiæ fama, italicum iter intermissurum.... expetebatur ob varios tristes casus ejus in Urbe præsentia...._» et 1522, n. 5: «_Non defuere qui timerent, ne in Hispanias Sedes apostolica transferenda esset._»
[184] BLASIUS ORTISIUS, (_Ortiz_) _Itinerarium Hadriani Sexti_, ap. BALUTIUM, _Miscell._ in-8. Parigi, 1680, III, 351 a 470.
[185] ORTIZ cit., 361, 376: «_Obtulerunt Pontifici quatuor triremes imperatoris nomine, quarum capitaneus erat dominus Joannes a Velasco.... SSmus triremes ascendit numero odo cum scapha, vulgo vergatin.... festive cum suis tormentis ignivomis ut moris est._»
[186] MANUZZI, _Vocab. della Crusca_, voce _Dirotta_.
FANFANI, _Vocab. della lingua italiana_, voce _Dirotta_.
[187] FILIPPO SASSETTI, _Lettere_, in-8. Firenze, 1855, p. 267: «_Andammo navigando di conserva, l'una nave a vista dell'altra, quattro giorni; e avanti che noi scoprissimo l'isola della Madera, già aveva preso ciascuno la sua dirotta, e perdutici di vista tutti, nonostante gli ordini e le istruzioni e i comandamenti._»
[188] STRATICO, _Vocab. di marina in tre lingue_, voce _Rotta_.
CIVILTÀ CATTOLICA, 1º luglio 1858, p. 133: «_Ecco il battello pigliare celerissimo verso l'alto la rotta._»
[189] HENRICUS STEPHANUS, LEOPOLD, aliiq. _Lexicon_: «Σχιὰ, ᾶς, ὴ. _Umbra_, _adumbratio_.»
VITRUVIUS, _Archit._, I, 2: «_Sciagraphia, frontis et laterum adumbratio._»
[190] MANUZZI, _Vocab._ coll'esempio del PULCI «_Assia, e Assiare._»
ROFFIA col PANTERA, _Vocab._ «_Sia e Siare._»
CRESCENTIO, _Nautica_, 142, coi Napolitani «_Zia, e Ziare._»
[191] CARLO BOTTA, _Viaggio._ Continuamente: «_Scia e Sciare._»
FANFANI, _Vocab._ «_Sciare._» Non registra _Scia_.
CARENA, _Veicoli_, 96: «_Scia, quella traccia, o solco, o striscia che lascia sull'acqua dietro di sè la nave che cammina._»
L. FINCATI (cap. di vascello). _Dizionario di marina_, in-16. Genova, 1870: «_Scia, traccia lasciata dalla nave nel fendere il mare nel suo moto progressivo. Sciare, vogare in dietro in modo da far progredire colla poppa. Sciavoga, avanti da un lato, e indietro dall'altro per girare._»
[192] BARTOLOMMEO CRESCENTIO, _Portolano della maggior parte de' luoghi da stanziare navi e galèe in tutto il Mediterraneo_, in-4. Roma, tipog. del Bonfadino, 1598, e 1602, p. 5.
[193] STRATICO, _Vocab. di marina._
FANFANI, _Vocab. dell'uso._
[194] ORTIZ cit., 381: «_Intempestæ noctis conticinio, ecce tonitrua bombardarum quibus.... omnes vocabantur ad triremes.... illud signum omnibus comune.... multos remansisse suspicor.... quorum aliqui postea evecti sunt.... alii vero ad sua redierunt._»
[195] ORTIZ cit., 381: «_In portu sancti Pauli, (Sampau) ventum est ad portum qui dicitur La Cala de Calella.... in portum cagnominatum Sancti Felicis_ (Sanfiliù) _et de Rosas.... promontorium nuncupatum Cap. de Creus.... Palamox intactum reliquimus quia peste laborabat._»
[196] ORTIZ cit., 383: «_Nostra classis, ne se committeret Francigenis, transivit.... ad insulas Errojas, inabitatas formidine piratarum._»
[197] ORTIZ cit., 383: «_Fides pubblica data a Rege Franciæ.... Multi ex familia cum jumentis tum sarcinariis tum vectoriis.... per Gallias illæsi et incolumes transierunt._»
[198] ORTIZ cit., 383: «_Ante noctis crepusculum magno tubarum clangore.... cantores Papæ Salveregina solemniter decantabant, quorum concentus suavissime resonabat._»
CESARE MAGALOTTI, _La legazione del cardinal Barberino nell'anno_ 1625. Mss. Casanat., XX, IV, 9, sotto il dì 22 marzo 1625, p. 31: «_Al tocco dell'Avemmaria in ciascuna galera si cantavano le Litanie della Madonna insieme con altre preci. Di poi si domandava il nome alla Capitana, sì come si suol fare ne' luoghi pericolosi, acciocchè in caso di burrasca le galere possano essere unite ed ajutarsi l'una l'altra. Dal Comito reale, d'ordine di sua Eminenza fu dato il nome di san Giovan Battista._» — Sono certo di rinvendicare al cav. Cesare Magalotti giuniore l'opera predetta, quantunque anonima alla Barberiniana ed altrove; e da alcuni, col signor Lumbroso (_Cassiano dal Pozzo_, in-8. Torino, 1875, p. 15), attribuita per errore al predetto Cassiano. L'Autore, a p. 25, nominando Cesare Magalotti seniore, aggiugne _Mio zio_; ed a p. 353, afferma la sua ambasceria ai signori Lucchesi pel giorno 13 dicembre 1625. Ora nell'Archivio di Stato in Lucca, codice intitolato _Libro visite di principi_, Serie B, armadio 50, numero 13 pel detto giorno, mese ed anno, si riscontra Ambasciatore precisamente lo stesso cav. Cesare Magalotti: dunque il libro è suo. Così io alla Casanatense (quando ero bibliotecario) ho scritto sulla copertina del detto codice.
[199] P. A. G., _Marina del Medio èvo_. Firenze, Le Monnier, 1871, vol. I, p. 420. — Le bussole primitive, e le seguenti.
[13 agosto.]
XIII. — Ridottosi il convoglio all'isola di sant'Onorato, non avrebbero veduto faccia che di monaci e di pescatori, se non fosse comparso con una feluca il vescovo di Grasse a inchinare papa Adriano, portandogli in buon dato frutta, aranci e rinfreschi, graditi ai naviganti nella estiva stagione, come tutti sanno; e come pur ne scrisse l'Ortisio in lode del Vescovo a nome di tutti. Indi dalle deserte isole provenzali si accostarono finalmente alle ridenti riviere d'Italia, e presero terra in Villafranca. Quivi, perchè paese straniero, e fuori del temuto confine, era in punto uno ambasciatore del re Francesco, mandato a complire col Pontefice ed a mettersi nel suo seguito. Passarono oltre insieme, e fecero un po' di sosta innanzi a Monaco, essendo venuto riccamente e con grande onore di compagnia, Luciano Grimaldi, principe della terra, a pregare Adriano di voler discendere nel porto e riposare nella sua casa. Ma pel gran desiderio dei viaggiatori di esser presto in Roma, ne fu ringraziato; niuno volendosi più trattenere, che non fosse necessario per rinnovare le provvigioni e l'acquata.
E perchè meglio ognun veda quanto di questi minuti racconti nautici si può avvantaggiare la storia generale, narrerò il caso singolarissimo di Andrea Doria, di che indarno cerchereste altrove, sia nelle storie comuni, sia nelle particolari biografie di lui, antiche e moderne, dal Cappelloni al Guerrazzi. Certamente avrei desiderato, oltre alle scritture del Canonico spagnuolo, aver per le mani il giornale di navigazione del capitan Vettori e di qualche altro ufficiale del convoglio, e me ne sarei tenuto più ricco di notizie tecniche da farne copia anche ai miei lettori: ma perchè non mette conto il cercare quel che non si può avere, dirò di Andrea coll'Ortisio.