La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 14
Andrea Doria in quest'anno continuava a servire la repubblica di Genova col modesto titolo di capitano del porto, come a dire comandante di quelle quattro galèe che i Genovesi solevano tenersi armate da presso per la difesa del loro commercio. Le galèe erano delle sforzate, cioè fornite di gran numero di rematori condannati all'opera pubblica: e sapendo che Gaddalì veniva baldanzoso colla capitana contraffatta, minacciando gran cose contro tutti i naviganti, propose ed ottenne da quei signori di poterne armare in fretta altre due di bonavoglia, cioè con rematori condotti a prezzo e a tempo fisso, come altrove dirò. Così prese il mare e corse tanto che la mattina del ventidue d'aprile, vigilia di san Giorgio protettore dei Genovesi, essendo sopra alla Pianosa, videsi venire incontro la squadra di Gaddalì col vento freschissimo da Scirocco. E pensando Andrea che non avrebbe combattuto bene colà contro all'audace nemico, avvantaggiato dal numero e dal vento, fece le viste di fuggire, seguitato sempre dai pirati fino al capo di sant'Andrea, che è la estrema punta occidentale dell'Elba. Ivi egli divisava girare a levante per quella risvolta, ben da lui conosciuta, e così guadagnare il vento, e compensare la disparità del numero, dei legni e della gente. Presso al capo, il Doria orzò a raso; e Gaddalì comprese, quantunque tardi, la manovra; e come la navigazione di lui non era per fuggire, ma per tirarselo appresso infino a tal parte dove potesse facilmente voltar faccia, e con maggior vantaggio assalirlo. Laonde il pirata guardossi bene dal doppiare il capo: anzi venutagli meno la speranza nella supposta fuga di Andrea, cominciò esso stesso daddovero a fuggire, mettendosi a remo contro vento; perché la più parte de' suoi legni eran sottili, di gagliardo palamento, e capaci di tenere la rotta per ogni rombo.
Allora il Doria mainò tutto: e mostrando alla sua gente il nemico in fuga ordinò similmente voga arrancata contro di lui, dicendo aperto essere persuaso che la giornata gli darebbe vittoria. E perchè le ultime due galèe armate di fresco si vedevano al remeggio più tarde delle altre, aggiustò loro il rimburchio di due galèe sforzate, mettendole tutte quattro agli ordini del conte Filippino Doria, suo luogotenente, ed uomo, di cui poteva essere certo certissimo che non lo avrebbe mai in nessun caso abbandonato. Esso intanto colla capitana e la padrona scorse avanti: non già alla maniera del Portondo e degli altri per combattere da solo; ma per provocare il nemico, per traccheggiarlo col cannone, e per trattenerlo infino a tanto che le sue conserve potessero essere vive sul posto. Nondimeno contro sua volontà fu costretto a difendersi un quindici minuti da cinque legni che gli si erano gittati addosso, e la padrona similmente a difendersi da tre, prima che Filippino, scioltosi dai rimburchi, potesse mettere in battaglia altre due galèe, e finalmente le ultime due. Le quali non di meno con gente fresca, libera e arrabbiata, più risoluta di menar le mani che i remi, tanto volonterosamente dettero dentro, che dopo un'altra mezz'ora di ferocissima mischia, dove caddero moltissimi dei Genovesi e cinquecento dei pirati, ebbesi piena vittoria. Presi, da tre fuste in fuori che si dierono alla fuga, tutti i legni nemici: molti pirati prigionieri, molti cristiani riscattati, e riscossa dopo sette mesi la capitana di Roma. Vittoria veramente segnalata, e conseguìta per arte marinaresca e per bravura militare: vittoria che, oltre all'onore, fruttò il grandissimo beneficio di togliere di mezzo quel terribile Gaddalì, di frenare l'oltracotanza dei pirati, e di mettere un po' di sicurezza tra i naviganti[169]. Qualche scrittore moderno ha errato di anticipazione, mettendo questo fatto all'anno diciassette[170], perché successe precisamente li ventidue d'aprile del diciannove, come dice il Giustiniani, contemporaneo e accuratissimo scrittore; e come risulta dalla riscossa della capitana di Roma, e dalle lettere del Bembo citate avanti, che portano data certa.
NOTE:
[166] ROSCOE cit., V, 200.
ARCHIVIO DI FAMIGLIA citato nella _Serie de' Ritratti_, nota 3.
ARCHIVIO STORICO ITALIANO cit., VI, 270 e segg.
[167] CESARE CAMPANA, _Vita di Filippo_, II, 87, B, princ.: «_Il riscatto degli schiavi xni fu accordato col pagare per ciascun gentiluomo trecento scudi, e cento per ciascun altro._» Dunque gravissima taglia; e doppia di quella pagata da Dragut.
[168] LEONIS PP. X, _Epistola Leonardo Lauretano Venetiarum principi. Dat. Romæ_ VII _Kal. januarii_ MDXIX, ap. BEMBUM cit., 142: «_De Paullo Victorio nostræ classii præfecto, quem piratæ poæni captivum fecerant, ex Aphrica redeunte, cognovi quam amanter quamque eum liberaliter Petrus Michael istius reipublicæ longarum navium ad ea loca comparatarum item præfectus magno pretio redemerit.... Quæ sane omnia grata mihi et jucunda ceciderunt.... in alieno homine recuperando tantum pecuniæ tamque celeriter erogarint.... Nil mihi accidere gratius ea liberatione potuisset._» (26 decembre 1519).
[Gennaio 1520.]
X. — Ora uno sguardo all'Europa, e ai tre monarchi maggiori che stanno per metterla sossopra: dovremo poscia lungamente con loro travagliarci. Francesco re di Francia, presuntuoso, cavalleresco, fantastico, freme di sdegno, perchè disgradato da Carlo e dagli elettori dell'imperio: Carlo imperatore e re di Spagna, cupo, despota, battagliero, minaccia di conquidere il rivale, perchè non resti più che un solo possente in Europa: e Solimano, detto dai Turchi il magnifico, altiero, fanatico e conquistatore, vagheggia tra le altrui discordie l'ingrandimento della casa sua. Terribile triumvirato, che riepiloga in sè tutti i pregi e tutti i difetti di tre nazioni.
Facendo principio da Solimano, succeduto in quest'anno a Selim, eccolo per ragion di stato tutto rivolto all'amicizia e alla esaltazione dei pirati, divisando per opera loro dilatare le conquiste in Europa contro i Cristiani, e in Africa contro i Musulmani: eccolo con tutto lo sforzo apprestare formidabile spedizione, principalmente inculcatagli dal padre, contro i cavalieri di Rodi. Dall'altra parte vediamo il principe Fabrizio del Carretto, grammaestro dei Gerosolimitani, oltre al crescere le forze sue ed oltre all'ordinare lavori di fortificazione, come meglio si parrà nell'assedio, continuamente sollecitare e chiedere dai principi di ponente gli ajuti necessarî a potersi difendere. Di che papa Leone più che mai desideroso, volendo per debito del suo ufficio contentarlo, ordina a Paolo Vettori l'armamento di tre galeoni, e l'immediato trasporto di validi soccorsi nell'isola. Antichissimo è in Italia il nome e l'uso dei galeoni: ne parla il Caffaro con altri cronisti più rimoti[171]. Pensate sorta di bastimento misto, e quasi intermedio tra nave e galèa; a similitudine di questa avrete il taglio allungato, ed a similitudine dell'altra il corpo di alto bordo: in somma nave lunga e galèa grossa. Ponevano i costruttori principalmente la mira alla solidità dello scafo, ed alla velocità del corso: massiccia l'ossatura, lunga la chiglia, stretto il piano, e due castelli di gran rilievo a poppa e a prua, che davangli figura arcuata, simile al quartieron della luna. Quattro alberi verticali; due quadri a proravia, e due latini a poppavia: le vele di civada e di contraccivada sotto al bompresso; e sopravi alcuni flocchi, che chiamavano quarnali e quarnaletti, perchè issati con paranchi a quattr'occhi. Dunque albero maestro e trinchetto colle gabbie e gabbiette quadre; arbori e antenne latine colle due mezzane: capacità di due o tremila tonnellate. Durante il secolo decimosesto venivano crescendo di numero i galeoni, e si facevano di maggiore importanza per la navigazione delle Indie, dove gli Spagnoli e i Portoghesi usavano mandargli non così solamente pel traffico, che non fossero al tempo stesso capaci di stare in battaglia e difendersi da soli e in convoglio, con cinquanta e più pezzi di artiglieria grossa distribuita nel primo e nel secondo ponte e nei castelli, oltre alla minuta della tolda e delle gabbie[172]. Sul tipo dei galeoni, verso la fine del cinquecento, sursero le prime costruzioni dei moderni vascelli.
[Giugno 1520.]
Con tre bastimenti di questa specie sciolse le vele da Civitavecchia il capitano Paolo Vettori, menando seco per luogotenente il cavaliere Battista Nibbia, numeroso equipaggio, munizioni, artiglierie, e tre compagnie di ducencinquanta fanti l'una, gente sceltissima, e accolta con gran festa dai Cavalieri, e perchè mandata dal Papa, e perchè davano mostra di utile soccorso[173]. Poco dopo sopravvennero quattro brigantini, quattro barche, e nove galèe di Francia, sotto il capitano Bertrando Dorvesan signore di san Blancars; il quale insieme coi Romani si trattenne in Rodi per tutta l'estate, e sempre al corso per le marine dell'Asia contro quei bastimenti piratici che erano stati licenziati da Solimano a tentare i primi colpi e le prime scoperte contro l'isola. Molti gli scontri avventurosi: e specialmente lodata l'arte e la bravura degli ausiliarî nell'attaccare e distruggere tutta l'armata di un principalissimo pirata turco, come ne scrive al cardinal de' Medici il Grammaestro di Rodi.
Tra la ricchezza di questi fatti accennati a pena per le generali, languisco di stento come fanno i cronisti, senza poter colorire il mio racconto di quelle composizioni prospettiche, che a modello ci hanno lasciato gli storici classici. Mancano i particolari: però non mi è dato svolgere nè teoremi nautici, nè principî strategici, nè applicazioni tattiche; nè rilevare il discorso per le circostanze necessarie, per le cause intrinseche, e per gli effetti naturali. Perdonino i gentili e discreti lettori, cui mi studio fare intendere i pensamenti miei senza tediarli, se non posso altrimenti soddisfare al loro desiderio ed al mio: ed in vece si contentino della seguente lettera del Grammaestro, il cui originale latino, che non ripeto perchè pubblicato altrove per le stampe, così parla[174]:
[25 agosto 1520.]
«Al reverendissimo padre e signore, signor Giulio della santa romana Chiesa, e del titolo di san Lorenzo in Damaso prete cardinale de' Medici, vicecancelliero, e protettor nostro, signore osservandissimo. — Reverendissimo ecc., premesse le raccomandazioni nostre umilissime. Sì come abbiamo già scritto a vostra Signoria reverendissima, è venuto qui in Rodi il magnifico signor Paolo Vettori, capitano della marittima squadra di nostro Signore, con tre galeoni per darci soccorso nel caso che avessimo dovuto essere assediati, come a ragione si temeva. Il prelodato Capitano si è trattenuto con noi, sempre desto nel cercare le occasioni di renderci i maggiori servigî; ed è riuscito felicemente (dappoichè niuno è venuto ad assediarci) nell'impresa di combattere e distruggere i navigli di un principalissimo pirata turco, secondo la richiesta e gli indizî che noi gli avevamo dati. Egli è uomo prode, generoso, e tutto inteso a fare cose degne del nome cristiano ed onorevoli a nostro Signore. Sentiamo perciò l'obbligo della gratitudine alla Signoria vostra che ci ha procurato il predetto soccorso, e inviatoci tale egregio Capitano che ha fatto in ogni cosa il nostro piacimento, così che nulla potevamo desiderare che egli di presente non facesse a lunga pezza più in là di ogni nostro desiderio. Se fosse stato nostro confratello, e cavaliero dell'Ordine, non avrebbe potuto far di più. Laonde ci protestiamo obbligati a lui, e ne rendiamo grazie a vostra Signoria reverendissima che ad un tratto ci ha conferiti tanti favori. La supplichiamo ancora a volersi degnare di continuarci il suo valevole patrocinio; del quale, se non avrà da noi corrispondente guiderdone, chè siamo impotenti a tante grazie debitamente compensare, ne avrà dall'altissimo Iddio, di ogni opera buona largo compensatore, in questo e negli altri secoli la dovuta mercede. Esso intanto felicemente conservi la vostra Signoria reverendissima. Dato in Rodi, addì venticinque d'agosto 1520. — Umile servitore il Maestro di Rodi fra Fabrizio.»
[Sett. ott. 1520.]
Venuto l'autunno, e cessato ogni sospetto d'assedio per quella stagione, anche per essersi Solimano rivolto contro Belgrado in Ungheria, Fabrizio diè congedo a Paolo; e in segno di gratitudine gli pose sul petto una collana d'oro di mille scudi da portare nelle solenni comparse per amor suo: agli altri ufficiali fece altresì ricchi presenti, secondo il grado di ciascuno, distribuendo anelli e vasellami d'oro e d'argento, con che onoratamente se ne tornarono[175].
NOTE:
[169] GIUSTINIANI cit., 273, E, all'anno 1519.
PANTERO PANTERA, _Armata navale_, p. 321, e anno 1519.
[170] F. D. GUERRAZZI, _Vita d'Andrea Doria_, in-16. Milano, 1864, I, 87, anno 1517.
[171] CAFFARUS ET CONT., _Annales genuen._, S. R. I., VI, 580, 591: «_Armatæ sunt per Pisanos galeæ duæ et unus galeonus.... Armati pro comuni Januæ duo galeoni velocissimi.... Fuit unus galeonus cursarium Pisanorum._»
[172] MARCO GUAZZO, _Storie_, in-8. Venezia, Giolito, 1549, p. 237: «_Sui galeoni arbori, antenne, trinchetti delle gabbie, gabbiette, manti, ghindazzi, tolda, cassero, ballatojo, trombe da seccare, cartocci e scaglie di sassi, colle loro lanterne._»
CRESCENTIO, _La Nautica Mediterranea_, in-4. Roma, 1607, p. 71: «_Non vi è altra differenza tra il galeone e la nave, che il galeone per la velocità del corso deve essere più lungo di colomba, et alquanto più stretto di piano: et per più pompa gli mettono due mezzane, oltre il maestro et trinchetto._»
[173] BOSIO cit., II, 621, E: «_Vennero tre galeoni del Papa molto bene armati, e ben provveduti di soldati, di munizioni, di vettovaglie, e di tutte le cose necessarie._»
VERTOT, _Histoire des chevaliers de Saint Jean de Jérusalem_, etc. in-8. Parigi, 1737, III, 249: «_A la prière de ce vigilant grandmaître le Pape envoya au secours de la religion trois gallions bien arméz._»
DAL POZZO, _Ruolo generale dei Cavalieri geros. della lingua d'Italia_, in-fol. Messina, 1689, p. 20.
[174] SERIE _di Ritratti d'illustri Toscani_, in-fol. Firenze, 1768, quasi nel mezzo, non impaginato, e quivi l'originale cavato dall'Archivio domestico dei Vettori in Roma, dove era conservato l'originale nell'Armadio B, n. 142, p. 99.
[8 maggio 1521.]
XI. — Torneremo ancor noi a Rodi tra poco: ma intanto dobbiamo volgerci a Carlo e a Francesco, e con essi alle nostre guerre intestine d'Italia, divenute oramai perpetue: guerre che ci tolgono ogni lieta prospettiva, e ci rendono le vittorie e le sconfitte egualmente pesanti. Francesco, trovandosi troppo esposto alle insidie di Carlo, studiava modo di potersi almen colle armi assicurare: e per converso Carlo, tanto politicamente coperto, quanto l'altro militarmente ardito, aspettava di esser provocato, per mostrare al mondo la sua gran ragione di opprimere a un tratto il rivale. Questi umori già acerbi, e sempre più guasti dal tempo e dai mestatori, scoppiavano finalmente l'anno ventuno in guerra generale; che, cominciata in Navarra, si stendeva mano mano alle Fiandre e all'Italia. I Fiorentini e il Papa (tutt'uno in quel tempo) si dichiararono per Carlo contro Francesco; chè Leon dei Medici, dopo la prigionia di Ravenna, niuna cosa più ardentemente desiderava, quanto cacciare da Genova, da Milano, e da tutta l'Italia i Francesi[176]. Marciavano le fanterie tedesche e le spagnuole contro Milano, ed uscivano insieme da Bologna e da Reggio le milizie papali col famoso Guicciardini, al quale si accostava Prospero Colonna e Federigo Gonzaga con fiorito esercito di fanti italiani, più dieci mila Svizzeri assoldati dal Papa.
Al tempo stesso si preparava in Civitavecchia la consueta armata navale per isbalzarli da Genova, dove tenevano piede fermo, sostenuti dalla fazione dei Fregosi e dei Doria. Per converso gli Adorni, i Fieschi e tutti gli uomini principali del partito contrario convenivano secretamente in Civitavecchia al fine di intendersi e di armarsi in quel porto; donde disegnavano movere improvvisamente contro Genova, sorprendere la città, e mutare lo stato. Dicevano essere gli avversari negligenti, sprovveduti, odiosi al popolo: dicevano che per l'autorità e clientela propria i partigiani, senza contrasto, alla prima comparsa piglierebbero l'armi, e leverebbero il rumore, per introdurli. Tornano sempre le istesse fantasie dei fuorusciti.
Con questi intendimenti, zitti e presti allestivano in Civitavecchia l'armata: quattro galèe e due brigantini del Papa, altrettanti legni di Carlo chiamati da Napoli, e sei dei fuorusciti, diciotto bastimenti in tutto, sotto gli ordini di Paolo Vettori[177]. Ed essendo i collegati padroni di tutti i luoghi e porti vicini, avevano così bene isolata la Liguria, e rotte tutte le comunicazioni per mare e per terra, che non solo non trapelò mai in Genova niuna notizia di ciò che in Civitavecchia si preparava, ma passarono venti giorni senza che entrasse in quel porto nè lettera, nè messaggero a recar novella d'oltre i confini.
La quale straordinaria diligenza, come riempì di maraviglia tutta la città, così in vece di celare i disegni degli aggressori e di addormentare i Francesi, produsse l'effetto contrario di viemeglio riscuoterli. Specialmente fu desto il doge Ottaviano Fregosi, uomo scaltrito, il quale non lasciò di premunirsi contro ogni subitaneo e inopinato movimento: cavò soldati dalle terre circostanti, rinforzò le guardie, armò le fortezze di terra e di mare, vi pose capitani di fiducia, distribuì le armi ai partigiani, fece sorvegliare i contrarî, e si tenne pronto e risoluto a resistere contro chiunque volesse assaltarlo[178].
[3 agosto 1521.]
In quella salpavano da Civitavecchia i collegati, navigando al largo in alto mare per non essere discoperti. Ma la cosa era già chiara, come ho detto: e per soprassello la mattina del tre di agosto all'altura di capo Côrso, avendo dato gran caccia a una saettìa genovese, senza poterla raggiugnere, dierono occasione a costoro di correre per rifugio in Genova, dove subito trombarono il pericolo imminente. Onde la città di presente fu in arme, chiuso il porto, guardato il muro da ogni parte, e la spedizione al tutto vana. Indarno si accostarono: indarno vociarono san Giorgio e popolo. Perduta la speranza principalmente fondata nella sorpresa, si tolsero giù di là, e sbarcarono a Recco le fanterie. Le quali facilmente occupata Chiavari e la Spezia, e valico l'Appennino, andarono a congiungersi in Lombardia con Prospero Colonna. Appresso l'armata navale se ne tornò col Vettori verso Civitavecchia[179].
[16 novembre 1521.]
Ora la diversione sopra Genova, quantunque non producesse subito e direttamente l'effetto voluto dai collegati, nondimeno giovò agl'interessi loro più che non avessero pensato. Imperciocchè le fanterie sbarcate dalle galere sulla riviera di levante giunsero improvvise alle spalle dei Francesi in Lombardia, sgominarono le loro linee, e accrebbero le forze di Prospero Colonna capitano generale degl'Imperiali. Il quale con esse, e con Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, entrò vittorioso in Milano il sedici di novembre: ed ambedue l'anno seguente di viva forza espugnarono Genova, e portarono a compimento il disegno.
[1 dicembre 1521.]
Intanto le notizie della prima vittoria ottenuta in Milano e l'acquisto di Parma e Piacenza, correvano da ogni parte, e papa Leone ne pigliava incredibile allegrezza[180]. Egli era in villa alla Magliana, quando gliene venne l'annuncio: e là in mezzo ai cavalieri ed ai soldati della sua guardia, che per proprio sollazzo e per secondarne gli umori facevano festa e gazzarra con spari, e suoni, e fuochi notturni, prese quella infreddatura, per la quale, cresciuto lo strapazzo anche in Roma nel rinnovare di giorno e di notte le feste medesime, improvvisamente soffocato dal catarro morissi la notte del primo dicembre, giovane ancor di quarantasei anni[181].
NOTE:
[175] BOSIO, II, 624.
[176] CAPITULA _novæ confederationis inter Sanctissimum D. N. Leonem Pp. X, serenissimum Cæsarem Carolum Romanorum regem electum. Romæ die viii maji MDXXI._ — Pubblicato dall'originale dell'Archivio di castel Sant'Angelo da monsignore GIUSTO FONTANINI nella _Storia del dominio sopra Parma e Piacenza_, in-4. Roma, 1720, p. 328:
«_Cap. V. Quam celerrime et occultissime.... exercitus Franciscum Sfortiam Mediolanum versus, et classis Adurnos Genuam deducat; ut utra manus celerius commissionem suam peregerit cum altera statim conjungatur ad opus celerius perficiendum, Gallosque extra Italiam penitus submovendos._»
[177] AMMIRATO cit., 338: «_Papa Leone deliberò.... di cacciare i francesi d'Italia.... et di rimettere al ducato di Milano Francesco Sforza.... Per mezzo dei forusciti e con le sue galèe, sotto Pagolo Vettori havendo tentato di rivolgere quegli stati._»
[178] RAYNALDUS, _Ann. eccl._, 1521, n. 106.
BIZARUS cit., _Hist. Genuen._, p. 450.
BELCAIRUS cit., _Rer. Gallic._, 490.
FERRON, _De Reb. Gallor._, lib. V.
FREHERUS, S. R. G., III, 356.
GIUSTINIANI, _Ann. Gen._, 274.
FOLIETTA, ap. BURM., I, i, 722.
[179] BIZARUS cit., 450; «_Statutum est ut eodem tempore, repentino impetu, et exulum insidiis, Genua et Mediolanum oppugnarentur.... Cæsaris triremes quæ tunc Neapoli stationem habebant, et pontificiæ quæ duce Paulo Victorio Centumcellis erant.... una cum Hieronymo Adurnio.... repente se in urbis portu ostenderent.... Cum nullam seditionem in Urbe oriri perciperent.... classe subducta enavigarunt versus Spediam.... Clavarum nullo præsidio firmatum occuparunt._»
[180] RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1521, n. 108: «_Ex victoriæ nuncio Leonem pontificem ingenti diffusum lætitia referunt, in qua.... decessit inopina morte._»
[181] PARIS DE GRASSIS cit.: «_Die vigesima quarta novembris MDXXI, hora quasi prima noctis, audivimus bombardas in signum lætitiæ ex castro s. Angeli ob Mediolanum captum a nostris militibus.... Tantum lætabatur Leo, ut numquam plus lætatus fuerit intrinsecus vel extrinsecus, ita et taliter ut ex Manliana, ubi erat profectus solatii causa, per plures et plures nuncios festivitatis signa fieri mandaret: quæ signa per triduum continuum perdurarunt diebus et noctibus.... Die dominica, quæ fuit prima mensis decembris, mortuus est papa Leo decimus ex catharro superfluo, concepto in villa Manliana._»
[9 gennajo 1522.]
XII. — Dunque grandi novità in Roma: e prima d'ogni altra ai nove di gennajo l'elezione di un papa fiammingo, che non aveva mai veduto nè Roma, nè l'Italia. I Cardinali acclamarono il nome, da niuno aspettato, di Adriano vescovo di Tortosa, uomo di piccola nazione nato in Utrecht presso al mare di Fiandra, pe' suoi meriti e per la sua virtù onorato da tutti, e specialmente dall'imperatore Carlo V, che lo aveva avuto a maestro[182]. Il nuovo eletto trovavasi allora in Biscaglia, governatore e visitatore dei regni di Spagna a nome del detto Carlo; dove avendo ricevuto per mezzo del secretario del cardinal Carvajal notizia certa della sua elezione, e deliberato di accettarla per togliere la Chiesa dai pericoli della rinuncia, conservò l'istesso suo nome, e si fece chiamare Adriano VI.
[Aprile 1522.]