La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 13
VII. — Ora veniamo alle conseguenze tra i Genovesi ed Abdallà, e poi tra Curtògoli e i Romani. I primi, ripresa la galera e data l'acerba lezione a Biserta, fecero per mezzo de' mercadanti nazionali stabiliti in Africa, noti ed accetti al Tunisino, rappresentargli a tempo le lagnanze del ricetto accordato ai pirati e alle prede; e chiesero se Abdallà volesse o no rimettersi in pace, secondo i trattati, come per l'avanti. Abdallà rispose ad Ottaviano Fregosi e ai governanti di Genova una lettera importantissima in lingua araba; che, per essere inedita ed unica, fu recentemente volgarizzata e stampata dal chiaro professor Michele Amari, dalla cui squisita cortesia ne ebbi in dono un esemplare[148]. Non bisogna fermarsi alle apparenze, nè alla congerie orientale delle proteste, scuse e ricriminazioni: ma entrar dentro nelle intime intenzioni, che evidentemente tornano a tre capi. Primo, Abdallà non vuole inimicarsi affatto coi Genovesi, nè scapitare sulle gabelle, nè perdere il mercato; e scrive aperto[149]: «Non ci tocca il duro tratto, col quale ci mortificate, nè il rimprovero che ci sentiam fare da voi con aspri e pungenti detti (la somma dei quali è) che abbiamo cercato con gravissime offese di romperla con voi. Mai no: noi non abbiamo cessato mai di tener presente l'amistà e il buonvolere che un tempo voi avevate per questo stato; perciò abbiamo sopportato dei grandi rammarichi, dicendo sempre: Via speriamo che Iddio acconci ogni cosa e che rinasca la buona armonia. Or noi speriamo che si rinnovi la pace, come voi proponete.»
Nel secondo piglia gran faccenda, volendo persuadere agli altri, come a sè stesso scusava, la necessità del ricettare i pirati. Per questo non fa mai motto di Curtògoli e delle sue ruberìe, e molto meno tocca della galèa genovese custodita non dai pirati, ma da' suoi stessi ministri nel canale della Goletta: il tristo ingozza l'ingiuria della riscossa per non rammentare il torto del sequestro. Anzi mostra chiaro il desiderio di condurre i Genovesi alla stessa tolleranza ed obblivione delle cose passate. Quindi la somma delle discolpe torna a un sol punto: esso dice di ricettare i Turchi non come pirati, ma come musulmani[150]. «Se noi lasciamo a costoro (libertà di) sbarcare nei nostri paesi e vendere e comprare, questo non è cosa che debba movere l'animo vostro contro di noi. Come oseremmo di cacciare dal nostro territorio i correligionarii nostri? Come vietare la venuta di gente benevola ed amica? Sarebbe giusta l'ira vostra se noi li aiutassimo colle nostre forze, se uscissimo in corso con essoloro sopra di voi, se loro fornissimo alcun soccorso spontaneamente per (effetto di) lega, sì come voi usate con coloro che fanno imprese ai nostri danni. Ma voi sapete di certa scienza che siamo scevri di coteste colpe, anzi lontani da quelle più che niun'altra gente al mondo.»
Finalmente dopo le scuse della connivenza, e dopo le dichiarazioni dell'amistà, conchiude di aggiungere al trattato vecchio un capitolo nuovo, come dire di non più permettere ai pirati turchi di stazione in Tunisi il molestare i Genovesi, dicendo[151]: «Ci obbligheremo verso di voi a impedire che i Turchi vi arrechino danno di qualsivoglia maniera; ed a fare che chiunque noccia ad una nave dei Genovesi non abbia a lagnarsi che di sè medesimo, sia nella fossa di Tunisi o sia sulle costiere (del reame).... Rallegratevi adunque quanti voi siete, e datene annunzio per tutti i vostri paesi e città.... Noi vi giureremo la pace.... dopo che avremo imposto a tutti i Turchi vegnenti nei nostri dominii il patto che qual di loro offenda alcuna nave de' Genovesi, o faccia prigioni sopra essi, o rechi ad essi qualsivoglia molestia o pregiudizio, non possa in alcun modo sbarcare in alcun luogo del nostro dominio; e se sbarchi, sarà lecito a chiunque di por mano nel suo sangue ed avere: oltrechè noi manderemo gente a combatterlo e a fargli guerra.»
Dunque ai Genovesi scuse, pace, e privilegio: ed ai Romani il solito guadagno di restarsi più di prima esposti alle insidie. Di fatto Curtògoli, che conosceva gli umori di Abdallà e prevedeva l'esito e il divieto che vennegli appresso sul conto dei Genovesi, pensò solo di vendicare lo scorno e i danni sulla spiaggia romana, divisando avere nelle mani niente meno che la persona istessa di papa Leone. Doveva il ribaldo avere di qua secrete intelligenze con qualche traditore; cosa da non maravigliare chi sappia come allora le più ardenti passioni tra Francia e Spagna, tra libertà e servaggio, tra grandi e popoli, tra Siena e Firenze, e via via, tutto s'intrecciava intorno alla fatal casa dei Medici. Con questa intenzione Curtògoli presto riarmò le sue fuste, concorrendovi a gara la gioventù musulmana, avida di vendette e di rapine: e per meglio coprire il proposito principale nell'istesso settembre fece vela verso levante; e poi quatto quatto nell'ottobre si accostò alle spiagge latine[152].
Giovane ancora, e figlio del magnifico Lorenzo, soleva papa Leone nella stagione dell'autunno uscir di Roma con pochi amici e famigliari, e dar tregua ai gravi pensieri, e riposo all'animo stanco, scorrendo le campagne e le riviere a sollazzo di caccia e di pesca[153]. Per questo avea caro il castello della Magliana a cinque miglia da Roma sulle ripe del Tevere e verso il mare, donde è la data di molte sue lettere. Oggidì vedete squallido e deserto tugurio, ricinto da muraglie cadenti tra le felci sotto la stretta dell'edera parassita: un tristo e lungo fienile agli approcci, un pantano innanzi alla porta senza imposte, una fontana ridotta a beveratojo, qualche giumento a capo basso nella corte, e una misera osteria postavi a disperazione dei passeggieri. Ma ai giorni di papa Leone il sontuoso edificio, come ho veduto io nei disegni del Sangallo[154], e tutti possono leggere nei documenti di quel tempo[155]; e riconoscere anche adesso nella parte bassa del palazzo, e nelle magnifiche finestre del primo piano, tuttochè ridotte a quartiero; allora, dico, sul ponte levatojo splendevano ai raggi del cielo latino le armi e le piume dei cavalieri e dei cortigiani; e intorno marmi, stemmi, metalli, ricchezza. Di là papa Leone cavalcava privatamente a Porto, ad Ostia, ad Ardea, a Laurento; scendeva alla marina, saliva sugli schifi dei pescatori; ed ora per mare colle reti e coll'amo; ora per le campagne coi cani e co' falconi spaziava. Esso stesso ne parla nelle lettere a Carlo re di Spagna, rendendogli grazie delle quattordici aquile da presa, avute in dono da lui[156].
[28 ottobre 1516.]
In quest'anno usciva di Roma a' diciotto di settembre, e stava fuori quasi due mesi, visitando le città di maremma, e tenendo in più luoghi la posta della caccia e della pesca[157]. Da Toscanella il dieci di ottobre scriveva al medico Guglielmo Gallo, dandogli la facoltà di scavare in un campo presso Civitavecchia (dove costui pensava ritrovare certo tesoro), sì veramente che non avesse a cavare più d'un mese, e sempre presenti sul taglio due decurioni del municipio[158]. Avrebbe a essere qui parola di quell'altipiano che volge a levante due miglia dalla città, e che tuttavia si chiama Campodelloro, famoso nelle locali tradizioni di statue, di ombre, di maggio, e di altre baje, sempre provate leggiere e fallaci a dispetto delle avide lusinghe.
Leone istesso, proseguendo il suo viaggio, passava di là, senza dubbio ridendo del Gallo: indi veniva a Palo, poi alle marine del Tevere, e alle città suburbane fino alla spiaggia laurentina sotto Civita Lavinia, dove finalmente lo aspettava Curtògoli con diciotto fuste, e la sua gente parte a bordo, parte in terra per metterlo in mezzo[159]. Qualcuno a gran ventura n'ebbe sentore, e tutta la brigata volse le briglie a tempo, galoppando di gran fretta verso Roma, dove entrarono a salvamento li ventotto di ottobre. Paride de Grassi, il quale sapeva tutto, quantunque non fosse della partita, non fa motto esplicito dell'avventura. Ma qui soltanto scrive pesca, caccia, e ritorno improvviso: dunque ebbe a essere agguato pauroso ed indegno[160]. Tale ce lo mostrano le testimonianze di alcuni storici, e la congiura sei mesi dopo scoperta. Lascio ad altri il carico di analizzare questi fatti, e di risolvere il problema delle conseguenze che potevano venire dalla prigionìa di un Papa nelle mani dei Barbareschi: a me basta che il lettore pensi soltanto alla possibilità di tale successo, perchè si persuada della necessità della guardia del mare in un paese che vi confina. Sul paese sfogò sue vendette Curtògoli.
NOTE:
[147] LEO PP. X, _Federigo arch. Salern._ Dat. Romæ decimo Kal. oct., MDXVI, (22 sett.) — ap. BEMBO cit., IV, 113: «_De rebus gestis ea classe, cui meo nomine præfuisti cognovi.... quæ quidem omnia quoniam magno constantique animo, multoque tuo labore, ex nostra dignitate sunt confecta, te de his vehementer collaudo meoque nomine tibi benedictionem plurimis optimisque verbis impartior._»
[148] PROF. MICHELE AMARI, _Nuovi ricordi arabici su la Storia di Genova_, in-8. figur. 1873. — Dagli _Atti della Società Ligure di Storia patria_, V, 75.
[149] ABDALLÀ, _lettera ad Ottaviano Fregosi_, volgarizzata dall'AMARI, come sopra, p. 79.
[150] ABDALLÀ, lettera cit., 78.
[151] ABDALLÀ, lettera cit., 79, 82.
[152] BIZZARUS, cit., 447: «_Cœterum Curtogolus, ubi summa celeritate sua navigia refecisset, nulla mora interposita in partes orientales adnavigavit._»
GIUSTINIANI cit., 272, R: «_Et Cortogoli con gran prestezza riparò et rifece l'armata sua, et navigò verso levante._»
[153] PARIS DE GRASSIS, Diaria Cærem. Mss. Casanat. XX, III, 6.
«_Mense januario MDXIV, Papa ivit ad Civitatem Veterem._
»_Mense octobris die prima MDXV, post prandium Papa ab urbe discessit, versus Viterbium, Tuscanellam, et Centumcellas, seu Civitatem Veterem._
»_Mense novembris, ante dominicam primam Adventus MDXIX, Papa ivit ad Manlianam, et inde ad ulteriora oppida per mensem...._
»_Mense novembris die septima MDXX. Hoc tempore Papa ivit spaciatum ad suburbana._
»_Mense novembris die vigesima quarta MDXXI. Papa Leo ex Manliano, ubi erat solatii causa, accessit ad urbem...._
«_Mense aprilis die vigesima sesta MDXVI. Datum ex villa nostra Manliana....»_ v. sopra nota 26.
[154] GIULIANO DA SANGALLO, _Disegni autografi_ già di casa Gaddi, ora presso il conte Bernardino di Campello. Volume grande di 74 fogli, ai numeri 3 e 4, pianta della Magliana, e di suo pugno: «_Capela, sagrestia, corte, logia, sala per la guardia, entrata maestra, sala, camera e anticamera per il capitano della guardia, camera per li cuochi, cucina, entrata dell'orto, camere, etc._»
[155] ARCH. CAMERALE, _Vacchette due_, scritte dal Serapica maestro di casa di Leon X per le spese private, pubblicati gli estratti nel BUONARROTI, _Giornale romano_, Agosto 1871, p. 246:
«_Addì sette maggio 1519 a mastro Gio. Francesco de Santo Gallo per finire la Gabarra della Magliana, ducati 200._
«_20 nov. 1519. Al med. Gio. Francesco da San Gallo per certi strumenti da misurare di architettura ducati due._»
[156] LEONIS PP. X, _Epistola Carolo Hispaniarum regi._ Dat. Romæ, III id. januar MDXVII, ap. BEMBUM cit., 117: «_Ego tantummodo cum autumni romanum cælum fugio valetudinis causa interdum venatione et aucupio me oblecto, vel potius eos qui mecum sunt ut jucundior per agros vagatio et delectabilior nos in labore viæ teneat._»
[157] DE GRASSIS cit.: «_Die decima octava septembris MDXVI, Papa solatii causa recessit ab Urbe.... per duos menses absens fuit in vicinis locis venando et piscando. Tandem die vigesima octava octobris redivit._»
[158] LEONIS PP. X, _Epist. Guglielmo Gallo medico._ Dat. Tuscanellæ, VI id. oct. MDXVI, ap. BEMBUM cit., 114: «_Agnosco credulitatem inanemque spem tuam, et quam hæc lævia et fallacia sint.... tamen fodiendi ubi voles in eo agro tibi facultas esto edicto meo, quod valere per mensem integrum volo, tecumque dum fodies Centumcellarum decuriones bini sunto._»
[159] ANONIMO PADOVANO, _Storia del suo tempo_, Mss. è citata sovente dal MURATORI, massime per questo fatto.
MURATORI, _Annali_, 1516, fin.
ROSCOE cit., V, 160.
[160] PARIS DE GRASSIS, _Diaria Cærem._: «_Die decimaoctava septembris MDXVI, Papa solatii causa recessit ab Urbe, diebus istis per duos menses absens fuit in vicinis locis, venando et piscando; tandem die lunæ vigesimaoctava octobris redivit._»
[1517.]
VIII. — Dunque tristi tempi volgevano anche nel secolo d'oro, come sogliamo chiamare quello di Leone X: e alla marina in quest'anno si aggiugneva la pestilenza pel putrido fango cavato dal fondo della darsena, e gittato a caso, secondo il comodo dell'appaltatore[161]. E dire che altri vorrebbe adesso ritentar la prova nel Tevere, o in simili grandi e antichi corsi d'acqua, dove sboccano fogne e cloache! Grande la morìa tra le genti di capo e di remo, pieni gli spedali, piene le fosse; e per lutto maggiore vi cadeva un giovane ufficiale di anni diciassette, amato e riverito da tutti, ed unico figlio del capitano. Piero Vettori da fanciullo erasi messo sul mare: prima mozzo, poi pilotino che allora dicevano consigliere, e appresso ufficialetto col titolo consueto di nobile di poppa[162], cresceva di grande aspettazione, pensandosi ciascuno vederlo un giorno pareggiare ed anche superare il valore e la maestria del padre. Primo tra tutti nelle ardite manovre navali, primo nei rischiosi combattimenti, primo nel soccorso dei languenti, cadde come fiore reciso innanzi al mattino, e gettato per ornamento sulla coltre della bara. Ebbe i supremi onori da' suoi compagni d'arme, ed una iscrizione a conservarne la memoria con queste parole[163]: «A Piero Vettori, figliuolo di Paolo capitano dell'armata navale di papa Leone decimo, giovanetto di bella indole, di costumi onorati, e di vita integerrima, cui morte immatura e acerbo lutto tolsero la grandezza dalla pubblica espettazione presagita. Visse anni diciassette, e giorni diciassette. Morì addì quindici novembre dell'anno 1517.»
[1518.]
Nella seguente primavera ripigliava Paolo la navigazione di corso, tanto per mitigare il proprio cordoglio, quanto per dare aria e movimento alle genti costernate ed affrante dalle recenti sventure. E sebbene la sua guardia principale fosse dal Circèo all'Argentaro, pur non dismetteva le difese dei naviganti anche per la riviera calabra, e specialmente per le maremme toscane; tanto più che dai Fiorentini in premio dei fatti egregi a loro vantaggio era stato investito dell'isola Gorgona, e della rôcca che la protegge. L'estate di quest'anno andò tutta in caccia contro il famoso pirata Gaddalì, il quale fuggiva sempre che Paolo appressavasi, portando altrove e ben lontano, ora nella Sardegna, ora nella Corsica, e poi sulle marine della Liguria e della Spagna la desolazione.
[Settembre 1518.]
Finalmente a mezzo settembre, avendo inteso Paolo che alcune fuste dello stesso Gaddalì erano state vedute nel canal di Piombino, corse a quella volta, e ne scoprì due, le quali subito virarono di bordo, e secondo il solito presero a fuggire. E Paolo più che mai appresso per raggiugnerle senza aspettare le conserve, colla speranza di riuscir solo nella vittoria. Sforzò di vela e di remi, e tenne dietro ai nimici, tanto che gli ebbe investiti. Se non che la fuga di costoro, ed il lasciarsi raggiugnere, non era stato altro che inganno per trarre Paolo a trabocco: perchè, le due fuste, piene di gente da fazione, presero a combattere risolutamente; intanto che altre dieci, infino a lì nascoste, uscivano dal canale e lo circondavano da ogni parte. Le conserve, languide ed afflitte dalle precedenti infermità, vedendo dodici legni nemici in un gruppo addosso a Paolo, giudicarono non doversi cacciare nel conflitto: disperato ormai per chi giugneva troppo tardi, e inutile per chi non aveva più rimedio. Laonde, la nostra capitana, quantunque già impadronitasi di una fusta nemica, nondimeno assalita dalle altre, dopo lotta disperata, morti quasi tutti i difensori, e l'istesso Paolo ferito, dovette cadere nelle mani dei pirati[164]. Pensate baccano quando fu menata cattiva in Tunisi col generale in catena e gli altri al remo! Pensate che alcun tempo passò, senza che in Roma si sapesse nulla di loro, nè se fosser vivi o morti. Soltanto sette marinari, scampati collo schifo, raccontavano di aver veduto il Capitano combattere e cadere.
Io non loderò Paolo dell'essersi a quel modo cacciato avanti da solo, senza dar tempo agli altri di sostentarlo; perchè sì fatto ardire sempre riesce nocivo, scemando le forze proprie, e crescendo animo ai nemici. L'esperienza degli antichi tempi e dei moderni ha confermato i tristi effetti della temerità, massime nel non curare l'unione, l'ordinanza e la convergenza delle forze, quando si possono in un dato punto adoperare. Valga per tutti l'esempio di don Rodrigo Portondo, generale delle galèe di Spagna, il quale dopo avere con sette legni nell'anno 1529 condotto a Genova Carlo V, passando al ritorno presso le Baleari, per aver voluto andar solo ad assaltare il Cacciadiavoli, famoso pirata, spregiando lui e tutta la sua squadra di fuste e di brigantini, pagò la temerità colla vita e colla perdita di tutte le galere, che dopo lagrimevole massacro di gente restarono predate[165].
NOTE:
[161] DOCUMENTO cit., 56, p. 130; e appresso, cap. XX, 57.
[162] PANTERA, _Armata navale_, 115.
CRESCENTIO, _Nautica Mediter._, 85, 94.
DOCUM. TOSCAN. cit., 95, 130, 132.
DOCUM. ROM. cit., per tot., — e qui allo specchio, p. 112.
LABAT, _Voyage._ Parigi, 1730, IV, 294: «_Le Gentilhomme de poupe a huit écus. On appelle ainsi celui qui sert de lieutenant au capitaine, qui porte ses ordres, fait ses commissions d'honneur, et qui l'accompagne quand il sort.... La Capitane du Pape a plus que les autres galères le double des gentils-hommes de poupe._»
[163] LAPIDA posta in Roma sulla tomba, perduta nei ristauri della Chiesa, conservata nell'archivio di famiglia, prodotta nell'_Arch. St. It._ in-8. Firenze, 1843, app. n. 22, VI, 272, 280; e dall'ANONIMO nella _Serie di ritratti d'illustri Toscani_, in-fol. Firenze, 1768, in med.
D. O. M. PETRO . VICTORIO . PAULI . LEONIS . X . PONT . MAX. CLASSIS . PRÆFECTI . FILIO INDOLIS . OPTIMÆ . ADOLESCENTI . MORUM . PROBATISS. VITÆQUE . INTEGERRIMÆ QUAM . CUM . MAXIMA . OMNIUM . EXPECTAT . INTER . MORTALES . DUCERET HEU ABSTULIT . ATRA . DIES . ET . FUNERE . MERSIT . ACERBO VIXIT . ANN . XVII . ET . DIES . XVII OBIIT . ANNO . SALUTIS . M . D . XVII XVI . KAL . DECEMBRIS
[164] AMMIRATO cit., II, 335: «_Pagolo Vettori generale delle galèe del Pontefice, mentre colla sua sola galèa volontarioso si spinge innanzi per far preda di due fuste di Mori in sul mar di Piombino, accerchiato da otto altre, che erano in agguato, senza poter dalle sue galèe ricevere soccorso, restò.... fatto prigione._»
GIUSTINIANI cit., 273, D.
E tutti gli altri citati nelle cinque note prime di questo libro.
[165] BIZARUS cit., 485: _«Portundus suæ prætoriæ cursum intendit ut reliquas triremes quæ remigio minus valebant anteiret.... dicens se vel sua tantum prætoria trireme, cuncta ea barbarorum leviora navigia esse demersurum.... Portundum Barbari, capta prætoria, cum suis omnibus defensoribus trucidant.... et cæteras triremes capiunt.... insigni parta Victoria.»_
BOSIO cit., III, 79, B: «_Portondo Rodrigo, capitano delle galere di Spagna.... dal rais Cacciadiavoli era stato ucciso con perdita delle sette galèe che comandava._»
GIOVIO PAOLO, _Storia_ tradotta dal DOMENICHI, in-4. Venezia, 1608, II, 123.
VARCHI, in-8. Firenze, 1842, II, 24: «_Rodrigo Portondo.... nel ritornarsene in Spagna.... rotto e morto con otto galèe da Aidino delle Smirne, nominato tra gli altri corsali Cacciadiavoli._»
[Marzo 1519.]
IX. — Nondimeno ebbe Paolo miglior fortuna: sopravvisse alla pugna e alle ferite, e condotto prigioniero in Tunisi trovò per sorte alcuni mercadanti veneziani che, persuasi dalle sue ragioni, si offerirono di riscattarlo, pagando per lui l'enorme taglia di sei mila ducati d'oro[166]. Poscia sopravvenuto colà Pietro Michieli, capitano delle galèe della repubblica, quei mercadanti glielo consegnarono perchè il menasse a Venezia, e sotto specie d'onore, e per la sicurezza del danaro. Di che il detto Paolo, dal primo porto d'Italia, spacciando un uomo a Roma, diè avviso al Papa nell'autunno per lettere di suo pugno, dicendo come era vivo e ne andava a Venezia; dove sperava che sua Santità sarebbe contenta di mandargli l'occorrente a poter fare il dover suo coi creditori[167]. Delle quali lettere Leone prese sommo piacere, essendochè faceva di lui gran conto; e da un anno senza nessuna nuova tenevalo per morto. Viemeglio adunque dalla disgrazia si parve l'amor grande che gli portava: imperciocchè papa Leone di presente approvò il riscatto; e quantunque pesasse di tante migliaja, volle che fosse sborsato dal suo privato cassetto, senza verun disagio della casa Vettori. Anzi si disse che Leone non fu veduto mai cavar danaro con maggior contentezza; conoscendo o dicendo a chiunque come per poco prezzo ricuperava un uomo che per la fede e per la virtù era atto ad eseguire i suoi pensieri, quanto alcun altro che avesse attorno. Conferma egli stesso colle sue parole l'altrui sentenza, scrivendo di Roma il ventisei dicembre 1519 al doge Loredano, così[168]: «Tornato dall'Africa Paolo Vettori, capitano della nostra armata navale, testè prigioniero dei pirati tunisini, ho raccolto dal suo racconto con quanta amorevolezza e liberalità Pietro Michieli similmente capitano delle galèe di cotesta repubblica naviganti in quelle parti, lo abbia riscattato, non dubitando metter fuori per lui, tutto chè uomo estraneo, una grossa somma di moneta. Godo assai di questo successo, ammiro la prontezza, lodo la magnificenza, e vi assicuro che niuna cosa poteva accadermi più lieta di tale riscatto.» In questo modo Paolo tornossene al suo governo, rifece la capitana, e si tenne per quelle fazioni che appresso diremo, come verranno.
Ora volgiamoci a Gaddalì, che lieto dei seimila, lietissimo del grande e forte naviglio di guerra conquistato, ed uso (come egli era) di circoncidere a forza i giovanetti cristiani per fargli turchi, non poteva omettere di falsare il bastimento romano per renderlo piratico. Però coi maggiori della sua brigata, e numeroso equipaggio, e molte bandiere rosse, e stelle, e lune e scimitarre, vi montò sopra, e lo dichiarò ammiraglio delle sue dodici fuste, colle quali alla buona stagione dell'anno seguente riprese il corso, pensando che la fortuna propizia avrebbe a crescergli nuovi e più splendidi guadagni. Or qui gli avvenne il rovescio de' suoi pensamenti: e ciò per la bravura di un tale, che appresso abbiamo a vedere successore di Paolo nel governo della marineria romana. Fatto per più ragioni del passato e del futuro, da non doversi preterire.
[22 aprile 1519.]