La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 12
[130] MILANESI e PINI, _Corrispondenza di artisti_. La vita e l'autografo di Gio. dell'Opera.
[131] ARCHIVIO, ut sup. citato pur nel BUONARROTI, p. 246: «_A 20 novembre 1519 a maestro Ant. da Santo Gallo per acconciar la bocca del porto di Civitavecchia, et pagare li maestri del molo grande, duc. 500._»
«_3 Ottobre 1520. A messer Filippo Argenti per conto del molo grande di Civitavecchia, et fundamento del Palazzo, a conto, duc. 500._»
[26 Aprile 1516.]
V. — Intanto che le nostre marine contro ai pirati fortificavansi, Curtògoli crescendo di ardimento e di potenza teneva in continuo fastidio le campagne littorane, e sul mare moltiplicava i danni. Costui turco d'origine (_Kurdogli_) gran maestro della grande pirateria, d'intesa coll'imperatore di Costantinopoli, erasi stabilito in Biserta del regno di Tunisi, più tosto principe che ospite, con trenta bastimenti da corso e quasi seimila ladroni al suo comando; coi quali intendeva nuocere a ogni altro cristiano o islamita, tanto sol che giovasse agli interessi della crescente razza piratica. Però non ostante il trattato di commercio e di amicizia tra il re di Tunisi e i Genovesi, aveva menato prede dalla Liguria, e sottomessa a tradimento una galera della guardia. Quest'anno del sedici alla primavera contava già presi diciotto bastimenti siciliani con tutto il carico di frumenti; e lo sciame crescente dei ladroni venivagli appresso con molti bastimenti da remo, ronzando sulle spiagge dell'Etruria marittima. Papa Leone con pressa grande scriveva alle città e ai rettori littorani di mettersi in guardia contro nemici possenti e vicini; ed al preside della provincia, Francesco Pitta, ordinava di non mancare a niuna parte dell'ufficio suo per salvezza dei popoli. Le lettere papali, colla data del ventisei di aprile di quest'anno, sono pubbliche tra le opere del Bembo che le dettava: e qualcuna ne resta ancora originale negli archivî delle città medesime. Traduco la più breve, diretta ai Falisci, e valga per saggio[133]: «Abbiamo notizia certa di una armata non piccola di ladroni e pirati africani che han preso a scorrere pel nostro mare, ed ora si volgono contro Civitavecchia e contro le spiaggie del vostro distretto. Dunque vi ordiniamo di ubbidire senza replica a Francesco Pitta vicelegato della provincia in tutte le cose che vi comanderà, non altrimenti che se vi fossero comandate da Noi stessi in persona. Sono provvisioni urgenti che riguardano l'incolumità vostra nella vita e nelle sostanze. Dato a Roma li ventisei di aprile 1516 del nostro pontificato anno quarto.»
Può ciascuno da sè quasi direi vedere gli effetti di lettere tanto incalzanti e stringate: accorrere dalle provincie interne le milizie assoldate, armarsi la gente del contado a piedi e a cavallo, uscire all'aperto, occupare i ponti e le strade, battere le spiagge, mandare e ricevere corrispondenze celeri da luogo a luogo, di giorno e di notte, e mettere in opera tutti i provvedimenti che a cessare simili pericoli per quei tempi si costumavano. Il solo sospetto, e molto più le prossime minacce, bastavano a tenere in travaglio le intiere province, e a dare altrettanto di fastidio che la stessa invasione. I pacifici abitatori nell'ambascia, la città di Roma in sospetto, preghiere pubbliche per le chiese, e il Pontefice istesso a processione per conciliare il favore di Dio e degli uomini alla difesa del paese[134].
Però senza misconoscere i vantaggi della pietà, papa Leone attendeva al resto, come colui che parlando dei turchi e dei pirati soleva dire[135]: «Grande stoltezza di alcuni il pensare di poterli conquidere solamente colle orazioni: dobbiamo metterci alle armi, e combattere da senno, se vogliamo liberarci dalla loro oppressione.» A questo fine apparecchiava la sua squadra navale, congiungeva le galere del Biassa a quelle del Vettori, tregua tra i principi proponeva, cardinali di fiducia e di autorità per le corti spediva, e tutte quelle pratiche ripigliava che gli scrittori sacri e profani di quel tempo ricordano[136]. Pratiche continue per quattro anni in tutta l'Europa, ed altrettanto allora ferventi nei pensieri e nei discorsi dei contemporanei, quanto oggidì fredde nella memoria e nelle pagine della storia. Valgami per esempio quel grande ingegno di Girolamo Vida, che, quasi ringiovanito nella speranza di vedere effetti stupendi di generale spedizione, studiate e robuste parole scriveva all'istesso Pontefice promotore dell'impresa, dicendo[137]: «Orsù dunque chiama alle armi i marini di Italia ed i regi di Europa: concedimi a gran contento di vedere una volta l'ampiezza del pelago ricoperta dai navigli della cristianità, come desiderano tutti i vicini e i lontani. Di questa speranza brillano gli animi dei popoli, la gioventù animosa si apparecchia alle battaglie; ed io, quasi dimentico dell'estro febèo, nulla più ardentemente ormai desidero che intrecciare colle frondi del serto poetico gli allori di Marte.» Alle parole del Vida di fresco ha fatto eco, gran dire! il Guerrazzi sull'istesso proposito di papa Leone, scrivendogli[138]: «Adesso il Papa e i Principi cristiani volsero la mente a tal fatto, che avrebbe dovuto restarsi sempre in cima dei loro pensieri, e questo era la pirateria, con la quale i Turchi, condottisi ad abitare le coste dell'Africa, avevano reso il Mediterraneo infame, peggio che non è una selva infestata da assassini.... impresero la guerra dei pirati, e ne commisero il comando a Federigo Fregoso, arcivescovo di Palermo e fratello del Doge.»
NOTE:
[132] ANTONIO PICCONI DA SANGALLO, Mss. alla Galleria di Firenze, citati nelle note e commentarii del Vasari, ediz. Le Monnier, cit., X, 83.
[133] LEO PP. X, _Faliscis, Viterbiensibus, Graviscanis, et Francisco Pittae, Hetruriae prolegato_. Dat. Rom. sexto kal. majas an. IV. (26 aprile 1516). inter. _Opera omn._ P. BEMBI, cit., IV, 103, et segg.
LEO PP. X, _Prioribus et comunitati civitatis nostræ Tuscanellæ. Dat. ex villa nostra Manliana die XXVI aprilis MDXVI_. — Nella _Storia di Toscanella_, di SECONDIANO CAMPANARI in-8. Montefiascone, 1856, p. 283.
[134] GIULIO DE MEDICI card., _Lettere al vescovo di Pola_, nuncio in Venezia del 30 ottobre e 4 nov. 1517, nei Mss. Torrigiani, _Arch. Stor. It._, 1874, ultim. disp., 406, 407; e del 16 marzo 1518 al vescovo di Sebenico nuncio in Francia, disp. seconda dell'anno seguente, p. 233: «_Venerdì XII del corr. andò per questo conto_ (del Turco), _una solenne processione con tucto el clero et altri religiosi et officiali et tucto el populo con le sante Reliquie. Sabato ne andò un altra più solenne da S. Lorenzo in Damaso a S. Maria del populo. Domenica, che fummo a_ XIIII, _una solennissima da S. Pietro a la Minerva, dove andò N. S. con tutto il collegio a piedi, che non si ricorda mai a Roma una cirimonia tanto devota, et di tanta consolatione spirituale._»
[135] PAOLO GIOVIO, _Vita di Leon X_, lib. IV.
ANGELUS FABRONIUS, _Vita Leonis X_, in-4. Pisa, 1797, p. 73.
ROSCÖE, _Vita di Leon X_, pel BOSSI, Milano 1817, VIII, 11.
[136] RAYNALDUS. _Ann. Eccl._ 1517, nº 33-54.
LABBEUS, _Collect. concil._, in-fol. Venezia, 1732, vol. XIX, p. 984: «_De lateranensi Concilio et expeditione contra Turcas._»
JACOBI SADOLETI, _Oratio in promulgatione induciarum_, ibid. et int. op. ejusdem.
ANDREA NAVAGERO, _Dedicatoria a papa Leone_, premessa all'edizione di M. Tullio.
GUICCIARDINI, _Stor._, lib. XIII.
GIO. SAGREDO, _Memorie dei monarchi ottomani_, in-4. Venezia, 1573.
REGISTRO cit., dei Mss. Torrigiani. — Lettere del 5 e 14 novembre 1517. — ARCH. STOR. ITAL., 1875, disp. seconda, p. 189-193.
[137] HIERONYMUS VIDA, _oper. omn._, in-4. Padova, 1731, II, 137:
«_Leoni Papae X._ _Ergo age, arrectam Ausoniam et paratos_ _Publica Europæ voca ad arma reges,_ _Jamque spumosum videam latere_ _Classibus aequor._ _Hoc avent omnes Itali exterique,_ _Gestiunt cunctis animi, paratur_ _Martis ad præclara opera et labores_ _Pulchra juventus._ _Ipse ego, quamvis alia nitere_ _Mens erat lauro, ardeo nunc amore_ _Martis armorumque: tui relinquunt_ _Phoebe calores._»
[5 Maggio 1516.]
VI. — L'occasione di giusto sfogo all'impeto di tanto universale commozione venne da sè; e papa Leone la colse in quest'anno alla comparsa di Curtògoli, sommamente odiato dai Genovesi per gl'insulti ricevuti, e dal re di Francia per consenso simpatico verso la sospirata Liguria. Di che consapevole papa Leone, non dubitando punto di essere ascoltato, scrisse la seguente importantissima lettera[139]: «Ad Ottaviano Fregosi prefetto, ed ai decurioni di Genova. — Tutti sanno essere comparsa attorno alle isole d'Italia, e presso alle vostre riviere l'armata dei pirati tunisini; e da più parti arrivano dolorosi avvisi di rapine e di desolazioni. Io voglio cacciar via cotesti ladroni dai nostri mari, e, se sarà possibile, al tutto sterminarli. Con somma celerità apparecchio il mio naviglio: e sperando fare cosa onorevole a tutti gl'Italiani, ed a voi salutare per la comunanza degli stessi pericoli, vi chiedo in prestito quelle quattro galèe che avete pronte nel porto, e vi prego di armarne altre quattro colla massima sollecitudine. Io pago la quota che mi tocca. Ma presto, presto, mandatemi i legni vostri, uniteli co' miei, leviamoci dal viso la vergogna, facciamo di respingere gl'insulti del nemico, e di conquiderlo. Ripeto diligenza, premura e somma prestezza. Dato in Roma addì 5 di Maggio 1516».
Le istruzioni verbali del messaggero portavano di più la nomina di Federigo Fregosi genovese, arcivescovo di Salerno (non di Palermo, come stampa il Guerrazzi), fratello del doge Ottaviano, col titolo di Legato al comando dell'armata collettizia, secondo la proposta; e quindi l'obbligo a tutti di seguirne il supremo stendardo in conformità alle antiche costumanze. Il Breve della legazione si legge al disteso tra le opere del Bembo[140].
I Genovesi maggiormente per questi avvisi messi in assillo contro Curtògoli, si restrinsero a consiglio, e deliberarono subito di corrispondere alla chiamata, accettandone le condizioni utili ed onorevoli a ciascuno. Perocchè con questo ben si argomentavano di provvedere al decoro della romana Sede, ed alla convenienza dei proprî interessi: comandante genovese, e di fiducia nella città; stendardo papale, e di valida copertura in Tunisi: in somma buon giuoco per dare in sulla testa al pirata Curtògoli, senza rompersi del tutto con Abdallà re della terra, e salvo il proposito di ripigliare appresso meglio di prima con lui i commerci dell'Africa.
Il Piergianni di nostra conoscenza, trovandosi lieto in quei giorni con sei galere e tre galeoni nel porto di Genova, da buon cavaliero rodiano, offrì il suo concorso a papa Leone; e proposegli il quesito d'impiccare per la gola alle antenne tutti i prigionieri che mai si potessero avere nelle mani, tanto che agli altri servisse di terribile esempio. Leone rispose accettando l'offerta, sì veramente che volesse stare all'obbedienza del Legato e seguirne lo stendardo; rimettendosi del supplizio dei pirati, e di ogni altro provvedimento al Legato medesimo, che per essere uomo di senno e di prudenza singolare, pieno di nobiltà e di grazia, sarebbe per fare ogni cosa conveniente, e col dovuto rispetto terrebbe conto delle opinioni e dei suggerimenti del capitano Piergianni[141]. Eccovi eziandio qualcuno di parte francese, che, dicendo corsari, intende ladroni da forca.
[4 agosto 1516.]
Dunque ai primi di agosto abbiamo insieme sette legni papali, cioè i due brigantini della guardia e le tre galere di Paolo Vettori, di che si è detto nei capitoli precedenti e nelle lettere di papa Leone[142]; più altre due galèe pontificie sotto il capitano Antonio da Biassa, per questo solo ricordato dal Giustiniani, perchè nativo della Spezia, e perciò attenente al titolo dei suoi annali, dove non entrava il Vettori. Abbiamo quattro galere della repubblica condotte da Andrea Doria, capitano del porto; ed altre quattro di privati genovesi messe su a richiesta e soldo di papa Leone. Finalmente le sei galere e i tre galeoni del Piergianni francese; che tutti insieme tornano a capello nel numero indicato dal Giustiniani, diciannove galere, tre galeoni, due brigantini, e ventiquattro vele[143].
Degli altri principi nostri parla la lettera del cardinale Giulio dei Medici al vescovo di Tricarico nunzio in Francia, colla data di Roma sei maggio, così[144]: «E' si scoperse a Civitavecchia, circa dodici giorni fa, ventisette vele di Turchi, cioè ventitrè fuste et quattro galere, et subito se ritrassero. Et dipoi sono state intorno a Zanuti et l'Elba. Il che dètte a Nostro Signore gran dispiacere.... Et pensando a' remedi Sua Santità judicò che fussi necessario si unissi insieme le galere et galeoni del Cristianissimo et di Genova con quelle delli Spagnuoli che si trovano a Napoli.... Sua Santità, oltre al concorrere colli legni sui, contribuirebbe anche alla spesa di quattro galere che di nuovo si armassino a Genova». Dunque anche l'invito agli Spagnuoli dominanti in Napoli, come tutti sanno; e niuna omissione della parte di Roma. Ma perché dal Regno non corrisposero, fia bene ricordare la sentenza con che papa Leone per mezzo de' suoi ministri scrivendo al vescovo d'Isernia Massimo Corvino, nuncio in Napoli, se ne doleva infino a due anni dopo con queste parole[145]: «Nostro Signore dal canto suo non ha mancato di ogni possibile offitio con tutti i principi cristiani, et precipue col re Cattolico: et per anchora non li pare (parlando con vostra Signoria come la intendiamo) che questi Spagnuoli si risentino, et considerino il periculo. Et però V. S. userà lo ingegno et virtù sua in fare qualche opera a beneficio della repubblica cristiana principalmente per queste cose del Turco.»
Usciti al largo i migliori sotto lo stendardo della Chiesa, e tra essi il Fregosi, il Vettori, il Doria, il Piergianni, il Biassa, ed altrettali capitani di gran conto, girarono attorno per incontrare Curtògoli: all'Elba, alla Capraja, alla Corsica, alla Sardegna, sempre indarno, perchè costui insieme con tutti gli altri ladroni, il cui fine precipuo non istava nel combattere, ma nel rubare, avevano preso da ogni parte la fuga. Non è mai mancata, nè sarà mai per mancare la lingua agli stolti, agli schiavi, ai rinnegati, e ai traditori. Però navigazione languida, mare quieto, venti di stagione, notti serene, giornate lunghe, e niuna scoperta. Bisogna dunque cercare Curtògoli nel suo nido, e passare in Africa.
Intanto che si naviga di buon braccio coi Ponenti consueti dal golfo di Cagliari sul rombo di Ostroscirocco, verso Biserta, ci accade di considerare le condizioni del paese. Regnava di questi tempi per tutta l'ampiezza della Bizacena, dal confine di Algeri a quello di Tripoli, Abu-Abd-Allah-Mohammed della dinastia degli Hafsiti, islamita di razza bèrbera, e totalmente indipendente dall'imperio ottomano. Costui per antica tradizione di famiglia teneasi affezionato ai Genovesi, firmava trattati con loro di amistà e di commercio, e ne favoriva il traffico, la pesca, i coralli, i fondachi; perchè gli fruttavano molto tesoro, e provvedevano ai mercati con soddisfazione grande de' suoi popoli. Venuto poscia Curtògoli co' soldati turchi e con lo squadrone piratico a chiedergli ospitalità, lo accolse pur volentieri; tanto perchè musulmano, quanto perchè favorito dalla plebe amante degli avventurosi guadagni: e lo tenne molto più caro ai suoi privati interessi, posciachè il pirata (secondo la legge del Corano) faceagli toccar netta la quinta parte di tutte le prede che veniva facendo sopra i Cristiani. Però aveva assegnato a Curtògoli il porto e la città di Biserta (l'antica Hippo-Zarythus, tra gli Arabi Benzert) nel punto più sporgente della costa; proprio rimpetto allo sbocco del Tirreno; donde colla destra poteva ferire Trapani di Sicilia, colla sinistra Cagliari di Sardegna, e di faccia il Tevere, Roma, Napoli, la Toscana, e la Liguria. Là stanziava Curtògoli, di là traeva viveri e gente. Ricco, armato, favorito: già principe di fatto in Africa.
Dunque Abdallà voleva nel suo stato la pace con tutti, e la prosperità dei suoi interessi. Amici i mercadanti coi loro commerci, amici i pirati colle loro prede. Fermi tutti alla legge: stessero contenti i primi a pagar le gabelle, e stessero pur contenti gli altri a rassegnare le quinte; chè Abdallà, amico comune, contava continuarsi sempre in pace con loro. Fuori dei suoi porti si accapigliassero pure insieme i mercadanti e i pirati; non per questo doveva esso rompersi la testa: anzi aspettarli sempre lieto al ritorno, o colle gabelle, o colle quinte. Stolto a non capire l'immoralità dell'avara connivenza! Stolto a non prevedere la propria ruina pei pirati! Essi ricchi, essi armati, essi forti nelle viscere del dominio, favoriti dalla plebe, e sostenuti dall'imperadore ottomano, dovevano tra poco cacciare tutta la sua discendenza dal paese, e farsi padroni del regno.
I Genovesi, consapevoli del tranello di Abdallà, e volendo levarne del pari, entrarono nella stessa simulazione, coprironsi sotto bandiera di papa Leone che non aveva tanti rispetti, e deliberarono assaltare Curtògoli nel suo ricovero, facendo pur le viste di non offendere il Re. Fermatisi pertanto la notte dietro l'isoletta della Galitta, la mattina improvvisamente entrarono nella insenata che serve di porto a Biserta. Là per evidenza di fatto accertarono il giudizio della ritirata generale dei ladroni, vedendo tutti i legni dello stesso Curtògoli, galèe, fuste e brigantini, una trentina di bastimenti, tutti disarmati dentro terra alla fiumara, nel mese d'agosto, come se fosse scioverno. Subito i pochi Turchi di guardia presero a fuggire, ed i molti Cristiani prigionieri a scuotere le catene, chiedendo ad alta voce la libertà. Soldati e marinari saltarono in terra, di presente sciolsero gli oppressi, e proruppero nel saccheggio dei legni, dei magazzini, dei casali, infino ai borghi di Biserta. Mossa repentina, cominciata cogli stimoli della pietà, e guasta dalla cupidigia delle genti tumultuarie venute colle ultime galere, come si può di leggieri intendere pensando le intrinseche ragioni, la disciplina militare, e il silenzio dei parziali. Facilmente si sarebbero potuti portar via, o almeno bruciare nel primo attacco, tutti i bastimenti piratici: ma il disordine, il tristo esempio, gl'indugi, ed i fardelli crebbero fiducia ai musulmani della città e del contado di concorrere a cavallo sulla riva; dove agli alleati non restò altro ripiego, se non serrar le file, mettere in mezzo i riscattati e le prede, e rimontare sui navigli, senza speranza di miglior sorte in quel luogo, anzi perdendovi due palischermi.
Incalzati dal vento, continuaronsi verso levante sopra i rivaggi della Goletta, coll'intendimento di cavar fuori dallo stagno la galèa della guardia genovese, predata l'anno avanti da Curtògoli nei paraggi di capo Côrso. Quei gentili e colti signori che più volte si sono degnati onorare le povere cose mie dei loro benevoli suffragi, abbiansi pur da me pubblica testimonianza di leale gratitudine per l'amore che mostrano alla bellissima nostra lingua, ed alle sue voci marinaresche. Di che provocatamente prendo occasione, quando mi occorre, per fare qualche avvertenza intorno alla ricchezza ed alla proprietà nello scolpire nettamente i concetti e le differenze delle cose, come qui mi accade tra i due termini Rivaggio e Paraggio. Ambedue tecnici, usati dai classici, e registrati alla Crusca, esprimono in genere un Tratto di mare: ma l'uno lo determina diversamente dall'altro. Chè il primo lo appressa al sensibile della riva e delle terre vicine; e il secondo lo solleva al razionale dei paragoni lontani sul mare o sui circoli della sfera.
Venuto adunque il Fregosi sui rivaggi della Goletta, die' fondo ai ferri, e subitamente spinse tre barche armate nello stagno: le quali, nonostante il fuoco della massiccia torre (unica difesa del passo in quel tempo), entrarono nel canale, presero a rimburchio la galera, e se la menarono appresso. Bella ed onorata fazione.
Indi costeggiata l'Africa giù giù dalle Conigliere, alle Cherchene ed alle Gerbe, bruciando legni nemici, menando preda, e traendosi in trionfo tre brigantini, tornarono sullo scorcio dello stesso mese ai porti d'Italia[146]. Ho seguito nel racconto la guida di autorevoli scrittori, e particolarmente del Giustiniani contemporaneo; la cui autorità, già grande tra i Genovesi, cresce ogni dì, trovandosi le sue parole sempre conformi ai documenti che di tempo in tempo tornano alla luce. In somma la spedizione ebbe plauso, tornò utile, e papa Leone lodossi de' suoi marini, scrivendo al condottiero[147]: «Ho saputo tutti i successi della navigazione, e tutti i fatti dell'armata da te condotta in mio nome contro i pirati. E perchè ogni cosa è stata eseguita con animo e costanza grande, con molta fatica, e secondo la dignità della romana Sede, di ciò sommamente lieto, ti lodo e con tutta l'effusione dell'animo ti benedico.»
NOTE:
[138] F.D. GUERRAZZI, _Vita di Andrea Doria_; in-16. Milano, 1864, I, 85.
[139] LEO PP. X, _Octaviano Fregosio, prefecto et decurionibus genuen. Dat. Romæ_ III _nonas majas_ MDXVI (5 maggio). — Ap. BEMBO cit., IV, 104: «_Appulisse ad Italiæ oras et littora vobis vicina punicam piratarum classem.... diripere, depopulari.... Ad eam repellendam vel si fieri poterit conterendam a vobis peto ut ad hanc rem quam paro, Italis quidem omnibus honorificam, vobis certe propter periculi societatem etiam salutarem, quatuor vestras triremas commodetis, alias totidem quam celerrime imperetis, quibus navibus cum nostra Classe consociatis, hostes turpiter nobis insultantes aggredi atque opprimere possimus.... Partem stipis ad vos mittam.... Oportet studium, diligentiam, tum maxime celeritatem adhibere._»
[140] LEO PP. X, _Federigo Fregosio_, _archiepiscopo Salernitano et classis præfecto_. — Ap. BEMBO cit., IV, 103. — Il Breve della legazione.
[141] LEO PP. X, _Petro Joanni (Pregeant de Bidoux)_. Dat. Romæ VII kal. quintiles, MDXVI (25 di giugno 1516). Ap. BEMBO cit., IV, 110: «_Federigo arch. Salern. quem classi nostræ legavi praesto sis, eique in omnibus pareas.... quod attinet ad morte mulctandos piratas si capiantur, ut magis cœteri a locorum nostrorum vastatione absterreantur, ejus rei deliberationem, quemadmodum reliqua omnia, ipsi Legato remisi quem scio tuis consiliis multum semper tributurum._»
[142] LEO PP. X, come alla nota 32: «_Cum nostra classe consociatis._»
DOCUM. cit. sopra, nota 11, e qui appresso nota 37: «_Sua Santità oltre al concorrere coi legni suoi._»
[143] GIUSTINIANI cit., _Annali di Genova_, 272, Q.: «_Fu fatto capitano dell'armata l'arcivescovo Federigo, et levò la bandiera di papa Leone, et ebbe diciannove galèe, tre gallioni et doi brigantini.... due gallere del Papa, le quali comandava Antonio del Biassia della Spezza._»
[144] REGISTRO _di lettere scritte a nome del card. Giulio de' Medici_, tra i Mss. Torrigiani donati all'Arch. di Stato in Firenze e pubblicati da Cesare Guasti nell'ARCH. ST. IT. in-8. Firenze, 1874, Disp. 4. p. 47. — _Ep. Tricaricen._ di Roma, 6 maggio 1516.
[145] REGISTRO cit., disp. seconda del 1875, p. 217. _Episcopo Esernien._, di Roma, 8 febbrajo 1518.
[146] BIZARUS cit., 447: «_Federigus Fulgosius.... cum aliqua præda, triumque hostium navigiorum incremento classem incolumem reduxit.»_
GIUSTINIANI cit., 272.
GIOVIO, BEMBO, REGISTRI cit.
ARIOSTO, _Furios._ XLII, 20, 21, 22.
[Settembre 1516.]