La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1

Part 11

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[108] POMPEO LITTA, _Le famiglie celebri d'Italia. — Dei Vettori_, tav. II. — Quivi l'ordine genealogico, le brevi notizie di ciascuno, e lo stemma tagliato di due pezze di ferro e d'argento, e sul taglio la banda d'oro caricata di tre gigli.

GIORGIO VIVIANO MARCHESE, _La galeria dell'onore_, in-4. Forlì, 1735, I, 438.

GIOVANNI CAMBI, _Le istorie_, ap. P. IDELFONSO DI SAN LUIGI, _Delizie degli eruditi toscani_, in-8. Siena, 1786, XXII, 142.

GUICCIARDINI, SEGNI, NARDI, VARCHI, AMMIRATO.

[109] ANGELUS M. BENDINIUS, _Petri Victorii vita et clarorum Italorum et Germanorum epistolæ ad eundem_, in-4. Firenze, 1758.

[110] SERIE DI RITRATTI _degli uomini illustri toscani, con gli elogi storici dei medesimi_, in-fol. magno, Firenze, 1768, t. II, quasi nel mezzo del volume non impaginato. «_Da un quadro di casa Vettori._»

BIBL. CASANT. M. II. 10, in CC.

[111] FRANCESCO VETTORI, _Sommario della Storia d'Italia dal 1511 al 1527; e Notizie delle azioni di Francesco e di Paolo Vettori_, pubblicate per cura di ALFREDO REUMONT. — ARCH. STOR. ITAL., 1848, in-8. Firenze, app. n. 22, VI, 270.

[112] L'ARCHIVIO PRIVATO DI CASA VETTORI IN ROMA, citato dal MORENI nella _Bibliografia toscana_, dal LITTA nelle _Famiglie celebri_, dal RANKE nelle _Vite dei pontefici del cinquecento_, e da altri, aveva fino al principio di questo secolo, come da uno schizzo d'inventario presso di me:

«_Due volumi di lettere a Paolo Vettori, capitan generale delle galèe del Papa;_»

«_Due altri volumi di lettere della Repubblica fiorentina a Francesco Vettori, nell'anno 1513;_»

_«Tre altri volumi della stessa al medesimo dall'anno 1514 al 1524;»_

«_Un volume di lettere di personaggi illustri ai Vettori dal 1513 al 1519._»

[Dicembre 1513.]

II. — La pronta nomina dell'eccellente capitano, e l'immediato possesso di lui in Civitavecchia, affrettarono la risoluzione dei risarcimenti alla darsena, per meglio raccogliervi e ordinarvi le forze marittime dello Stato. La darsena non è altrimenti una prigione, come alcuni pensano, ma la parte più sicura e più comoda di un porto, dove il naviglio militare sverna, si racconcia e si arma. L'equivoco è venuto nei tempi moderni dall'esservi restati in abbandono i bastimenti da remo, e con essi le ciurme di catena, o ristrette sulle pulmonarie galleggianti, o stivate nei prossimi magazzini. Salvo il caso recente, resta per ogni altro tempo il primo e proprio significato di porto minore presso un porto maggiore, fornito di scali e di edificî per servigio dei navigli militari, difeso con buone fortificazioni e ripari dalle tempeste del mare e dagli insulti dei nemici. Antichissimo fatto: alla romana dicevasi Angiporto, alla greca Epistio, all'italica Porticciuolo; e poi, con voce derivata dall'arabo, Darsena[113].

Presso al porto di Civitavecchia una ve n'ha, che può essere annoverata tra le più belle del Mediterraneo: venticinque migliaja di metri quadri in superficie, sei metri di uniforme profondità, grandiosi magazzini all'intorno, e talmente coperta da una cinta bastionata, che niuno la vede se non siavi dentro. Un documento di questo tempo ci mostra che si voleva nettarla e ridurla a maggiore profondità. E quantunque la scritta non porti data, nondimeno deve necessariamente ridursi alla fine del tredici. Non prima, perchè intestata a papa Leone, eletto nel mese di marzo dell'anno medesimo; non dopo, perchè agli undici di marzo dell'anno seguente moriva Bramante, al cui giudizio è rimessa l'approvazione dei lavori[114]. Ecco il documento[115]:

«Patti e conditioni fatte da Giulio de Maximi, che promette a Leon X di cavare a certa profondità e tempo il porto piccolo di Civitavecchia. — Io Julio de Maximi sono contento e prometto a lo santissimo padre nostro papa Leone X di cavare il porto piccolo di Civitavecchia, incominciando dalla bocca, e seguitare dentro per tutto, per infino alle mura che circuiscono il detto porto, con le infrascripte conditioni et capituli:

«1. Di prima che la santità di nostro Signore debba darmi al presente ducati quattro mila d'oro in oro per prezzo e mercede di tutta l'opera che havrò a fare in detto porto: et per me pagarli di contanti a Mario de li Cavalieri, nobile cittadino romano.

«2. Il detto Mario havrà a promettere et obbligarsi a nostro Signore, in caso che io non osservi di cavare il detto porto, secondo di sotto prometto, di restituire tutti li danari havrà ricevuti; o vero far cavare esso il porto, secondo la mia promessa, con quel più breve tempo si potrà.

«3. Che io sia obbligato cavare il porto con miei ingegni ed arti, in modo che la bocca stia sempre aperta et patente, come sta ora, per comodo de' naviganti.

«4. Voglio, cominciando dalle acque comuni, che è il mezzo tra l'altezza diurna et bassezza delle acque per lo flusso, nel quale mezzo si vede certa verdura come una linea retta nelli muri et scogli del porto; et diuturnamente et ordinariamente crescono le acque uno palmo vel circa sopra quel segno, et viceversa decrescono; et per le grandi altezze et bassezze extraordinariamente eccedono da ogni banda assai: et da quel segno in giù voglio cavar tanto che habbia palmi nove di fondo di canna romana. Eccetto che, se trovassi scoglio o muro, non voglio essere obbligato a cavare più oltre che esso muro o scoglio.

«5. Da poi che saranno disborsati li danari, et chiarito il giusto segno delle acque, a comune judicio di marinari venetiani et genovesi, o vero a judicio di frate Bramante (al quale del tutto me ne rimetto), voglio aver tempo due mesi a mettermi in ordine per cominciare l'opera: et di poi alli duo mesi voglio haver tempo mesi diciotto ad haverlo finito di cavare.

«6. Che mi sia lecito gittare il fango in quel luogo che mi farà più comodo.

«7. Che mi sia lecito far tagliare il legname che mi bisognerà in tutte le selve vicine, in terra di Chiesa, senza alcun prezzo di selvatico o di altra impositione.

«8. Che io sia accomodato di tutte quelle stanze che mi bisognerà, tanto in rôcca vecchia quanto in rôcca nuova, e dove la Camera havrà modo di accomodarmi, senza alcun pagamento.

«9. Che tutte le cose che adoprerò per me, per l'opera, e per i miei uomini habbiano a essere franche da ogni gabella, così se da Roma, come se da ogni altro luogo soggetto alla Chiesa, mi bisognerà mandare roba a Civitavecchia, siano franche da ogni gabella; e similmente quella roba e artiglieria havrò adoperata alla detta opera, volendola ridurre in Roma, sieno franche da ogni gabella o datio.

«10. Che tutte le galere et altri legni che sono annegati nel detto porto, et ogni altra cosa, sia libera mia.

«11. Che andando li miei uomini per macinar grano alli mulini vicini, li mulinari sieno obbligati posporre ogni altra persona et expedire li miei, sotto quella pena parerà a Nostro Signore, eccetera.»

I documenti, siano pure intorno a materie di piccola importanza, portano più lume e certezza alla storia di qualunque discorso, a chi li sappia intendere. Ecco qui, rispetto alla darsena di Civitavecchia, la bozza di un contratto per cavarla a certa profondità; ed eccovi insieme la certezza della sua esistenza anteriore all'opinione de' moderni che l'attribuiscono a papa Pio IV, senza attendere alle memorie perpetue del medio èvo, come ho detto altrove, e senza sapere della descrizione fattane nel quattrocento da Flavio Biondo. Anzi il presente documento ce la mostra già tanto antica nel pontificato di Leone, e mezzo secolo prima del detto Pio, che pei rottami di navigli sommersivi da tempo immemorabile e per la invetrata poltiglia, sarebbesi resa inutile se non si dava mano a rinettarla. Di più eccovi la speranza di trovarvi anticaglie e oggetti preziosi, come di fatto si è visto infino ai nostri giorni, essendosi ripescato colà tra le molte medaglie, bolli, musaici, ed altri oggetti antichi, quel superbo braccio di bronzo di che si abbellisce ora il musèo etrusco del Vaticano. Ecco nella eccellentissima casa dei Massimi, nota agli eruditi per le edizioni romane del primo secolo, continuarsi lo slancio verso le imprese ingegnose. Eccovi il teorema della marèa diurna, notissimo anche in quel tempo; e la maniera di valutarne con pratiche induzioni anche nel nostro mare gli estremi, tuttochè di poca levata nelle circostanze ordinarie. Ecco la popolare nomenclatura che allora distingueva la rôcca vecchia dalla nuova; e questa, che oggidì chiamiamo la Fortezza, già tanto avanzata nella costruzione, da potervisi alloggiare la brigata e gli operaj di messer Giulio. Ed ecco finalmente ogni cosa rimessa al giudizio di un grande artista, come dire di Bramante; il cui nome, introdotto con tanta sicurezza nel documento, per sè indica la notorietà e frequenza di lui in quel luogo; dove non poteva essere per altro che per l'opera maggiore che allora vi si faceva, ciò è dire per la fabbrica della predetta Fortezza, tutta di suo stile, come altrove più largamente esporrò. Si noti eziandio l'appellativo di Frate, dato a Bramante; perchè risponde a capello coi fatti e colla storia; e ricorda la promozione di lui all'ufficio del Piombo: ricco, geloso e nobile ufficio di suggellare col metallo dolce le bolle pontificie, secondo che usavano i frati laici dell'ordine Cisterciense; a similitudine dei quali gli altri piombatori, cavati dal ceto degli artisti, vestivano in certe occasioni l'abito consueto dei frati precessori, e si chiamavano Frati del piombo, camuffati di tonaca e di cappuccio, come si vedono pure ritratti nelle antiche rappresentanze, quantunque non facessero niuna professione di vita monastica[116].

Non voglio lasciare questo documento senza venire alla conclusione. La cavatura in vece di giungere solamente alla profondità uniforme di palmi nove per tutto il bacino, passò la minima di palmi quindici, e toccò la massima di palmi venti, come risulta dalla pianta di detta darsena delineata poco dopo da Antonio il giovane da Sangallo, e coperta con una rete di scandagli, il cui originale ho trovato io stesso tra i cartoni di lui alla Galleria di Firenze, e ne ho il facsimile presso di me per la squisita cortesia del cavalier Carlo Pini, direttore e conservatore delle stampe[117].

NOTE:

[113] RUTILIUS, _Itinerar._, vers. 242.

VARRO, _De L. L._, IV, 31.

VITRUVIUS, _Arch._, lib. IV.

CRESCENTIO, _Nautica_, 537, 539, 542.

[114] VASARI, ediz. Le Monnier, VII, 138.

GAYE, _Carteggio di artisti_, in-8. Firenze, 1839-41, II, 135: Lettera di Baldassarre Turini a Lorenzo de' Medici, scritta da Roma il 12 marzo 1514, _«Maestro Bramante morì hiermattina.»_

[115] ARCHIVIO SECRETO VATIC. Armadio XIII, caps. XIV, n. 26.

SCHEDE BORGIANE, cit., Musèo di propaganda.

CODICE VATICANO, n. 8046.

ANT. COPPI, _Schede ms._, alla Casanatense.

[116] VASARI, cit., ediz. Le Monnier, X, 129, 130. «_Sebastiano Viniziano chiese l'ufficio del Piombo.... Il Papa ordinò che esso Bastiano avesse l'ufficio.... Laonde Sebastiano prese l'abito del frate._»

ITEM, VII, 133. «_Per il che Bramante meritò dal detto Papa Giulio, che sommamente l'amava per le sue qualità, di esser fatto degno dell'ufficio del Piombo._»

ITEM, XII, 233. «_Michelangiolo messe innanzi e favorì volentieri Guglielmo della Porta.... e gli fece dare l'ufficio del Piombo.... il cardinal Farnese ordinò fare una gran sepoltura per le mani di esso Fra Guglielmo._»

[1514.]

III. — Adesso mi continuo a tirar fuori dai registri le notizie, secondo i tempi. Trovo nel quattordici tre squadre in navigazione: quella della guardia consueta sotto il Vettori, composta di tre galere e di due brigantini[118]; l'altra di due galere con Giovanni da Biassa, il quale, quantunque licenziato da Giulio II dopo la battaglia di Ravenna, ora nondimeno milita con papa Leone, e per lui quest'anno rimena in Francia il signore di Rochefort, ambasciatore del re presso la santa Sede; ed al ritorno, passando di Genova, da Giovanni Vespucci oratore papale in quella città riceve l'ordine di venirsene sollecitamente colle galèe in Civitavecchia per congiungersi col Vettori, e assicurare viemeglio le difese della spiaggia, e i servigi che si prevedono pel viaggio del Papa[119]. La terza muove da Ancona col cavalier Bonarelli verso Venezia per imbarcare certe artiglierie, richieste da papa Leone al doge Loredano[120], secondo la nota compilata da Leonardo di Firenze, nuovo capo dei bombardieri in castello Santangelo, succeduto di fresco al defunto Matteo Galli bombardiero romano[121].

[Aprile 1515.]

Questi apparecchi tendevano evidentemente alla spedizione generale contro i nemici comuni della società cristiana, ma non approdavano. Tutti piativano per finirla coi Turchi di là, non così però che prima non volessero di qua aver assettato le faccende loro a proprio talento. Quindi ciascuno proseguiva i suoi litigi intestini: le divisioni tra i principi maggiori del mondo cristiano crescevano, e vicino ci bolliva aspro conflitto con Urbino, con Ferrara e con Milano, oltre alla congiura contro la vita di papa Leone, che poi scoppiò nel diciassette. Il cardinal Petrucci strangolato in Castello, tre altri afflitti di gravissime pene, e il cardinale Adriano di Corneto fuggito via[122].

Il primo passo dierono i congiurati in quest'anno al diciannove d'aprile, quando il cardinale ostiense Raffaello Riario, per sicurezza della sua persona e dei complici, richiese la rôcca di Ostia, dal cardinal Giulio dei Medici e dal castellano Gianfrancesco de Noris fiorentino. La prese a titolo di affitto, con grossa malleveria sul banco dei Balducci, e colla promessa di tenerla e goderla a uso delle oneste persone con tutte le munizioni, artiglierie e corredo; secondo legale inventario[123].

NOTE:

[117] ANTONIO PICCONI DA SANGALLO alla Galleria di Firenze, tra i suoi originali, non numerati, se non con un 270 attraversato da una linea di cancellatura. Vi si leggono tre scritture di sua mano: al margine «_Porticello,_» all'ingresso sulla piazzetta «_Giardino,_» alla mancina, «_Li muri del paramento,_» e sulla rete degli scandagli i numeri, «15, 17, 18, 20,» ecc.

[118] GIOVANNI CAMBI, cit., XXII, 142.

SCIPIONE AMMIRATO, cit., II, 335

[119] GUICCIARDINI, ediz. del 1645 cit., p. 594.

PETRUS BEMBUS, _Epistolæ Leonis X, Pont. Max. nomine conscriptæ, inter Opera omnia_, in-fol., Venezia, 1729, IV, 74, 85: «_Johanni Blassiæ, classis prefecto, sub die xxx sept. MDXIV.... Eidem triremium prefecto, sub. die xxx maji MDXV._»

[120] BEMBUS ut. sup., IV, 87: «_Leo X, Leonardum Lauretanum Venetorum Ducem rogat, ut tormenta bellica commodet parandis navibus Anconæ constructis adversus Turcas.... Statui triremes aliquot, que Anconæ fabricatæ sunt deducere et ornare.... Peto ut tormenta bellica mihi commodes etc..._» (5 luglio 1515).

[121] ARCHIVIO SECR. VAT. — _Leonis Pp. X. Diversor._ — «_Die I dec. MDXIIII Leonardus de Florentia fuit librator tormentorum in arce Sancti Angeli, loco defuncti magistri Matthæi Galli._» — ARCH. ST. IT., an. 1866, I parte, p. 219.

[Ottobre 1515.]

IV. — Non conscio dell'iniqua trama, papa Leone il primo di ottobre partivasi da Roma verso l'Etruria marittima, e finalmente riducevasi colla corte in Civitavecchia, dove pel cavamento della darsena e pei fondali guadagnati, venuto in maggiori speranze, faceva assegnamento di nuove fortificazioni. Aveva perciò intimato colà una dieta di soldati e d'ingegneri principalissimi, coi quali alla vista del luogo intendeva deliberare il modo e la forma della nuova cinta. Convennero quegli stessi capitani ed architetti, che poscia nel dicembre seguirono papa Leone verso Bologna incontro a Francesco re di Francia, secondo il partito preso quivi stesso in Civitavecchia sulla fine d'ottobre al primo annunzio del pericolo, come narra Paride de Grassi[124]. Necessaria avvertenza cronologica per istabilire con certezza il fatto e il tempo.

Ragionandosi dunque colà di fortificare detto luogo (come ben dice il Vasari), cioè la città intiera, non un pezzo della rôcca vecchia o della nuova (come altri confondono al solito), tra quei signori ed architetti, e tra i diversi pareri, Antonio il giovane da Sangallo, afferrata la bella occasione di mostrare alla corte, ai mecenati e a ogni altro il valor suo, e quanto degnamente fosse stato eletto tre mesi prima all'eminente ufficio di architetto di san Pietro, spiegò i suoi cartoni, e mostrò il disegno compiuto di tutta l'opera, che fu approvato dal Papa e dagli altri, come di tutti il migliore per giudizio, per arte, per eleganza, e per fortezza[125]. Dunque non ciance o ciarpe vecchie, salmisìa, ma progressi importanti dell'arte nuova.

Antonio, iniziato ai principî dell'architettura militare dagli zii, e poi seguace di Bramante non solo nel corridojo di Castel Santangelo, ma anche nella rôcca nuova di Civitavecchia, come dimostrerò coi suoi autografi, già conosceva il terreno, e già aveva in pronto il risultamento dei suoi studî: una cinta bastionata alla moderna, con sette baluardi reali da circondare la darsena e la città da un mare all'altro, appoggiando gli estremi alle due rôcche. Quali si mostrano i quattro disegni originali di sua mano che si conservano alla Galleria di Firenze, e gli altri tre che vi ho trovato io stesso, tali i lavori eseguiti in Civitavecchia nell'istesso secolo e tuttavia esistenti, conformi ai medesimi disegni; tale la pianta identica degli originali e della esecuzione intagliata sopra quattro medaglie del secolo decimosesto. Dunque rivelazioni importantissime per la storia dell'arte, che oramai ci viene sicura, dimostrata, e più antica che altri non avesse pensato o scritto. Falso il primato dei Sammicheli, secondario il magisterio del Martini. Il primo baluardo esiste ancora in Ostia dal 1483 per opera di Giuliano da Sangallo, il primo pentagono bastionato esiste ancora in Civitacastellana dal 1496 per opera di Antonio suo fratello, la prima fortezza quadrata con quattro baluardi a musone esiste ancora dal 1501 per opera dello stesso; e la prima cinta reale di piazza d'arme, coll'ordine rinforzato a fianchi doppi, esiste ancora in Civitavecchia dal 1515, per opera del nipote. Non avremo più a perderci in dubbii e in congetture appresso ad altri misagiati ricordi di fortificazioni, posteriori di data, e da lunga pezza distrutte[126]: ma verrà la storia nuova sopra Monumenti primitivi, di epoca certa, tuttavia esistenti, e conformi ai disegni originali dei classici, conservati infino a oggi. La somma di queste cose io scrivevo del 1858 nel giornale delle Strade ferrate[127], quando niuno dei miei maestri (anche dopo compiuta l'edizione del Vasari pel Le Monnier) nè in Roma, nè in Italia, nè fuori pensava punto a queste nuove dimostrazioni, colle quali e con altre simili tratterò io la storia dell'architettura militare senza allontanarmi dalla spiaggia romana, come si vedrà nel mio libro della fortificazione. Non intendo a pretensioni, ma alla verità che torna onorevole a tutti.

Antonio allora aggiunse agli ufficî suoi di Roma la direzione dei lavori di Civitavecchia, andandovi spesso e tornandone, secondo il bisogno. E quantunque egli cominciasse l'opera di terra e fascine, riservando a miglior tempo l'incamiciatura; nondimeno murò quattro porte, due dalla parte della campagna e due alla marina, sulle quali esso stesso pose lo stemma delle sei palle di papa Leone[128]; e questo fu addì quindici giugno del diciannove. Il mese seguente addì ventisette luglio dello stesso anno Antonio fece incastrare attorno alla darsena le teste di bronzo che ancora si vedono, e sono chiamate dai civitavecchiesi i Mascheroni: cioè una diecina di teschi a ceffo leonino, disegnati da mano maestra di vivissima bizzarria, e gittati in metallo colle zanne sporgenti e le labbra accartocciate per sostenere fermamente e penzoloni gli anelli massicci pur di bronzo, dove i bastimenti danno volta ai cavi di posta in alto, tanto da poter camminare per le banchine senza inciampare a ogni passo tra i cánapi. Gli anelli ritraggono le forme consuete del cinquecento colla gemma piramidale a quattro faccie nel castone: in somma l'anello mediceo. Il getto si dice fatto da Giacopo dell'Opera, cui si pagano cento ducati a buon conto[129]. Col nome dell'Opera abbiamo notissimo tra gli artisti un Giovanni, detto pur delle Corniole, discendente di tessitori di drappi a opera, donde il soprannome della famiglia. Giovanni, morto in Firenze nel 1516, lasciò eredi i nipoti, figli di Francesco suo fratello; uno dei quali avrebbe a essere il nostro Jacopo[130].

Dunque Antonio costruiva la cinta bastionata, murava le porte, metteva gli stemmi, incastrava cogli arpesi i mascheroni, piombinava nella darsena, ristaurava il porto, la bocca e il molo grande[131]: e tanto era attaccato a quel luogo, che dopo cinque lustri continuavasi a solennizzare colà le care memorie della sua prima comparsa, scrivendo di suo pugno[132]: «Colubrina di mastro Andrea. Questa Colubrina ò fatto la prova a Civitavecchia, addì dieci ottobre 1538.»

NOTE:

[122] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cærem._ mss. cit., sub. die XIX maji MDXVII, et segg.

RAINALDUS, _Ann. Eccl._ 1517 n. 92, 96.

[123] ARCHIVIO SECR. VAT. _Leonis Pp. X, Diversor._ sub die XIX aprilis, MDXV: «_Deputatio Julii cardinalis de Medicis ad custodiam arcis Ostiæ, et arrendamentum dictæ arcis cardinali Ostiensi.... qui promisit uti et frui arbitrio boni viri, et illam tenere nomine Francisci Antonii de Noris.... Una cum omnibus et singulis munitionibus, artiglieriis, et aliis rebus per inventarium consignatis._»

[124] PARIS DE GRASSIS, cit.: «_Die prima mensis octobris MDXV Papa discessit ab Urbe versus Viterbium, Montem Faliscorum, Tuscanellam et Centumcellas seu Civitatem Veterem. Ubi cum esset nunciatum est, regem Francorum, qui nuper Mediolanum in potestatem suam redegerat, velle ad Papam personaliter cum exercitu suo venire. Unde Papa veritus ne quid novitatis in transitu machinaretur operatus est ut ipse ad Bononiam cum omni curia transcenderet._»

AMMIRATO, cit., 317: «_Non era il Pontefice senza sospetto, che il Re vittorioso non si volgesse contro Toscana e contro Roma._»

RAINALDUS, _Ann. Eccl. 1515_, n. 20 e segg.

[125] VASARI, cit., ed. Le Monnier, X, 6: «_Andando poi il Papa a Civitavecchia per fortificarla, e in compagnia di esso infiniti signori, e fra gli altri Giovan Paulo Baglioni, e il signor Vitello, e similmente di persone ingegnose Pietro Navarra, ed Antonio Marchisio.... e ragionandosi di fortificar detto luogo, infinite e varie circa ciò furono le opinioni; e chi un disegno chi un altro facendo, Antonio fra tanti ne spiegò loro uno, il quale fu confermato dal Papa e da quei signori ed architetti, come di tutti migliore per bellezza e fortezza, e bellissime ed utili considerazioni: onde Antonio ne venne in grandissimo credito appresso la Corte._»

[126] CARLO PROMIS, _Gli ingegneri militari che operarono e scrissero in Piemonte dal 1300 al 1650_, in-8. Torino, 1871, p. 22, novera tra le primitive Nizza del 1517, Piacenza del 1518, Bari del 1520, Firenze del 1523; e non fa motto di Civitavecchia del 1515 anteriore a tutte le sue primitive, e più delle altre conservata.

[127] LE STRADE FERRATE, giornale romano ebdomadario, diretto dal cav. LUIGI MANZI. Anno secondo, numeri 22 e 23, colla data della loro pubblicazione nel venti e ventisette novembre 1858. — Richiamato nel giornale _Arcadico_ di Roma immediatamente per la rivista seguente tra le varietà, e ripetuto nel primo paragrafo della mia scrittura sui bastioni di Civitavecchia colla data del 28 aprile 1860.

[128] ARCHIVIO STOR. ITAL., _Notizie artistiche_, cavate dall'ARCHIVIO SECRETO VATICANO e pubblicate da ALBERTO ZAHN, in-8. Firenze, 1867, VI, I, 184: «_Magistro Antonio da Santo Gallo, ducati quaranta, addì 15 giugno 1519, quali sono per pagare quattro pezzi di marmi a magistro Pietro Stella, per quattro arme che vanno a Civitavecchia._»

Item dal periodico di Roma, intitolato al BUONARROTI, anno 1871. Agosto, p. 246.

[129] ARCHIVIO e BUONARROTI, cit., ut sup. «Addì 27 luglio 1519 _Magistro Jacopo dell'Opera a buon conto sopra le teste di bronzo vanno a Civitavecchia, duc. 100._»