La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 10
Singol. Collett. Singol. Collett.
Scudi Scudi Parti Parti 1 Capitano 15 15 4 4 3 Nobili di poppa 4 12 2 6 1 Padrone 6 6 2 2 1 Comito 5 5 2 2 1 Piloto 4 4 2 2 1 Cappellano 4 4 2 2 2 Bombardieri 3 6 2 4 2 Sottocomiti 3 6 2 4 2 Consiglieri pilotini 3 6 2 4 1 Scrivano 3 3 2 2 14 Marinari di parte e mezza 3 42 1,5 21 14 Marinari di parte scempia 2 28 1 14 8 Compagni timonieri 3 24 1,5 12 1 Aguzzino 5 5 2 2 1 Maestro d'ascia 3 3 2 2 1 Calafato 3 3 2 2 1 Barilajo 3 3 2 2 1 Barbiere cerusico 3 3 2 2 6 Fanti di maestri 2 12 1 6 8 Provieri 1 8 1 8 2 Mozzi » » 0,5 1 1 Sergente 5 5 2 2 4 Caporali 4 16 1,5 6 10 Soldati vantaggiati 3 30 1,5 15 35 Soldati comuni 2 70 1 35
123 322 164
Per queste ragioni si consegnava al padron della galèa buona scorta di danaro; e nei depositi metteansi le provvigioni in buon dato da sopperire al bisogno, secondo la qualità del viaggio: specialmente biscotto, farine, vino, olio, aceto, carnesecca, animali da macello, polli, uova, cacio, tonnina, sardelle, riso, pasta, fave, legumi e sale, che in tutte le note di quei tempi ritornano[105].
NOTE:
[102] ARCHIVIO COLONNA, _Armata navale_, I, 201; III, 43. — Istruzioni di M. A. C. ai capitani: _«Procurerà che li soldati abbiano calzoni di velluto, per quanto sia possibile, o di panno.... et con giubboni che siano buoni.»_
[103] DOCUMENTI COLONNESI cit., I, p. 186, 231: _«Celate, Rotelle, Corazzine, Morioni.»_
[104] VEGETIUS, _De re milit._, II, 7: _«Duplares qui binas annonas consequuntur.»_
XVI. — Nel secondo capitolo si conferma il diritto del due per cento sulle merci: il qual diritto (al pari di ogni altra imposizione temporanea) impiantato una volta per ragioni eccezionali sotto Innocenzo VIII, si vede non cader più: anzi crescere col commercio e colla sicurezza del navigare, tanto che, riconosciuta la sufficienza dello stesso provento, si toglie al Capitano ogni speranza di toccare altronde stipendio maggiore. L'incremento della rendita medesima risulta dal fatto: che in principio bastava solo per mantenere una galèa, poi per due brigantini e una fusta, ed ora per due galere e due brigantini.
Possiamo raccogliere dal testo del secondo, e di più altri capitoli, la squadra di Giovanni rispondere all'ordine di triplice servigio, contro nemici, frodatori e malviventi; ciò è dire alle fazioni di guerra, di dogana e di polizia; conforme all'uso di ogni paese per quel tempo. Uso che dura tuttavia, dovunque sia minuta la forza della guardia, e ristretto il territorio da guardare.
La giunta al capitolo sesto intorno alle rappresaglie manifesta l'avanzamento della civiltà: imperciocché non si permette più al Capitano di correre sbrigliato a suo talento, ma gli si aggiugne il freno. Resta accesa la minaccia generica delle rappresaglie, come si usava nel medio èvo, e ciò per ritegno maggiore ai fautori dei ladroni; ma si toglie al Capitano l'arbitrio di procedere all'atto esecutivo, senza prima ottenere la permissione della Camera pel caso particolare. E non anderebbe lontano dal vero chi pensasse a qualche disordine precedente in materia tanto delicata, ed a qualche molestia sofferta dalla Camera, quante volte le rappresaglie siano cadute sopra innocenti, o vero sopra cotali, cui non mettesse conto di offendere.
I capitoli settimo, nono e diciannovesimo, messi insieme, ci disvelano artifizio sottile. Le galèe e i brigantini hanno a essere o proprietà del Capitano, o prestanza della Camera. In quest'ultimo caso (a punto il concreto di papa Giulio) si obbliga il Capitano di restituire ogni cosa non solamente alla fine della condotta, ma tutte le volte che ne sia richiesto. Ora al tempo stesso, non essendo congedato, deve esso subitamente del suo rifarne altrettanto; cioè aver in punto altre due galèe ed altri due brigantini. Dunque per questo semplicissimo ripiego può Giulio al bisogno duplicare le forze navali in tempo di guerra, senza portarne il peso in tempo di pace. Basta chiedere la restituzione di quattro legni per averne otto.
Appresso dal decimo capitolo si fa manifesto che i naviganti, danneggiati dai pirati e dagl'infestatori del mare, dovevano essersi rivolti al tribunale della Camera, pel risarcimento dei danni; allegando (come si può pensare) le obbligazioni del Capitano a loro favore; e forse anche il diritto acquisito col pagamento del due per cento sulle merci, titolo equivalente all'assicurazione marittima. Quindi la Camera, riconoscendo (almeno implicitamente) la giustizia della domanda, e volendo alleviarsi di questo peso, lo carica tutto sulla capitanìa della guardia. Il deposito, la sicurtà, i millecinquecento, tutto a carico del Capitano pel risarcimento altrui.
Il rimedio contenuto nel capitolo decimoterzo disvela una taccherella precedente, vale a dire che i signori Capitani della guardia per maggior lucro attendevano talvolta ai trasporti ed al traffico. La tentazione doveva esser forte, perchè in quei tempi i mercadanti difficilmente confidavano ad altri il carico delle merci preziose, massime delle seterie, se non a bastimenti militari; e ciò pel pericolo gravissimo dei pirati. L'uso era già comune tra regnicoli, siciliani e genovesi. Ma in Roma papa Giulio non ne volle udir verbo, e proibì ogni maniera di noleggio sotto la pena di duemila ducati: e ciò con molta ragione. Imperciocché, messo che siasi ai noli, il Capitano non può liberamente tenersi in crociera, ma deve andare diritto or qua or là per togliere e portare le merci verso i luoghi assegnati: di che facilmente potendo venir saputo ai nemici, si lascia loro il campo libero di gettarsi nella parte indifesa per rubare, frodare, o manomettere a man salva. Ed anche supposto lo scontro, il Capitano di traffico non può combattere speditamente, come si richiede; sia per la distrazione dei pensieri, sia per l'ingombro del carico. Questo capitolo, nuovo di pianta, spiega meglio a parer mio la perdita e la fuga delle due galere, e la disgrazia del capitano Baldassarre nell'estate del nove, come ho detto. Or qui tra Baldassarre e Giovanni vuolsi notare che al figlio si dà soltanto il titolo di Prefetto, per non menomare l'autorità del padre: e quando pur negli ultimi capitoli il notajo lascia correre la voce di Capitano, subito la spiega e restringe, appiccandole allato l'interpretazione limitativa alla sola prefettura della guardia permanente. Giovanni istesso nella firma prima segna assolutamente nobile genovese, poi circoscrive il capitanato alla prefettura, e il generalato alla guardia della spiaggia.
Sotto pena anche maggiore, e meglio diremmo massima, di ducati diecimila, si obbliga Giovanni pel capitolo decimoquinto a tenersi sempre bene armato, e col pieno della gente, e pronto a dar la mostra in ogni luogo e tempo che verrà richiesto, perchè non abbia mai a prendere fidanza di poter nascondere la sua diffalta.
Pel caso di guerra viva, papa Giulio tempera nel suo capitolo decimosettimo il tenore assoluto del decimoquinto di papa Alessandro. Si ripete nell'uno e nell'altro l'obbligo del Capitano di tenere per amici e per nemici gli amici ed inimici di sua Santità; ma Giulio ci aggiugne il nome della santa romana Chiesa. Con ciò fa manifesto di volere amicizie ed ostilità giustificate da ragioni di ordine superiore alla personalità privata.
L'uso antichissimo del condannare i malfattori alla pena del remo viene espresso nel capitolo decimottavo, con una giunta straordinaria. Si tratta di mettere a remigare per un anno anche i condannati a morte; ai quali senza ingiuria pensavano di poter concedere un anno di vita, perchè alla società oltraggiata dai loro misfatti venisse compenso con qualche servigio di pubblica utilità. Trapela eziandio dal capitolo medesimo alcun disegno non totalmente maturo del legislatore intorno a questa materia: e si potrebbe forse pensare alla commutazione della pena; sì veramente che gli sciagurati nell'annata dessero qualche segno di resipiscenza, e qualche speranza di miglior costrutto. Il numero totale della ciurma in ciascuna galèa risulta dal capitolo vigesimosecondo pei numeri settanta più ottanta, che fanno cencinquanta rèmigi: dunque a tre per remo, ciò è dire tre persone per ogni remo lungo, armato a terzeruolo. Misera la condizione dei rematori nella galèa: notte e giorno in catena, e costretti col nerbo a gravissime fatiche. Loro alloggiamento tra i banchi, unico riparo dalle intemperie la tenda, quando pur poteasi fare: niun soldo, vestito simile ai bonavoglia, come dirò altrove; e per vitto giornaliero tre libbre di biscotto e una minestra di fava all'olio. Dicevano bene que' signori dell'istrumento che altrettanto valeva la pena di morte.
Finalmente gli ultimi capitoli mostrano chiaro come ogni stato presso alla riva del mare, grande o piccolo che sia, ha bisogno continuo di forze navali; non solo per la difesa delle persone e per la tutela delle leggi, ma anche per quei molteplici servigi, che nello strumento si comprendono sotto la generica denominazione di missioni straordinarie.
NOTE:
[105] ARCHIVIO CAMERALE DI ROMA, del quale dirò appresso, lib. VI, nota 10.
ARCHIVIO DI STATO IN FIRENZE, sezione Medicea, doc. inedit. Fabbrica e costo delle galèe, scrittura del principe di Piombino don Alfonso d'Appiano, al granduca Francesco, con data da Cavinana, 2 luglio 1574, etc. p. 130 e segg.
BIBLIOTECA BARBERINIANA IN ROMA, Mss. inedito, segnato LVIII, 19, e intitolato: «_Nota di quanto costa una galea_, ecc.» p. 12.
ITEM, cod. LV, 23: _«Stipendî che al presente si danno agli ufficiali ed altra gente delle galere di Nostro Signore.»_
ITEM, ibid.: _«Provvisioni che si devono dare agli infrascritti delle galere di Nostro Signore. Data del 6 aprile 1622, firmato cap. Camillo Nardi, m. propr.»_
[3 Maggio 1512.]
XVII. — Fra le quali spedizioni sarebbe stata sommamente importante e desiderabile la mossa del Capitano e de' bastimenti di Roma, cogli altri delle potenze cristiane, contro i temerarî di Costantinopoli per arrestarne l'invasioni; o almeno contro i pirati dell'Arcipelago dello Jonio e dell'Africa per ricuperare i legni perduti e per disciogliere le catene alle migliaja dei Cristiani miseramente gementi nella schiavitù. Di là voci arrochite nel pianto, e lettere vergate da livide mani chiedevano soccorso; di qua ogni cuor generoso rincalzava le stesse risposte: ed i padri del concilio convocato da papa Giulio al Laterano, fin dalla prima sessione, tenuta a tre di maggio, proponevano l'alleanza dei fedeli contro gl'insulti perpetui, spietati e insopportabili del nemico comune. Uno dei vescovi, interprete degli altrui desiderî, e costretto dal proprio dovere, alla presenza del Pontefice e di tutto il solenne consesso, così favellava in quel giorno[106]: «Certamente senza sospiri, senza lacrime e senza il massimo cordoglio non posso rammentare io, non che esprimere, l'oltracotanza, l'immanità e la rabbia dei Turchi.... Non entro nel pelago dei mali da noi patiti pei tempi passati, dico soltanto di ciò che adesso soffriamo.... Frequenti gl'insulti di guerre ingiuste, continue le scorrerie di ladronecci disumani: i figli strappati dalle braccia dei genitori, i bambini dal seno delle madri, le spose violate al cospetto degli uomini, le vergini tratte a barbariche libidini, i vecchi come inutile ingombro sgozzati in mezzo alla famiglia, la gioventù come giumenti condannata alla gleba. Queste nequizie non ho letto io nelle carte, nè mi sono state raccontate da altri. Io stesso, io continuamente le vedo. Io dalle mura di Spalato, mia sede arcivescovile, osservo i ladroni a torme saccheggiare i borghi, e mettere a soqquadro le campagne col ferro e col fuoco, e menar cattivi in gran numero i figli miei dell'uno e dell'altro sesso, che son pur figli vostri, o Padre beatissimo. Le stesse scelleratezze nei loro distretti provano i miei dodici suffraganei. E se volete altri testimoni, maggiori di ogni eccezione, eccovi qui dinanzi i vescovi dell'Ungheria, e l'amplissimo primate di quel regno infelice; essi vi dicono altrettanto.... Spesso spesso siamo costretti, ed io misero altresì, sospendere a mezzo gli ufficî divini, uscir dalla chiesa, deporre la cappa, vestire di piastra e di maglia, e correre alle porte per confortare il popolo afflitto, per fargli cuore, e per condurlo contro i nemici assetati del nostro sangue.»
[21 febbrajo 1513.]
A questi sentimenti espressi dalla bocca dei padri rispondevano i popoli, plaudivano i Romani, massime quelli che ricordavano la impresa di Santamaura o per fatto proprio o per domestica tradizione. La grande alleanza e la mossa generale contro i tiranni di Costantinopoli, e contro i pirati di Barberia, nel cuore e sulle labbra di tutti, parevano imminenti: e Giulio istesso se ne mostrava ed erane al pari di ogni altro fervidamente desideroso[107]. Ma io son costretto a troncare il discorso e a tacermi, sì come improvvisamente si tacque papa Giulio la mattina del ventuno di febbrajo, itone il magnanimo spirito in luogo più conforme alla sua grandezza. Rotte le pratiche, sospeso il concilio, aperto il conclave, finito il capitanato di Baldassarre. Nel congedarmi da lui, secondo le convenienze, vorrei almeno di volo toccare i fatti successivi della sua vita privata e pubblica nella sua patria: ma ogni ricerca essendomi tornata vana, mi bisogna senz'altro star contento a ricordare la stima da lui goduta nella corte di Roma, finchè visse il suo protettore e concittadino. Ma di Giovanni suo figlio, e di Antonio suo congiunto, i quali nella squadra permanente e nella riserva continuarono a militare tra noi anche dopo l'elezione del nuovo Pontefice, farò menzione, come verranno, sotto il supremo comando dell'altro Capitano che darà il nome al terzo libro.
NOTE:
[106] ACTA _Concilii Lateranensis quinti generalis novissimi sub Julio II et Leone X celebrati; in Collect. Concilior._, edit. a Labbeo et Cossartio, in-fol. Venezia, 1732, XIX, 700: _«Sessio prima, die III maji MDXII. — «Bernardi Zane archiepiscopi Spalatensis oratio habita in prima sessione, præsente Julio II P. M.»_
[107] PAOLO GIOVIO, vescovo di Nocera, _Consiglio intorno al modo di fare l'impresa contro infedeli, secondo la consulta fatta dal Papa_, in-4. Venezia, 1608. Traduzione di M. LODOVICO DOMENICHI, in fine _alle Storie_.
LIBRO TERZO.
Capitano Paolo Vettori, marchese della Gorgona. [1513-1526.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Il secolo di Leon decimo. — La casa Vettori, e il capitano Paolo. — Notizie e ritratto (15 marzo 1513).
II. — La darsena di Civitavecchia. — Proposta di cavarla a certa profondità. — Documento. — La marèa. — Lavori di Bramante, e scandagli del Sangallo (dicembre 1513).
III. — Le squadre del Vettori, del Biassa e del Bonarelli (1514). — Bombardieri e castellani. — La rôcca d'Ostia concessa al cardinal Riario (aprile 1515).
IV. — La dieta per fortificare Civitavecchia. — Disegni autografi di Antonio da Sangallo per la prima volta dichiarati. — Lavori al porto e alla darsena (ottobre 1515).
V. — Scorrerie del pirata Curtògoli. — Armamento della spiaggia. — Lettere di Leone. — Pratiche di alleanza contro i pirati (aprile 1516).
VI. — Spedizione in Africa. — Galèe romane, liguri e francesi sotto Federigo Fregosi, e bandiera papale. — Assalto a Biserta — Presa di una galèa nello stagno di Tunisi. — Corsa infino alle Gerbe. — Liberazione di Cristiani, e acquisto di piccoli legni (agosto 1516). Rivaggio e Paraggio.
VII. — Conseguenze della spedizione. — Lettera del re di Tunisi. — Disegni del pirata Curtògoli contro Cristiani e Musulmani. — Comincia il dominio de' pirati nell'Affrica. — Viaggetti di Papa Leone presso alle marine. — La Magliana. — Ritorno di Curtògoli, e agguato contro papa Leone (ottobre 1516).
VIII. — Epidemia in Civitavecchia pei fanghi della darsena. — Morte del giovane Pier Vettori (1517) — La nostra capitana presa dal pirata Gaddalì con dodici fuste (settembre 1518).
IX. — Prigionia e riscatto di Paolo Vettori (dicembre 1518). — La nostra galèa diviene capitana di Gaddalì. — Combattimento del Doria alla Pianosa. — Riscossa la galèa, e imprigionato Gaddalì (22 aprile 1519).
X. — Francesco, Carlo, e Solimano. — Disegni dei Turchi contro Rodi. — I galeoni col Vettori in soccorso di Rodi. — Crociera per quei mari, e acciacco di pirati. — Documento (1520).
XI. — Leone e Carlo contro Francesco. — Armata in Civitavecchia per isbalzare i Francesi da Genova. — Fazioni di mare. — Sbarco di milizie. — Acquisti di Lombardia. — Feste alla Magliana. — Morte di Leone (1 dicembre 1521).
XII. — Adriano VI (9 gennajo 1522). — Il Vettori colle galèe in Spagna per condurlo a Roma. — Navigazione da Tortosa a Barcellona. — Rotta e dirotta. — La scia e la prora fluida. — Diffidenze degli Spagnuoli. — La notte e l'astronomia nautica. — Il Doria a Monaco (13 agosto 1522).
XIII. — In alto mare. — Fuga dei pirati, liberazione di una nave. — A Genova, a Livorno, a Portercole (26 agosto 1522).
XIV. — La notte sull'àncora. — Ingresso in Civitavecchia (27 agosto 1522). — Fisonomia di Adriano. — Visita alle fortificazioni. — Ricordo delle Celle navali. — Partenza per Ostia. — Arrivo a Roma. — Richieste per Rodi (28 agosto 1522).
XV. — Le fortificazioni di Rodi. — Basilio da Vicenza, e le tre scuole degl'ingegneri militari. — Lavori di Basilio in Rodi. — Le altre difese di quella piazza (1520-1522).
XVI. — Mossa dei Turchi contro Rodi. — Armata ottomana, e squadre dei pirati. — Disegni del Bartolucci contro di loro. — I Cavalieri alle poste. — Novero dei difensori (26 giugno 1522).
XVII. — Il Martinengo e i suoi allievi in Rodi. — Batterie convergenti e radenti. — Ripari, e lavori di terra. — Fuochi lavorati e polverificio. — Contrammine preventive e occasionali. — Ferito il Martinengo di _chirioboarda_ (luglio-novembre 1522).
XVIII. — Artiglieria turchesca. — Bombarde e basilischi. — Palle di pietra, di ferro e di bronzo. — Il rimbalzo e i portelli a ribalta. — Mortaj e bombe. — Mine dei nemici. — Cavalieri di campo. — Uccellamento alle cime. — Assalti, mortalità, capitolazione (20 dicembre 1522).
XIX. — La partenza da Rodi e l'ultimo squillo della tromba (1 gennajo 1523). — I Cavalieri verso Roma. — Il Vettori incontro. — Il Grammaestro in Civitavecchia (agosto 1523). — Convento, spedale, marineria. — Morte d'Adriano, elezione di Clemente, e trattati dei cavalieri (settembre-novembre 1523).
XX. — Paolo Vettori confermato da Clemente VII. — Capitoli della condotta (12 dicembre 1523).
XXI. — Confronto tra questo ed altri simili documenti. — Il numero dei combattenti. — Castellania e capitanato. — Servizio di guerra, dogana e polizia. — Prede, risarcimenti, e memorie perdute. — Rappresaglie annullate. — Articolo del contaggio (1524).
XXII. — Molestie del pirata Giudèo. — La squadra nostra e la gerosolimitana contro di lui. — Presigli due bastimenti, e affrancati gli schiavi (giugno 1524).
XXIII. — Le due squadre in Spagna col Grammaestro e col Legato (25 giugno 1525). — Prigionia e liberazione del re Francesco (gennajo 1526). — Lega contro l'Imperatore (22 maggio 1526). — Missione di Paolo Vettori e sua morte (26 maggio 1526).
LIBRO TERZO.
CAPITANO PAOLO VETTORI,
MARCHESE DELLA GORGONA.
[1513-1526.]
[15 marzo 1513.]
I. — Quanto vi avea di grande nelle scienze, nelle lettere e nelle arti per tutta l'Italia, in un'epoca straordinariamente feconda di belli ingegni, quasi tutto al principio del secolo decimosesto erasi raccolto in Roma: però papa Leone, eletto ai quindici di marzo del 1513, non ebbe a durare gran fatica per mettere a festa la sua corte col primo fiore delle dotte e virtuose persone del tempo. Suoi secretarî il Bembo e il Sadoleto, suoi teologi il Silvestro ed il Gaetano, suoi pittori Raffaello e Giulio, suoi architetti il Sangallo e Michelangelo; e suo capitano sul mare, mi sia presto concesso questo passaggio, il nobile Paolo Vettori, pari a chiunque nella grandezza dell'animo, nella gagliardia del braccio e nella perizia dell'arte nautica[108].
La famiglia dei Vettori, ammessa a tutti gli onori della repubblica fiorentina, prima che si tramutasse in Roma col titolo del marchesato, fioriva in questi tempi per uomini eminenti nelle lettere e nelle armi, tutti apertamente seguaci della fortuna trionfante di casa Medici: Piero il giovane, sommo filologo del suo tempo[109]; Piero il vecchio, celebrato per senno politico e per la molta perizia nelle lettere latine e greche; il nome di Francesco ritorna ad ogni pagina delle storie patrie, dalla cacciata di Pier Soderini, fino all'elezione del duca Cosimo; e il nome di Paolo, secondogenito di Piero il vecchio e fratello di Francesco, spicca a gran rilievo nelle vicende di Roma durante il pontificato di Leone, d'Adriano, e di Clemente. Sollevato dai favori e dagli encomî singolarissimi della casa e dei partigiani de' Medici; ed altrettanto depresso dal biasimo degli avversarî, può essere chiamato ad esempio della sorte comune di chiunque entra troppo nei partiti, e con questo corre diversamente accagionato nei giudizî degli uomini e delle storie. Due sole cose di lui tuttafiata amici e nemici a vicenda confermano: l'eccellenza di marino, e l'intrinsichezza di confidente appo il cardinal Giovanni dei Medici. Il quale, divenuto Papa, anche nella sublimità del nuovo grado, continuò a comunicare con lui i suoi pensamenti: e sapendo quanto poteva ripromettersi dal valore di un uomo non solo da discorrere, ma da operare fortemente, datogli subito il capitanato delle galèe, lo mandò con questo titolo a Torino, compagno di Giuliano suo fratello per le nozze con Filiberta di Savoja.
Paolo era nei trentasei anni: sottile e rubizzo della persona, fronte sporgente, ricca e crespa capigliatura all'occipite, rada alla sommità, naso affilato e non breve, piccoli mustacchi, poca barba, alto il ciglio, e lo sguardo acutissimo e penetrante come di succhiello. Restaci il suo ritratto inciso in gran foglio tra le immagini degli uomini illustri della Toscana, vestito di ricca armadura, il bastone del generalato sotto al braccio, bussole, rombi, compassi, e carte marine sur un trespolo, ed egli presso il verone fisso cogli occhi al mare, alle galèe ed agli stendardi dalle chiavi incrociate. Sotto vi è scritto[110]: «Paolo Vettori, capitan generale delle galèe della Chiesa nel pontificato di Leone X, Adriano VI, e Clemente VII; dalla corte di Roma e dalla repubblica fiorentina spedito al campo imperiale di Lombardia. Nato nel 1477, morto nel 1526.»
Più altre notizie di lui ci fornirà la storia scritta dal fratello, recentemente pubblicata con molte annotazioni nell'Archivio storico di Firenze[111]: e ricchissima mèsse avremmo potuto raccogliere dall'archivio privato dei marchesi Vettori di Roma, se i moderni discendenti ed eredi avessero saputo custodire quel tesoro di lettere e di corrispondenze originali, che ora non si sa dove sia perduto[112].
NOTE: