La guerra dei pirati e la marina pontificia dal 1500 al 1560, vol. 1
Part 1
LA GUERRA DEI PIRATI
E LA MARINA PONTIFICIA DAL 1500 AL 1560
PER IL P. ALBERTO GUGLIELMOTTI DELL'ORDINE DEI PREDICATORI, TEOLOGO CASANATENSE.
VOLUME PRIMO.
FIRENZE. SUCCESSORI LE MONNIER. 1876.
PROEMIO.
Gli Storici latini hanno chiamato Piratica la guerra combattuta sul mare da Pompeo il Grande contro gli schiavi della Cilicia, ribelli alle leggi ed alla maestà del popolo romano; ed ora sono io che penso attagliarsi dirittamente al mio proposito l'esempio e l'aggiunto medesimo per distinguere il presente dagli altri miei lavori, e per compendiarne a un tratto l'unità. All'epoca che ormai tocca la presente narrazione, tutto il corpo dei nostri marini nella difesa della civiltà e della religione dispiegano e mantengono costante e principale l'assunto di reprimere gli attentati della grande pirateria musulmana, divenuta gigantesca a pubblico danno del popolo cristiano, durante il periodo de' sessant'anni, pe' quali adesso dovremo trascorrere: per ciò questa parte della mia storia, come è singolarmente intesa a seguire passo passo i fasti dei maggiori Capitani nel tempo e nello scopo prescritto, così vuole starsene da sè; e insieme vuole mantenere il legame di prima origine e di finale intendimento cogli altri miei volumi. In somma lo scritto sulla guerra dei pirati, secondo sua entità individua, e, presso che non dissi personale, tratta a nome suo dei fatti suoi; e come membro di maggior famiglia prenderà il posto nell'ordine convenevole tra gli antecessori e i susseguenti, e formerà insieme cogli altri volumi una sola storia della Marina e del suo svolgimento in ogni parte, tenuto sempre fermo l'addentellato sulla marina romana. Di questa, tra tutte a me più nota e più vicina, ho potuto meglio da cima a fondo studiare le vicende; ed essa, comecchè di ogni altra infino ad ora la più negletta, continuerassi nel servigio delle più avventurose, e nella risoluzione dei problemi storici, tecnici e filologici, dovunque occorra cessare oscurità e dubbiezze pel vasto argomento. I nomi degli Orsini, dei Salviati, degli Sforza, e di altrettali campioni, che daranno il titolo agli otto libri seguenti, entrano mallevadori intorno alla importanza del subbietto: il quale per questo non si resterà sempre circoscritto negli angusti termini delle nostre spiagge, ma a buon diritto anderà cercando anche da lungi le imprese navali di maggior momento più che altri in genere non penserebbe oggidì, e certamente più che taluno non vorrebbe consentire, se non fossevi condotto e ritenuto dalla pienezza delle testimonianze, donde è la forza del mio discorso. Gli estratti degli scrittori contemporanei, e i documenti degli archivi, non per lusso, ma per necessità introdotti nel testo e nelle note, faranno di scusare le altrui ricerche, di togliere le difficoltà, di chiarire i fatti: e l'abbondanza delle prove mi confido di vedere dai lettori non tanto menata buona, quanto efficace a sdebitarmi pur di qualche negligenza nelle scritture mie per la distrazione perpetua della mente verso le cifre e le citazioni delle altrui. Non mi dilungo nel proemiare: ringrazio i benevoli, riconosco i favorevoli, osservo i critici; e del resto nel corpo della storia, quando il destro me ne verrà maggiormente spontaneo ed evidente, darò miglior conto delle mie ragioni, e volgerò come si deve risposte proporzionali alla cortesia delle domande.
_Di Roma, alla Minerva, Casa generalizia dei Domenicani, 31 dicembre 1875._
P. ALBERTO GUGLIELMOTTI, O. P.
LIBRO PRIMO.
Capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano. [1500-1503.]
SOMMARIO DEI CAPITOLI.
I. — Introduzione. — Origine della pirateria musulmana. — La grande pirateria. — I maggiori pirati del cinquecento ammiragli dell'Impero e sovrani nell'Africa. — Ragioni e titolo di questi due volumi.
II. — L'anno del giubileo (1500). — Disegni di crociate contro i Turchi. — Il capitan Lodovico del Mosca e la guardia del mare. — Il capitano Mutino. — Costruzione di galere in Civitavecchia (1501).
III. — Compra di artiglierie, e documento. — Durano le bombarde. — I carri di munizione al triplo delle bocche da fuoco. — I tromboncini di marina. — La Metraglia.
IV. — Sotto colore di crociata i Francesi a Metellino e gli Spagnuoli alla Cefalonia (1501). — Lustre, non mine. — Le due armate danno in Italia, cacciano re Federigo, pigliano il Regno, che resta alla Spagna.
V. — Cesare Borgia. — La marineria nelle guerre intestine (maggio 1501). — Assedio di Piombino. — Il Mosca piglia l'Elba e la Pianosa. — L'Appiano fugge. — Il Borgia, tornato da Capua, entra in Piombino e lo fortifica (agosto 1501). — Suoi architetti, il Sangallo e Leonardo.
VI. — Viaggio di Papa Alessandro (febbrajo 1502). — Sei galèe, due galeoni, ed altri legni. — La rôcca di Palo e di Civitavecchia. — Il palazzo del Vitelleschi a Corneto. — Le provvigioni di Castro. — Navigazione a Piombino (febbrajo 1502).
VII. — All'Elba per due giorni. — Ritorno, tempesta, e disagi per quelle maremme. — All'Argentaro. — Il Deflusso alla spiaggia di Corneto, e la Deriva. — Rifugio a Portercole. — Ritorno in Roma (marzo 1502).
VIII. — Morte del capitano Mosca (29 marzo 1502). — Funebri onori. — Lapida. — Continuazione dell'anno e del libro sotto il nome dello stesso Capitano.
IX. — Armamento contro i Turchi, sei galèe di Civitavecchia, due di Ancona, altre assoldate in Venezia (aprile 1502). — Giacopo da Pesaro e Angelo Leonini: Documenti. — Congiunzione dei nostri coi Veneziani.
X. — Il capitano Cintio Benincasa e i suoi antenati. — Portolani e cartografi anconitani. — La declinazione della Bussola segnata primamente da loro. — Lettere e risposte (luglio 1502).
XI. — L'isola e fortezza di Santamaura. — Il salto di Saffo. — Presidio di milizia regolare e di pirati.
XII. — Piano di attacco. — La divisione romana nel canale. — Battute dodici galeotte di pirati. — Occupato il ponte e il borgo. — Investita la piazza (23 agosto).
XIII. — I Veneziani dall'altra parte a chiudere il circuito. — Il soccorso ributtato da quattro galèe romane. — Proposizioni di resa, e rotta di pirati. — Occupata la piazza e il castello (29 agosto).
XIV. — Lettera del nostro Commissario. — Ritorno del capitano Cintio. — Dissidî dei principi cristiani. — Notizie dell'espugnazione. — Parte principale sostenuta dai Romani (15 settembre).
XV. — Considerazioni sulla offensiva. — Sfratto dal mare all'armata nimica. — Scelta del punto d'attacco in terra. — Divisioni convergenti. — Marcia di fronte. — Vantaggio sui passi coll'artiglieria dal mare. — Ciascuno al suo posto.
XVI. — Differenza tra corsaro e pirata. — E tra milizia regolare e piratica. — La forca ai pirati.
XVII. — Le fortificazioni nuove di Santamaura. — Ingegneri di Roma e di Venezia. — Fortezze di nuova forma nel principio dell'arte nuova.
XVIII. — Tutti contro il Turco, a parole. — Disegni sopra Costantinopoli, resi vani dalle guerre dei Francesi e degli Spagnuoli nel Regno. — La mina a Castel dell'Uovo: ripetizione dall'originale e primitivo magisterio del Martini. — Morte di Alessandro VI, e precipizio di Cesare Borgia (18 agosto 1503).
LIBRO PRIMO.
CAPITANO LODOVICO DEL MOSCA,
CAVALIERE ROMANO.
[1500-1503.]
I. — Facendomi a scrivere della guerra piratica, combattuta sul mare pel continuato periodo di sessant'anni, anche dai nostri capitani, con grande dimostrazione di virtù, ed altrettanto splendore di nobili ammaestramenti, mi bisogna alla prima ricordare come per gli stessi principî fondamentali del Corano gli Islamiti di ogni luogo e di ogni tempo si sono messi alle guerre di invasione, ed alle guerre di piraterìa. L'abominio contro la civiltà del Vangelo, la propagazione della loro setta colla spada, e la cupidigia dell'altrui, dovevano senz'altro menare i seguaci di Maometto nella Siria, nell'Egitto, nella Grecia, nell'Ungheria, nella Polonia, sotto Buda e sotto Vienna, alle battaglie campali ed agli assedî; e similmente gli stessi principî avevano a spingere la bordaglia moslemica per tutti i mari sbrigliatamente ai ladronecci. Costoro, contro dei quali adesso in specialtà avremo a fare, sulle riviere marittime in privati conventicoli adunavansi, sceglievano a libito i condottieri, costruivano legni da corso, metteansi al remo e alle armi, entravano sui passi, ed ora coll'arte, ora cogli inganni, ora colla violenza ghermivano quanto lor si parava dinanzi, bastimenti, merci, danaro, persone, e tutto facevan proprio e divideansi nei loro paesi, in parti proporzionali alla ribalderia di ciascuno. Scendevano ancora soppiatti nelle nostre campagne, tramavano insidie ai grandi personaggi; come a papa Leone per le campagne Laurentine, al duca di Savoja sulle coste di Villafranca, al grammaestro Lilladamo sulla via di Rodi, ed alla celebre Giulia Gonzaga nella villa di Fondi. Ad ogni modo davano sul bestiame, sulla gente del contado, massime se femmine o fanciulli. Di qua tra noi lacrime, incendî, rovine mettevano; di là nei loro serragli prede sempre maggiori menavano: tanto che non era nell'Africa così misera cittaduzza, che non avesse tre, cinque e più migliaja di Cristiani in durissima schiavitù condotti a mercato dai ladroni. I quali senza legge, senza patenti, senza tribunali, senza pietà, contro il giure di natura e delle genti, persecutori perpetui tanto dei nemici che degli amici, non erano solamente corsari, come alcuni dicono adesso, sì veramente pirati e ladroni di mare, come gli chiamavano i popoli e gli scrittori di allora; se ne togli quei pochi di Francia e di Venezia, che per diversi rispetti di pace o di alleanza, costretti talvolta a dissimulare, davan loro del corsaro, e non intendevano di meno parlare di pirati, descrivendone le opere ladre. L'evidenza dei fatti rimena al giusto il significato della lusinghiera parola[1].
Non dico per questo che la piraterìa sia uscita improvvisa e tutta armata dal centro del secolo decimosesto: anzi pei fatti e pei principî che ho posti qui ed altrove, si può facilmente intendere quanto pertinace e quasi congenita abbia a dirsi cotesta magagna in tutte le razze musulmane, tanto che non si è mai potuta totalmente estirpare nel Mediterraneo, se non di fresco colla presa di Algeri: nondimeno è pur noto nella storia, e qui meglio si vedrà, che la principale epoca della grande piraterìa corse terribile nel mezzo del secolo decimosesto, quando ai ladroni fu dato salire sui troni di Barberia e diventare ammiragli di Costantinopoli. Cotesta grandezza sul capo di coloro che pubblicamente infestavano il mare per proprio mestiere, non si incontra costante in verun altro tempo, nè prima, nè poi; ma solamente nel periodo dove siamo per entrare col nostro discorso. Vedremo gli stessi Imperatori ottomani, nella briga di sottomettere l'Africa settentrionale, e di cacciarne le antiche dinastie degli Arabi, portare innanzi costoro ugualmente rapaci e bugiardi a danno dei Cristiani, che degli Islamiti. Pensate uomini arcigni e scalzi, colle mani incallite sul remo e col dorso incurvato sotto al fardello, i quali nondimeno levano lo sguardo e le speranze infino ai troni: essi si chiamano Camalì, Curtògoli, Gaddalì, il Moro, il Giudèo, Cacciadiavoli, Oruccio, Barbarossa, Moràt, Dragutte, Scirocco, Luccialì; surti tra le brutture della plebe, qualcuno rinnegato, altri fellone, e tutti schiume di ribaldi, che nel secolo decimosesto avranno a essere sovrani di Algeri, di Tunisi, di Tripoli, di Tagiora, di Alessandria, e delle isole maggiori dallo Jonio alle Gerbe; ed oltracciò tutti ammiragli o comandanti di squadra nell'armata dell'imperio ottomano. Pensate che contro a costoro, sovente nelle piccole avvisaglie e talora nei grandi fatti d'arme, coi nostri capitani ed alleati avremo a sostenere durissima lotta per salvare la civiltà cristiana dalla barbarie moslemica, e così farete ragione al titolo e all'argomento del presente volume.
La fortuna nei sessant'anni non ci fu sempre propizia. Sei volte noi affrontammo le maggiori forze dei nemici; e con tre splendide vittorie ottenute presso alle muraglie di Corone, di Tunisi, e di Afrodisio, toccammo tre grossi rovesci nelle acque della Prèvesa, di Algeri, e delle Gerbe; e saremmo rimasti lì colla peggio, se non fosse venuta dappoi la settima giornata di Lepanto a rilevarci. Dirò dei grandi e dei piccoli successi, tirando fuori anzi tutto i particolari meno conosciuti dei capitani di Roma, col nome dei quali divido in otto libri la mia storia. Ma non intendo tanto strettamente tenermi contro i pirati, che non abbia a riferire qua e là gli altri fatti attenenti alle nostre marine, e allo svolgimento dell'arte nautica e militare, e similmente ai viaggi lontani ed alle guerre vicine, sieno desse state gloriose o no. Pesami l'incontro di nojose brighe, proprio nei primi decennali del mio racconto: nè ciò tolgasi a mal grado il lettore, che io non potevo cominciare dove mi tornasse meglio, ma donde ho lasciato nei miei libri del Medio èvo; e non posso ora narrare a libito, ma devo mettere in ordine gli avvenimenti come seguono, secondo il tempo. Andiamo innanzi con franchezza, chè ogni cosa provvedutamente verrà al suo punto; e l'argomento principale, a grado a grado rilevandosi, campeggerà tra gli accessorî, che non si potevano omettere senza sconcio. Basta di ciò: e per menomare il fastidio di chi legge e di chi scrive valga la varietà intorno all'unico subbietto, e lo stile rispondente alla materia. Andremo talora a basse vele sul margine del lido, e ci gitterem talvolta in alto mare sulla cresta dei marosi, come ci menerà la fortuna, seguendo sempre per filo il nostro cammino.
NOTE:
[1] LEO Pp. X, _Duci et decurionibus Genuen._ ext. ap. BEMBO, _Oper. omn._, IV, 104: _«Appulisse ad Italiæ insulas et littora vobis vicina punicam piratarum classem nunciatum est.... diripere, depopulari, etc.»_
ITEM, ibid. 110: _«Morte mulctandos piratas si capiantur.»_ et p. 142: _«Piratæ pœni captivum fecerunt Paulum Victorium.»_
ISTHUANFIUS, _De rebus hungaricis_, lib. XI: _«Hariadenus princeps piratarum, ac mauri turcique prædones littora Hispaniæ atque Italiæ excursionibus atque rapinis reddunt infesta.»_
PRUDENCIO SANDOVAL, _Vida y hechos del emperador Carlos V_, in-fol. Pamplona, 1634, t. II, p. 143, A, in fin.: _«Dragut no estava en las treguas; y era un pubblico ladron que andava a toda ropa.»_
MALIPIERO DOMENICO, _Annali Veneti_, nell'_Arch. Stor. Ital._, VII, II, 648: _«È sta fatto più volte querela a Costantinopoli dei danni che fa' i corsari alle cose nostre.... de può tutti quelli che sono andati a portar presenti al signor Turco, tutti ha habù provision, et è stà fatti so' capitani.»_
[1500.]
II. — Eccoci all'anno secolare del giubileo, quando gli spirituali propositi, e i religiosi pensamenti, e le visite ai santuarî di Roma, rinfocolavano in ogni parte del mondo cristiano gli antichi disegni delle crociate, a propria difesa contro le perpetue infestazioni dei Musulmani. I naviganti, i pellegrini, e chiunque andava e veniva da lontane parti per le vie del mare, più frequentate allora delle vie di terra, diceva lo sgomento e le molestie patite dai pirati; e tutti speravano nell'alleanza proposta ai principi cristiani da papa Alessandro.
Le speranze parevano toccare alla certezza, niuno potendosi persuadere che non si dovesse venire ai ferri per una impresa tanto necessaria, e da tutti desiderata, alla quale dicevano volersi mettere col massimo delle forze i sovrani di Francia e di Spagna; oltre agli Ungheri ed ai Polacchi, che già con grand'animo combattevano contro le orde di Bajazet, ed oltre ai Veneziani che nei mari di Levante più che mai valorosamente difendevano dal medesimo tiranno i loro possedimenti. Le cose erano tanto innanzi nei congressi di Roma, che papa Alessandro spediva il diploma di capitano generale dell'armata cristiana al grammaestro di Rodi e cardinale di sant'Adriano, Pietro d'Aubusson, uomo di gran valore e di sommo accorgimento[2]: ed il futuro maestro delle cerimonie papali componeva la formola delle orazioni da recitare nella distribuzione delle Croci, e nella benedizione del comune stendardo della lega[3].
I trattati della spedizione generale contro i Turchi correvano per le corti lontane e pei tempi futuri sopra quei fondamenti che in breve vedremo; e insieme insieme crescevano le provvisioni vicine per assicurare le spiagge e per reprimere le minute infestazioni dei pirati. La squadra della guardia, ordinata fin dall'anno precedente con quei capitoli che altrove ho pubblicati, pel concorso grandissimo dei pellegrini in quest'anno, aveva ricevuto rilevante incremento: quanto al numero era salita dai tre ai dodici legni; ciò è dire tre galèe, tre brigantini, tre fuste, due galeoni, e una baleniera[4], la cui comparsa vedremo tra poco nelle acque dell'Elba; e quanto alle persone, era venuto al supremo comando, come uomo di maggior fiducia, il capitano Lodovico del Mosca, cavaliere romano, di antica e nobile famiglia, ora estinta: giovane di alti spiriti e di molta perizia nelle cose del mare, cui nulla sarebbe mancato per farci rivedere in tutta la chiarezza il pristino vigore del sangue romano, se avesse potuto vivere più lungamente in tempi migliori[5]. Il Mosca col suo collega Lorenzo Mutino si tenne tutto l'anno in crociera dall'Argentaro al Circèo, e per le isole vicine di Toscana e di Napoli, ad assicurare i passi dei naviganti verso Roma, quanto durò sulla spiaggia romana il movimento dei pellegrini. Niun disastro nell'annata: anzi tutela dei viaggiatori, e abbondanza delle cose necessarie alla vita nei porti dello Stato e negli alberghi di Roma. Il nome del Mosca era temuto dai barbari; e la virtù del Mutino onorata dai Romani, che vollero ascriverlo alla nobiltà, e pareggiarlo al collega[6].
Oltracciò il capitano del Mosca davasi gran faccenda negli apprestamenti della spedizione generale; e metteva in costruzione sul cantiere di Civitavecchia sei galèe, come principio di quelle venti che papa Alessandro aveva promesso mandare di sua parte nella guerra di Oriente. Ecco in prova un documento inedito e breve[7]:
«Addì undici di gennajo mille cinquecento e uno. Avendo il Santissimo padre e signor nostro comandato che si paghino mille ducati d'oro in oro di Camera al signor Lodovico del Mosca ed a Mutino di Moneglia, prefetti della guardia sulla spiaggia o marina romana, per metter mano alla costruzione di alcune galèe da essere unite insieme coll'armata della santa romana Chiesa contro i Turchi, come si ritrae dalla cedola di nostro Signore, registrata nella cancelleria della Camera apostolica al libro intitolato _Diversorum_, foglio cennovantasei; così i predetti Lodovico e Mutino personalmente costituiti innanzi alla Camera apostolica, spontaneamente ec., hanno promesso a nostro Signore, e alla detta Camera, ed a me Notajo ec., di spendere i medesimi ducati mille bene e diligentemente nell'opera delle galèe, e di darne buona ragione al bisogno ogni volta che ne siano richiesti; ed hanno giurato secondo la formola camerale, sotto le pene consuete, di eseguire ciò che nella predetta cedola si contiene ec. Presenti nella detta Camera Pietro Chioma, e Bernardo foriere di palazzo, insieme ai Cursori per testimonî. Genesio di Fuligno.»
NOTE:
[2] ALEXANDER PAPA VI, _De expeditione contra Turcas_, anno MD. Mss. Casanat., D, IV, 22, p. 227.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1501, n. 2: «_Magna classis parabatur a Pontifice, Francorum Hispanorumque regibus, Venetis et Rhodiis, summo imperatore Petro Aubussonio, Apostolicæ sedis Legato._»
[3] PARIS DE GRASSIS, _Diaria cæremonialia_. Mss. Casanat., XX, III, 5.
RAYNALDUS, _Ann. Eccl._, 1500, n. 10.
[4] SCIPIONE AMMIRATO, _Storie fiorentine_, in-fol. 1641, vol. II, p. 266: «_Il Papa.... con tre galèe, tre fuste, tre brigantini, due galeoni e una baloniera._»
[5] TEODORO AMAYDEN, O AMIDENO, _Le famiglie romane nobili_. Mss. autografo alla Bibl. Casanatense, segnato E, III, 11, n. 175.
PIER LUIGI GALLETTI, _Inscriptiones romanæ infimi ævi Romæ extantes_, in-4, 1760, II, class. x, n. 10.
[6] UBERTUS FOLIETTA, _Clarorum Ligurum elogia_, in-fol. Roma, 1577, et ap. BURMAN _in Thesaur._, I, parte I, p. 815: Leonis ep.
«_Amborum virtute olim tua littora, Tybris,_ _Intacta a Mauris tuta fuere diu._ _Quin Mauros Turcasque trahis per flumina Victor,_ _Dum properant fortes in fera bella duces._ _Nunc Mutinorum servas tu grata nepotes,_ _Roma memor: decorant hi nova sæcla viri._»
[7] ALEXANDRI PP. VI, _Instrumentorum Cameræ_, lib. XV, p. 5. — BIBL. VATICANA, cod. 8046. — SCHEDE BORGIANE nel Museo di Propaganda in Roma: «_Die XI januarii, MDI. Cum sit quod SSmus. D. N. mandaverit solvi Domino Ludovico Mosca, et Mutino de Monilla præfectis custodiæ splagiæ romanæ, seu maris romani, ducatos mille auri in auro de Camera pro incipienda fabricatione certarum triremium pro classe S. R. E. contra Turcas, prout per mandatum S. D. N. registratum in Camera Apostolica, libri Diversorum, fol. 196; iccirco præfati Ludovicus et Mutinus personaliter constituti etc. in C. A. præsentes, sponte etc. promiserunt præfato S. D. N. et dictæ Cameræ, ac mihi Notario etc. dictos ducatos mille exponere in dictam operam bene et diligenter, ac de illis totiens quotiens opus fuerit et requirentur, bonum et fidele computum reddere, et alia facere quæ in dicto mandato continentur, sub pœnis et in forma Cameræ juraverunt etc. rogantes etc. Præsentibus in dicta Camera Petro Coma et Bernardo.... S. D. N. Forerio et Cursoribus testibus. — Gen. Fulginas._»
III. — E per non tornare a salti sopra questa materia delle costruzioni e degli armamenti, qui adesso dirò che per la diligenza del capitan Lodovico si ebbero prestamente le sei galèe fornite di tutto punto nel porto di Civitavecchia[8]; e appresso furono comperate a vilissimo prezzo per tredici mila ducati tutte le artiglierie che il re Federigo, fuggendo dal Regno, aveva raccolte in Ischia; a dire che valevano più di cinquanta mila. I due Capitani se le tirarono a bordo presso la riva dell'isola, e le condussero su pel Tevere alla ripa di Roma, donde poscia le avviarono per Campodifiore a Castel Santangelo. Gli spettatori lungo il passaggio noverarono trentasei bombarde maggiori col seguito di ottanta carri; alcuni tratti da cavalli, altri da bufali: tiri a scempio, a coppia, a quattro, e a sei[9]. Due carri pieni di schioppetti per le barche; nove carri con circa quaranta bombardelle, messe a tre, quattro e sei per carro: dodici con ventiquattro bombarde ordinarie, altrettanti carri per le dodici bombarde grosse; trentasette carri con palle di ferro, tre con polvere; e cinque finalmente con nitro, verrettoni, e pallette mescolatamente. Artiglieria bellissima, di lavoro eccellente, e di gran forza, scortata da duemila uomini d'ordinanza, oltre ai manipoli che andavano avanti, e tra carro e carro, e alla coda.
Dunque al principio del cinquecento si avevano pur care, e si stimavano ancora ad alto prezzo le antiche bombarde e bombardelle; e questo sia ricordo dell'ultimo periodo: da qui innanzi avremo cannoni calibrati al peso della palla di ferro. Dunque i carri da trasporto sorpassavano del triplo il numero delle bocche da fuoco di grosso e di mediocre calibro: e quindi nel traino di guerra, anche al tempo di Carlo VIII, il numero dei carri doveva superare due o tre volte quello delle artiglierie da fazione: tanto che leggendo per quei tempi cencinquanta carri, si ha a intendere una quarantina di pezzi, col seguito di tre carri di munizioni per ciascuno, con qualche altro di rispetto. Valga il documento del Burcardo a confermare le avvertenze del maggiore Angelucci.