La gran rivale

Part 5

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Alberto scriveva con una facilità, con una ispirazione di cui non si sapeva capace; una quantità d'idee nuove, lucenti gli si affacciavano in folla alla mente, la tessitura del suo lavoro egli se la vedeva tutta dinanzi allo sguardo, nell'insieme e nelle sue singole parti. Gli sembrava impossibile fermarsi; tutte le sue facoltà erano rivolte al suo manoscritto e il contento ch'egli risentiva gli sembrava superiore a tutti gli altri. Il suo volto s'impallidiva un poco stando tante ore rinchiuso, ma un sorriso di una soddisfazione sconosciuta spuntava sulla sua bocca dopo una lunga giornata di lavoro. Egli leggeva ciò che scriveva di volta in volta all'amico e questi doveva confessare ch'erano superate le sue proprie speranze. Dopo qualche, tempo gli parve che vi fosse una distanza incalcolabile tra la sua nuova vita e quella di prima, e la casetta lungo l'Arno gli sembrava di averla lasciata da un gran pezzo.

Le vaghe speranze di Emilia non si avverarono, e molti mesi dopo le cose narrate la ritroviamo ancora seduta tristamente al letto di sua madre. Sono terribili quelle malattie in cui la morte è l'unica soluzione possibile; così lunghe e dolorose, ch'essa è aspettata come un angelo luttuoso ma liberatore. Ritroviamo Emilia assai mutata; la freschezza ha abbandonata la sua guancia e la vivacità il suo sguardo, che ha preso oramai una espressione di stanchezza rassegnata e una fissazione che fa male a chi la osserva. Persino nella posa vi è qualche cosa di più affievolito che in quella che le conoscevamo, e nel suo passo si osserva quella pesantezza propria di coloro che domandano a sè medesimi perchè si debba camminare. Nella lunga malattia di sua madre, nella inutilità dei soccorsi prestati, in quella lassitudine profonda che ne afferra quando sappiamo che la disgrazia temuta è inevitabile, vi è una sufficiente fonte di tristezza per giustificare il cambiamento che constatiamo--pure questi motivi non n'erano l'unica causa, nè la principale.--Il dubbio che da tanto la rodeva (se non quello di essere sacrificata, per lo meno quello di essere dimenticata) si era fatto certezza, e il suo cuore stava morendo in lei.

Sentiva che i giorni lieti erano finiti. Fra la sua vita presente e quella di qualche mese prima vi era un abisso; allora ella viveva in pieno sole, respirando con delizia l'aura della gioventù; tutto le piaceva, tutto la divertiva, tutto aveva uno scopo ed ella sorrideva a tutto. La sua giornata era tutta occupata; l'amore illuminava ogni cosa con il suo raggio immortale; tutte le persone che l'avvicinavano l'erano simpatiche; dovunque si trovava nel proprio elemento. Ora invece, ad ogni nuovo mattino che veniva a risvegliarla doveva aprire gli occhi dolorosamente, domandando a sè medesima a che serve la vita; si alzava, si vestiva macchinalmente; parlava e le sembrava che il linguaggio che udiva non fosse il suo, si sedeva al letto di sua madre e quasi non se ne moveva che per andare a pranzo con gli altri, il che era un piccolo supplizio quotidiano. Poi, alla sera, appena lo poteva, si chiudeva nella sua stanza, scriveva tristamente ad Alberto, non più con l'espansione dei primi tempi, ma nascondendogli le sue pene per non annoiarlo inutilmente, e poi cercava il sonno. Si vestiva alla mattina e si svestiva alla sera, nè più si curava di quella eleganza sua propria che era uno dei distintivi del suo carattere; non le rimaneva che quella parte che nulla poteva toglierle. Se qualcuno di coloro che l'avevano incontrata a caso sulle montagne della Svizzera, con la veste grigia sollevata sopra la sottana rossa, l'occhio pieno di luce e di allegrezza, il piede fermo e il passo agile, la guancia rosea di gioventù e di salute--l'alpenstock alla mano e il cappellino tutto coperto di rose selvatiche; o nella sua piccola villa, di estate, tutta avvolta in una mussola fresca, leggera, che scorreva sveltamente sulla minuta sabbia dei viali, mentre si metteva le due mani alla bocca per chiamare Alberto dalla sua stanza del primo piano--la rivedesse ora, crederebbe avere dinanzi agli occhi qualcosa di somigliante alla visione di prima come l'ombra alla realtà.

Scriveva alla contessa:

«Non sono più quella che tu conosci; se mi avessi a vedere, saresti forse spaventata dal mio aspetto; le mie lettere ti mostreranno quanto si sia mutato il mio carattere e come ogni coraggio mi abbia lasciato. Il vuoto si fa intorno e dentro di me; capisco che in me stessa come nella mia vita c'è qualcosa che si rompe, sento che nulla più mi appartiene, fuorchè il passato. Ti ringrazio mille volte per le tue buone parole; e per la tua amicizia che è sempre la stessa, ti sono sempre egualmente riconoscente: ma che vuoi? da quando ci parlammo ad ora sono passati dieci anni per me. Come vorrei vederti!--Le mille paure che mi agitavano una volta non le sento più, e la gelosia non mi rode; ma sono certa che oramai sono qualcosa di ben secondario nella sua vita. Doveva essere così, ma è orribile saperlo. Non credo ch'egli sia _cambiato_, ma so di non essergli in alcun modo necessaria; egli mi ama forse ancora, ma è impossibile che pensi molto a me e l'oblio è ben vicino all'indifferenza. Essere dimenticata! il peggio di tutto.

«Le sue lettere mi fanno un male indescrivibile; sono dolci e buone come sempre, ma scritte per _coscienza_; talvolta cortissime e frettolose; si vede ch'egli ruba a stento il quarto d'ora dedicato a provarmi che si ricorda di me; so che lo fa per abitudine e per pietà; glie ne sono grata malgrado tutto, ma ciò mi sembra ben crudele. Io lo amo come sempre e non lo incolpo affatto. Non poteva io sperare di riempiere la sua vita. Non m'interesso più a nulla, non leggo, parlo poco e vorrei non pensare. Vegeto, e ringrazio il cielo di essere utile nell'assistere mia madre. Oh! Dio, quanta tristezza mi circonda! Non so cosa succederà di me, ma credo che sarà ben poco. La primavera si avvicina; ieri era una giornata magnifica e stamane vedo dalla mia finestra la gente che va a spasso per godere del bel sole. Oggi voglio uscire anch'io tanto per distrarmi un tantino, ma non mi sento bene da un pezzo e la più corta passeggiata mi stanca. Talvolta un'idea fissa s'impadronisce di me e non me ne so più distaccare; questa notte per esempio mi ricordava gli spropositi e la figura grottesca d'un cicerone che ne condusse per il castello di Heidelberg e che non ho mai potuto rammentare senza ridere, e mi sentii nel cuore un'amarezza indicibile. Mi sento invecchiata e mi pare di essere lontana da tutto ciò che mi rese felice; pure sono i miei ricordi più recenti. Eppure sono calma; non vi è alcun mutamento nelle mie maniere, non mi accorgo quasi io stessa di soffrire, e quelli che mi avvicinano certo non se ne accorgono affatto. Il mio è un dolore purissimo, poichè non so darne a lui alcuna colpa e mi ci ero da un pezzo preparata; mi ritiro tutta in me stessa e non oso misurarlo. La malattia di mia madre intanto fa progressi incessanti; tutte le mattine il medico crolla il capo e non sa fare altro.»

Alla morte di sua madre, Emilia pianse lungamente e quelle lagrime fu lenta a poterle rasciugare; ma d'un tratto si sentì estranea in quella famiglia, ch'era stata riunita solo per prestare assistenza a colei che non era più; ripassò per la medesima strada che aveva percorsa pochi mesi prima e ritornò nella casetta dei giorni felici. La prima impressione fu strana. Una serenità blanda e profonda la invase tutta e con essa una malinconia meno triste; ma la casa le sembrava il fantasma di quella che aveva abitato.

Alberto aveva quasi terminato il suo lavoro. In breve avrebbe potuto cogliere il frutto delle sue fatiche. Il momento tanto atteso era vicino. Si sentiva circondato da un'aura di speranza. Tutto il resto scompariva dinanzi al suo sguardo. Lavorava indefessamente--quando, una sera, ricevette una lettera di Emilia con la data di Firenze e una larga riga nera all'intorno. Era una lettera breve, triste, calma; tra l'altre cose diceva: «non avendo oramai più nulla che mi tenesse colà, sono tornata qui per preparare e stabilire ogni cosa», ma non diceva «ti aspetto».--Alberto era occupatissimo e come preso in un vortice; non gli era possibile partire da un'ora all'altra, ma affrettò ogni cosa per poter presto raggiungere colei che certo lo aspettava con impazienza. Non poteva negare a sè medesimo che non l'amava più come una volta; desiderava molto rivederla, ma allo stesso tempo non si sapeva togliere ai novelli vincoli possenti e soavi che lo trattenevano. Oh s'egli fosse stato in una simile circostanza in altri tempi! Anche se trattenuto da un interesse fortissimo, come avrebbe lasciato ogni cosa, per correre da quella che tutta gli riempiva la vita! Ora invece voleva partire, ma quasi inconsciamente esitava a togliersi all'atmosfera inebriante in cui si trovava. E d'ora in ora ritardava, senza quasi rendersene conto. Benchè, partendo, andasse verso l'amore, verso il sole, pure provava uno strazio nel lasciare la sua nuova esistenza; l'attrazione lontana, sebbene non osasse confessarselo, era meno forte di quella vicina.

L'amico indovinava tutto, ma non osava dirgli: «Non l'ami più come una volta», essendo certo di ricevere una smentita; calcolando però quanto Emilia fosse ansiosa di rivederlo e come dovesse soffrire del più piccolo ritardo, lo esortava a partire.

Ella lo aspettava infatti. Non faceva altro. Vi erano dei momenti in cui le sembrava che non dovesse più venire. L'aprile s'inoltrava ed il giardino era tutto verde e fresco; ma in quella dimora piena di luce e di fiori ella era ben triste. La solitudine è terribile quando non è rischiarata dalla speranza. Ogni ora trascorsa le sembrava una nuova prova che Alberto non l'amava più: non aveva però alcun risentimento; nessuna di quelle idee volgari che agitano in tali casi la toccavano, ma soffriva. Non sapeva cosa non avrebbe dato perchè quell'uscio sul quale dal suo angolo vicino alla finestra volgeva sempre lo sguardo, avesse ad aprirsi. Aspettare qualcuno che non viene perchè dimentica è una delle grandi miserie della vita. Avrebbe compito qualunque sacrificio per affrettare di un'ora il suo arrivo. Al tempo stesso gli scriveva: «Puoi credere quanto desidero riabbracciarti, vieni appena puoi, ma non ti affrettare per me: fa tutto quel che devi fare».

Ella soffriva intanto atrocemente. Trascinava penosamente i giorni lunghissimi in un'agonia di aspettazione. Era piena d'impazienza, di paura; le pareva che Dio la sottoponesse ad una prova superiore alle sue forze--ed interminabile.

Il momento dell'arrivo ella se lo imaginava sempre. Egli aveva scritto: «Questa sarà la mia ultima lettera; non avrò tempo di scrivere in questi ultimi giorni, in cui affretto tutto per essere con te al più presto. Spero in breve di poter finire ogni cosa e verrò a sorprenderti». E la sorpresa ella l'aspettava sempre. Dal suo posto favorito guardava il cancello e diceva fra sè: «Ecco, io sentirò la carrozza e correrò ad incontrarlo nel giardino». E a un tale pensiero una gioia inenarrabile le rigonfiava il cuore. E ogni volta che passava una carrozza, si alzava per vedere e il cuore le batteva.... ma la carrozza tirava dritto. «E se invece venisse di sera?» pensava invece talvolta. Io sarei qui vicina alla lampada, ed egli entrerebbe d'improvviso senza che io me ne accorga....

Quando finalmente giunse davvero, fu ben altra cosa; era un minuto in cui meno se l'aspettava, quando a un tratto udì la sua voce; egli parlava col giardiniere, entrando. Impallidì e un tremito l'assalse, volle moversi, ma restò paralizzata sulla sedia. Egli entrò ed ella non seppe che stendere le mani, poichè le parole non venivano.... Fu uno di quei momenti che compensano di molti dolori. Egli era un po' diverso, ma di bellissimo aspetto e lo sguardo contento.

Vedendola tutta pallida con le sue vesti di lutto capì ogni cosa. Non ebbe bisogno di domandarle la causa del suo pallore e del suo decadimento. Scorse con uno sguardo tutto quello che aveva sofferto e come lo aveva aspettato. Ebbe rimorso di ogni ora che aveva perduto nel venire e si sentì nel cuore un'amara ed immensa pietà. Inoltre gli parve abbellita nel suo pallore.

Oh! quelle prime ore come passarono veloci! come si sentì ristorata quando potè avvolgergli il collo con le braccia e piangere sul suo petto! Gli disse piano piano come se alcuno potesse udire: «Non sei più mio, ma mi vuoi ancora un po' di bene, non è vero? ne ho tanto bisogno. Sai che ero così gelosa, ma come non te ne puoi fare un'idea! Ne vedevo tante di più belle, di migliori di me. Avevo torto e te ne chiedo perdono; nessun'altra è venuta a frapporsi fra noi due. Ora non lo sono più. Comprendo che non ne ami alcuna, ma sento che quel mondo che hai in te ha fatto piccolo il mio posto nel tuo cuore. Tu mi dirai che mi ami ancora; lo credo, ma so che non sei più mio. Tutto è finito; io temeva le altre ed avevo torto, ma in qualche modo doveva finire, e dopo che non hai più bisogno di chi ti consoli, che vuoi far di me? Non ti sono più necessaria».

Egli la rassicurò lungamente, dolcemente; le parlò a bassa voce come ai primi tempi, la consolò con tutto l'amore che potè trovare, ed ella gli fu ben riconoscente per il suo tentativo pietoso.

Tutti coloro che hanno perduto prematuramente una persona cara, sanno quali siano le angoscie, la disperazione prodotta da una malattia mortale che inaspettata, inesorabile piomba su di una casa come un uccello di rapina. L'anima si rivolta contro la Providenza, si fatica a trattenere la bestemmia che l'ingiustizia del dolore spinge sul labbro e la ragione la più sana è momentaneamente sconvolta dinanzi alla calma e tremenda inesorabilità del fato. Dio appare spietato; l'uomo crassamente ignorante nel non saper mettere un argine al prematuro lavoro della natura; i medici sembrano imperdonabili nella loro impotenza, e a un tratto tutto ne appar falso, bugiardo quaggiù. Allora il sole che irradia i campi e illumina l'azzurro del cielo con la sua luce tranquilla, l'aspetto trionfante della natura, l'immenso sorriso del firmamento, tutte quelle inenarrabili bellezze che prima ne consolavano il cuore, e ridonavano allo sguardo il raggio della speranza e dell'allegrezza, ne sembrano invece la più amara ironia; nè sappiamo con la terribil guerra che ne agita internamente perdonare al mondo la sua divina inalterabilità.

Pochi mesi erano passati dal ritorno di Alberto, quando la sventura si abbattè d'improvviso sulla piccola villa ridente, ch'era stata spettatrice di tanta serena felicità. Sebbene ella avesse perduta la fede, pure la riunione dopo una sì dolorosa assenza aveva ridonato in parte ad Emilia la salute e le sue guance cominciavano a tingersi ancora di rosa; quando si mise un brutto giorno a letto con una febbre ardente. Dapprima fu creduta cosa passeggera, ma dopo prese il carattere tifoideo. Nei corpi indeboliti, e quando il morale ha avuto una troppo forte azione sul fisico, tali malattie perdonano raramente.

Alberto non si mosse una sola ora dal suo letto; una tristezza incommensurabile s'impadroniva di lui dinanzi a quella vita tanto amata che si spegneva avanti sera; una tristezza profonda--ma calma. N'era addolorato sin nel fondo del cuore, sentiva che quella morte doveva porre il velo del lutto su tutta la sua vita, pure era il suo un dolore diverso da quello che avrebbe provato se una sì grande sventura gli fosse calata addosso prima che il nuovo scopo che ora si era prefisso l'avesse occupato.

Quando veniva la sera, e i passi domestici finivano di farsi udire e ch'egli rimaneva solo vicino al letto di dolore dell'unica donna ch'egli avesse mai amato davvero; in quella stanza solo rischiarata dalla luce vacillante del lumicino da notte, mentre vegliava guardando tristamente quei capelli tanto baciati che soli non si confondevano nell'ombra con il cuscino su cui posava il volto impallidito, in mezzo alla stranezza di un dolore tanto inaspettato che talvolta gli pareva un orribil sogno, mille nuovi pensieri lo agitavano. Ripassava la sua vita; si ricordava quel tempo quando Emilia era tutto per lui, si ricordava la felicità dei primi istanti, tutte le cento note del magnifico concerto d'amore, e i giorni cattivi, e la risoluzione e la fuga, e la pienezza della vita giovane che ora finiva per lui, e i viaggi e i rumorosi divertimenti, e le allegre serate con gli amici e le serate a due vicino al focolare o nascosti in un palco mentre migliaia e migliaia di cuori palpitavano, ma non come i loro, dinanzi al duetto degli Ugonotti o del Faust--e la suprema dolcezza con la quale ella lo sapeva consolare dell'arte perduta; e poi il gaudio dell'ingegno che ritrova la via e la nuova speranza che sorge. Questa gli rimaneva. Pensava poi all'amico che ora stava occupandosi delle cose sue e alla probabilità di successo che lo aspettava, ma tutto gli sembrava bruno dinanzi a quel lutto.

Quanto è triste quella serena dolcezza con cui parlano i moribondi, e quell'occhio sereno con cui vi guardano! Tutte le volte che Emilia parlava egli si sentiva morire con lei. Nell'ardore della febbre delirò qualche volta; in quelle parole disordinate tornava frequente l'idea: ora è finito: quell'ultima rivelazione del suo amore gli faceva male. I medici venivano ogni giorno e tentavano tutto inutilmente: Alberto loro faceva i discorsi più stravaganti, offriva loro tutto ciò che possedeva se la potessero salvare, li supplicava con le lagrime agli occhi, li strapazzava, come se essi potessero portare soccorsi là dove la potenza dell'arte finisce. Essa peggiorò sempre. Negli ultimi giorni ebbe ancora qualche momento di calma e potè parlare; i suoi discorsi erano amorosi come quasi non l'erano stati mai, ed egli piangeva ascoltando quelle cose dolci ch'ella trovava ancora per lui e tentava di dire col filo di voce che le restava: ma sempre tornava quell'idea che a lui riusciva amarissima: tutto è finito.

Le conoscete le indimenticabili sensazioni di chi assiste agli ultimi istanti di qualcuno che porta via con sè la vostra gioventù e il vostro cuore?--I pianti, la tetra solennità della religione, l'angoscia suprema.....

Poco dopo il funerale giunse ad Alberto una lettera in cui l'amico gli dava le migliori notizie e le più grandi speranze. La via si apriva bella dinanzi a lui; le difficoltà non mancavano, ma un po' di fortuna e molto vigore le fanno sormontare.

Quando si trovò solo e che potè riaversi un poco dall'orribile sbalordimento di un colpo così rapido, così violento, così inaspettato, si sentì tutto invaso da un immenso dolore, calmo e durevole.

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Si sentì diverso. Dei pensieri che mai gli erano venuti li ebbe ora, nuove e più profonde voci gli si svelarono nel concerto del mondo, il suo occhio rattristato vide chiaramente molto che prima poteva solo intravedere, la sua fantasia si aumentò di una parte estraumana, ignota fino allora, la sua imaginazione prese un volo più vasto; quelle ali invisibili che tutti si sentono coloro che tentano di creare, d'improvviso se le senti più possenti--d'un tratto si risvegliò poeta.

IL VIAGGIO DEL DUCA GIORGIO

I.

Tra le nove e le nove e mezzo tutti gli invitati si accomiatarono l'un dopo l'altro e il duca rimase solo con Tibaldo, il suo intimo amico. Questo amico dal nome shaksperiano era un giovane di origine mezzo asiatica, dalla tinta olivastra, dai capelli neri, dai lineamenti irregolari ma espressivi e dal corpo esile, che per una singolare comunanza di gusti e d'idee insieme ad una certa facilità nel piegare alla volontà del più fermo, per la versatilità del suo ingegno, per la passione irreprimibile che lo spingeva verso i capolavori dell'arte e verso tutte le cose belle in generale, era diventato l'assiduo compagno del duca e--sebbene non del tutto--meglio di qualunque altro si poteva vantare di conoscerlo.

Nella sua casa ai _Champs Elysées_ dove il duca viveva solo, ma dove si vedeva circondato a suo cenno ed a sua scelta dalla società più alta o dalla più intelligente--o dalla più divertente--(dalla _migliore_ insomma in qualunque senso si voglia prendere la parola)--vi era stato gran pranzo quella sera. Questa volta egli aveva riunito alla sua tavola una decina d'uomini soltanto, tutti celebri o vicino ad esserlo per motivi più o meno futili o meritevoli; ad un gran pranzo, se si badasse alla sontuosità della mensa, alla raffinata squisitezza dei cibi; ad un pranzo molto intimo, se invece al discernimento con cui si era fatto l'invito. La sala da pranzo era di un lusso severo, incomprensibile per qualunque arricchito da ieri; il legno di quercia, gli ornamenti in bronzo, il cuoio di Cordova, vero; le cesellature inapprezzabili al punto di vista artistico, dove le dorature avevano una parte squisitamente sobria; le alte credenze massiccie abbastanza per sostenere il peso degli enormi piatti, dei cristalli eleganti, dei vasi ingenti di ogni sorta che le coprivano, il tappeto turco dai colori vivaci--formavano un insieme assai armonioso, ma un po' triste ed oscuro. A questo contrastava la tavola che nel mezzo della vasta sala, coperta da una magnifica tovaglia di Fiandra, tutta scintillante di cristalli e d'argento, rallegrata dai fiori e illuminata da quattro candelabri simili a mazzi di luce, ravvivava tutto intorno a sè e rendeva simpatica la severità delle pareti. Il pranzo era stato lungo, non essendo dappertutto seguita la moda di pranzare come se la locomotiva vi aspetti per partire, i piatti contenenti gli ultimi risultati dell'arte gastronomica avevano girato e rigirato, i bicchieri di Boemia avevano tinte le loro faccette talora del color del rubino, talora di quello del topazio a infinite riprese; la conversazione era stata svariatissima, persino seria talvolta. Come si usa in simili casi, si eran sfiorati quasi tutti gli argomenti possibili ed impossibili; ma verso la fine l'anfitrione era rimasto un po' sopra pensiero, come gli accadeva talvolta.

Dalla sala sontuosa adiacente a quella da pranzo, i due amici rimasti soli passarono nell'appartamento privato, composto di tre stanze: una da letto, un gabinetto per vestirsi ed uno studio. Entrarono in quest'ultimo. Era una stanza molto alta in proporzione della sua grandezza, dalle pareti e dalla volta ricoperte di velluto celeste, circondata su tutti gli angoli da una cornice nera intrecciata che seguendo poi l'arco della vôlta si riuniva nel mezzo al punto più alto in un rosone. Due pareti erano ornate da quattro magnifici dipinti di maestri della scuola Veneta; una larga finestra s'apriva sulla terza parete e su quella del fondo ammiravasi uno specchio circondato da una cornice in legno nero scolpita di un magnifico disegno barocco; sotto a questo un camino in marmo nero con un gran fuoco, una scrivania coperta di libri e carte, una libreria d'ebano intarsiato d'avorio, dei mobili di velluto celeste, bassi, soffici, orientali, una gran tavola coperta di mille ninnoli, di fiori, di miniature; qua e là qualche bronzo squisitamente elegante, in un angolo un ingente vaso del Giappone dal quale uscivano le foglie smisurate di una begonia rara, autorizzata dalla temperatura da serra, sul suolo un tappeto persiano, soffice come un prato a primavera.....

Fuori nevicava--le poltrone stendevano le loro braccia di velluto, e una volta adagiati sopra di esse era difficile rialzarsi. Il duca si levò l'abito, si avvolse in una casacca di seta a colori smaglianti, accese il _narguilhé_ che posava per terra, e appoggiati i piedi sulle sbarre del camino cominciò ad aspirare voluttuosamente il fumo odorante, mentre nel vaso il fuoco profumato crepitava.