La gran rivale

Part 4

Chapter 4 3,897 words Public domain Markdown

Ma tutto passa quaggiù, e più ancora tutto diminuisce. A poco a poco la felicità si fece, come doveva, più calma e allora la passione non bastò a colmare da sè il vuoto delle ore. Le antiche idee lentamente ritornarono, la vecchia brama ricominciò a mordergli il cuore e sentì di nuovo l'amarezza del disinganno ch'era stato dimenticato. Lentamente l'anima sua si rivolse verso un altro ideale, l'ideale di prima, l'amore sembrò ancora dolcissimo, ma non bastevole, e un irresistibile bisogno di azione lo invase tutto. A questo dovevansi attribuire le lunghe ore di distrazione e di pensiero che turbavano la tranquillità di Emilia e le mettevano nel cuore il terribile presentimento che la funestava. Egli passava delle giornate rinchiuso leggendo e studiando, e coltivandosi così lo spirito ed obbligandolo ad un'attenzione seguita per un argomento speciale lo distraeva dai pensieri scoraggianti e mesti che lo invadevano. E talvolta delle vaghe speranze lo agitavano, che sebbene tenui, erano sufficienti a commovergli ogni fibra del cuore, a farlo tutto piegare con brama intensa verso l'avvenire--poi ricadevano ed egli si trovava avvolto più che mai in una tenebra fitta che adesso lo sguardo di amore di Emilia non riusciva più ad illuminare. Egli non poteva più sopportare quella vita vuota. La sua immaginazione aveva bisogno di correre, le sue mani di afferrare un pennello, uno scalpello, una penna, qualche cosa con cui tradurre i mille pensieri, con cui rendere reali i sogni di cui sentivasi la mente traboccante. La sua fantasia batteva le ali, bramosa di ergersi al volo, il suo corpo voleva sentire la dolce stanchezza di aver molto lavorato, non poteva più vivere senza provare una volta la più grande soddisfazione della vita: quella di vedersi dinanzi l'opera delle proprie mani, il parto del proprio cervello, la traduzione dei palpiti del proprio cuore. L'ebrezza del primo momento d'amore era passata, ed ora sentiva il bisogno di raccontarla sulla tela o sulla carta o nel marmo. Si ricordava che tutti gli artisti hanno amato, ma si sono resi immortali per il loro amore, hanno utilizzato la passione servendosi di quella luce che aveva brillato nella loro vita per farne un'aureola intorno al nome inciso sulla loro tomba. L'artista mette sempre nelle sue opere (anche dove non appare) qualcosa della propria vita, ed egli abbisognava ora di far sosta per ripensare al passato, rigioirlo per così dire traducendolo col mezzo dell'arte e farne qualcosa su cui fondare il proprio avvenire. Ma egli rimaneva intanto in una inazione irrequieta e triste che tentava invano d'ingannare costringendosi a studi seri nei quali non riusciva che mediocremente ad interessarsi.

Fu allora che rivide quell'amico di cui l'incontro è stato raccontato da Emilia nella sua lettera alla contessa. Si erano lasciati giovanissimi ed ora si trovarono con quella gioia che si ha di rivedere qualcuno con cui si sono vissuti i primi anni pieni di sole, e di potersi raccontare a vicenda i fiori e gli sterpi della via percorsa. E, cosa strana, quando poterono capire quali erano state dal tempo della loro separazione le loro vite reciproche, ciascuno invidiò l'altro. L'amico dei primi anni d'Alberto era stato più fortunato di lui, poichè, malgrado fosse circondato da maggiori difficoltà materiali e crudelmente attaccato dalla povertà, pure riuscì. Fin da fanciullo egli era poeta, ed essendosi coraggiosamente avviato a scrivere, si era reso colpevole in breve tempo di due volumi di prosa e persino di uno piccino di versi che avevano subito messo il suo nome ad un posto d'onde non poteva più scendere, ed altresì assicurato una _mediocritas_, più o meno _aurea_, ma insomma sufficiente a impedire ch'egli avesse a morire realisticamente di fame. Suo padre, che travolto nelle sfortune politiche aveva dovuto emigrare, aveva scelto Parigi per dimora, ed egli aveva avuto perciò una educazione italiana in famiglia, ma si era resa al tempo stesso tanto propria la lingua, e con essa lo spirito francese, che si trovò naturalmente per questa doppia educazione molto avanzato in letteratura, potendo abbracciare l'antica e la moderna, la classica e la nuova. La Francia è ora incontestabilmente ciò che fu la Grecia ed è stata l'Italia. Tutto il movimento è là, l'impulso parte da lei, cammina luminosamente all'avanguardia nella luce dell'avvenire. Ecco perchè l'amico di Alberto, il cui primo romanzo, scritto in italiano, venne letto da diciassette persone e gli fruttò qualche centinaio di lire di spesa, si decise all'orrendo misfatto di scrivere il secondo in francese. Egli aveva vissuto una vita varia, divertente, fortunata; aveva provato la felicità del lavoro compreso e ricompensato, dell'ingegno apprezzato al suo valore; aveva avuto il successo e l'applauso, le distrazioni e l'ebrezza; pure quanto invidiò con tutta l'anima ad Alberto il suo amore e come avrebbe rinunciato a tutto per un giorno solo della vita dell'amico!--Ma questi, cui ora l'amore più non bastava e ch'era pieno di desideri insoddisfatti di lavoro, lo invidiava a sua volta ben più profondamente.

Quel giorno in cui Alberto ricevette l'amico in casa sua, in quelle lunghe ore in cui stettero insieme rinchiusi e che tanto inquietarono Emilia, non fu questione, come la poveretta credeva, di alcuna donne; solo si raccontarono tutta la loro vita, si dissero le mille e due cose che si hanno a narrare due amici che tengono comuni sentimenti, idee ed aspirazioni, e s'invidiarono un poco a vicenda. Udendo le parole d'incoraggiamento, piene di vita e di entusiasmo dell'amico, Alberto sentiva una sensazione di benessere indicibile, e una lieve speranza, tutta verde e rosea, cominciava a rendere meno bruni i pensieri che da tanto tempo l'opprimevano. Ascoltava rianimato le parole robuste della confidenza e della fede, gli riuscivano dolcissime le frasi brusche che lo rimproveravano fortemente di ostinarsi a rinnegare il proprio ingegno. Ma l'amico fece più che incoraggirlo e rimproverarlo: gli additò una nuova via. Gli disse che le pagine ch'egli aveva ricevuto spesso, in cui Alberto parlava con l'eloquenza vera dell'anima, erano migliori che tutti i suoi quadri e che se si era dovuto persuadere a gettare il pennello, come impotente a tradurre con essi i propri pensieri e le proprie fantasie, poteva prendere la penna e tentare ancora una volta. A questa idea la speranza si fece reale e gagliarda ed empì tutto il cuore d'Alberto, e di un tratto vide aprirsi l'avvenire dinanzi a sè. Si mise al lavoro. Fu allora che Emilia scrisse alla contessa: «non so perchè, ma sento che non è più mio». Aveva torto?

Molto tempo passò ancora così. Alberto si accorgeva di giorno in giorno che i consigli dell'amico erano buoni e la sua scoperta vera, ed ora incominciava per lui la luna di miele dell'arte. La via che prima aveva scelto gli riusciva aspra e difficile, non essendo la sua; questa gli era facile ed incantevole. Il suo pensiero si allontanava da Emilia, sebbene continuasse ad amarla; ma egli stesso, senza volerselo confessare, si accorgeva che l'amava meno. A qualcuno parrà forse che il nostro giovane protagonista non fosse giovane, che le illusioni ch'è obligo di avere alla sua età egli si prendesse sfacciatamente la licenza di non averle, e che, malgrado la sua natura poetica ed ardente, fosse ben positivo e ben calcolatore persino nei suoi momenti di slancio. E qui come al solito è necessario fare la distinzione tra il rimanente dei mortali e coloro che tentano di creare: questi, per la maggior parte (e Alberto fra essi), sentendosi fin da fanciulli spinti più degli altri all'osservazione, allo studio della natura e dell'anima umana, meditano e si guardano attorno e leggono e pensano e riflettono molto più e molto prima degli altri, e perciò sino a un certo punto, se ci si permette l'espressione, hanno l'esperienza innata. Si parla sempre dei disinganni, delle disillusioni cui specialmente vanno soggetti i poeti e gli artisti; ma non è sempre vero: ben sovente in essi l'illusione muore mentre nasce, e il disinganno arriva prima dell'inganno. Essi, giovani, sono preparati a tutto; hanno già quasi sempre acquistato quella serena inalterabilità che difficilmente viene turbata; conoscono troppo presto la vita perchè qualcosa li possa ingannare e sono presto vecchi, conservando però, ci spieghi l'enigma chi vi riesce, tutta la forza e l'incanto della gioventù e persino qualcuna delle ingenuità e delle leggerezze dell'infanzia. Ecco perchè Alberto, fin da quando era partito con Emilia, aveva travisto la possibilità che un giorno si potrebbe dirigere verso un'altra meta; egli si era reso troppo certo della brevità e della varietà delle cose umane, perchè tali pensieri non avessero a tormentarlo.

Dacchè erano insieme e specialmente dacchè Alberto aveva cominciato ad allontanarsi un poco da lei, volgendosi tutto a quella grande speranza che lo invadeva, Emilia era molto cambiata. La sua salute non era mai stata perfetta, la sua bellezza era fragile; le forti emozioni provate, il dolore d'essere divisa da' suoi, da tutto che prima amava, l'amarezza segreta di essere discesa dinanzi agli sguardi altrui, la vita nomade e inquieta, tutto l'aveva impallidita, stancata, affievolita, e già sul suo giovane viso, qualche piccola ruga cominciava a raccontare la storia della sua vita. Egli, malgrado la sua distrazione, se ne accorgeva--e una pietà, figlia di un nuovo amore arcano e dolcissimo, l'assaliva tutto, e circondava per qualche tempo Emilia di cure tali da fare momentaneamente rinascere la confidenza in quel cuore titubante.

Un giorno giunse ad Emilia una nuova inattesa. Sua madre era gravemente ammalata e chiedeva di vederla. Questa notizia la commosse fortemente e risvegliò nel suo cuore sentimenti da lungo forzati ad assopirsi. Ella non aveva veduto più nessuno de' suoi dopo la fuga, eppure aveva conservato una profonda affezione a sua madre, che, sebbene severa e dura, era stata però buona a suo modo per lei.--La notizia improvvisa fu una fortissima scossa. Risentiva un immenso dolore, non affatto scevro di rimorso per la malattia di sua madre, e le pareva che se avesse a perderla si troverebbe come sola in un abisso; tanto è vero che l'affetto di una madre è così forte e possente che oltre a non poter essere sostituito da alcun altro, si esercita anche a distanza ed ha una influenza misteriosa anche quando circostanze speciali hanno sciolto il nodo della natura;--ed al tempo stesso provava una gran gioia ed una indicibile commozione all'idea di rivederla, prevedendo che all'istante di riabbracciarla sentirebbe una voluttà santa. Ma pensava con terrore che forse dovrebbe lasciare Alberto per molto tempo, ed allora i presentimenti che da tanto tempo l'agitavano diventavano fantasmi reali e di una forma orribile e le si avvicinavano spaventevolmente.

Si era allora alla fine dell'autunno, ed era una triste e piovosa giornata quella in cui Emilia partì. Disse ben mestamente addio ad Alberto, come se non avesse a rivederlo più. Si sentiva il cuore gonfio, vedeva tutto nero, le pareva che un velo funebre calasse su tutto. Per la prima volta dopo molto tempo palpitava per qualche cosa che non era Alberto, ed il dolore, all'idea della probabilità di perdere sua madre ch'era già in età avanzata, era in lei terribile; pure questo sentimento di dolore acerbo rinforzava, esaltava il suo amore, e capiva più che mai ch'egli era tutto per lei, ch'era la sua vita, l'unica sua meta. Quando fu in vagone, mentre la locomotiva fischiò, mandò con la mano un ultimo saluto ad Alberto, e in quel momento si sentì una fitta tremenda al cuore. Si appiattò nel suo angolo, alzò il vetro, si strinse nel mantello e guardando distratta le campagne mestamente lavate dalla pioggia e gli alberi che si correvano dietro veloci, lasciava che i suoi pensieri egualmente s'inseguissero; ma non erano verdi, e spesso uno nero veniva a cacciarne uno bruno. Era in uno di quei momenti serii in cui molte cose ne si presentano sotto un aspetto nuovo ed improvviso. I suoi pensieri si dividevano tra quello che aveva lasciato dietro di sè e quella cui andava incontro, tra l'affetto della sua infanzia e l'amore della sua gioventù; tra il tavolo di studio dove vedeva colui al quale si era data tutta e per sempre, e il letto ove stava una morente che le perdonava, perchè i rancori di questa terra non si possono portare altrove. Si sentiva la testa debole. Era seduta davanti ad un vecchio elegante il quale portava una grossissima catena d'oro da cui non le riusciva di togliere lo sguardo. D'un tratto, senza accorgersene, interruppe i suoi pensieri per osservare le piante che si vedeva sfilare davanti. Qualche volta le pareva che tutto fosse un sogno, oppure si scordava perchè era in viaggio, e poi il doloroso motivo le ritornava dolorosamente d'improvviso alla memoria con una fitta nel cuore. L'era stata una consolazione la parte che Alberto aveva preso al suo dolore--ma al tempo stesso l'idea di una separazione che poteva prolungarsi la spaventava; tanto più che Alberto aveva deciso di andare, durante la sua assenza, a Parigi con l'amico. Senza ch'ella sapesse troppo il perchè, quel nome «Parigi» le diventava odioso--ella temeva la maggiore lontananza. In quelle poche ore di ferrovia, tutta la sua vita le passò davanti alla memoria, sfilando anno per anno, come il paese variato che le si stendeva dinanzi allo sguardo. Fu uno di quei viaggi che non si scordano. Tutti abbiamo così delle ore in cui si discende nel passato e si ricapitola, in cui l'anima nostra somiglia ad un viandante che si arresti a mezzo la collina per volgersi indietro a riguardare ad uno ad uno i sassi, i fiori, i torrenti e i ruscelli della via già scorsa. Finalmente giunse; fu ricevuta affettuosamente dai suoi e si accorse ch'erano impressionati dal cambiamento che scorgevano in lei, benchè nulla ne dicessero. Rivedendo la casa ove aveva passati gli anni dell'ignoranza, si sentì soffocare da un'emozione non mai provata prima. Fu condotta subito nella camera dell'ammalata, il cui viso, malgrado tutto, s'illuminò, vedendola, di un sorriso di beatitudine; baciò piangendo quel volto forse impallidito per colpa sua, e si assise al suo posto, a' piedi del letto, con l'intenzione di non lasciarlo più finchè la sua presenza fosse necessaria. La malattia era gravissima, ma si sperava ancora.

Alberto fu triste per la partenza di Emilia, come non avrebbe creduto di esserlo. Egli che si era messo con tanta lena al nuovo lavoro che i consigli dell'amico gli avevano fatto intraprendere, ora tornava di nuovo a trovar tutto vano ed inutile, dacchè la sua stanza di studio non poteva più essere illuminata di tanto in tanto dal sorriso di Emilia. Egli che da qualche tempo la trascurava un poco, ora si sentiva talmente pieno d'amore per lei, che non si ricordava un'ora cotanto triste quanto quella in cui aveva udito il fischio della locomitiva che la rapiva. La sala, il posto ch'ella occupava vicino alla finestra, il ricamo mezzo finito sul telaio, il tagliacarte lasciato nel libro, le sbarre del focolare dove i suoi piedini si appoggiavano, i fiori che ora appassivano nei vasi, tutti cotesti segni della sua assenza lo riempivano di malinconia. Il profumo di lei ch'empiva tutta la casa e che gli era sempre stato dolce, ora lo rattristava. Ed era contento della decisione presa di partire, poichè dovendo separarsi da lei, non poteva sopportare di essere continuamente circondato da mille cose che la rammentavano; si sentiva il bisogno di variare tutto intorno a sè, di una vita affatto nuova in mezzo ad oggetti non soliti. Giunto a Parigi infatti queste impressioni si affievolirono; le lettere che riceveva quasi quotidianamente da Emilia gli parevano quasi lei e quasi gli bastavano; le distrazioni, il contatto di quella società letteraria così divertente in cui venne subito introdotto dall'amico, gli aprivano la mente a nuove idee, si vedeva dinanzi gli orizzonti dorati della soddisfazione e del successo. Le speranze che da qualche tempo gli apparivano vaghe e lontane ora si avvicinavano e si facevano reali. Il suo spirito di osservazione, il suo ingegno penetrante che certa ne dovevano fare uno squisito narratore, gli consigliarono un'idea, e allora la febbre del lavoro lo prese. Non escì più che raramente e dimenticò tutto nell'opera che lentissimamente prendeva una forma.

EMILIA AD ALBERTO.

«Mia madre sta un poco meglio, comincia a mangiare e fra qualche giorno potrà forse alzarsi un tantino, ben inteso che questo miglioramento pur troppo non diminuisce per nulla la gravità del male; i medici al solito non vi capiscono molto. Di aspetto non è male, chè si è molto rialzata di morale dopo il mio arrivo; la povera donna si era ostinata a non volermi vedere, ma faceva uno sforzo; ora non può fare a meno della mia compagnia ed io non la posso abbandonare; se sapessi quanto la sua accoglienza mi ha commossa, bisognerebbe perciò capire tutto il bene che mi ha fatto il suo perdono. Mio padre è giunto da Napoli; davanti al pericolo tutti i rancori cessano e le affezioni rifioriscono; egli col suo solito modo strano mi ha ricevuto non calorosamente, ma come niente fosse; zia Paolina e Giulia sono pure qui; capisco che la mia presenza non li soddisfa molto, ma faccio finta di non accorgermene e cerco tutti i modi per strappare loro un poco di simpatia.--Vedendo la mamma relativamente così bene, non mi so persuadere che non vi abbia ad essere rimedio e non so tralasciare di abbandonarmi qualche volta alla speranza; ma la è una ben piccola speranza, poichè i progressi del male sono lenti ma sicuri. Non puoi imaginarti la terribile sensazione di freddo che mi passa per le ossa all'idea di perderla presto. Dio volesse conservarla; ora che la malattia ha servito a riunirci, potrei vederla ancora di tanto in tanto.... comprendi dunque che ho motivo di essere triste senza contare la tua lontananza. Quella poi mi affligge e un poco mi spaventa. Oh! se tu potessi esser qui con me!.... In ogni modo la nostra separazione sarà lunga certo; è necessario dirti quanto ne dovrò soffrire, a te che conosci il mio amore?--E poi ti sei ancora allontanato maggiormente; sei a Parigi.... Mi amerai lo stesso? Come rideresti forse se ti avessi a dire tutte le mie paure e i pensieri tristi e pazzi insieme che molte volte mi assalgono e che non so respingere. Se avessi il coraggio di scriverteli qui ad uno ad uno, mi parrebbe già vedere il sorriso che spunterebbe sulle tue labbra, quel sorriso che tu solo possiedi e che mi ha rassicurata tante volte, e tante volte mi ha fatto tremare. È per me un supplizio il non poter parlare di te; ma nessuno ti nominò e sembra che per un tacito accordo tutti fingano d'ignorare quasi la tua esistenza; nessuno m'interrogò sul passato che hanno voluto obliare, e per ciò, silenzio! Alberto è una parola esiliata dalla casa e forse è meglio, ma ne soffro ancora più. Mi sfogo scrivendo dei volumi in folio a Maria, la cui amicizia è la mia seconda gioia quaggiù; a lei dico tutto, sì signore, forse più di quello che dico a te, perchè ella non sorride; ma tu non ne sei geloso, non è vero? Già, te lo dico in confidenza, è anzi una delle cose che qualche volta mi spaventa che tu non sei geloso, e non lo sei affatto, ma proprio niente.... A lei dico tutto come vien viene; ed ella m'intende e ha la pazienza di rispondere e di rassicurarmi e spinge l'adulazione fino a farmi incessantemente i tuoi elogi. Ben inteso che non scrivo a lei che dopo d'aver scritto a te, e a te voglio scrivere il più che sia possibile, anche tutti i giorni se ne ho tempo; non ti annoiano tutte le mie chiacchiere, non è vero?--Sai che qualche volta ho un po' vergogna a mettermi a scrivere? Chi sa come sono queste mie povere lettere che non ho nemmeno tempo di rileggere. Ma già con te non so fare altrimenti, lascio che la penna vada come vuole, basta che ti abbia detto almeno cento volte che ti adoro con tutta l'anima e che ti supplico di pensare a me il più che puoi.... quando hai tempo.

«Scrivi?--Già tu lavorerai con furore e frenesia e tanto che ti farà male. Bada a quello che fai, non stancarti troppo, abbiti cura, te lo chiedo per me. Non puoi imaginarti con quanta beatitudine penso che finalmente il tuo ingegno ha trovato la sua vera strada, che per te sono finiti i giorni dello scoraggiamento, che il successo nella nuova via ti compenserà fra poco del disinganno nell'altra, che la tua fronte si è rialzata e il raggio della speranza ritorna ad illuminare il tuo sguardo; il pensare che quando ci rivedremo non avrai più quelle lunghe ore di tristezza e di abbattimento provenienti dall'ozio al quale ti eri tu stesso condannato, e che il tuo genio non oserai più negarlo quando tutti l'avranno proclamato! Non posso fare a meno che sentire riconoscenza per chi ti ha mostrata la via che ti stava dinanzi e che tu non vedevi; per quello cui dovremo la tua gloria futura. _Dovremo_, quanto è dolce una tal parola! Io ti amo con tutte le forze dell'anima e ti amo con tutto l'orgoglio che deve avere la donna che tu hai prescelto.--Come vorrei esserti vicina ora che il sorriso della sicurezza è spuntato nuovamente sul tuo labbro, ora che tu non ti rinneghi più. Tu certo non sentirai troppo la separazione che mi riesce tanto penosa; perchè le nuove idee ti occuperanno, perchè sarai tutto assorto nel lavoro e troppo consolato dalla speranza. E mentre tu vivrai nella capitale del mondo, distratto dallo studio e dai divertimenti, io starò qui sola, al letto di mia madre, pensando a te, invocando la sua guarigione e il tuo ritorno. Oh abbi pietà di me, non dimenticarmi, amami e cerca di dirmelo il più presto che puoi!

«Non voglio più annoiarti, nè stancarti; mi sono promessa di non parlarti più della mia gelosia, nè delle mie paure; ti dirò ora solamente che, se non avessi il dovere che mi trattiene qui e se il mio tempo non fosse tutto occupato dall'assistenza che ho la consolazione di poter prestare a mia madre, questi che passano per me non sarebbero giorni, sarebbero un tempo senza limite, senza scopo, senza vita. Lo sai che la mia esistenza è dove tu sei.»

Quanto piacere e quanta tristezza insieme si trova nel conforto che le lettere portano all'assenza! Esse ne diminuiscono l'effetto e rallentano la inevitabile azione del tempo, ma non la impediscono nè l'arrestano. Ogni giorno, ogni ora, ogni minuto fa il suo lavoro, ogni spazio di tempo che passa aumenta la distanza. Alberto che sulle prime si sentiva isolato, triste, affranto, a poco a poco si abituò all'assenza, come abbiamo visto, e passava la vita tra il lavoro e le lettere che riceveva da Emilia, di cui abbiamo voluto dare un saggio. Sul principio egli le aspettava ansiosamente, con impazienza delirante; se tardavano s'inquietava, se mancavano non poteva più mettersi al lavoro, ma poi cominciò a riceverle come una cosa di abitudine e, internato nel suo lavoro che occupava ogni sua facoltà, molte volte non si accorgeva più del ritardo o della mancanza d'una lettera. Dobbiamo confessare tutto? Dapprima gli parevano dolci, ineffabilmente buone, adorabili, inimitabili, poi non poteva negare a sè medesimo che un poco si ripetevano, ch'erano motivi sulla stessa nota, e talvolta inquiete e paurose senza ragione, e interrogative senza scopo. Qualche volta il dover interrompere il suo lavoro per rispondere gli riusciva di peso; e allora la sua risposta era corta, frettolosa, ed Emilia per tutto il giorno seguente restava triste ed abbattuta.