# La gran rivale

## Part 3

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/la-gran-rivale-20639/index.md

Ma ne era certa? Spesse volte veniva assalita da dubbi di ogni maniera; e l'idea che avesse a stancarsi di lei, ch'egli avesse ad amarne un'altra la facevano soffrire atrocemente. Se alla fine egli prendesse a noia la vita calma e monotona che conducevano, se gli venissero d'improvviso di quei bisogni di distrazione ai quali non si può resistere, se la sua gioventù si facesse impaziente di ogni freno e s'egli volesse vivere la vita giornaliera e vivace di coloro che non hanno legami? Se, cosa tristissima, egli non le stesse più vicino che per pietà; se dovesse giungere un giorno in cui l'amore si avesse a spegnere a poco a poco e ch'egli restasse al suo posto solo per un'idea di dovere, fingendo una passione che non poteva più sentire, cercando di far rivivere in fiamma ciò che si era mutato in cenere? Guardandosi nello specchio, ella pensava: «Quante ve ne sono più belle di me!» E allora si sentiva gelosa di tutte le donne che passavano sotto la sua finestra in quel momento. L'avvenire la spaventava. Quando vedeva una nube sulla fronte di Alberto o un sorriso amaro passargli sulle labbra, ella s'inquietava e credeva scorgere in quei segni passeggeri i sintomi della noia vicina. S'egli era preoccupato, il cuore di lei palpitava ansioso, poichè temeva che qualcun'altra l'avesse colpito; se talvolta egli le parlava tristamente, si rimproverava di non saperlo consolare.

Un giorno ebbe una sorpresa. Una sua amica d'infanzia, che passava per caso da Firenze, venne a trovarla. Quando l'aveva lasciata era una fanciulla di qualche anno maggiore di lei, timida, impacciata, con le mani rosse; ora la ritrovava bella, elegante, contessa, e vedova.

Emilia ne fu commossa, non rifiniva dall'abbracciare e riabbracciare la sua amica; poi le raccontò tutto, tutto quello che aveva passato e sofferto e gioito, la sua felicità presente mista alle memorie del passato e alle paure per l'avvenire. Le disse quanto Alberto fosse elevato di animo e di cuore, e come le sue qualità stesse aumentassero in lei la tema di saperlo un giorno trattenuto vicino a lei solo dalla pietà e dall'idea del dovere; parlò del suo ingegno, ch'egli negava tristamente, ma ch'ella aveva travisto col suo istinto di donna e che pure un po' le faceva paura, poichè l'ingegno ha di ogni maniera esigenze e abbisogna spesso di una vita variata e avventurosa.--«Io sono tanto al disotto di lui», ella aggiungeva.

La fu una bella giornata, quella che passarono insieme le due amiche, l'una indulgente e pietosa, l'altra riconoscente. Si raccontarono tutto a vicenda, si esortarono, si ammonirono, piansero, risero, parlando ad un tempo di cose serie e di leggere, del passato e del presente, d'amore e di vestiti. Ma la contessa doveva partire e fu forza dirsi addio.--Allora si promisero di scriversi, e spesso, e dirsi ogni cosa. «Nei dolorosi momenti avrai qualcuno cui potrai confidare le tue pene, se avrai bisogno di una mano amica in qualunque occasione, ve ne sarà una sempre stesa verso di te». Gli occhi di Emilia le si velarono involontariamente e abbracciò la sua amica con uno slancio pieno di affetto e di gratitudine.

Se qualcuno avesse potuto vederle in quel giorno o sedute vicino all'ampia finestra del salotto d'Emilia o passeggiando per li ombrosi viali del giardino, avrebbe certo veduto un bel quadro, se artista; se osservatore, uno studio difficile, poichè era arduo l'indovinare cosa fossero quelle due donne. La contessa per il modo di vestire, per la camminatura, per i gesti, per il portamento era _una gran dama_ e nulla più, giovane, allegra, bella, distinta. L'altra invece col suo vestire modesto e artistico, con la sua fronte ove si scorgeva ch'erano passati i pensieri in copia non comune, con quell'aspetto distintissimo alla sua maniera, ma diverso assai da quello della compagna, con la quasi impercettibile distanza ch'ella stessa poneva fra loro due, sarebbe forse rimasta un enigma anche per il più arguto spettatore.

Emilia fu mesta per la partenza dell'amica, e quella breve apparizione talvolta quasi le sembrava un sogno. Pure pensava con un senso di profonda contentezza come ella, costretta a troncare ogni relazione con la propria famiglia, aveva ora almeno qualcuno cui ricorrere in una circostanza difficile, un cuore in cui gettare ciò che traboccasse dal suo.

La prima a scrivere fu la contessa. Erano già passati due mesi dal giorno in cui si erano vedute, ed Emilia, timida, non aveva osato mantenere la propria parola. Le cose fanno un effetto ben diverso a una certa distanza, ed ora che non vedeva l'occhio pieno di bontà dell'amica indulgente, che non sentiva la pressione affettuosa della sua mano, benchè fosse persuasa che le volesse bene assai, non sapeva risolversi a confidare a un foglio di carta tutto ciò che avrebbe tanto volentieri versato all'orecchio dell'amica. La contessa, forse intravedendo un po' tutto questo, si decise a scrivere per la prima; Emilia allora, incoraggita, rispose subito. Ecco la lettera: meglio di qualunque parola, può mostrare lo stato di animo in cui ella si trovava:

«Quanto sei buona, mia cara Maria, di avermi scritto per la prima. Sai, che io quasi non osava?--Lo confesso, ora che non sei qui a farmi diventare rossa con i rimproveri tuoi affettuosi; e lo faccio perchè mi conosci abbastanza per comprendere ch'era una stupida falsa vergogna (forse qualcosa di un po' diverso, ma che non ti so spiegare) e nulla più. Grazie, grazie, per tutto quello che mi dici; se sapessi quanto le tue parole mi fanno bene!.... Non credere che io abbia mai dubitato di te; tu sei troppo buona ed intelligente perchè un simile sospetto ti possa afferrare, benchè il mio silenzio mi accusi un po' in apparenza, ma il sentirmelo ripetere, con quei detti che solo l'amicizia profonda e vera sa trovare, mi riesce dolcissimo--tanto più che ne ho davvero bisogno. Sì, Maria, ho bisogno che qualcuno mi voglia bene, mi faccia coraggio! La lotta contro tutti è ben dura per una povera donna come io sono; e quando si ha concentrato tutto sopra un punto solo, quando un solo vi deve consolare di quanto avete perduto, vi deve rendere forte a proseguire il cammino in cui si è voluto avventurarsi--se un dubbio vi assale, quel dubbio basta ad avvelenarvi la vita. Oh il dubitare sempre! Oh, Maria, la certezza sarebbe meno male! So quanto gli sono inferiore, e sebbene, vada orgogliosa di esser amata da lui, sento che forse non ne sono meritevole; se dunque egli mi dicesse che è stanco di me, che ne ama un'altra, non mi rimarrebbe che a morire tutta sola nel mio angolo, ma sarebbe forse meno male che il dubbio atroce ch'egli non mi ami più e non abbia il coraggio di dirlo, che io cessando d'ispirargli amore gl'ispiri pietà, oh! questa idea è troppo crudele!.... e pure non mi vuole abbandonare. Perchè egli è buono, sai, profondamente buono, e se non mi ama, mi ha amato assai e dunque potrà dire fra sè: «Povera Emilia mia, non ti amo più, ma non te lo saprò mai dire», e avere il triste coraggio di sopportare quella tortura orribile che è la finzione in amore--senza capire che fa soffrire sè stesso inutilmente, poichè non s'inganna una donna che ama.

«Ma tu mi dirai: questi dubbi, queste paure su che cosa son fondate? Su niente. E malgrado ciò esistono e mi straziano. Vorresti negare l'istinto di donna? Abbiamo talvolta dei presentimenti che ne fanno tremare, delle superstiziose paure che non riusciamo a scuotere, ma, pur troppo, quei presentimenti si avverano quasi sempre, quelle paure lontane si fanno terribili e reali. Non ti par vero? Malgrado che scoraggito e disingannato nell'arte sua egli voglia negare il suo ingegno, pure ne ha e molto, del genio oserei quasi dire; e so anch'io che non posso bastare a riempire la sua mente di artista, che devo perdonargli le lunghe ore in cui mi accorgo di esser lontana mille miglia dal suo pensiero; ma queste, che una volta erano rare, si fanno ora di giorno in giorno più frequenti. Oh Maria, s'egli ne amasse un'altra?

«Io dissi che tutte le mie paure sono affatto prive di motivo; ed è vero, pure c'è una data nella mia mente alla quale non posso a meno di porre il principio del suo cambiamento a mio riguardo. Tre giorni dopo la tua partenza, al giovedì, eravamo alle Cascine; era tardi, il mondo elegante aveva già abbandonato i viali, e noi silenziosi guardavamo i riflessi di luna, che penetravano a stento qua e là tra le fitte foglie, rischiarando magicamente la solitudine che si era fatta intorno a noi. Io mi sentiva in uno di quei momenti, quando la poesia delle cose esterne pare filtri in noi a poco a poco, finchè ci sentiamo il cuore traboccante. Pensava al passato e all'avvenire, guardavo Alberto il cui sguardo era fisso nella semi-oscurità che ne avvolgeva; lo guardavo con inquietudine, poichè mi sembrava in uno di quei momenti di abbattimento invincibile che tanto mi spaventano, e che ora si fanno, Dio mio! ben frequenti; egli pareva ben lontano da me, ed io era gelosa de' suoi pensieri. Talvolta un sorriso triste e forzato gli passava sul labbro, uno di quei sorrisi che fanno male a vedere--e la mia idea fissa mi faceva soffrire orribilmente, l'idea ch'egli non mi ama più. D'un tratto udiamo una voce: «Alberto, Alberto!» e vediamo un giovane, che a piedi correva dietro alla nostra carrozza. Questo incidente improvviso distrasse me dai miei pensieri e svegliò Alberto dai suoi sogni--fecemmo fermare--e in un attimo lo sconosciuto era giunto alla carrozza, e appena che si furono ravvisati, Alberto e lui si strinsero le mani e si abbracciarono.

--«Da quanto tempo sei qui?

--«Da ier l'altro.

--«Ti fermi?

--«Credo di sì.

--«Verrai a trovarmi?

--«Certo. Dove stai?

Alberto gli diede il nome della villa.

--«Hai fatto parlar di te. Ho letto le tue cose e credo inutile dirti che sono entusiasta.

--«E tu, cosa fai?

--«Io?--Niente--» Poi con un sospiro: «Se vieni a trovarmi, parleremo a lungo.--Vieni domani.

«--Domani non posso, ma posdomani certo».

Si strinsero ancora la mano. Alberto soggiunse:

--«Non ti puoi imaginare quanto son felice di vederti! ne avevo bisogno,» gli diede un'altra volta la mano, che l'altro strinse nel mentre alzava il cappello lentamente, guardandomi fisso, e partì.

--«Chi è? io chiesi.

--«Non ti ho mai parlato di un giovane di straordinario ingegno, ch'è primo fra i pochi cui do veramente il nome di amico? È lui. Non puoi capire che gioia sia per me l'averlo incontrato. Io non credo molto ai presentimenti, ma devo confessare che da qualche giorno pensava a lui continuamente.

--«Perchè non me lo hai presentato? io domandai.

--«Come, non l'ho fatto?--Mi sembrava di sì.»

«Non si era accorto dell'omissione; il fatto sta che quella sera l'incontro con l'amico aveva scacciato dalla fronte di Alberto la nube che ora vi sta così sovente; ma è da quell'incontro che il suo contegno verso di me si è cambiato davvero, che il suo modo m'inquieta; è d'allora che i dubbi crudeli che mi straziano si sono fatti insopportabili, è d'allora che ho spesso quella inesplicabile sensazione, nuova e terribile, che mi fa dire: «Non è più mio».

«Al giorno stabilito, quando l'amico d'Alberto venne, si rinchiusero in stanza e vi stettero quasi tutto il giorno. Alla sera partirono insieme e non tornarono che tardi. Talora mi pare perfino di odiarlo, quel suo amico, che viene a portarmelo via; mi pare certo che Alberto ne ama un'altra; ch'egli confida tutto al suo amico, e forse questi lo consiglia ad abbandonarmi, forse lo spinge nella passione cui ha resistito finora. Oh! che mi dicessero almeno subito la mia sentenza, ma questo dubbio incessante è quasi un'agonia!--Dimmi che sono pazza, dimmi che tutte queste brutte idee non sono che le allucinazioni dell'amore. Il nuovo venuto fu gentilissimo con me, e lo troverei simpatico, se non mi sembrasse che mi distacca Alberto;--mi parlò benissimo di lui, mi raccomandò d'incoraggiarlo, di fargli animo, disse che non bisogna permettergli di negare il proprio ingegno; disse tutte queste belle cose, come se le avesse scoperte lui!--E adesso intanto che scrivo lì vedo che passeggiano là nel giardino sotto il pergolato, dove abbiamo tanto passeggiato quel giorno, ti ricordi? e parlano, parlano, e gesticolano e sono ben certa che io non c'entro nei loro discorsi. Forse c'entra un'altra.

«O mia buona Maria, aiutami. Ti sembro diventata pazza?--Quanto, sarei contenta di ricevere una tua lettera che me lo dicesse! Ma pur troppo, temo di aver tutta la mia ragione; è vero che giudico con l'istinto, ma l'istinto va dritto alla verità. Non so comprendere cosa sia avvenuto; non so se davvero ne ami un'altra come sospetto sempre, non ho nessuna prova positiva, non so nulla, non posso lagnarmi di lui, pure, Maria, sento, sento ch'egli non è più mio. Addio, addio. Scrivimi presto, confortami tu che sai confortare.--Te ne sarà ben riconoscente la tua Emilia.»

Sembrerà forse una cosa triste a molti, ma che ben pochi fra coloro che pensano vorranno negare, che nell'amore le cause più indirette in apparenza, le circostanze esterne possono acquistare una grande importanza. Se Alberto non fosse stato costretto a confessare che la sua vocazione per la pittura era una illusione, se la passione non avesse trovato nel suo cuore e nella sua mente il campo devastato, avrebb'egli fatto ciò che abbiamo raccontato? Non lo crediamo. L'amore in tal caso non avrebbe potuto vincere la ragione, poichè questa sarebbe stata rafforzata da un altro sentimento, o piuttosto perchè non avrebbe potuto invaderlo completamente, una gran parte di lui essendo già occupata da un'idea egualmente alta e profonda, egualmente piena di emozioni bastevoli esse pure a riempire una vita. Era la sua una natura superiore e non gli era certo possibile vivere senza qualche cosa di gagliardo e di dolce a un tempo, di strascinante e d'inebriante che potesse occupare tutte le sue facoltà in una volta, ed estinguere quella sete di cose grandi e belle e gentili che tutti sentono coloro cui Dio impartì vastità d'intelletto, e con essa desideri irrequieti e superbi. S'egli fosse stato occupato, contento di sè per quanto possibile, ardente nel proseguire il suo ideale reso visibile, animato dall'amore assorbente dell'arte--quanta maggior forza avrebbero avuto i consigli freddi contro le aspirazioni vaganti del cuore, quanto sarebbe stata più viva la lotta e meno pronta la vittoria; come avrebbe acquistato vigore, con quel possente ausiliare dell'arte, la voce che accennava al pericolo, alla dura responsabilità che stava per assumere, alla possibilità di un cambiamento, alle difficoltà e alla lunghezza della via che l'amore gli consigliava d'intraprendere. Ed è certo che l'amore vinse perchè era solo. Tutto quel bisogno di azione ch'era in lui, le forti aspirazioni ch'era stato costretto di togliere dal campo dell'arte, ogni suo desiderio s'era rivolto nella via che unica gli si era aperta trionfalmente dinanzi cosparsa di rose, una di quelle vie alle cui attrattive maliarde è ben difficile resistere--specialmente quando non se ne vede un'altra. Perfino la sua ambizione, la brama di gloria, si era tradotta in amore. Tutti quei sentimenti che non sapevano farsi strada ne avevano trovata una qualunque e vi erano precipitati. Come poteva essere diversamente? Senza Emilia che avrebbe fatto egli, avendo già dovuto rinunziare al resto? Era libero, solo, indipendente, l'amore gli consigliava una via, egli vi scorgeva pericoli, dolori, ma al tempo stesso infinite dolcezze; altrimenti si vedeva orbo di tutte le sue speranze, capace di nulla, pieno d'una tristezza indicibile, e sicuro di rimpiangere poi la propria viltà nel non aver saputo seguire la via fiorita che si vedeva dinanzi piena di tentazioni, solo perchè sotto i fiori si potevano nascondere le spine. E certo è spesso più amaro il rimorso per ciò che si è omesso che per ciò che si è fatto.

Aveva rinunziato ai sogni di vocazione artistica, perchè aveva dovuto piegare dinanzi alla verità crudele, ma come si è già detto altrove, qualche cosa protestava in lui: il suo ingegno, benchè impotente fino allora a manifestarsi, esisteva però, ed egli lo sentiva, e non era possibile che lungamente si rassegnasse alla condanna d'inazione dettatagli dal primo disinganno. Non si potrà dubitare ch'egli amasse Emilia, e che l'amasse profondamente, dopo quello che aveva fatto per lei, dopo di averle sagrificato le sue idee da lungo tempo fisse, la sua indipendenza. Doveva pure essere stato forte quel sentimento che aveva tutto vinto, che aveva annichiliti gli ostacoli insormontabili, in apparenza, e che lo aveva deciso, lui, figlio di questo secolo pieno d'irresoluzione e di dubbio, ad una forte e grave determinazione. Pure, malgrado tutto ciò, era forse esagerazione di scetticismo il dubitare che quell'amore potesse solo bastargli nella vita o anche che potesse durare fresco e roseo come il primo giorno? Il suo carattere era troppo vivace e vario, perchè l'amore solo gli potesse riempire l'esistenza. L'amore per alcuni è tutto; per altri, per coloro specialmente che in qualunque modo si meritano il nome di artisti, non è che il possente ausiliare della vita: nei primi tutte le occupazioni servono l'amore, nei secondi l'amore coopera fortemente, è la molla che fa agire il resto, ma invece di farsi servire, serve; serve d'ispirazione e d'incitamento, è a un tempo sprone e conforto, stanca ma riposa anche. Molte volte fu detto che gli uomini superiori, gli artisti, i pensatori, amano più e meglio degli altri, e che tutta la loro vita rimane rischiarata dall'incendio prodotto da quella scintilla della loro gioventù. Ciò è vero; ma non totalmente e non sempre, e sebbene gli artisti trovino certo nell'amore qualche cosa di più di ciò che tutti vi trovano, sebbene amino meglio e con maggiore raffinatezza, pure l'amore non è lo scopo esclusivo della loro vita, e appunto perchè mettono e trovano l'amore in tutto, l'amore non può essere tutto per loro. Nella consolazione divina che l'arte ci presta vi è inevitabilmente una parte di oblìo. Ciò che vi è nella mente può fare obliare ciò che fa battere il cuore. L'arte è passione come l'amore, è la gran rivale, e la sua signoria è dolce quanto quella dell'amore, ma più severa, poichè mette un po' al disotto di lei tutto che non è lei. Quando l'idea è sorta e con essa la brama irresistibile di estrinsecarla, quando l'artista si è sentito vicino a creare, vicino a quel sublime e terribile momento, tutta l'anima sua, tutte le sue forze sono rivolte verso il suo lavoro; si sente invaso dal fuoco sacro, innalzato al disopra delle altre cose tutte; si raccoglie, si rinchiude per lunghe ore, e tutte le sue facoltà morali, intellettuali, fisiche, tendono ad uno scopo solo: tutto allora scompare intorno, nulla esiste più per lui; nulla lo può distrarre, egli si dedica tutto al dolce e faticoso colloquio tra il suo spirito e la sua idea, dal quale deve nascere l'opera. L'amore e l'arte creano ambedue, ed è forse per ciò che uno dei due sovente è assorbito dall'altro. Ed è difficile che chi si sente animato e pieno della forza creatrice, ricolmo di fantasie che ha bisogno di espandere, possa dedicarsi interamente all'amore. Tutte le forze che prima si consumavano nella passione si rivolgono all'arte, e le voluttà che empivano la vita sembrano ora quasi insipide in confronto alle austere e ineffabili voluttà del lavoro che crea. E da tutte le forze negate all'amore e rivolte all'arte esce il capolavoro. Nell'arte vi è una parte di oblìo, poichè vi è l'estasi, vi è la negazione di ogni altra gioia, poichè è la gioia senza pari. Inoltre essa utilizza tutto, sottopone tutto a sè, si fa da tutto servire. Le gioie e i dolori passati servono al lavoro che s'intraprende, le lagrime hanno un'utilità, il dolore viene egoisticamente adoperato come elemento. Per creare bisogna aver sentito e sofferto, ma bisogna esser calmi. Tutte le tristezze si fondono in quella immensa gioia, dal dolore trascorso può uscire il gaudio segreto e qualche volta il trionfo.

Nei primi tempi che vivevano insieme, com'era naturale dopo le vicende per cui erano passati, l'amore riempì tutta la vita di Alberto. Egli non pensò più a null'altro, non gli parve possibile quaggiù un'altra felicità. Che gli importava dei suoi sogni d'arte svaniti, o della lunghezza della via da percorrere, o dei pregiudizi invincibili che si sarebbero rivoltati in folla contra di lui? Aveva tutto dimenticato. Era cullato dal dolce canto della gioventù e si addormentava in una beatitudine serena e piena di oblìo. Il suo cuore giovane viveva in tutta la pienezza della vita, ma l'anima sua d'artista si assopiva. L'amore ha generato molte opere d'arte, ma la sua influenza vivificante non si sente che quando il cuore è libero; per ispirare bisogna che abbia finito di regnare. E regnava despoticamente e dolcemente nel cuore d'Alberto, che aveva dimenticato tutto il resto e a Raffaello non invidiava più che la Fornarina. Nella lotta della loro rivalità, l'arte alla lunga finisce quasi sempre col vincere l'amore nei veri artisti; malgrado ciò, bisogna ammettere in un certo senso che la loro potenza è pressochè uguale, poichè finchè l'amore esiste l'arte non ha potenza; alcuna è d'uopo che passi, finisca da sè, e se allora l'arte subentra stabilisce la sua superiorità assorbendo tutto e non lasciando più che nessun'altra passione diventi padrona del campo. Alberto dimenticava dunque tutto il resto e preferiva carezzare i lunghi capelli di Emilia anzi che oscurare la fama di Michelangelo.

