La gran rivale

Part 15

Chapter 15 3,817 words Public domain Markdown

Disse molte cose ancora in questo senso, aggiunse come la elevatezza dell'arte stesse talora appunto in questo, che non siamo solamente noi che compiamo il lavoro, ma inoltre una particella di fuoco sovrumano che scende in noi e ne rende possenti ad eternare nel fatto le idee labili e sbiadite che si disegnano vagamente tra le nebbie della nostra immaginazione. Mi spiegò tutte coteste cose con vera eloquenza e con profonda sicurezza di convinzione.

Ma rideva facilmente di tutto; dopo che il suo labbro aveva preso una piega severa, subito si atteggiava ad un sorriso cinico e beffardo, e con molto spirito, in compenso della facondia, provava con giustezza il contrario di quello che aveva detto.

Fece lo stesso nel caso di cui parliamo. Le sue parole calorose che mi avevano riscaldata la mente e costretto a pensare, echeggiavano ancora per così dire, ch'egli cominciò a dire il contrario. Rivoltò tutti i propri argomenti, mise in ridicolo le proprie idee e seppe quasi provarmi che tutta l'arte non è che un meccanismo, che ogni cosa si può fare con certi elementi e che, purchè si faccia uno sforzo di volontà, qualunque momento è buono. Trovava ora delle intonazioni così cinicamente giuste, come prima ne aveva trovate di entusiastiche, che durai fatica a combattere la sua ironia, malgrado fossi munito delle sue stesse armi. Lo tentava però e mi animava a mia volta nella discussione, quando d'un tratto ei disse, come per conchiudere:

--Del resto, lasciando da parte le teorie, potrei spiegarvi con un esempio la verità che sostengo ora contro al mio falso entusiasmo di poc'anzi--e sono certo che non sapreste più cosa rispondere.

--Ebbene, ditelo, io risposi, assai curioso di udire cosa diavolo mi avrebbe tirato fuori.

--È un esempio facilissimo a capirsi, egli soggiunse. Mi accorderete, spero, che il soggetto eccezionale di racconto che vi esposi or ora è abbastanza difficile, perchè se io giungessi a provarvi che lo si può fare in qualunque momento, date però alcune circostanze, voi vi dichiarereste persuaso che l'ispirazione non è un elemento indispensabile. Bisognerà però che vi accontentiate di credere alla mia parola e che vi fidiate della mia convinzione, perchè certo non vorrete tentare la prova. Ascoltate: è molto tempo, come vi dissi, che questo soggetto mi occupa e mai lo seppi porre in fatto; sono quasi certo che il momento d'ispirazione non verrà mai, perchè non potrò mai entrare davvero nel carattere strano del mio eroe. Ebbene, or sono stanco dal viaggio, abbattuto, ho sonno.....

--E lo scrivereste ora? io interruppi stupito.

--Non credo, egli rispose, che lo potrei fare con la nessuna voglia che ne sento e in un momento così poco adattato, solamente per uno sforzo di volontà. Avrei bisogno di un eccitamento, ma capirete che se io lo potessi fare con un eccitamento non artistico sarebbe provato che il fuoco sacro non è necessario. Ebbene, se qualcuno mi dicesse: domattina sarai ricco, se questa notte scriverai il racconto, per dio! scommetterei di farlo.

Io era ammaliato dalla originalità del mio nuovo amico. Un'idea pazza mi traversò rapidamente la testa: me ne venivano così molte in quel tempo. Gli dissi: che somma vorreste?

--Una somma come certo non troverò alcun negromante che me la voglia dare. Cinquecento mila franchi, per esempio.

--Li avrete domattina se la novella è fatta.

Arnaldo non voleva credere. Mi disse che io scherzava. Io presi una cartella da viaggio contenente tutto ciò che occorre per scrivere e formolai chiaramente la mia promessa, poi sottoscrissi con tutti i miei nomi e gli consegnai il documento. Gli dissi:

--State certo che non mi pentirò di quello che faccio ora. Se voi perdete, sarà una prova fortissima contro tutti quelli che non credono all'inspirazione; se guadagnate, avrò il piacere di aver contribuito al vostro avvenire, poichè il vostro ingegno, come lo diceste voi stesso, prenderà uno slancio novello e non abbisognerete più di cercare il coraggio nel.....

--Avete ragione! egli m'interruppe. Non saprete mai il bene che fate in questo momento e quanta sarà la mia riconoscenza! Che le Muse vi benedicano!

Egli non sapeva moderare la sua gioia; cantava, rideva, diceva ogni sorta d'insulsaggini. Era perfettamente sicuro di riuscire. Parlava pazzamente di cosa avrebbe fatto quando sarebbe ricco; diceva di esser sicuro oramai di farsi veramente un nome. Io era felice nel vederlo così allegro per merito mio; gongolava a mia volta (bisogna che lo confessi) all'idea dì aver fatto una cosa che non si fa certo tutti i giorni. Pensava, che se egli guadagnasse, forse passata l'ebbrezza del momento mi annoierebbe un poco il dare una sì grossa somma ad uno che in fine non conosceva che di nome; ma d'altra parte mi sembrava di tanto in tanto assai probabile ch'egli avesse a far fiasco, malgrado la sua sicurezza.

Si giunse a Torino verso le undici, e appena scesi all'albergo egli ordinò la sua cena e disse di portargliela in camera. Ci stringemmo la mano ed egli mi disse:

--Vado a lavorare. Domattina avrete la vostra novella.

Io dormii profondamente tutta la notte essendo stanchissimo, e mi risvegliai verso le nove.

Subito corsi alla camera d'Arnoldo e ne trovai la porta spalancata. Dentro nessuno. Scesi abbasso e chiesi nuova all'albergatore del signore che era arrivato con me.

--È partito un'ora fa, circa.

--Come! è partito?

--Sì signore. Anzi.... non vorrei inquietarla, ma mi pare che gli debba essere accaduto qualcosa a quel signore.

--E perchè? chiesi io, malgrado incominciassi a sospettare la verità.

--Come ella sa, il suo amico si fece portare da cena in camera ieri sera quando arrivarono, il cameriere gli accese due candele, domandò se avesse bisogno di qualcosa, al che fu risposto: nulla! e partì. Or bene, il cameriere stette alzato quasi tutta la notte ed il lume brillava ancora alla finestra del suo amico. L'altro cameriere che si alzò alle cinque, quando quello andò a letto, vide il lume brillar sempre. Finalmente, verso le otto, il signore suonò il campanello, ed il cameriere che entrò nella sua stanza lo trovò seduto al tavolino, con delle carte dinanzi; le due candele pressochè finite, e (da questo fu molto impressionato) pallido come un morto.

--E cosa gli disse?

--Era di un pallore che faceva spavento e la sua voce corrispondeva al viso, poichè era tremante e un po' rauca. Egli chiese a che ora partisse il primo treno, disse che si portasse giù la sua valigia, e avvoltosi nel mantello venne qui e si sedette su questa sedia ad aspettare che i cavalli fossero attaccati all'omnibus. Io stava a quel tavolo, scrivendo, e fingevo di non guardarlo, ma l'osservavo di soppiatto, e lo vidi battersi due o tre volte la fronte e pronunziare a bassa voce delle parole strane. Non osai chiedergli nulla, perchè mi sembrava talmente di cattivo umore, che certo non avrebbe troppo bene accolto la mia domanda.

--E partì?

--Sì signore. Montò nell'omnibus, diede--come distratto--una ricca mancia al cameriere, fu condotto alla stazione dove prese il treno di Genova, il primo che partisse.

Tutti questi particolari mi restarono impressi nella memoria. Chiesi se non avesse lasciato nulla per me e mi fu detto di no.

Un orribile sospetto mi afferrò subitamente e capii quanto la mia promessa fosse stata imprudente. Certo egli non aveva potuto scrivere il racconto, e con la sua facilità a cadere nei sentimenti estremi e ad abbandonarsi all'impressione del momento, era piombato nella disperazione. Con quella fantasia abitualmente strana, ed eccitata da un sì forte disinganno, tutto diveniva possibile; un brivido d'inesprimibile paura mi passò per le ossa. Chiesi a che ora partisse ancora un treno per Genova. Ero deciso di ritrovarlo.

Tutte le mie ricerche furono infruttuose. Nè a Genova nè altrove potei aver notizia di Arnoldo D. Frugai dappertutto, alberghi, case, caffè, teatri, osterie. Annoiai per lo meno cento persone con le mie domande, nessuno mi seppe dir qualcosa di preciso. Certo non si era fermato a Genova. Ritornai a Torino, passai da Milano, cercai ancora e sempre inutilmente. Sapeva ch'egli aveva dei parenti a Venezia; vi andai. Quindici giorni intanto erano trascorsi.

A Venezia finalmente fui informato della triste verità. Benchè la respingessi sempre, l'idea d'un suicidio si era presentata più volte alla mia immaginazione. La verità era forse peggiore: egli era diventato pazzo!--

Il conte s'arrestò e camminò per qualche passo in silenzio, assorto nei suoi pensieri. Io non osai disturbarlo ed attesi finchè proseguì, questa volta a voce bassa e triste:

--Capirete ora la causa di questa malinconia che mi segue sempre e dovunque. È una mestizia mista al rimorso. Per una idea balzana, prodiga, ho forse per sempre offuscato un ingegno non comune e gettata nelle tenebre un'anima che splendeva nella luce. Per consolarmi posso dirmi che io non poteva prevedere una tale catastrofe e che egli era già naturalmente troppo strano perchè si possa dare alla prova fallita tutta la colpa; ma queste ragioni non mi bastano. Fu tale l'abbattimento profondo, la rabbia, il dolore di non esser riuscito a far ciò di cui si credeva sicuro e che gli assicurava la ricchezza--il sogno della sua vita--che tutte le allucinazioni della sua mente, le sue stravaganze, le conseguenze del vizio, presero il di sopra e la sua ragione svanì. Io cercai di vederlo e lo potei circa due mesi dopo il giorno fatale; ma nulla lo potè togliere dalla sua pazzia. È ordinariamente triste, abbattuto, qualche volta quasi furioso; le sue parole accennano sempre a quella notte in cui lavorava mentre io dormiva, inconscio del male che quello sforzo non riuscito doveva fare in quel cervello ammalato.

Era notte quando giungemmo alla casa di Sotowski. La luna riflettendosi nel mare calmo come fosse addormentato formava quella lunga striscia di luce tempestata di brillanti che sembra la via delle visioni; le stelle scintillavano. Io gli dissi che ora capivo tutto, lo ringraziai e gli strinsi la mano, lasciandolo forse meno preoccupato del solito, per lo sfogo avuto. Ora sappiamo la causa della mestizia profonda del conte; è strana, ma chiunque sappia cosa sia il rimorso d'aver fatto un gran male morale, anche involontario, la intenderà.

Io vidi ancora il conte molte volte ed egli non tornò più su cotesto scabroso argomento, nè io osai spingervelo. Solo un giorno, molte sere dopo quella di cui ho parlato, mi disse che poteva darmi il complemento del curioso aneddoto che mi aveva narrato.

--Lasciando D. quella sera, gli dissi che partivo per Firenze, ed egli due giorni dopo, prima che la sua sventura lo colpisse, m'indirizzò una lettera colà, che non lessi che una ventina di giorni più tardi, quando la pazzia, lo aveva già afferrato ed io sapeva la triste verità. Leggetela, ora vi potrà forse interessare; ma non ne parliamo più.

Io ubbidii e all'indomani gli restituii la lettera senza aggiunger parole; ma davvero mi aveva interessato.

«=Al conte Sigismondo Sotowski=.

Genova.....

«Non mi è possibile vedervi ancora, non lo posso! e perciò vi scrivo queste righe che indirizzo a Firenze dove vi recherete subito, com'è il vostro progetto.--Eschilo, Omero, Dante, Shakespeare e gli altri, li vedete fulgidissimi nel cielo del passato, circondati da luce eguale ed eterna? I posti sono già presi, nessuno può aggiungersi a quella schiera. Dicono: volere è potere. È falso. Io non ho potuto esser ricco, io che l'ho sempre sognato, io che avrei avuto il genio se avessi avuto il metallo, che avrei trovata la felicità se avessi fatto il racconto. Non l'ho saputo fare. Signor conte, non crediate per questo che l'ispirazione sia necessaria; è solo che il diavolo ci ha messo la coda. Se poteste immaginarvi qual è stato il furore del primo momento! ora sono molto più calmo, mi sento leggiero, stupido e tranquillo. Dalla mia finestra vedo il porto e mi pare che pochi godimenti siano quaggiù simili a quello di contare gli alberi dei bastimenti; ma è molto difficile perchè uno nasconde l'altro. Mi sembra strano che qualche giorno sia già passato: ho le idee molto più chiare del solito, ma qualche volta piango e poi rido senza un motivo preciso. Entrai dunque quella sera nella stanza dell'albergo, deciso a lavorare e sicuro di riuscirvi. Ero allegro e pieno di gioia; un mio sogno si era realizzato. Sì signore, è meglio che ve lo confessi, l'avventura che voi mi avevate procurata, io l'aveva sognata molte volte. Quando esclamavo:--se fossi milionario sarei un gran poeta! aggiungevo spesso: se qualcuno mi dicesse: scrivi qualcosa che possa restare, e domattina sarai ricco, non so cosa non sarei capace di fare!--Mi misi al tavolo e cominciai a pensare. Non avete provata mai quella strana sensazione dei pensieri che deviano per loro conto? che prendono, ribelli, la strada che vogliono? Io lo provai in quel momento. La mia immaginazione invece di rivolgersi al protagonista del racconto, nella cui persona io doveva entrare, mi faceva invece passare dinanzi agli occhi le cinquecento mila cose che sarei stato padrone di fare all'indomani coi cinquecento mila franchi, che intanto dimenticavo di guadagnare. Pensava che il mio ingegno sarebbe sbocciato, che avrei scritto un libro che avrebbe fatta la mia fortuna e in qualche anno avrebbe triplicato il mio capitale. Pensavo che finalmente i desiderii ognor repressi potevano essere soddisfatti, che le cose sempre invano vagheggiate potevano essere possedute: ch'erano miei il velluto ed il raso, i tappeti di Persia e le perle d'oriente, le cene, i viaggi, gli amori; ch'erano mie tutte le cose belle, buone ed aggradevoli che fino allora m'erano sembrate quaggiù retaggio esclusivo degl'imbecilli; che potevo viaggiare con un treno speciale come un monarca e far stampare le mie liriche su carta inargentata con dei caratteri d'oro!--Sognavo la soddisfazione, il successo, il gaudio, il compenso a tutte le miserie trascorse che l'avvenire mi preparava; mi pareva che d'un tratto il paradiso fosse divenuta cosa terrestre, mi pareva d'essere al di sopra di tutto, e un immenso orgoglio mi agitava pensando che avrei potuto fra poco vendicarmi di tutte le umiliazioni ricevute; mi vedevo, fra non molto, più ricco dei Rothschild, mi vedevo padrone di accontentare la mia prodigalità, che si sarebbe divisa in due ruscelli, d'oro e di parole, di diamanti e di rime!

«Udii così scoccare la una. Scrissi poche righe. Ripensai. Mi pareva che solo qualche minuto fosse trascorso quando i due colpi si udirono alla pendola.

«Un brivido mi passò per tutto il corpo. Mi sembrava che il tempo mi sfuggisse come una cosa che scivola tra le mani. Guardai con terrore il quinterno di carta bianco ch'era dinanzi a me. Intinsi la penna nell'inchiostro per continuare, ma le parole non venivano. Inoltre riflettevo che, prima di scrivere, era necessario entrare con lo spirito nel soggetto, pensare col protagonista. Feci uno sforzo violento ed obbligai il mio pensiero in quei limiti; ma di tanto in tanto deviava e non mi era possibile rendermi conto di quanto durasse quella deviazione.

«Scoccarono le tre. Capii che bisognava reagire, farsi forte. Era sopratutto necessario di pensare bene prima e non avere troppa premura di scrivere, altrimenti il tempo passava in tentativi scorretti e la mia mente si confondeva in febbrili sforzi. M'alzai e cominciai a passeggiare innanzi e indietro, tentando di raccogliere i miei pensieri sull'unico punto su cui dovevano riunirsi.

«Un'ora passò ancora così, e alla pendola del camino scoccarono le quattro. Allora il mio sangue freddo di nuovo mi abbandonò e fui preso da una orribile paura. Era d'uopo scrivere. Quella carta ostinatamente bianca dinanzi a me mi adirava. Cominciai risolutamente, in un modo qualunque, tanto per cominciare. Avevo scritto solo qualche riga, ma sentivo già una specie di sollievo.... Restai un istante immobile, non pensando a nulla. Ma volli poi continuare; ricominciai a pensare.... e pensai tanto lungamente che i cinque colpi suonarono alla pendola.

«Goccie fredde di sudore m'inumidirono la fronte. Mi pareva che quei colpi maledetti vibrassero l'ora della mia condanna. Una specie di tremito nervoso m'assalse; mi morsi con violenza una mano. M'alzai e passeggiai ancora in lungo e in largo per la stanza come una belva in gabbia, e ciò mi fece un po' di bene. Mi tornai a sedere più calmo--ma oramai i progetti di cosa avrei fatto con le mie ricchezze e i pensieri del mio protagonista mi brulicavano tutti insieme, confusamente nel cervello. Il tempo passava, la paura si faceva ad ogni istante più forte, cominciavo a capire che perdevo tutto, feci un tentativo supremo e scrissi una pagina intiera. La speranza rientrava lentamente nel mio cuore e mi sentiva un po' riconfortato.

«Pure, nel mentre stesso che scrivevo, mi ritornava di minuto in minuto più gagliardo e pauroso il pensiero che il tempo passava, che il lavoro era lungi dall'esser compito, che non riuscirei a compirlo. La mia penna correva velocissima, ansiosamente sulla carta; la mano mi tremava....

«D'improvviso mi accorsi che il tenue raggio biancastro dell'alba penetrava dalle imposte socchiuse e veniva a battere sul mio viso sconvolto insieme al fioco lume delle candele. Tutto era finito. Sentii una fitta tremenda al cuore e mi parve che la mia ragione si sconvolgesse. Tentai di scuotermi, pregai e imprecai nello stesso tempo. Rilessi quello che aveva scritto: nelle ultime righe mancava il senso.

«La disperazione mi colse. Io aveva perduto! Non vi era più speranza. La mano mi tremolava talmente che non avrei nemmeno potuto più tenere la penna» . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Qualche giorno dopo aver scritto questa lettera egli perdeva completamente la ragione.

Ma, per carità, non dire a Sotowski che io t'ho narrato questa sua storia, perchè la vuol tenere segreta, conchiuse il mio amico.

ALLUCINAZIONE

I.

N'è sfuggito di memoria il nome della città dove visse il giovane di cui vogliamo narrare la storia, ma ci sembra che fosse in Germania. Era povero, buono, quieto, un po' fantastico; abitava una stanzuccia molto vicina al tetto, e durante il giorno non ne usciva che per portare a chi gliel'aveva affidata la musica che copiava per campare la vita. Allo stesso tempo era, se si vuole, indolente; non di quella solita indolenza dei giovani che preferiscono il divertirsi allo studiare, ma d'una indolenza pensierosa; invece di occuparsi stava spesso lunghe ore immobile, lasciando vagare la sua fantasia nel regno vaporoso dei sogni. Egli era senza dubbio dotato di molto ingegno; ma di un ingegno lento, capriccioso, a sbalzi, che, se non possentemente aiutato, non gli avrebbe dato di che mangiare tutti i giorni. Ecco perchè la sua vita dividevasi in due parti: quella del lavoro materiale, consistente, come dicemmo, principalmente nel copiare, e quella dell'intelligenza, alla quale non poteva dedicare molte ore, ma che da sè sola costituiva la sua vita morale, e gli dava invece il pane dello spirito. Quando poteva finalmente gettare da parte l'ingrato lavoro al quale era obbligato e sedersi al cembalo a comporre, il suo cuore si allargava talmente, di tratto in tratto lo agitava sì fattamente il fuoco della ispirazione che diventava quasi bello, sebbene naturalmente non lo fosse. Era la sua una figura incolora, circondata da lunghi capelli biondi; i lineamenti non regolari, gli occhi dolci e lo sguardo un po' stralunato e qualche volta ardente.

I vicini, benchè lo conoscessero poco, gli volevano bene; poichè, senza essere molto loquace, era cortese con tutti. Sembrava però a tutti che vi fosse nelle sue abitudini un che di misterioso. Passava spesso intere giornate senza uscire di casa e non lo si udiva nemmeno dalle stanze adiacenti, mentre talvolta invece il cembalo gemeva e s'infuriava sotto alle sue dita inspirate e tutta la casa era riempita dalla musica sonora, triste possente, ora bellissima, ora solamente strana, delle sue composizioni.

Egli viveva solo e ben di rado accadeva che qualcuno battesse al suo uscio. Bisogna però confessare che in ciò vi era una gran parte di colpa sua. Non gli erano mancati, sul principio, amici e protettori; ma egli li aveva scoraggiati con le sue stranezze e con l'ostinazione delle sue idee, nella quale nessuno lo superava, quando si trattava di cose d'arte. Non ascoltava affatto i consigli, non per superbia ma per convinzione profonda di essere sulla via giusta, e piuttosto che deviare solo un tantino dalle sue idee fisse, preferiva continuare solo la strada. La sua stanza era di una semplicità poverissima, ma pulita; un letto, due sedie e un gran cembalo a coda, posto nel mezzo, ne erano la mobilia. Egli aveva saputo ridurre i suoi bisogni al più stretto necessario per poter dedicare il più gran numero possibile di ore alle sue composizioni ed il minore al suo lavoro di copista. La sua vita era regolarissima; l'amore non entrava allora per nulla nella sua esistenza.

Aveva un amico, ch'era però l'opposto quasi di lui, perchè passava il tempo il più gaiamente possibile, senza curarsi dell'indomani, senza disperarsi troppo quando gli rimanevano vuote le tasche, spendendola, appena vi trovasse una moneta; ma che, malgrado questo, simpatizzava con lui, coltivando egli pure la musica, nutrendo gli stessi pensieri, seguitando le medesime teorie, ed essendogli davvero affezionato. Lo vedeva però oramai assai di rado anche lui.

Da qualche anno Guglielmo conduceva questa vita di quiete, di povertà, di raccoglimento, di lavoro volgare alternato dall'estasi artistica, e di quasi perfetta solitudine, poichè, oltre l'amico, vedeva solo di rado una famiglia, pure povera, che abitava nelle stanze precisamente al disotto delle sue; del resto, nessuno. Questa famiglia era composta di due fratelli, già vecchi ambedue, e d'una fanciulla d'un terzo fratello, morto da molti anni, e che essi, ancor piccina, avevano ricoverata ed allevata come figliuola. Ora s'avvicinava ai vent'anni, ma certo la Dea della bellezza non le aveva sorriso. Senza essere precisamente deforme, aveva le spalle curve e qualcosa di storto in tutta la persona. Sembrava gracile, benchè non fosse mai ammalata; il suo viso aveva un'espressione triste e sofferente, sebbene la bocca sorridesse quasi sempre. L'occhio era grande, ma molto incavato, e lo sguardo dolce e come stupito. Aveva quella tinta di pelle speciale a chi è mancata l'aria e il nutrimento, era bruna, ma non dal sole; e i suoi capelli castagni erano attortigliati in disordine sulla testa. Vi era in lei qualcosa di pigro, d'inerte, di stanco che si rivelava nella noncuranza completa di sè, che ne impedisce di scrivere quella frase, favorita dei vecchi romanzieri: poveramente ma pulitamente vestita. Non avendo speranza di piacere, non badava ad assettare i suoi cenci; e malgrado ciò vi era tanta bontà nella sua fisonomia, nel suo sguardo una sì soave rassegnazione della sua bruttezza e della sua povertà, ch'era davvero interessante. Chi l'avesse incontrata, mentre saliva o scendeva le scale, a piedi peggio che nudi, con un qualche filo nei capelli, cantando con una voce esile e monotona una canzone di cui ella stessa non capiva il senso, certo si sarebbe voltato a guardarla. E molto probabilmente ella avrebbe guardato lui e gli avrebbe sorriso in faccia, poichè la sua bruttezza le aveva tolto la timidità. Il suo carattere era piuttosto allegro, e i suoi due zii l'adoravano ed erano lieti di aversela vicina. Era talora chiassosa tal altra tranquillissima, un po' capricciosa, ignorante, selvatica, e un tantino sfacciata nello stesso tempo.