# La gran rivale

## Part 12

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Qui cominciò lo spettacolo tristissimo di quel vecchio che andava, andava, fuggendo il suo dolore. Percorse tutta l'Italia e la Spagna, e dappertutto non trovò altro che l'imagine di sua figlia morente--e le ultime sue parole e l'ultimo suo sguardo egli le udiva, lo vedeva sempre.--Fuggiva invano quei pensieri che lo seguivano come fantasmi: pareva che si fossero in lui incarnati.

Inoltre, a poco a poco, suo malgrado e benchè cercasse combatterlo, un nuovo sentimento si era impossessato di lui.

Un nuovo male lo rodeva, un male più grande che si aggiungeva al primo: il rimorso. Questo pensiero orrendo ch'egli non fosse innocente della morte della sua Ida, s'infiltrò adagio nella sua mente, a gradi a gradi, e una volta padrone di lui, non gli lasciò più un momento di pace. Era certo ch'ella era morta di dolore. E al matrimonio col marchese egli non l'aveva forzata, ma pure... Qualche volta si svegliava di notte in sussulto e gli sembrava vedere in mezzo alla stanza la sua Ida ancora vestita da sposa, ma già pallida dell'ultimo pallore. Egli non era mai stato superstizioso; pure v'erano ora dei momenti in cui aveva paura della solitudine.

Lo ritroviamo--cinque anni dopo--stanco di viaggiare. Un bel giorno si era sentito un violentissimo desiderio assai strano. Come subito, dopo la disgrazia, egli aveva voluto fuggire dalla sua vecchia casa, così invece provava ora una brama intensissima di tornarvi. La malinconia che lo seguiva dovunque era ora raddoppiata da quel nuovo sentimento non da tutti compreso, che si potrebbe chiamare la nostalgia del dolore. Non potendo obliare, voleva che tutto gli parlasse della sua sventura; non volendo consolarsi, trovava un'acre voluttà nel bere fino all'ultima goccia la coppa d'amarezza. Bramava rivedere la stanza ov'era morta e deporre de' fiori sulla sua tomba. Stanco di tutto, egli voleva affogarsi nella sua afflizione.

Fu per ciò ch'egli compì il viaggio del ritorno con la stessa celerità con la quale era stata effettuata, cinque anni prima, quella partenza che rassomigliava a una fuga.

Per istinto e per indole, per educazione e convinzione, il conte era eminentemente religioso. E i conforti della religione gli aveva cercati, ma erano stati vani essi pure. Tutte le consolazioni che gli furono date per lenire il suo male, non valsero a nulla. Cosa triste alla sua età, perfino la fede scemava in lui!

La superstizione subentrava.

Tutto ciò che nel lungo corso della sua vita aveva udito raccontare che si riferisse a storie sopranaturali, quegli aneddoti di fantasmi e di spettri di cui abbiamo avuto tutti la nostra parte, ora gli tornavano alla mente e lo agitavano e conturbavano. Gli pareva che tutti avessero a ripetersi per lui; e veramente--sebbene non se lo volesse confessare--non era senza inquietudine che pensava alla prima notte nella sua gran camera, così grave con la tappezzeria di _lampas_ giallo e la vôlta a dorature annerite dal tempo.

Questo però non diminuiva per nulla la brama intensa di tornare in quelle mura dove sua figlia era spirata--e il timore, ch'egli voleva scuotere, ma che pure aveva, delle apparizioni notturne, timore derivante dal rimorso, non faceva che aumentare il desiderio di essere ancora nella vecchia casa. Aveva, per così dire, la curiosità della paura; voleva vedere cosa ben gli potesse accadere.

Egli se ne stava dunque, quando lo ritroviamo, seduto in un ampia poltrona in quella brutta stanza d'albergo, inabissato ne' suoi tristi pensieri. Arrivando in quell'ultima stazione del suo viaggio di ritorno, spinto da quella febbrile impazienza che aveva di risoffrire dove aveva sofferto, agitato da una tremenda curiosità, aveva deciso, sebbene stanchissimo, di passarvi solo la notte e ripartire all'indomani.

Alla mattina infatti, Antonio, il vecchio cameriere entrò nella sua stanza.

--Signor conte, egli disse, i cavalli sono attaccati e tutto è pronto.

--È inutile. Non parto oggi, rispose il conte.

All'indomani fu lo stesso. Finalmente diede l'ordine che non si pensasse alla partenza fino a nuovo avviso.

Abbiamo talvolta simili tetri avvertimenti che sembrano venire dall'alto. Il presentimento si mette sulla nostra strada e ne addita l'abisso. Il conte, sapendosi a poche leghe dalla sontuosa tomba di famiglia dove la sua Ida riposava, sentiva già un fremito arcano per la vicinanza. La paura del sopranaturale si faceva ogni giorno più forte e diventava terrore.

Tutto in lui era contraddizione.--Voleva vedere la sua antica casa, ma temeva. E triplicato dal presentimento che pesava su di lui lo spavento soprastava.

Rimase così una quindicina di giorni in quel brutto albergo e non si decideva a partire. Egli era come un uomo che teme d'aprire una porta.

Una notte ebbe un sogno. Gli pareva d'esser vicino al monumento di sua figlia; ma la tomba era trasparente ed ella agitava le braccia, e malgrado gli occhi chiusi, il suo volto pallido era radiante. L'espressione del suo viso era d'una tristezza ineffabilmente dolce.

Quella visione lo impressionò gravemente. Si sentì addolorato e pieno di rimorso per la soave malinconia impressa sulla faccia della sua morta. Pure il desiderio di rivedere quella tomba ridivenne più gagliardo della paura dei fantasmi. Anzi, sebbene in fondo all'anima conservasse una tema indistruttibile, arcana, pure non erano più le apparizioni che paventava. Che paventava dunque? Non lo sapeva più. Ida ora l'aveva vista e quella visione non gli era stata un incubo, ma anzi quasi un conforto. Pure quel terrore vago e indefinibile lo provava ancora, e peggiore forse perchè segreto ed ignoto.

Ma superò tutto la brama di rivedere la sua casa,

Non frappose più verun indugio. La sua impazienza a un tratto si fece delirio. Si alzò, ordinò i cavalli, fece in fretta e in furia i suoi preparativi e mezz'ora dopo la pesante carrozza rotolava già sulla strada postale.

Era il tramonto. Sul terrazzo della vecchia casa stavano riuniti domestici e contadini e con essi la cameriera d'Ida. Tutti protendevano avidamente lo sguardo verso la strada. Un bisbigliare animatissimo serpeggiava tra i gruppi. Perchè accorsi tutti? Per l'annunzio di un servitore che dichiarava di aver veduto dalla finestra una carrozza sulla strada postale. Non sembrava che un punto nero; ma si dirigeva verso la casa.--Tutti sapevano che il conte doveva presto arrivare, quella carrozza in vista suscitò dunque una gran commozione.

--Mi par che non arrivi più. Non sarà stato lui, disse finalmente il giardiniere.

Non aveva finito di pronunziare queste parole, che si vide spuntare in fondo al magnifico viale, la carrozza tutta nera e impolverata del conte. I cavalli, benchè sembrassero stanchi, coperti di sudore e di spuma, salirono bravamente di galoppo fino al terrazzo.

Lì la carrozza si fermò.--Fu, per gli assembrati, un momento d'indicibile emozione. Tutti si sentirono un brivido passare per le ossa.

L'istante era solenne.

Il loro vecchio padrone, cui volevano tanto bene, che avevano veduto fuggire, abbattuto da quel colpo tremendo, la morte dell'unica sua speranza, ora lo vedevano tornare dopo cinque anni di assenza, che ben sapevano essere stata vana a calmare il suo dolore.

Lo sportello si aprì e il conte si affacciò, e ristette un momento. Provava come un'ultima esitazione.

Com'era cambiato!.....

Finalmente scese, e curvo, appoggiato da ambe le parti, salì lentamente i gradini del terrazzo.

Tutti gli si erano precipitati incontro, baciandogli le mani, le falde dell'abito, sorreggendolo.... Egli li ringraziò con voce malferma.

Quando entrò nella sala, si videro due lagrime silenziose che gli scendevano lente lente per le guancie.--Dopo la morte d'Ida piangeva per la prima volta.

Passò nella gran sala da pranzo dove trovò già apparecchiato. Cenò servito da tutti, discorrendo con tutti, ringraziando tutti, domandò notizie di quel che si era fatto nella sua assenza. Egli era ben contento di ritrovarsi alfine, nella vecchia casa; si felicitava di aver avuto il coraggio di venire.

Dopo si ritirò nella sua camera da letto, e si coricò.

Quando fu solo ancora per la prima volta dopo tanto tempo, nella sua gran stanza così severa, non potè frenare un momento di paura. Pure finì coll'addormentarsi, ed il suo sonno non fu turbato in alcun modo.

Insomma, e per abbreviare, un mese passò senza che nulla gli accadesse di straordinario. Era stato molte volte anche nella stanza dove Ida era morta, aveva posato la sua vecchia testa su quel cuscino dove la povera sposa aveva esalato l'ultimo sospiro, aveva pianto come un fanciullo, poichè oramai poteva piangere, ma nulla gli era accaduto.

Aveva girato le sale silenziose, le lunghe gallerie, i corritoi, ma nulla egli aveva veduto d'insolito o di sopranaturale. Le sue apprensioni, le sue superstiziose paure cominciavano a diminuire. Ma le apparizioni egli non le temeva: Ida gli era apparsa e gli aveva sorriso. L'inquietudine, il presentimento ch'egli provava così fortemente, da che derivavano dunque?

Un giorno egli usciva dalla biblioteca e vide aperto un uscio che ordinariamente stava chiuso. Metteva a un lungo corridoio, conducente nel fondo dall'ala sinistra della casa. In fondo a quel corridoio trovavasi la sala verde, quella che conosciamo, la sala del pianoforte, il luogo favorito della povera Ida. Gli balenò al pensiero che, dopo il suo ritorno, non vi era mai stato. Dipendeva probabilmente da abitudine, poichè anche prima non usava andarvi.

Era un luogo amato da sua figlia; egli che non respirava più che per quella sacra memoria si sentì subito invogliato ad entrarvi. Passò nel lungo corritoio, e appoggiandosi al bastone (che non lo abbandonava più oramai), si diresse verso la sala verde.

Andava curvo, con l'occhio spento, la testa bassa. Sentiva in cuore una tristezza più forte della consueta. Spinse l'uscio ed entrò.--Subito le sue superstiziose paure lo assalirono. Sebbene in pieno giorno tremava più che di notte nella sua stanza tetra.

Tutto nella sala era al suo posto, tutto come l'ultima volta che Ida vi aveva messo il piede. Nessuno dopo quel giorno eravi penetrato. L'antico clavicembalo stava aperto e sul leggìo vedevasi aperta una musica. Era la canzone di Weber--la canzone favorita ch'ella aveva ripetuto tante volte con Paolo, quella che li aveva fatti cadere nelle braccia l'un dell'altro, e scambiarsi quel lungo bacio d'amore che fu il loro unico istante di felicità; quella che aveva sonato l'ultima volta, con lo sguardo fisso, col cuore spezzato, con l'accento d'un inconsolabile dolore, con una voce che non era già più di questo mondo.

Quella triste melodia d'amore aveva echeggiato lungamente tra le vecchie pareti. E quand'ebbe finito, tutta la sala pareva impregnata di quegli accenti....

Al vedere quella musica sul leggìo e quel cembalo ancora aperto, il conte si sentì rabbrividire.

D'un tratto, le sue guancie si coprirono d'un pallore mortale, le gambe gli tremarono, un freddo sepolcrale gli passò per le vene, e dovette appoggiarsi al cembalo--aggrappandosi con le due mani per non cadere.

Una musica lieve lieve si faceva udire. Il cembalo senza che alcuna mano visibile lo toccasse, mandava degli accenti. Era un motivo triste triste; una dolce melodia che pareva il lamento di un cuore gonfio d'amore....

Era la canzone di Weber.

E le note, quelle meste note abituate ad echeggiare in quella stanza, sorgevano, sorgevano con una espressione straziante che non pareva più appartenere a questa vita.

Sul principio la voce fu lieve, un filo di voce, come venisse da lontano, come partisse da sotto terra.

Al padre pareva sorgesse dalla tomba.... e preso da indicibile terrore si tenne con tutta forza al cembalo.

Il suo presentimento si avverava: egli non temeva più le apparizioni, ma sapeva che qualcosa lo attendeva. Ora sentiva un'orribile paura, e non vedeva fantasmi.

La voce sorgeva, sorgeva, e si faceva più forte. Sembrava il fragore della tempesta, sembrava l'irrompere del pianto, sembrava una battaglia del cuore. E le note succedevano una all'altra, chiare, distinte, spiccate, con un accento arcano, come se una mano maestra e divina avesse toccato i tasti.

Le mani del conte si agitavano convulsivamente.

Il suono proseguiva. Il canto prendeva degli accenti inimitabili di musica celeste. Artisticamente, era la più splendida esecuzione che si potesse imaginare.

Era infatti una esecuzione come nessuna mano mortale o voce umana possa mai sperare di rendere. V'era in quelle note una sonorità così strana, in quegli accenti una espressione così divinamente straziante, che certo se avesse dovuto uscire da un petto umano, l'avrebbe infranto. Era di quei canti che fanno morire.

Qualunque creazione d'arte è un tentativo; l'artista non esterna mai tutto quello che lo agita internamente, non esprime mai tutto quello che vorrebbe. Qui invece tutto il pensiero di Weber era forse espresso. Era una nuova edizione del suo canto, riveduta e corretta in cielo. Si sarebbe detto che gli angeli vi avevano messo mano. Pareva in quelle note sentire il fruscio delle loro ali azzurre.....

La canzone continuava forte, intricata come il lottare degli elementi; ma il triste motivo del principio s'udiva sempre--pareva filtrare per entro. Quella voce angelica, che somigliava alla voce d'Ida, s'udiva fra quella divina tempesta di note.

Il conte balbettava parole incoerenti.

Finalmente quella burrasca, ch'era giunta al colmo e pareva il tuono d'una collera celeste, cominciò insensibilmente a scemare.

Si acchetava lentamente, a poco a poco. E il primo motivo, quella dolce melodia d'amore, che si era sempre udita attraverso tutto, ma fiocamente, ora tornava a dominare.

Il conte tremava. Un gelo mortale gli serpeggiava pel corpo. Le sue labbra tentavano di pronunziare una preghiera. Finalmente il motivo fu nuovamente solo, ma questa volta lieve lieve come l'eco di un'altra vita.

Poi, d'improvviso, gli accenti divennero talmente sonori, arcani, che pareva il cembalo dovesse spezzarsi.

Le ultime note erano tremende di dolore.--Erano gli ultimi gridi di un'anima che un male troppo intenso strappa violentemente dalla spoglia mortale.

Il vecchio si sentiva mancare la vita. Il canto continuava--un'agonia di note.

Poi l'ultima vibrò lunga, tetra, triste, sopranaturale, con un accento che una mente umana non può imaginare. Pareva partire dalle viscere della terra e come una freccia volare in cielo. Era il grido supremo, era il grido di chi muore d'amore.

Al conte sembrò riconoscere in quell'accento l'accento d'Ida.

Le sue mani persero a un tratto ogni vitalità e abbandonarono la sbarra del cembalo, a cui si era per tutto il tempo di quella strana agonia tenuto abbrancato; di pallido ch'era si fece subitamente bianco e con un rantolo soffocato, stramazzò per terra.

Quell'ultima nota echeggiava ancora.

CAPRICCIO

I.

In quei tempi dorati quando la Pompadour era regina di Francia per grazia degli amori, quando le dame della corte non si mostravano troppo sovente crudeli e s'abbandonavano spensieratamente ai dolci capricci, la bellezza era ancora quasi altrettanto stimata nell'uomo che nella donna. Nei nostri tempi invece, se un giovane ha ricevuto dal cielo una di quelle figure che gli artisti vagheggiano assiduamente, ma ben di rado trovano, molto spesso la sua bellezza non gli serve a nulla. Era ben diverso ai bei tempi della cipria e del velluto, quando Richelieu finì col innalzare vicino al trono la piccola Vaubernier, che divenne la ben nota contessa Dubarry...... Allora non era impossibile che un bel giovane, pel solo fatto di esserlo, divenisse maresciallo di Francia e cugino del re.

Chiunque giungeva ad essere presentato in società (non era facile però), era sicuro di fare una certa impressione al primo apparire, anche se figlio di un ciabattino, purchè avesse una figura elegante ed un portamento svelto e distinto. È ciò che accadde ad Armando M., giovane pittore recatosi a Parigi a studiare, quando venne presentato in società dal cavaliere di Verny, famoso mecenate, protettore di tutti gli artisti che sembravano promettere qualche cosa. Ai nostri giorni... non avrebbe forse fatto impressione, e tutt'al più alcuni si sarebbero occupati di lui in ragione del suo merito; allora invece, nessuno domandò che avesse mostrato nè se dava speranze, ma non vi fu una sola dama che non osservasse quel giovane senza nome e senza fortuna, ma idealmente bello.--Nessuno vedendolo l'avrebbe creduto figlio di un falegname, e nato in un villaggio; vi era tanta finezza nei suoi lineamenti, tanta distinzione nella sua fisonomia e nei suoi modi, che per essere gentiluomo non gli sarebbe mancato che d'esserlo, mentre è così sovente il contrario. Di statura media, superbamente fatto, bello nella freschezza dei suoi vent'anni, con due occhi pieni di fuoco, esprimenti una strana potenza d'affetto, come avrebbe potuto passare inosservato? La prima volta che venne condotto ad un ballo fu guardato assai, e molti fra i giovani cavalieri l'avrebbero volentieri mandato a tutti i diavoli. Egli si aggirava tra quella folla dorata, inebriato dal frastuono della musica, dalla luce, dalla ricchezza degli abiti e delle sale, dalla bellezza delle donne. I raggi delle gemme e degli sguardi lo accecavano ad un tempo, i profumi delle signore gli montavano alla testa. La festa era brillantissima, ma a lui tutta quella gioia, cui, per la sua posizione inferiore, non era dato prender parte, non infondeva che un senso insolito di tristezza. Se ne stava in un angolo della sala, confuso da tutto quel rumore, abbagliato da ciò che vedeva, rattristato dall'allegria.

La prima signora cui lo si presentò fu la marchesa di Saint-Aubin, una delle più alla moda, e che il cavaliere di Verny conosceva molto. Tutti ammettevano, anche i più difficili, che la sua riputazione di bellezza non era usurpata.

Il giorno in cui la vide, Armando ne fu colpito. Egli che poco sapeva del mondo, trovandosi d'improvviso davanti a una di quelle donne più che regine, armate dello scettro magico della bellezza, sentì un'ondata di pensieri nuovi che gli empivano la mente e fu come sbalordito da un senso di stupore e di ammirazione. Era turbato alla vista di quella donna così bella, circondata da tanta eleganza e da tanta opulenza. È indubitabile che l'appartamento ricchissimo della marchesa aveva un po' di parte nella sua ebrezza, e che con l'occhio suo d'artista e d'adolescente sognava a un tempo davanti ai belli occhi della signora, e alle graziose e ricche cesellature dorate delle cornici e della vôlta.

E aveva ben ragione. Erano pur splendide ambedue, la donna e la sala! Questa era addobbata in damasco rosso e argento, la vôlta dipinta nello stile di Boucher, tutta a puttini e festoni e fiori e nuvolette d'azzurro e di rosa e dorature ed arabeschi; i mobili coperti di oggetti d'arte e di lusso, oppure fulgenti d'oro e lucenti di seta. Le poltrone larghe di forma farebbero ora arrestare l'occhio di un conoscitore sulle loro linee graziose, curvate nel buon stile, massiccie e insieme leggiere; allora, coperte di raso, invitavano ad adagiarvisi. Le tende della stessa stoffa della tappezzeria cadevano riccamente in magnifiche pieghe e frammischiavano per terra le loro frangie d'argento alle morbide lane del tappeto. Ah! quel tappeto!--Tutto a fiori e ghirlande di vivacissimi colori, con le tinte così perfette da far bene a un occhio avido d'armonia, e poi così dolce al tatto, così soffice sotto i piedi! Come era possibile non inginocchiarsi sopra un tal tappeto, davanti una donna come la marchesa?

Ella era bella d'incontestabile bellezza. Figuratevi una donna in tutta la maturità dei suoi vezzi, in tutta la pienezza della sua avvenenza, con l'occhio penetrante che dice dei volumi ad ogni sguardo; col corpo che avrebbe potuto servire da modello ad uno scultore, se non fosse stato un po' troppo maestoso, coi lineamenti ben disegnati, sebbene capricciosi; con delle mani bianche, eminentemente patrizie, che non sembravano esser state create che per essere baciate.

La prima volta che Armando la vide ella era seduta vicino al fuoco vivissimo che fiammeggiava nell'ampio camino in marmo venato, di cui ogni ornamento, ogni amorino era un piccolo capolavoro. Guardava molto fissamente, pensando certo a tutt'altro, un fiore del tappeto, mentre una mano giocava con un gioiello, che le pendeva dal collo, e l'altra faceva girare macchinalmente tra le dita di neve un piccolo parafuoco chinese. Davanti a lei, in piedi, appoggiato alla seta del camino, stava un gentiluomo ben incipriato ed elegante, di bella figura, che poteva avere un quarantacinque anni, benchè fosse assai ben conservato.

Non sapeva il perchè, ma al primo vederlo, Armando lo trovò poco simpatico. La loro conversazione fu subito troncata; e poco dopo il signore partì, lasciando Armando solo con la marchesa.

Solo con lei!... Mille pensieri si aggiravano in quell'istante nella sua mente. Egli pensava, guardando le pareti di quella sala così sontuosa, quanto avrebbero potuto raccontare se avessero avuto la favella. Quante protestazioni d'amore avranno udito, quante bugie dorate, quanta eloquenza sprecata, quanti baci derubati o permessi!--E poi innalzava alla marchesa uno sguardo timido e fuggevole e un'immensa amarezza gli riempiva il cuore. Oh! quanto avrebbe bramato allora essere un giovane ricolmo di tutti i beni della fortuna, coperto di tutti gli orgogli, come tanti ve n'erano che lo meritavano meno di lui, per poter con la testa alta, il sorriso sulle labbra, l'occhio illuminato dalla speranza, tentare la sua sorte ai piedi della dea! E così?..... S'egli, il giovane tollerato solamente in quella superba società, il povero pittore, volesse ora arrischiare una di quelle parole di cui mille gli salivano dal cuore, come verrebbe accolta?--Gli pareva, pensandovi, di udire già quello scoppio di risa femminile, che insultante, sottile, chiaro e vibrato come lo zampillare d'una fontana, avrebbe tagliato a mezzo la sua timida dichiarazione.

La marchesa fu la prima a rompere il silenzio un po' imbarazzato ch'aveva seguito la partenza dell'elegante visitatore; e il colloquio cominciò e finì, essendo durato una mezz'ora nella quale fu detto nulla.

Armando viveva una vita abitualmente ritirata, coi suoi compagni, tutto assorto nei lavori cui si dedicava con passione;--pure di tanto in tanto rivide la marchesa, e il pensiero di quella donna così seducente s'impadronì di giorno in giorno maggiormente di lui.

Il cavaliere l'introdusse ancor più in società, e presto molte altre sale dorate socchiusero un battente delle loro porte per lasciarlo passare.--Oltre i palazzi, anche le _petites maisons_ gli furono aperte. Ma nessuna di tante distrazioni valse a scemare di molto l'impressione che aveva fatto su di lui la bellezza della signora di Saint-Aubin.

Ciò ch'egli sentiva egualmente dovunque e che lo rattristava di più era la posizione subalterna in cui si trovava in faccia ai gentiluomini che lo circondavano. Anche nella più facile società delle belle _impure_ (come dicevasi allora) egli sentiva sempre l'inferiorità di chi si trova in una società che non è la sua e dov'è accettato per grazia. Infatti nei gabinetti delle ballerine e delle donne galanti si ritrovavano gli stessi profumati ed orgogliosi signori che si vedevano a corte.

