La gran rivale

Part 11

Chapter 11 3,850 words Public domain Markdown

Maritandosi, Ida sarebbe partita. Quel conforto, che n'era pur uno, di vederla quasi sempre, di venire sovente a sedersi al suo cembalo, di udire la sua voce adorata.... gli veniva tolto crudelmente. E saperla d'un altro!... Egli non si poteva arrestare a questo pensiero. E poi il tormento, la tortura di dover assistere alla gioia degli altri col viso sereno e l'inferno nel cuore, di dover essere spettatore della festa, della cerimonia forse!... E la paura di tradirsi!... Avrebbe egli saputo tacere all'ultimo momento, comprimere i battiti del suo cuore, rattenere le lagrime dagli occhi? Avrebbe avuto la triste forza di recitare bene la sua parte fino alla fine, di tenere sempre la maschera che si era messa?

Anche Ida era triste.--D'improvviso lasciò il pezzo che sonava e si appoggiò al leggìo con la testa tra le mani. Paolo taceva.

Ella si rialzò dopo pochi istanti, e invece di continuare il pezzo incominciato, cantò la sua canzone favorita.

Era una canzone di Weber--non sappiamo più bene quale--una di quelle in cui il gran Tedesco ha infusa tutta la sua anima d'artista.

Il motivo sorgeva semplice, chiaro--una melodia mesta, triste, piena di dolci languori e di accenti strazianti, incantevole come una poesia d'amore, tetra come lo sperdersi di una speranza. Poi si accendeva, si animava, diventava forte come il muggire di una tempesta, combattuta come una lotta del cuore. Il motivo intanto filtrava attraverso. Poi si ritrovava ancora solo e finiva con un'eco ripetuta e morente.

Ida la sonava e cantava venti volte al giorno. E come lo faceva!... In quei momenti era tanto bella da non sembrare quasi più una creatura terrena. Questa volta con l'anima involontariamente piena di mestizia, cantò quelle note sublimi con tanta espressione che parevano un grido supremo del cuore.

A Paolo le note di quel canto sonavano tutte come una nota straziante d'addio. Quando la musica cessò, agitato e non potendo più resistere alla brama di sapere la verità, l'intera verità (sebbene si fosse promesso di non aprire bocca su tale argomento), disse con voce sommessa e che tentava invano di render pacata:

--Madamigella, scusate la mia indiscrezione.... avrei una domanda da farvi.

--E quale?

--Intorno a qualche cosa che vi concerne molto.... molto intimamente.

--Dite, dite, rispose Ida, impallidendo suo malgrado.

--È vero che....

Il povero giovane si sentiva soffocare.

--Che il marchese di Sentis ha chiesto la mia mano? interruppe Ida vivamente.--Sì, è vero.

Disse queste parole rapidamente con accento franco e sicuro.... pure era turbata. Si alzò e chiuse il cembalo. Stette un momento immobile e pensierosa, disse che bastava per quel giorno, salutò Paolo che pareva impietrito, ed uscì.

Quando fu solo, prese il posto che Ida aveva lasciato e si nascose la faccia fra le mani.

Ida dal canto suo aveva tutto indovinato dalla commozione di Paolo. Per una rivelazione subitanea, aveva al tempo stesso traveduto l'amore e compreso ch'egli l'amava.

Intanto il matrimonio progettato le sorrideva assai poco. Sentiva per il marchese un'antipatia, non certo motivata, ma invincibile.

E dichiarò quella sera a suo padre che non lo avrebbe sposato.

Ma allora cominciò da parte del conte un lento lavoro di persuasione. L'accarezzò come non aveva più fatto da molto tempo. Le seppe dimostrare che rifiutando la mano offertale rifiutava la propria felicità; le disse ch'ella certo avrebbe poi amato il marchese; e tutte insomma le ragioni buone e cattive che potè trovare. Le cantò le lodi del marchese enumerando le sue molteplici qualità, lusingò la giovane immaginazione di lei con la dipintura del lusso e dei trionfi che l'attendevano a Parigi. Disse tanto e così bene ch'ella finalmente si lasciò piegare, e diede il suo consenso.

Ah imprudente!... Non sapeva quel che faceva. Quel cuore che ella si lasciava persuadere di concedere ad un altro, non era già più suo.

Non tardò ad accorgersene.

La sera si ritirò nella sua stanza presto e si trovò ben triste per la decisione presa. Le parve che le sarebbe impossibile di lasciare quella casa ove era nata, di abbandonare suo padre e i pochi suoi vecchi amici.

E quel povero Paolo?...

--Non canterò più con lui quella canzone di Weber che io adoro e ch'egli ama tanto ascoltare!....

Pensando a tutto questo, là nella solitudine notturna della sua stanza virginale, che presto doveva lasciare, il suo cuore a un tratto si gonfiò, sentì una tristezza ignorata fino allora e diede in un pianto dirotto. O amore!... Tu eri giunto!

All'indomani, quando uscì dalla sua stanza, trovò nella sala Paolo. Perchè era venuto, mentre non lo si vedeva che nelle ore prescritte per la lezione?--Era pallido ed il suo sguardo spento indicava una lunga notte d'insonnia.

Ida sentì il cuore che le balzava contro la seta del vestito.

La povera fanciulla era un po' esaltata.

--Paolo, ella disse, ho acconsentito.

Era la prima volta ch'ella lo chiamava così.

Egli capiva che non resisteva più.

--Ho acconsentito, ella ripetè. Oggi mio padre scrive al marchese di Sentis, che non tarderà ad arrivare.--E fra un mese sarò sua moglie.... e dovrò lasciare questa casa.... e mio padre, e gli amici....

Nascose il bel viso nel fazzoletto e pianse ancora.

Paolo era bianco e il suo labbro tremava convulso.

--Madamigella, le disse alfine, e dei vostri amici di qui ve ne ricorderete qualche volta?...

--Sì, sempre.... mormorò Ida. Ma ora addio.

Così dicendo gli stese la mano.

Egli la prese; era gelida. La strinse passionatamente.--E l'argine fu rotto.

--Voi partite, madamigella, ed io resterò; ma per poco. Non posso vivere senza di voi, e quando sarete marchesa di Sentis io morirò.--Mi ero giurato di tacere, ma le forze umane hanno dei limiti. Vi amo, Ida. In quest'ultima ora, in quest'ora tristissima d'addio, non so come osi dirlo, ma lo dico. Vi amo, vi adoro, non vivo che per voi. So quanto ne separa. Voi non avreste mai potuto amarmi. Avete fatto bene ad accettare la mano del marchese.--Siate felice, Ida.... ma pensate qualche volta che vi è uno quaggiù che morrebbe col sorriso sulle labbra se potesse morire per voi....

--Paolo, anch'io....

In quel momento l'uscio s'aprì ed il conte entrò nella sala. All'attitudine dei due giovani ebbe una rapida intuizione di ciò che si passava. La sua fronte si corrugò.--Paolo, perdendo completamente la testa, fuggì.

Ida era esaltata.

--Mio padre, esclamò, non sposerò mai il marchese di Sentis, mai! mai! mai!....

--Lo sposerai invece tra una settimana, disse il conte.

La sua voce era ferma, ma dolcissima.

Entrò in un lungo discorso. Le disse ch'egli capiva benissimo che questo subitaneo cambiamento dipendeva da un capriccio di fanciulla per Paolo.--Le mostrò affettuosamente, paternamente come un tal sentimento abbisognasse combatterlo.--Ella già non lo poteva sposare, dunque?...

Egli fu dolce, ma inflessibile.

Per la seconda volta Ida fu quasi vinta dalle parole di suo padre. E quando egli la lasciò, si era molto acchetata. Ella era, al pari del conte, imbevuta delle idee aristocratiche del tempo. Sapeva che Paolo non poteva diventare suo marito.--Perchè dunque non accettare la mano del marchese?--Perchè arrecare tanto dispiacere a un padre che la adorava?--Un mutamento di vita le farebbe molto dimenticare; il marchese era un uomo amabilissimo, e poi.... Paolo lo potrebbe vedere ancora qualche volta.... di rado, come un amico.... Ella pensava ciò ingenuamente.

Insomma, a poco a poco si riconciliò coll'idea del matrimonio; e quella sera, stanca delle emozioni della giornata, non tardò a dormire--un po' triste, ma quieta.

All'indomani Paolo venne all'ora solita.

Egli aveva riflesso lungamente sulla sua posizione. Comprendeva che venendosi a frapporre al momento del matrimonio tra Ida e il marchese, sarebbe stato ingratissimo verso il conte, cui doveva pur tanto, arrecandogli un fortissimo dolore, mentre inceppava l'avvenire d'Ida senza alcun vantaggio. Ei l'amava perdutamente, ma giurò a sè stesso di esser forte.

Si presentò dunque pallido e mestissimo, ma rassegnato. Ida gli narrò come avesse decisamente acconsentito. Espose a nudo l'anima sua; non sapendo più tacerlo, confessò il suo amore con quel sublime accecamento della passione che non esclude il pudore, e al tempo stesso cercò di partecipare a lui un po' della propria forza fittizia. Gli disse di ricordarsi ch'ella non avrebbe mai amato che lui sulla terra,--ma aggiunse ciò ch'egli già pur troppo sapeva: che quest'amore era impossibile. Che ella gli avrebbe sempre dimostrata la sua affezione e che sperava--tra un anno--di vederlo al castello di Sentis.

--Mai, egli rispose, non potrò mai vedervi di un altro.--Avete ragione, madamigella; sposate il marchese, egli forse vi saprà render felice, e.... dimenticatemi. Io non verrò più per la lezione. Il conte mi ha detto che ora sareste talmente occupata dei preparativi da non aver più tempo per la musica. Egli fa bene.... è assai meglio che non vi veda. Prima della vostra partenza....--qui la sua voce si commosse, pur continuò:--tornerò un'ultima volta a dirvi addio.

Ida si sentiva voglia di piangere,--non poteva parlare.--Gli stese la mano. Egli la portò alle labbra, e partì.

In pochi giorni, con una forza di sentimento che non aveva mai provato prima, la malinconia d'Ida si cangiò in una tristezza nera, cupa, spaventevole. Un amarissimo pentimento di avere acconsentito l'afferrò bruscamente, così violento che pareva un rimorso e le rodeva la coscienza. L'amore sorgeva invece lentamente e fortemente in lei, e tutta la riempiva. Avrebbe sacrificato ogni cosa per non aver acconsentito, ma ormai capiva che non poteva più retrocedere, e come presa da vertigine, camminava dritto verso il precipizio. Se ella avesse pregato suo padre, egli avrebbe trattata la sua preghiera di capriccio.... chi sa?... l'avrebbe forse forzata. Di giorno in giorno la sua tristezza aumentava. Confessava dolorosamente a sè stessa che ora al marchese di Sentis avrebbe preferito il convento; sentiva pur troppo, che non sarebbe mai stata che una vittima rassegnata.

Il marchese arrivò. Nè la sua gentilezza, nè la sua galanteria compita riuscirono a diradare la nube di mestizia che pesava sulla fronte della fanciulla pentita.

Il conte si persuase che era meglio affrettare le cose, ed il matrimonio fu stabilito per la ventura domenica. Gli invitati arrivarono da Parigi. Erano i pochi parenti del conte, e gli amici numerosi del marchese di Sentis. La vecchia casa silenziosa e tranquilla fu ancora, per un momento, piena del rumore e del brio che l'avevano agitata altre volte. Il conte si mostrò splendido verso i suoi invitati.--Furono giorni di continua festa. In mezzo a tutto quel frastuono Ida finì col distrarsi un tantino.

Ma svegliandosi alla mattina del sabato l'orrore della sua posizione le si affacciò gigante.

--È domani, pensò. Domani tutto sarà finito.

Paolo non l'aveva più veduto. Non osava pensare alla sua promessa di tornare a dirle addio.... Cercava anzi di scacciarne il pensiero.... ma il pensiero tornava.

Ella andò nella sala del cembalo e cominciò a cantare la sua favorita canzone. Acquistava ora un nuovo incanto a' suoi occhi; era quella che l'ultima volta aveva cantato con lui. L'ultima mesta nota aveva mestamente echeggiato quando l'uscio si aprì, e Paolo entrò.

Non si può descrivere il suo aspetto.

--Madamigella, sono venuto a dirvi addio. Vedete che in questi giorni non vi ho disturbata. Questa è l'ultima volta. Vostro padre non sa che io sia qui; non lo vedrebbe volentieri. Non ho dunque tempo di fermarmi. Addio, Ida, addio per sempre.

Così dicendo le prese la mano, coprendola di baci....

Poi fece uno sforzo violento, e si diresse verso l'uscio.

--Paolo, restate ancora un istante, mormorò una voce dietro a lui.

Egli tornò, e le si sedette vicino.

Ida avrebbe voluto non piangere.... ma nel parlare i singulti le tagliavano la parola.

--Voglio cantarvi per l'estrema volta la canzone di Weber, proseguì. È il canto d'addio.

E con quella voce in cui vi erano delle lagrime, incominciò....

Non la potè finire. A metà si fermò e diede in un pianto dirotto.

Allora solo comprese quanto amasse colui che le stava a fianco.

Paolo aveva voluto esser forte, ma ora tutte le sue risoluzioni lo abbandonarono.

E con una mano afferrò la mano d'Ida, mentre con l'altro braccio le cinse la vita, scosso da una agitazione irresistibile.

La povera fanciulla si abbandonò. La sua bella testa piegò come un fiore carico di rugiada e venne a posarsi sul petto del giovane.

Era un anno che lo amava senza quasi saperlo--ora non poteva più vivere che per lui.

Come fu che le loro labbra si riunirono e si presero in un lungo bacio?...

Quei due cuori, che il momento dopo doveva separare per sempre, battevano l'un contro l'altro, come avessero tentato compenetrarsi....

Ma a un tratto le si risvegliò il suo instinto di donna; l'idea terribile che non si apparteneva più le balenò alla mente. Comprese d'improvviso la parola _dovere_--e si sciolse con forza dall'abbraccio di lui.

Poco dopo si calmò.--Poi le venne paura che suo padre avesse ad entrare, e Paolo partì. Partì quasi felice. Egli era amato.

Ida ebbe la febbre tutta notte e delirò nel modo il più stravagante; il medico fu chiamato. Si decise ch'era meglio ritardare il matrimonio.

Il marchese venne a farle una visita e si mostrò afflittissimo di tale ritardo.

Ma ella non volle.--Si alzò, disse di star bene.--Vestì il sontuoso abito da sposa tutto coperto di trine mandato da Parigi; si lasciò posare sulla testa la corona nuziale, e bianca come il suo vestito, con l'occhio fisso, col passo sicuro, fu condotta all'altare.

Il conte comprese allora, suo malgrado, che non era una sposa, ma una vittima che quell'altare doveva ricevere. Pure si volle illudere ancora, e pensò che le magnificenze del castello di Sentis ed i fragorosi divertimenti della vita di Parigi le avrebbero ben presto fatto tutto dimenticare.

È difficile farsi un'idea dell'affetto che il conte portava a sua figlia. Ella era tutto per lui. Egli era rimasto, reliquia di un secolo morto, solo, senza amici (la maggior parte non vivevano più o eran passati nelle file degli altri partiti), e Ida, l'imagine vivente di sua madre, la sola donna ch'egli avesse veramente amato, era allora l'unico scopo della sua esistenza.--Fu spaventato dallo sguardo fisso ch'ella aveva quella mattina.

La cerimonia fu breve. Ida pronunziò il «sì» sacramentale con voce ferma, ed uscì dalla cappella a braccio di suo marito con l'istesso passo, e pallida come era entrata.

Le sue idee erano confuse. Il dolore era scomparso. Si sentiva la testa diventar leggiera. Un mesto sorriso le sfiorò le labbra. Nel passare dalla gran sala di ricevimento si rammentò il posto ove era caduta a cinque o sei anni da una delle alte sedie a braccioli, su cui si era arrampicata. Il suo occhio era fisso e mi po' vitreo. Non era più una donna; era una bella statua che camminava.

Tutto era finito per lei quaggiù. La prima gioia era fugata, la estrema speranza sparita. Ora la sua ragione cominciava a vacillare. La scossa era stata talmente forte, così violento lo sforzo fatto per vincersi, provava tanta ripugnanza per il vincolo che assumeva, quel momento d'amore cui non aveva potuto resistere le aveva rivelato con tanta dolorosa evidenza quanta fosse la sua passione, il delirio della notte l'aveva sì fattamente agitata, che tutto, dinanzi all'orribile realtà del suo sacrifizio, si confondeva, si ottenebrava. In quei giorni ella aveva sofferto più di quello che sapeva, e l'effetto di quella sofferenza ora le piombava adosso fulminante. Quando l'epoca del matrimonio era stata fissata e che i giorni si succedevano con la loro inesorabile velocità, le pareva che quel tempo fatale passasse con una rapidità vorticosa e sentiva un senso di dolorosissima impotenza nel non poterlo arrestare. Ma per quanto si abbia la triste certezza di dover giungere ad una mèta triste, finchè non vi si è giunti, un lieve raggio di speranza s'ostina a posare sul nostro cammino--ma, una volta la mèta toccata, dinanzi all'innegabile realtà, esso pure si spegne e ne lascia nel buio.

Sorrideva sempre--e il conte fu atterrito da quel sorriso. Rispondeva a caso, balbettava parole incoerenti. Ella era calma e quieta, ma la mente sembrava oscurarsi. Si poteva temere che la pazzia, spetro orribile, la stesse aspettando per piombarle adosso.

Ci si permetta una parentesi. Queste specie di demenze, che vengono ad afferrare tra la penultima ora e la tomba chi ha lottato intera in un'ora la lotta della vita, fanno sì che il pensatore si arresti dubitando. Infatti, questi delirii sono veri delirii? O non è forse invece questo svanire della natura umana, all'ultimo momento, la saggezza d'una nuova vita che sembra follia in questa? Quell'occhio che non distingue più chiaramente le cose di quaggiù, è reso cieco da una tenebra che lo ha invaso, o è invece abbagliato dalla luce del cielo?..... Quelle parole incoerenti che la bocca pronunzia e che non s'intendono, sono vuote di senso e prive di ragione--o invece non sono comprese solo perchè le prime sillabe di un'altra favella?.....

Torniamo alla povera Ida. Nella sala ricevette le congratulazioni degli invitati con aspetto distratto, ma la sua forza fittizia scemava d'istante in istante e si sentiva soccombere sotto allo sforzo troppo grande. Dovette cedere. Si ritirò nella sua camera e tutta vestita come era, con i fiori dell'arancio in testa, si coricò sul suo letto di vergine.

Il conte, inquietissimo per lo stato della sua figlia adorata, lasciò gl'invitati, abbandonandoli alla brillante conversazione dello sposo, e corse nella stanza d'Ida. La trovò più calma, ma sempre con lo sguardo fisso e quel sorriso sinistramente dolce.

--Lasciatemi, ella disse, voglio dormire.

E infatti non tardò ad addormentarsi. Quando la vide assopita, la baciò in fronte e si ritirò sulla punta dei piedi.

Ella dormì più di un'ora, d'un sonno nero, pesante.

Quando si svegliò non seppe raccapezzare alcuna idea e le pareva d'aver perduto la memoria; solo si ricordava d'aver molto sofferto. D'improvviso si toccò la fronte con la mano come si fosse a un tratto risovvenuta di qualcosa. S'alzò e con passo calmo e lento uscì dalla stanza.

Traversò le lunghe sale, la galleria, i corritoi ed entrò nella sala verde.

S'assise al cembalo, ed accompagnandosi, cantò la canzone di Weber.

La sua voce non sembrava quasi più di questa terra.

Dopo un istante, tutta la sala era impregnata di quegli accenti....

Nell'uscire trovò Paolo.

Non sembrava vederlo, benchè lo fissasse coi suoi grandi occhi pieni di luce ignota.

Egli le prese le mani, coprendola di baci.

Ma ella le ritirò e scoppiando in un riso convulso che echeggiò stranamente tra le vecchie pareti, disse con voce rotta:

--Non mi toccate, signore.--Sono la marchesa di Sentis.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La misera fanciulla non potè più ristabilirsi. S'ammalò e la malattia fu lunga, e sebbene non dolorosa, senza rimedio.

Le cure dei medici, le preghiere, le sollecitudini dell'affetto paterno, tutto fu inutile. Vi furono in mezzo ai giorni di dolore alcune ore di speranza, ma ahi tosto spenta! Tutto si tentò per salvarla, ma il male fu inesorabile.

Ell'era di quelle che all'urto delle passioni si spezzano, ell'era di quelle che muoiono. Nella sua delicata giovinezza il morale era strettamente unito al fisico.

Finalmente giunse il termine di quella lunga agonia. Il curato del villaggio ed il conte stavano inginocchiati vicino al letto. Un po' più indietro il marchese di Sentis.

Ebbe un istante di tregua e parlò per poco. I suoi discorsi erano incoerenti e strani, ma affettuosi per suo padre.--Il nome di Paolo tornava ad ogni momento.

Le sue ultime parole furono: «Lasciatemi dormire». Così dicendo appoggiò la bella testa all'indietro e chiuse gli occhi.

II.

Tre giorni dopo, la chiesa del villaggio mostravasi sontuosamente parata di nero e d'argento.--I paesani in folla erano inginocchiati sui gradini.

Sopra un gran cartello, sormontato dallo stemma dei Montsauron inquartato con quello dei Sentis, leggevasi in lettere bianche su fondo nero: ALL'ANIMA DELLA NOBILE DAMA IDA DI MONTSAURON MARCHESA DI SENTIS DA SUBITANEO MALORE RAPITA LA SERA DELLE NOZZE LASCIANDO ORBATO LO SPOSO IL PADRE INCONSOLABILE CONCEDA DIO L'ETERNO RIPOSO LA CORONA DEL PARADISO.

R. I. P.

Null'altro rimaneva di quell'angelo passato sulla terra che una pomposa iscrizione di dodici righe.

L'interno della chiesa era imponente. Le torce funebri l'illuminavano di una luce bianca e severa. Come al di fuori era tutta parata di nero e d'argento. In mezzo sorgeva il cataletto su cui era posata una ghirlanda di fiori.

Il dolore del vecchio conte fu terribile e spaventevole. Dal suo occhio non scese una lagrima--ma in due ore pareva invecchiato di dieci anni.--Volle egli stesso presiedere a tutto ciò che concerneva il funerale, perchè l'ultima dei Montsauron venisse sepolta onorevolmente. Assistette alle esequie dalla tribuna della casa. Poi accompagnò il corteo fino alla tomba di famiglia. Fu deposta vicino alla contessa di Montsauron. Sulla tomba non leggevasi che il nome, con la data della nascita e quella della morte.

Dopo adempiti codesti strazianti ufficii, il conte andò a piedi, accompagnato dal marchese e dal curato, fino al limitare del villaggio, dove una carrozza di posta lo aspettava.

--Là dove Ida è morta, diss'egli, additando la vecchia casa, io non ci voglio star più.

Il marchese aveva offerto di accompagnarlo, ma egli aveva rifiutato. Nessuno aveva voluto, tranne il suo vecchio cameriere, che triste egli pure salì dietro la carrozza.

Il marchese ed il curato, col cappello alla mano ed il viso commosso da un dolore così fiero e così fieramente sopportato, lo sorressero mentre montava in carrozza.--Egli strinse loro la mano e gridò al cocchiere:

--A Parigi!

La pesante carrozza si mosse e i quattro cavalli partirono di galoppo.

Il marchese di Sentis tornò alle sue terre di Normandia.

Paolo non si consolò mai della morte d'Ida--ma non ne morì. Il tempo e l'arte sono grandi consolatori. Partì per Parigi dove non tardò a farsi un nome.

Il dolore che fu veramente immenso fu quello del vecchio. Dolore grande, augusto.

È solo di questo che ne resta a parlare.

III.

Cinque anni sono trascorsi dagli avvenimenti che abbiamo narrato.

In un albergo d'un piccolo borgo, in una brutta stanza bassa, tappezzata d'una carta ch'era stata rossa mezzo secolo prima, un signore dal dorso curvato, dai capelli bianchi, dal viso rugoso, è seduto in un'ampia poltrona, e sembra assorto in pensieri. Affrettiamoci di dire che questo vecchio è il conte di Montsauron, altrimenti non lo si riconoscerebbe certo. Il conte era d'eccellente costituzione e di tempra fortissima; questo solo l'avea salvato dal seguire sua figlia nel sepolcro; poichè il dolore che lo aveva fulminato era di quelli che ben sovente uccidono; perdendo lei, egli aveva perduto tutto ciò che ancora lo riteneva quaggiù.

Come avesse sopportato il terribile colpo l'abbiamo visto più sopra. Solo, come fu già detto, non si era sentito la forza di tornare in quelle mura dove Ida aveva reso l'ultimo sospiro, ed era partito per Parigi. Qui tentò distrarsi, ma invano. Comperò dopo qualche tempo una piccola villa sulle ridenti rive della Senna, ed ebbe un momento la speranza che una vita tranquilla, in un sito ameno e bello, ben lontano dalla scena della disgrazia, potesse a poco a poco chiudere la piaga che sanguinava ancora. Vi stette due mesi, ma la solitudine aumentava anzi di giorno in giorno la sua tetra malinconia.--Decise allora di viaggiare.