La giovinezza di Giulio Cesare, Volume 2 (of 2)

Part 8

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Capitanava i primi il famosissimo Cromi di Mitilene, lottatore e pugillatore fin allora creduto invincibile, onorato di statue nei circhi di Atene, e d’Agrigento, e di Siracusa, e di Ercolano, siccome allora voleva l’ingiusto costume; chè insieme colle statue degli dei e degli eroi si mescevan quelle degli atleti, e più spesso all’eroe non era concesso il simulacro ond’era stato insignito il lottatore, che poteva batter la polvere tra le fischiate della disprezzante plebe. Cromi era allora il primo dei primi in tutto lo stato romano, e di recente, nella stessa Roma, per la prima volta, da che nel circo massimo combattevano atleti, gli era stata decretata una statua di bronzo dorato, essendo consoli Gabinio e Pisone. Colui era elettissimamente formoso, ma più arieggiante l’Apollo che l’Ercole; onde, nell’apparenza, non offriva caparra di prepotenza muscolare; bensì, la proporzione mirabile del suo costrutto era quella che gli comunicava il poderoso equilibrio delle forze. Per farsi una completa idea del come ei fosse, più che ammirato, idolatrato in Roma, si pensi ai tumulti e ai fremiti che provocavano i toreadori nei circhi di Spagna. Al tempo del celebre _Montes_, l’ammaliatore, e dell’andaluso _Ciclanero_, il bello, allorquando procumbeva il toro trapassato nel collo dalla lama lieve, tra le grida sfogate onde il circo risuonava, grida ed urli esprimenti un entusiasmo che toccava il furioso delirio, ai piedi di quei trionfatori cadean collane e catene d’oro, onde le non più orgogliose dame si spogliavano, ammiranti un uomo che avea fatto stramazzare una bestia.

Tale avveniva di Cromi, finita la lotta, quando ei sorgeva solo fra gli atterrati avversarj, e girava lo sguardo intorno, ascoltando con accettante sorriso gli echeggiati applausi. I consoli, gli edili, i pretori, i senatori, gli gettavano anelli e stili aurei e gioje, e parean grano lanciato dal ventilabro; e le donne, monili e cinti e zone, ove i rubini gareggiavano coi più preziosi piropi. Nella piccola ma eletta cliptoteca della sua casa, chè egli affettava l’opulento patrizio, e non si riputava inferiore a Pompeo, sorgeva, alto quasi un palmo, sul pavimento lo strato di quei monili, come se fossero avena da tramescolare a palate. Esso portava i capelli inanellati e prolissi e cadenti sul collo, contro il costume degli atleti che li teneano rasi, perchè non fossero mezzo di vittoria all’avversano. Ma egli teneva in gran pregio quella chioma, onde gli si incorniciava voluttuosamente il greco volto, e portava il berretto frigio, e pari ad Achille si riputava, e al non minore Diomede, onde ricantava con atletica voce i passi che loro si riferivano nel greco d’Omero.

Esso era marito. Sua moglie, Galeria Emboliaria, nell’arte propria era celeberrima al par di lui. Accanto a Roscio e ad Esopo, ella recitava nella commedia e nella tragedia. Valente nella prima, non superabile nella seconda. Di tutti gli autori greci, prediligeva Eschilo. Nell’_Agamennone_, vestendo il personaggio di Clitennestra, atterriva gli spettatori. Avea recitato, ed era già celebre infin d’allora, per l’inaugurazione del teatro d’Emilio Scauro; doveva recitare per la dedicazione del teatro di Pompeo; protrasse i giorni fino a declamare decrepita, imperando Augusto. Pare ch’ella vivesse più d’un secolo, ad onta dell’indole irrequieta e rabida, delle passioni ch’ella assumeva recitando colla più completa espressione del vero, e delle passioni che arsero lei stessa anche fuor delle scene, e dei casi funesti ch’ella subì e fe’ subire, cercandoli e volendoli.

Ella sedeva in cocchio, vestita di bisso a liste d’oro, e pareva una regina assira meglio che una commediante e, assisa in trono anzichè in cocchio, guatasse bieca dall’alto un popolo di schiavi. Essa non era lunge dal drappello capitanato da Cromi, e percorrendo le file dei giovani cavalieri, e fermando l’occhio sui più belli fra i bellissimi, e ripiegandolo poi sul suo, e secondo lei, soltanto suo, e, in eterno, in sempiterno, suo Cromi, esultava d’orgoglio; e tanto più che, passando qualche ora prima davanti al pronao del circo, aveva veduta la statua di lui sfolgoreggiante di recente oro.

Il genio dell’arte che in essa era strapotente, per virtù di quell’arcano istinto che, inconsapevole, opera prodigi, e può operare tra le più deplorabili stranezze, le turbava, come un padrone inclemente, le facoltà dello spirito, quelle facoltà che sovente, anche nelle persone più volgari, pur si trovano nel più tranquillo e fortunato equilibrio. Se il fortissimo e formosissimo Cromi, nel dì ch’essa, adocchiandolo, arse d’insano amore per lui, fosse caduto morto a battere i lacerti sulla polvere del circo, avrebbe dovuto render grazie alla benefattrice fortuna. L’amore geloso di Giovanna la Pazza per Filippo il Bello, la quale nemmen patì che l’imbalsamato cadavere di lui fosse veduto da occhio muliebre, può dare un’imagine dell’amore di Emboliaria per Cromi.

Ma Cesare, a un tal punto, uscì dalla tenda. Veniangli d’appresso Pompeo e Crasso e Lucullo e Cicerone, e al suo fianco, in fidatissimo colloquio, procedeva Sallustio. Questi, fattosi lodatore delle gesta di Cesare nel suo _Commentarium rerum urbanarum_, che, già accennammo, era la _Gazzetta_ di Roma antica, istruiva Roma quotidianamente di quel che operavasi in Lusitania, e, rettorico essendo e stilista e artista, dipingeva, più che raccontasse, que’ fatti di guerra, di cui Cesare mandavagli i semplici e quasi gretti profili, ma nei quali appariva l’intelletto maestro che voleva geometria rigida e non pompa di stile. Ma, colla pompa dello stile e colla adulazione, il _progiornalista_ romano, preparò le ricchezze future e quei famosissimi giardini che ancora oggi si chiamano di Sallustio.

Cesare, tra codesti illustri suoi contemporanei e quasi colleghi e, in apparenza, amici, apparve tutto quanto militarmente vestito. Il paludamento imperatorio, che era la clamide coccinea, non impediva che fosse veduta l’argentea lorica, lavoro insigne di cesellatore greco; le figure di Venere e Marte, staccanti sovra un semicerchio di olimpiache deità a basso rilievo, eminevano tratte dal metallo a tutto sbalzo. E Cesare, per la prima e l’ultima volta, si mostrò coperto il capo della galea vetusta. La calvizie, più che minacciosa in Roma, lo avea debellato in Ispagna, ond’egli non ancora bene avvezzo a quella per lui aborritissima deformità, si coprì la testa. Ancora giovine non voleva che le romane sentissero fuggir le illusioni al suo cospetto, e quella galea aveva un cimiero sul vertice, contesto d’oro e adorno di brevi piume rosse; e la visiera gli ombreggiava il volto, mezz’alzata e mezzo abbassata, volto indescrivibile, dove l’alunno di Marte, fortissimo e tinto e ritinto in bronzo dai soli ispani e dalle fatiche e dalle notti dormite _sub luna_, faceva la pace col pronipote di Venere celeste; ed ei lo sapeva, e l’argentea lorica lo manifestava.

E passeggiando, e trattenendosi tra cocchio e cocchio, dove più sfolgoravan le patrizie, e stringendo la mano ai senatori, agli auguri, ai sacerdoti, a quanti gli si affollavano intorno, e sparpagliando ovunque sorrisi ammaliatori, quali non vide mai Roma sul suo labbro espressivo, diceva brevi ma succosissime parole intorno alla cosa pubblica, e interrogava Sallustio e Cicerone su quanto era avvenuto in Roma durante la sua assenza.

— E perchè non vedo Catone qui?

— È questo un giorno di cittadina gioja, osservò Sallustio; tu ben sai che l’austerità sua gli fa abborrire ogni tripudio festoso.

— Ciò sta bene, esclamò Cesare ghignando, a chi vende e compera le mogli come se fossero giumente, e a chi presta danaro al venti per cento.

— Ei ti è avverso, Cesare, disse Lucullo, e in Roma tu non avesti mai più ostinato e implacabile avversatore di lui.

— E finch’esso continuerà a parlare in Senato, soggiunse Crasso, non isperare che, come talvolta avvenne in addietro, ti si conceda l’onor del trionfo, e insieme il diritto di ambire al Consolato.

— Ebbene, Crasso, mi ripiglierò l’oro e lascierò a chi la vuole la purpurea borsa che lo contiene.

E venne al cocchio dell’Emboliaria, e dimesticissimamente le strinse l’asiatica mano.

— Palla-Minerva mi sembri, o Galeria; uno sgomento, vestito di voluttà, sempre mi invade quando ti vedo. O Medea, o Clitennestra, o Mirra, fate che io sia Giasone e Egisto e Ciniro. Pensavo a te, o Galeria, sulle rive dell’oceano, ma pensavo anche che il tuo Cromi divino mi ti ha rapita. Ed or lo veggo laggiù, e, mentre lo ammiro, mi dispiace. Sovrumano egli è nell’aspetto... ma, dimmi, sempre t’è fido?

L’Emboliaria si accigliò turbatissima, e:

— A che tu vorresti accennare? disse.

— A nulla, o cara; bensì mi piace che amore, per te non cieco, ti tenga nel suo inflessibile, soave governo.

Cesare era amabile e gentile colle artiste; coll’Emboliaria in modo singolare; chè ammirava in essa il talento drammatico straordinario, ma si rideva delle strane pretensioni di lei, epperò, nel suo accento sentivasi la nota dell’ironia che l’Emboliaria non sentiva, riputandosi una regina assira. E Cesare venne all’atleta Cromi, e lo inaffiò di lodi; ma, parlando con lui, s’accorse ch’era disattento e guardava a un cocchio dove stava assisa la fanciulla Imperiosa, alla quale ei passò tosto; e fu l’ultima visitata, mentre avrebbe dovuto essere la prima.

Cesare le parlò sommesso:

— Ho incise nella memoria le ultime tue parole; sotto a questa lorica stanno le tue lettere di fuoco....

L’Imperiosa era disattenta, e appena rispose, e torse la biondissima testa, e all’onniveggente Cesare apparvero i raggi visivi di Cromi e di lei che s’incrociarono a mezza via. Fremette Cesare, strinse la mano sudante dell’Imperiosa, e ritornò alla tenda.

XXIII.

CESARE E ROMA.

Erasi ritirato nella tenda, intanto che il campo in aspettazione della prima notte, attendeva all’esercizio delle armi, nelle quali persino i centurioni più veterani andavano addestrandosi, quasi fossero gregarj nuovi. Le trombe finalmente diedero il segnale del riposo. Ciascuna centuria si ridusse al proprio quadrato. Dopo qualche tempo, squillò un secondo segnale, poi un terzo. E un silenzio profondo successe al fracassìo del giorno, non interrotto che dai nitriti giocondi dei cavalli, i quali pareva si rimandassero i saluti da un estremo all’altro del campo.

Cesare stava aspettando il decreto del Senato, il quale certissimamente gli sarebbe stato favorevole, se l’aspra eloquenza del ferrigno Catone, come grandine assidua, non avesse percosse e sgominate le menti dei senatori; pure, non v’era ancor nulla di deciso. Cesare aveva una schiera fitta di amici, che sulla sua fortuna volevano innestare la propria; ond’esso tuttora sperava che gli venisse accordato e l’onor del trionfo e il diritto di ricorrere al Consolato. Ma, dopo essersi tormentato d’ira pensando all’inflessibile nimicizia di Catone, cangiò quel tormento in un altro, rimeditando il fatto che per lui non aveva più bisogno di prove, della superba fanciulla Imperiosa, che aveva gettato gli avidi sguardi negli sguardi di un atleta. Egli, Cesare, il discendente di Venere, il primo sacerdote in Roma alle are pafiche, arbitro e donno delle più cospicue beltà romane, egli, il vincitore della Lusitania, era stato posposto ad un atleta. Ben questi aveva ottenuto statue dorate, già lo si disse, ma Cesare considerava quegli onori come volevano essere considerati; però un atleta, per quanto applaudito e premiato ed onorato, era a’ suoi occhi nulla più che pubblico ludio. Ma si sforzò a distorre da sè quel pensiero, diventatogli, con grande meraviglia di lui stesso, molestissimo, e messosi a sedere, si diede a consultare le opere che teneva accumulate sulla tavola. Erano i lavori di geografia più celebri a quel tempo. I lavori di Eratostene, d’Ipparco, di Seragione, di Polibio.

Varrone, che fu poscia bibliotecario di Cesare, quando venne cogli altri a visitarlo, gli aveva portato a leggere gli abbozzi delle ricerche intorno a Roma antichissima. Cesare, più ancora di Cicerone e di Sallustio e d’altri, dava importanza a tali studj, e talora, lasciata ogni altra cura, vi si sprofondava coll’avidità dello scienziato che anela alla scoperta, colla voluttà di chi idolatra la terra nativa, e tutte le altre trova seconde ad essa, e ne esplora le origini affannosamente, e vorrebbe indovinarne i destini futuri. Colla scorta di Varrone, e col lume della dottrina propria, nel silenzio del campo, risalì la corrente dei tempi. E si partì da quel momento, momento di più secoli, allorchè intorno alle rovine dell’impero etrusco, tumultuavano sanguinarie, nella gara disputata della conquista, le varie genti dell’Italia primigenia; e, fermandosi tra codeste genti a considerare gli atteggiamenti della storia, e il carattere delle leggi e delle religioni e dei riti, e le credenze intorno alle divinità che riassumono i costumi dei popoli, sentìa quasi rammarico che l’Olimpo fosse stato ignoto ai vetustissimi suoi proavi; e pensava alle primavere di sangue, in cui si trucidavano quanti eran nati in quella stagione, e ai giovani che fuggivano e si rendean latitanti; e qui vedeva l’origine prima della sua Roma, e la valle dei mistici sette colli, dove la gioventù maschia s’affoltò e dove, secondo gli scrittori greci, era sorta la primitiva Roma, la Roma anteriore a quella di Romolo; e leggeva un passo di Varrone, il quale confutava quegli scrittori che attribuivano l’origine di Roma ad un figlio di Ulisse e di Circe, e sorrise all’ira del dotto antiquario, trasmutatosi in poeta nel coprir di contumelie Crispo Sallustio, fatto seguace dei Greci in quell’opinione.

Continuando sempre con Varrone, guardava se quell’amico suo avesse rivelate cose ch’ei non sapesse. Ma egli conosceva assai bene e il pomerio, o _post murum_, e il primo solco, e il foro boario dall’eneo toro, e l’ara di Ercole e le costruzioni di Tito Tazio.

Ma, dall’archeologia passando alla storia, e lo sguardo togliendo dalle tavole di Varrone, Cesare pensò ai primi tre secoli di Roma; e considerò che in tre secoli la fama di essa non era ancora uscita dal suo cerchio, sebbene crescesse e maturasse lentissimamente, pur fra tradimenti e discordie e guerre e sconfitte; e s’intrattenne coi sette re, e più assai coll’ultimo che fu cacciato; gli faceva meraviglia come, sebbene quel re fosse stato astutissimo e fortissimo, e per più anni onnipotente, pure non avesse potuto tener testa a chi non lo volle più. Non aveva però, considerava Cesare, legioni a sè devote, e non era possente nell’arte della guerra, e la fama non ci riferì ch’ei fosse valorosissimo, e, comunque fosse astuto, non ebbe l’astuzia massima di accarezzare la plebe; se le avesse dato quel ch’ella chiese e ottenne dopo, se le avesse concesso i tribuni avversatori dei patrizj, e il diritto a tutti di salire ai primi gradi dello Stato, e l’eguaglianza dei diritti, non sarebbe caduto, non sarebbe stato scacciato, avrebbe continuato a regnare. E, di cosa in cosa, e di periodo in periodo, quando venne al momento dell’orrenda alluvione dei Galli, Cesare s’accigliò e alzossi e diessi a misurare il terreno della tenda con passo celere; pareva che assistesse ad una scena presente, e vedesse le sgominate legioni e i soldati sgozzati per la campagna, e i cittadini in fuga, e Roma messa a sacco e a fuoco, e dagli stessi nemici latini compianta, come se già fosse un mucchio di rovine; così accigliato, pareva meditasse una vendetta lunga, sterminata, inesorabile, più tremenda assai dell’antica offesa, e forse in quel punto gli entrò in petto l’avida brama di essere inviato colle sue legioni a conquistar le Gallie. Ma si calmò, pensando a Camillo, Romolo secondo, padre della patria, come il popolo lo aveva acclamato, e alla duplice vittoria e ai Galli, scannati tutti.

Pur meditava che quel duello a morte tra invasi e invasori, era stato utile, perchè i popoli italici s’erano stretti così intorno a Roma, e i Latini, almeno per qualche tempo, si riposarono dall’odio contro di essa, come fecero gli Etruschi e i municipj e i socj e le colonie; tornati poscia ai prìstini rancori, diedero occasione a Roma di spiegare tutta quanta la sua sapienza armata, e però con sessant’anni di guerre, terribilmente e astutamente guidate, provocare il desiderio nelle genti dell’Apennino, nei popoli del Sannio, del Lazio, della Campania, dell’Etruria, di diventar tutti cittadini romani. A questo punto, s’intrattenne con quel popolo, che al tempo dei Galli, e delle disastrose guerre interne di Roma coi vicini, era il primo popolo del mondo, e pensò ad Alessandro, che, non ancora trentenne, aveva sottomesso più che cinquanta milioni d’uomini, e ai Greci successori, caduti in bassa viltà, e al re Pirro, e alle due sconfitte toccate per l’inaspettata comparsa degli elefanti, e l’impeto, non mai prima sopportato, della cavalleria tèssala; si confortò rimeditando il senno del nonagenario Appio che negò a Pirro di venire a patti, se prima non fosse uscito d’Italia, onde fu causa che il re, tornato alle armi, dovesse ridursi, vinto, al suo regno cogli inutili elefanti e colla non più invincibile cavalleria tèssala. E Cesare di nuovo si accigliò e s’alzò di nuovo, pensando alle guerre puniche e alla morte di Regolo e al genio di Amilcare cartaginese, che preparò il genio maggiore del figlio Annibale, inizj della prima guerra punica, intercalata dall’invasione dei Cisalpini, dei Boi, e dei Cenomani, e d’altri della loro schiatta, che misero il Senato nella necessità di decretare la patria in pericolo; intercalata poi dalle vittorie del console Flaminio e di Metello.

Passeggiando, e fermandosi di tratto in tratto, e prolungando il soliloquio della memoria al cospetto della stragrande figura di Annibale, si sentì invaso dall’entusiasmo, diremo, lirico, della guerra, della conquista, della gloria, dell’impero. Cesare solo poteva comprendere Annibale, il solo nemico di Roma che aveva compreso Roma; uomo di guerra, insuperabile, ma uomo eziandio di profonde e profetiche vedute politiche, che, unico allora, e prima dello stesso Scipione, avea pensato come, dopo il postremo cozzo tra Cartagine e Roma, la fortuna avrebbe decretato ai popoli a quale delle due città dovessero obbedire. Cesare, considerando quel guerriero straordinario, e confrontando il sistema degli eserciti dei condottieri romani e del cartaginese, stupiva come colui potesse governar le battaglie con tanta disparata varietà d’elementi, il Greco, l’Ispano, il Gallico, l’Asiatico, e con soldati barbari e persino antropofagi, non aventi numi, nè riti, nè patria; e pensò a Canne, e all’impeto inconsulto del plebeo Varrone, che, solo e senza un soldato, pure ottenne dalla sapienza del Senato Romano il trionfo della sventura. Considerava come lo sterminato genio d’Annibale, se mandava uno splendore perpetuo fra i posteri, era stato inutile, lui vivo, perchè la sua patria non lo avea compreso, per il che perdette poi sè stessa a Zama, dove Scipione, rifacendo il disegno di Regolo, avea tratto il formidabile nemico.

E Scipione a Zama fece il pensiero di Annibale, giocando l’ultima sanguinosa giocata, e quel pensiero comunicò ai legionarj, quando dal cavallo tuonò loro, prima della battaglia, che, tramontato il sole di quel dì, il mondo saprebbe se di Roma o di Cartagine sarebbe stato mancipio.

Col capo chino, e le braccia intrecciate dietro il tergo, così rifletteva: Romolo, Camillo, Scipione sono i tre Numi terrestri che generarono, nutrirono e diedero a Roma l’onnipotenza. Gli altri che vennero dopo non furono che uomini al cospetto di essi. Usufruttarono ed ampliarono il mondo creato, ma la creazione era già compiuta. Or che dunque resta a fare? dopo Zama questa mia Roma ottenne tutto che volle. In cinque lustri, l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; la patria di Alessandro cadde anch’essa, schiere di re comparvero incatenati dietro ai carri trionfali. Il trionfo di Paolo Emilio non fu mai superato da nessun altro; che altro dunque rimane a fare?

Dal tempo di Scipione, risalì ancora la corrente delle vicende romane, per esaminare di nuovo tutta la compagine dei varj elementi che concorsero a generarle; e questo, all’intento di vedere appunto quel che ancora avrebbe potuto un uom forte e di alti pensamenti e di instancabile volontà, il quale si proponesse di accrescere il numero dei terrestri numi di Roma. Ripensava pertanto, come le genti latine, i confederati italiani, s’erano addossati alla civiltà romana, senza però volerne essere assorbiti, e pretendendo che il diritto latino e l’italico dovessero rimanere inviolati, davanti al diritto quiritario, e le deità latine e i genj autonomi dell’Apennino, ignoti altrove, non dovessero temere i fulmini dall’olimpico Giove; ma come poi, allorchè i Romani si nominarono re cittadini, i Latini e i Tirreni e gli altri Italici più non tenessero alla conservazione del loro diritto, diventato inutile, nè più si sgomentassero degli arcani genj vaganti lungo le falde e le creste della montagna sacra, e con ogni maniera d’astuzie e di frodi legali s’affannassero a penetrare nel vietato _post murum_, onde farsi annoverare fra quei re sulle tabelle del censo; e tutto questo, ad onta dell’orgoglio patrizio, che raggiunse il punto massimo, quando Scipione ascese al tempio di Giove Capitolino, rifiutandosi a dar conto della propria amministrazione, e sprezzando l’ingratitudine di coloro, che non volevano dilungarsi da quella consuetudine, pure al cospetto di chi aveva fatto Roma padrona del mondo. Cesare, speculando le vicende di Roma e dell’umanità, pensava come, dopo Scipione, lo splendore della gloria e della potenza aveva dovuto rischiarare orrende piaghe, e generarne e inasprirle; e la ricchezza, accumulata nelle mani dei patrizj e degli usuraj e dei pubblici appaltatori, isterilire i campi, disertare i paesi, abbandonare l’agricoltura agli schiavi. Qui, nel profondo della notte, gli si affacciò l’insanguinata figura di Tiberio Gracco, il generoso ch’erasi proposto di salvar Roma ridonando gli alimenti all’agricoltura derelitta, impedendo che la ricchezza si condensasse in poche mani, e l’Italia si condensasse in Roma, ma sibbene sforzando Roma, a prolungarsi su tutta l’Italia, e dai moltiplicati rostri eretti lungo l’Apennino e i due mari, tuonassero le voci numerose di quella nuova Roma, che, uscita da sè stessa, sarebbesi estesa da Caulonia a Genua.

Dietro la figura di Tiberio Gracco, gli comparve quella del fratello Cajo, rifuggitosi nel bosco delle Furie, e poscia cadente sul ferro, che lo schiavo, per ordine suo, gli appuntò al petto, allorchè i suoi nemici furono per raggiungerlo. Dopo questi due grandi sventurati, Cesare meditò i vastissimi concetti di Livio Druso, altra anima santa, e mente indarno profetica, più profondo di Tiberio, più cauto di Cajo.

Ammirava Cesare quel suo sistema di universale conciliazione, e il disegno di allontanare da Roma la sempre, ed a ragione, torbida plebe, accontentandola colla possidenza e coi lavori dei campi, e, radunando gl’italioti, con quelle rogazioni, che animarono le speranze di tutta Italia; e mentre ammirava questi vasti disegni, rammentava, raccapricciando, che Druso era stato trafitto nel Foro da una pugnalata a tradimento, la quale impedì la salvezza di Roma, avvolgendola in tre guerre consecutive e terribili: la servile, la barbarica, la sociale, per la qual ultima caddero sul campo più di trecentomila uomini. Ma colui, pensava Cesare, non comandava a legione nessuna, e non è che la forza armata capace di convertire, in fatti duraturi, i più ardui concepimenti dell’intelletto.