Part 9
Udivasi allora un sol gemito fra la gioventú Toscana, che a loro padre l'aveano: coprivansi di mestizia i volti de' dotti, che loro socio l'ebbero nelle letterarie ricerche; ne ripeteva la fama il merito e la perdita, -- gareggiavano Pisa e Livorno per accordare alla sua memoria, i funebri onori: ciascun Italiano affrettavasi di offrire un tributo alla virtú perseguitata: e un amico ancora (il generoso Capponi, che nominiamo ad onore), offriva la tomba de' suoi padri, e raccoglieva i resti inanimati di un chiarissimo uomo, -- d'un virtuoso cittadino, -- e di un vero Italiano. In ogni contrada dunque della piú colta provincia italiana compiangevasi il termine immaturo dell'illustre esule; ogni cuor generoso ne sentiva l'affanno: -- solo i despoti sorridevano: -- e mentre l'ipocrita governo Toscano instruiva un processo contro l'immensa gioventú intervenuta ai funerali, rallegravasi la corte di Napoli, lusingandosi entrambi, cioè, l'uno che le sue mascherate prepotenze, non si scoprissero, -- sperando l'altra che la Storia non divenisse di pubblica ragione, tanta ignavia per loro e pei discendenti vi ravvisano. -- Ma, noi proscritti, -- nel giurar la vendetta de' nostri perduti fratelli, e nel pronunziare la lode sul loro sepolcro, smascheriamo l'ipocrisia del dolcissimo imperare Austro-Toscano, ed imploriamo nel tempo stesso dagli amici dell'estinto Colletta la pubblicazione di una Storia, nella quale stanno scritte a carattere indelebile le note infami de' nostri re; e noi erranti senza patria, traditi, venduti, lo dobbiamo all'Italia, avida di conoscere le nequizie de' potenti che la opprimono; -- lo dobbiamo infine allo stesso Colletta, -- ai suoi sofferti travagli, -- al suo cenere, che un giorno commisto a quello di tutt'i martiri poseremo sull'altare della patria, ed all'ombra di quel vessillo tricolore che dovrà sventolare un giorno dall'Alpi all'Etna, ed innalzarsi glorioso sulle ruine degli scettri, de' troni, delle tiare e delle corone.
_Gio. La Cecilia._
LA VOCE DELLA VERITÀ
Un giornale, pubblicato in Modena, intitolato _la Voce della Verità_, conteneva in data de' 17 gennaio, nel numero 70, un articolo, del quale ci piace riferire alcuni brani.
L'articolo incomincia con queste parole:
_Un'empia associazione s'è formata in Marsiglia del rifiuto e della feccia degli emigrati italiani, la quale impudentemente si dà il titolo di_ Giovine Italia. _Essa non accetta nel suo novero, che quelli i quali son nati entro il secolo corrente... ond'esser certa che il fuoco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia, e della rivoluzione; essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva alla Propaganda Infernale, e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue................................_
_Noi compiangiamo la rovina ch'essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che la_ Voce della Verità _raccoglie il guanto, che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo mantenitori della lizza. Operino essi in segreto; noi in pieno sole, e con alzata visiera._
L'articolo cita i nomi de' pretesi capi dell'intrapresa -- e tra questi il nome di chi scrive queste linee.
Noi non avremmo insozzate le nostre pagine ricopiando coteste infamie, se non ci fosse sembrato di rinvenire in esse la migliore testimonianza delle nostre intenzioni, e del nostro dritto. Due gioje concesse Iddio agli uomini liberi sulla terra: il plauso de' buoni, e la bestemmia de' tristi -- e quando noi sacrammo anima, vita e braccio alla patria, guardammo davanti a noi, né curammo di voci che si levassero dal fango a insultarci, o di pericoli che ci venissero da' nemici alle spalle. Giurammo a noi stessi silenzio -- e non moveremo parola d'ora innanzi contro le mille accuse, e basse calunnie che ci lancieranno dietro que' vili, la cui penna, come il corpo della meretrice, si vende a chi piú la compra. Tra noi ed essi la lizza è troppo ineguale; né gli uomini liberi s'hanno ad avvilire scendendo a discutere coi carnefici. -- Bensí, prima di procedere sulla via, giova forse rompere una volta almeno il silenzio, ond'altri non lo interpreti siccome paura. E d'altra parte, chi può vedersi davanti la impudenza villana, e non maledirla? -- Chi può passare dappresso al calunniatore coperto, e non dirgli: tu se' noto: rimanti infame e per sempre dinanzi agli uomini, e a Dio?
Uomini del Canosa, e del Duca! -- non v'illudete. Non tentate ridurre ne' confini angusti d'una associazione segreta, d'un consorzio privato il voto universale in Italia contro di voi -- contro la tirannide, che promovete -- contro i delitti co' quali la puntellate. Non impicciolite lo spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo a pochi individui. Il decreto della vostra rovina vien d'alto: vien dal secolo, che v'incalza, vi preme, vi mina per ogni lato: viene dall'intelletto, che ogni anno sviluppa, commove, suscita contro le vostre teoriche di sommessione abbietta, e d'ineguaglianza: viene dall'odio alla tirannide ch'esercitate tremenda contro ogni classe, che ponete a luce deforme in ogni atto della vostra vita, che non tentate velare neppure colle cure date alla prosperità materiale de' vostri sudditi. Quante sono le vostre vittime? quante sono le famiglie che gemono sul destino d'un caro proscritto? quante sono le madri, che balzano ne' sogni davanti alla sembianza d'un figlio prigioniero, o spento per voi? quanti sono i volti, che impallidiscono d'ira repressa al vedervi? -- Numerate que' volti, quelle madri, quelle famiglie; perché ognuno di que' volti vi rivela un nemico, ognuna di quelle madri vi scaglia un anatema, ognuna di quelle famiglie è un centro di congiura contro di voi. Avete sagrificata la virtú, che v'era rimprovero, negletto o perseguitato il merito, che paventavate nemico, usurpato il frutto de' suoi sudori all'agricoltore colle dogane, co' dazi, colle ruberie de' processi -- e cercate la espressione de' pericoli, che v'accerchiano in una _forma_ di fratellanza? -- Avete manomessa l'opera della creazione, avete travolta nel fango la immagine di Dio, avete convertito in casa di pianto il giardino della natura, punita la parola, inceppato il core ne' suoi moti, tormentato il pensiero -- e vi perdete a dissotterrare i vostri nemici all'estero -- e proferite tre nomi?
Uomini di Canosa, e del Duca! -- Napoleone ha segnata a Sant'Elena la vostra sentenza -- e chi siete voi per durare tiranni dopo Napoleone? Il gigante de' secoli è caduto davanti all'urto della opinione -- e voi vorreste reggervi in faccia ad essa? -- voi, forti soltanto della nostra discordia? -- E seguite -- struggete -- mozzate alcune teste di martiri: rinasceranno a migliaia -- spegnete i forti d'una città -- verranno dall'altre -- ardete le case: edificatevi un trono sulle rovine: regnate sovra deserti. -- Oh! non v'è Dio? -- non v'è il rimorso? -- non lo sentite? -- non lo vedete simboleggiato fin nei volti di satellite che v'errano attorno? -- e quando, la notte, fra i sospetti delle tenebre, fra i terrori del silenzio, ricorrete al passato, o v'affacciate al futuro, -- oh! dite, dite -- non intravvedete voi il rimorso? l'ultima visione del passato, e la prima dell'avvenire non è forse la immagine del tempo, che vi numera l'ore?
Là, dovete rivolgere le vostre forze. Là -- ne' vostri delitti, e nel tempo che premia, e punisce, è la _Giovine Italia_, che voi temete!
Da quaranta anni voi combattete questi uomini liberi, che affettate di disprezzare. -- Da quaranta anni avete lanciato lo spionaggio, la baionetta straniera, il carnefice contro questa che voi chiamate fazione, setta, congrega di pochi iniqui, _feccia e rifiuto_ degli uomini -- avete troncate le fila presunte -- avete immolati i piú ardenti tra essi -- e v'è forza ricominciare ad ogni ora -- e v'è forza confessare che perdete terreno: che i _ribelli_ aumentano ogni dí piú: che l'epoca è _corrotta, e corrompitrice_. Dieci anni addietro, cinque anni addietro l'Europa era vostra: ed ora avete perduto il Belgio, minacciato il Portogallo, la Germania, l'Italia. -- _E compiangete la nostra rovina?_ -- Oh! tenete il compianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo, sulla quale fondavate tutte le vostre speranze. -- Abbiate almeno la ferocia del leone ne' suoi ultimi momenti, poiché la generosità non potete. -- Mostratevi a nudo, mostratevi con tutto il furore che v'agita, con tutta la sete di strage, che vi governa. Ma non versate calunnie, alle quali nessuno dà fede: non ritorcete in noi, in noi caduti finora per dare al mondo lo spettacolo delle rivoluzioni come noi le avevamo concetto, pure, innocenti, pacifiche, l'accusa di delitto, e di _sangue_. Sangue! -- Assassini di chi v'ha salva la vita, il sangue d'Andreoli, di Borelli, e di Menotti v'affoga!
Noi trascorriamo -- e sarà l'unica[79] volta -- in un linguaggio che non è il nostro; ma il sangue si precipita nelle vene all'udire coteste accuse, al pensare in che mani è caduta la nostra Italia. Oh! l'anima nostra era un sorriso per tutte le creature: -- la vita s'affacciava alla vergine fantasia come un sogno d'amore; e i moti piú concitati del nostro cuore erano per la bella natura, per la donna, ideata ne' primi anni giovenili, pel genio de' grandi trapassati. -- Chi ci ha messa la parola dell'ira sul labbro, se non essi, gli oppressori delle nostre contrade, i tormentatori de' nostri fratelli? -- Chi ci ha rapita[80] la metà della esistenza, chi, se non essi, ci ha stillato l'odio nell'anima? -- L'odio! ci è tale incarco, che vorremmo deporlo, anche colla vita, se fosse nostra. Ma le teste de' nostri fratelli ci stanno innanzi sanguinose, e l'ultime voci loro ci affidavano un tale deposito, che nessuno può rinnegare senza delitto.
[79] [_Scritti_, ecc.: _ultima_].
[80] [_Scritti_, ecc.: _rapito_].
Ed oggi che noi alziamo la voce, in nome di tutti, oggi che noi tentiamo pagare parte almeno del nostro debito, gli scrittori della _Voce della Verità_ ci accusano di operare in segreto, e millantano di combatterci _a visiera levata_. -- A visiera levata! Sí; colle baionette d'intorno, e il carnefice a fianco. -- A visiera levata! -- e chi s'attentasse di serbare in Italia alcuna, di queste pagine, sconterebbe l'errore con una vita di dolore. -- A visiera levata! -- Oh! noi l'alzammo la visiera: noi ci levammo davanti a voi nella potenza della virtú, e della fede: ci levammo grandi di amore, e di[81] confidenza delle moltitudini, che c'intendevano -- e i troni, le tirannidi, e voi sfumaste al nostro grido, però ch'esso era il grido dei milioni conculcati, il grido di Dio che v'avvertiva dell'iniquità vostra -- e fuggiste vilmente -- e mendicaste la spada straniera a rifarvi il trono, che soli eravate impotenti a reggere; ma noi abbiamo, poich'altro non potevamo, suggellata la nostra fede sul palco: abbiamo sagrificati gli affetti che fanno cara la vita al pensiero che Dio c'impose -- ed oggi, proscritti, innalziamo la nostra voce -- e segniamo -- e voi -- voi vi ravvolgete nel velo dell'anonimo!
_Mazzini._
[81] [_Scritti_, ecc.: _della_].
SOCIETÀ DEGLI AMICI DEL POPOLO.
Quando la rivoluzione di Luglio diede speranza agli uomini buoni, che il tempo fosse giunto in cui ogni cittadino chiamato ad esercitare una parte di sovranità, è in obbligo di contribuire co' lumi, col braccio, e col senno allo sviluppo progressivo d'un sistema di libertà, e alla educazione nazionale, alcune riunioni si formarono a Parigi, ed altrove, che a poco a poco acquistarono carattere di Società popolari. Erano unioni d'uomini giovani, che s'erano da gran tempo affratellati nella comunione degli studi, dell'amicizia, e delle operazioni. Avevano cospirato insieme contro la tirannide di Carlo X, dal momento in cui s'erano avveduti della impossibilità di transigere, e che a rovesciare la forza non valea che la forza. Avevano combattuto insieme nelle tre giornate, quando Parigi non avea che un grido, e la bandiera tricolore risuscitava le glorie della rivoluzione. Ottenuta la vittoria, il primo loro pensiero fu quello di custodirla, e vegliarne i frutti; e bagnati ancora di sangue, bruni di polvere e di fumo si costituirono di mezzo alle barricate, trono popolare, amici, ed educatori del popolo. Certo: il loro mandato non era meno valido di quello che allegavano a impadronirsi della rivoluzione gli uomini d'una camera eletta prima, che la nazione avesse ritirato il mandato, e risolto di far da sé: formata sotto la influenza del potere caduto, votata da Collegi elettorali sedotti dalle trame ministeriali, o atterriti dalle baionette, giusta leggi coniate della dinastia fuggitiva. Quello _degli amici del popolo_ era mandato segnato col sangue del popolo e il popolo un dí o l'altro se ne sovverrà.
In diritto, la riunione d'un certo numero di cittadini ad oggetto di discutere i mezzi migliori per provvedere al buono stato della nazione, non è delitto. Sotto l'impero d'una costituzione, che accorda ad ogni cittadino il diritto di _pubblicare_ le proprie opinioni, la soppressione delle società pubbliche è, in tesi generale, una illegalità. La stampa non è che una forma di pubblicazione: la parola costituisce l'altro. Or chi direbbe la parola dover essere piú serva della stampa? e donde trarre ragione di differenza in faccia alla legge tra una società che parla, e una società che stampa?
Per noi, il principio d'un governo libero è uno, le applicazioni sono moltiplici. Il diritto _individuale_ si stende, socialmente parlando, fin dove incomincia il diritto altrui. I diritti politici de' cittadini si stendono fin dove incomincia una violazione de' diritti politici d'altri cittadini, una perturbazione nell'ordine pubblico. Se una forza sottentra a interporsi fra questi due termini, prima che siano giunti a un contatto di collisione, non v'è libertà. La possibilità che da siffatte riunioni insorgano quando che sia inconvenienti, non basta a discioglierle. Il principio di prevenzione, logicamente applicato, e dedotto con tutte le sue conseguenze, trascinerebbe con sé il diritto di sospendere ogni libertà pubblica, o individuale, senza motivo. Adottate il principio nella sua estensione: voi precipitate nell'assurdo. Ritenetelo in certi confini, e vietatelo in altri: eccovi ricaduto nell'arbitrio; voi confidate un potere indeterminato al potere esecutivo: voi lasciate ad esso la scelta de' casi ne' quali conviene usarne; chi v'assicura della sapienza dell'uso? Il governo sopprimerà in oggi una società, pericolosa davvero; chi vieterà che domani i suoi satelliti non ne sciolgano una innocente, e virtuosa? -- La giustizia, in uno stato ordinato con leggi stabili, non previene, reprime. La riunione pone in pericolo la cosa pubblica? o commette azioni dichiarate colpevoli? -- Punite le azioni: vegliate la condotta di que' cittadini: intervenite, pacificamente quando vi pare ch'essi stiano presso a traviare: convinceteli cogli stessi mezzi di pubblicità. Fino a quel punto, stanno per voi diritti, e doveri. Piú oltre d'un passo, sta la tirannide. In fatto, la Società degli _Amici del Popolo_, non pose, sembra, in pericolo la cosa pubblica, né commise azioni colpevoli in faccia alla legge, dacché la legge non la colpí. Disciolta violentemente dal governo, appoggiato sopra una disposizione legislativa pugnante coll'insieme dei diritti sanciti dalla rivoluzione, e riprovata da' suoi organi stessi dinanzi alle Camere, la Società si giovò dell'altro mezzo di pubblicità a esporre i suoi pensieri alla Francia: cotesti scritti sono appunto quei che hanno dato moto al giudizio, dalla cui discussione è tratto il discorso, che noi qui pubblichiamo; e questi furono dichiarati innocenti; la condanna severa pronunciata contro alcuni degli accusati, è desunta dalle difese parlate all'Udienza, non dagli scritti citati in causa. Le opinioni, e gl'insegnamenti della Società non erano dunque tali, che la legge, anziché proteggerne l'espressione, dovesse punirla. La condotta del Governo, sciogliendo la Società, fu dunque illegale.
Comunque, la Società fu disciolta. Gli _Amici del Popolo_ hanno credenza repubblicana; e que' molti, che confondono ancora la repubblica colla scure del terrore, senza avvedersi che il _terrore_ non fu se non conseguenza della guerra, mossa alla Francia da' nemici della repubblica, plaudirono al governo. Bensí la opinione traviata dalle calunnie insinuate contr'essi, s'è corretta di molto dopo il processo, finito pochi giorni addietro. I quindici repubblicani tradotti in giudizio, stettero davanti a' loro giudici, come accusatori, anziché come colpevoli. Trelat, Raspail, Thouret, Blanqui, e gli altri esposero candidamente il loro simbolo, le loro teoriche, i loro voti. E noi abbiamo creduto far cosa utile alla nostra Italia, esponendo una di queste arringhe, pronunciate colla coscienza, della verità, e colla fede dell'avvenire. Siamo a guerra dichiarata, e giova, che tutti gli uomini liberi simpatizzino gli uni cogli altri.
DISCORSO PRONUNCIATO DA RASPAIL, PRESIDENTE DEGLI AMICI DEL POPOLO.
................ Sí: ogni qualvolta voi condannate un patriotto, il popolo v'annovera fra i complici dell'usurpazione di que' padroni che a principio chiamavansi nostri eguali, di quegl'ipocriti, i quali si vantavano repubblicani e democratici per giugnere piú agevolmente alla _quasi legittimità_, e piú tardi corruppero con mani impure la croce di Luglio ponendola sul petto a quattrocento indegni, l'uniforme della Guardia nazionale, assoldando fra le sue file colle croci d'onore, colle indennità, persin col salario quindici mila ligi per lo meno al potere. Infatti, osservate come dal Luglio 1830, appena una dell'arti loro è svelata essi ne sostituiscono un'altra. Se la Guardia nazionale rifiuta aderire ad alcune pretese, essi cercano corrompere, ed ubbriacare i soldati, perocché il francese nell'ebbrezza soltanto può rinnegare l'onore. Ed allora sotto gli occhi del vostro re, il sangue francese bagnò le lastre del Palazzo Reale. Io m'arresto a quell'unico fatto che Carlo IX solo potrebbe invidiare: quest'unico fatto può far tacere per un momento le rimembranze di Menotti, della Spagna, dell'Italia, e di Varsovia, di questa sorella della Francia, che la Francia, o per meglio dire, gl'ingrati che la governano, hanno tradita nelle mani dei carnefici stranieri; e il ferro dei carnefici stranieri ci minaccia tuttora da lungi ad onta di concessioni tanto crudeli. Eccovi, signori giurati, i fatti de' quali vi fate complici, allorquando voi condannate gli scrittori che li manifestano. Oggimai v'è di mestieri aprire gli occhi: il popolo vi accusa d'una colpevole solidarietà, -- respingetela, separatevi da questi uomini che fanno traffico de' vostri giudizj, separatevi dai diplomatici speculatori frodolenti, i quali han posto il trono sopra una banca, la Francia nel fango... Via questi intrusi, e la loro infamia. -- Cittadini francesi, cessate d'essere i loro complici. -- Essi lo sanno che voi pure nel profondo dell'anima nodrite, siccome noi, un senso di dispregio, e d'ira contro di loro. -- Il sangue, che vi corre nelle vene è sangue francese, e voi non potreste sentire diversamente. Ma i Borboni son razza astuta, e da quindici anni si giovano per ogni via della nostra credulità a soffocare le vostre simpatie. Per cenno loro s'urlava nelle strade quel grido: i patrioti vogliono reazioni: anelano alle vendette. I repubblicani cercan di rinnovare il 93! Tremate, tremate, se non giugnete a schiacciarli.
I repubblicani non anelano il sangue del 93, donde trarlo oggimai? Essi non richiedono che le sue istituzioni modificate secondo i bisogni dell'epoca attuale. Né io m'avvilirò ad accertarvi che i repubblicani abborrono la devastazione, ed il saccheggio. Qual banchiere, agente politico, o speculatore fraudolento oserebbe pronunziare siffatta bestemmia contro il popolo del 1830? Venga -- io non risponderò che volgendo le loro borse lorde del soldo ch'essi rapiscono a milioni al povero popolo che poi opprimono di calunnie.
Vi hanno detto, che noi bramiamo la caduta dell'attuale governo, -- v'hanno detto il vero. Noi bramiamo la caduta d'un governo dato alla nazione dai Dupin, dai Guizot, e da un centinajo di deputati egualmente venali: d'un governo, che finora non fu riconosciuto che dalle deputazioni d'impiegati o d'aspiranti a cariche, quando non si voglia interpretare a segni d'adesione le insurrezioni di San Germano d'Auxerre, ed altre, la vittoria dei Lionesi, e le mille sommosse, che scoppiano successivamente in tutte le parti della Francia. Noi bramiamo la rovina d'un governo di fatto che ha logorate in Francia tutto le molle di gloria, e di libertà, che curva a piedi delle nazioni la patria per ottenere una pace a prezzo d'infamia: che distrugge a proprio profitto l'industria, ed il commercio: che a comprimere il popolo richiama nelle file dell'esercito i regali già vinti dal popolo, ed appunta i cannoni di Montmartre contro Parigi, cosí ubbidiente finora alle sue inique pretese: infine un governo, che semina col tradimento tanta sciagura da ridurre quasi il popolo illuso a piangere quella dinastia, che mandataria dei re stranieri governò a loro nome per quindici anni la Francia, dopo aver combattuto vent'anni contr'essa nel campo dell'inimico.
Ma noi non cospiriamo: noi vogliamo illuminare le masse, sottoporre i nostri consigli al popolo sovrano, porci in somma alla testa dell'influenza per seguire il movimento. Non punite oggi un diritto riconosciuto da voi medesimi colla vostra adesione alla rivoluzione dal 1830.
Ho rispinta la calunnia, è tempo ch'io parli alcune verità; v'esposi ciò che non vogliamo, udite ora ciò che vogliamo. Se la vostra opinione sta contro alla nostra, confutatela, ma non ci condannate, però che a nessun uomo quaggiú fu dato il diritto di porre a tortura colle accuse, colle prigioni, colle ammende un uomo onesto per diversità d'opinioni.
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La _Società degli Amici del Popolo_ ebbe origine dalle barricate: tutti i suoi primi membri aveano combattuto, ed i più appartenevano all'estesa tela de' carbonari per ben quindici anni sostenitori della lotta contro la restaurazione a prezzo del loro riposo, delle loro sostanze. Autori immortali d'una incontaminata rivoluzione ne invocarono tutte le conseguenze, e stettero in armi, quando seppero, che pochi aggiratori usciti da un giorno da' nascondigli, ove la paura gli aveva cacciati, s'annodavano intorno a un uomo venuto fuori da' suoi tranquilli giardini a manomettere insieme la pubblica libertà, e profittare d'una rivoluzione fatta senza l'opera loro.
Ma il libero dire, ed il coraggio furono vinti dall'oro, e dalla corruttela: i nostri sforzi si rimasero sterili: una camera senza missione racconciò una costituzione, ed elesse all'improvviso un re. La trama poteva sciogliersi col sangue. La Società preferí l'armi dell'influenza, e della persuasione. Il potere, che in allora dava principio alla sua carriera di delusioni, fece nascere una sommossa di vili diretta da' suoi assoldati, e la Società, avendo in orrore la guerra cittadina, rinnegò per quel giorno la sua potenza, si raccolse in un asilo inaccessibile al pubblico, d'onde piú tardi ragionava col popolo per mezzo della stampa. Ora piú che mai, ve ne accerto, la Società anela a quanto voleva in allora.
O ricchi, porgete orecchio alla nostra dottrina: io la ridurrò a somme formole. Le leggi sinora furono coniate a vantaggio d'un potere usurpato: il popolo non v'ebbe parte che a guisa di pecora da tosare. Le meno inique tra quelle leggi trasudano ancora lo spirito aristocratico.