Part 3
«Voi ci consigliate a tenere il nostro _compianto per quella dinastia in oggi errante in cerca d'asilo sulla quale fondavamo tutte le nostre speranze_. E che! insultereste ancora con empia ironia alla virtú sventurata? Sorridereste dunque di infame letizia all'esiglio, e alle amarezze di quelli che dai fratelli vostri furono cacciati di soglio per non poter sopportare i continui loro benefici, e il loro perdono? Vigliacchi! è questa la maggiore delle villane codardie. Io che scrivo queste linee stenderei, lo giuro, la mano al Mazzini, se percosso dalle meritate sciagure, mi chiedesse un soccorso; ed egli gode delle pene di un vecchio che ha per sé otto secoli di gloria domestica, e il trionfo di Algeri; di una principessa che bevve fin dall'infanzia tutto il calice de' dolori, e incanutisce tra nuovi affanni; di una madre cui il pugnale del liberalismo tolse il marito, e avrebbe tolto il figlio, se l'inferno vomitava due Louvel; di un innocente fanciullo ch'era l'amore della Francia, come ne è ora la sola speranza! Ma noi ci gloriamo di ammirare e di amare questa eroica famiglia. Potessimo così offrirle qualche tributo più efficace del solo affetto.
«Voi ci chiamate _uomini di Canosa e del Duca_. Sia pure: noi avremo ad onore di esser riconosciuti degni seguaci del Principe più Religioso ed Intrepido: dell'Uom di Stato più irremovibile del secol nostro.
«Voi dite che millantiamo di combattervi a visiera alzata, mentre abbiamo le _baionette d'intorno, e il carnefice a fianco_. Ipocriti! Forse che ignoriamo la morte di Kotzebue? Forse che le baionette e il carnefice ci difenderebbero da quelle coltella che voi invocate e dite sante; se non ce ne facesse sicuri Dio, e quel coraggio che ci viene da lui?
«Voi finalmente imputate chi vi svelò nel n. 70 di _ravvolgersi nel velo dell'anonimo_, mentre voi segnate il vostro nome. Voi mentite, Cesare Galvani che allora scrisse di voi, e qui scrive di nuovo, non si è occultato, né si occulterà mai, perché non vi teme. Egli fin dal n. 30 del suo Giornale pubblicava in simile circostanza il suo nome; egli si fa gloria della propria opinione, e degli insulti che gli versano sopra i nemici di Dio e dei legittimi Re»[24].
[24] _Voce della Verità_ del 12 aprile 1832, n. 107.
Né qui sostarono gli eroici redattori della _Voce della Verità_, perché nel supplemento al n. 106 il Canosa volle farsi anche paladino di quei Borboni di Napoli, che aveva così ben serviti, meritandosi poi, come premio, la via dell'esilio, e precisamente polemizzando col La Cecilia, il quale, nel _Cenno storico ad onore dell'estinto Pietro Colletta_ aveva affermato esser la ferocia il «primo attributo dei Borboni».
L'articolo, che non ristampiamo, perché edito già molte volte, era preceduto da questa dichiarazione: «Pubblichiamo una lettera scritta da un valente difensore dell'Altare e del Trono, in confutazione del primo fascicolo della _Giovine Italia_, riserbandoci di pubblicare ancora le nostre osservazioni sopra questa sozza insolente, che per comando della sediziosa _propaganda_ di Parigi tiene i suoi torchi nei bordelli di Marsiglia». Ed infatti il periodico tenne la sua parola. Quattro giorni dopo, nel n. 108, pubblicava «_Alcune riflessioni sopra un articolo della_ Giovine Italia, _firmato_ U. D. F.», cioè sull'_Elogio di Cosimo Delfante_ scritto dal Guerrazzi, elogio alla lettura del quale l'autore delle _Riflessioni_ provò un fremito paragonabile «a quello che agitava il _suo_ cuore quando una mesta curiosità _lo_ condusse a por piede, ad osservare, a dar ascolto nel reclusorio d'Aversa», dove, come si sa, stanno i pazzi delinquenti. Al Canosa successe il balí Cosimo Andrea Sanminiatelli, nel n. 149 del 19 luglio 1832, con un articolo intitolato _Brevi parole agli scrittori e partigiani della_ «Giovine Italia»[25]; e di nuovo, nel supplemento al n. 180 del 29 settembre, il feroce consigliere di Francesco IV, che prese la difesa de' Borboni contro gli attacchi ripetuti del La Cecilia.
[25] Crediamo opportuno di riprodurlo qui in nota:
«Colui, che testé si è creduto onorato di scrivere in questo celebre e memorabile giornale «che è nemico d'Italia chi cospira di riunirla sotto un solo governo, che è traditore d'Italia chi invita o le seduzioni riceve, a tale oggetto, dei faziosi», non può raffrenare il suo vero patriottismo senza rivolgere brevi, ma concludenti parole a quegli scrittori, di cui la superficialità è il minore difetto, che profughi in un paese straniero, disprezzati da quell'istesso governo, oggetto, sono pochi mesi, dei loro più fervidi voti, e causa dei movimenti loro maniaci, non si stancano di travagliare, in mille modi, l'opinione, e le legittime simpatie della misera Italia, e con lo specioso, insulso, quanto infernale pretesto di ringiovanirla, depurarla ed all'apice guidarla, corrispondenze mantengono con una focosa gioventù, elettrizzandone le passioni le più impure, e con una precoce, per i misfatti, vecchiezza, dichiarandone i membri i venerabili padri coscritti dell'Italica rigenerazione. Ma cosa pretendete voi mai, ove tendono i vostri sforzi? Forse tentate, sperate di rivedere i patrii lari, gli aviti abituri, quando foste da tanto di portare l'Italia all'anarchia, alla guerra civile, all'ateismo pratico? Per verità non potreste che sotto auspicii sì benefici lavarvi dall'ostracismo divino e politico, che vi percuote! O sivvero gustare volete il miserabile piacere d'aumentare il gregge vile ed infame dei banditi, dei facinorosi, dei sediziosi? Vi compatisco però mentre _Solatium est miseris socios habere poenarum_. Vandali novelli, nel secolo decantato dei lumi, egoisti furenti, in una età proclamata eminentemente filantropa, eroi sublimi, col pugnale, lo spergiuro, ed il tradimento alla mano, siete voi che liberare ci volete dai tiranni, dal bigottismo e dalla schiavitù? Sono questi i vostri titoli, le vostre caratteristiche; a questo tende la barbara vostra propaganda? Deh, noi vi abiuriamo per fratelli, per nostri concittadini, e se per brevi istanti abbiamo il coraggio di trattenerci con voi, onde abbattere, e smascherare, nelle loro ultime trincee, gli empi vostri sofismi, i nauseanti vostri paradossi, gl'imbecilli vostri calcoli politici, lo facciamo, onde scuotervi una volta, per una commiserazione, che sebbene non meritiate, ci è d'altronde prescritta dai divini precetti della legge evangelica. Ciò posto, esaminiamo, a sangue freddo, i progetti degli scrittori e partigiani della così detta _Giovine Italia_. Fare dell'Italia adunque un solo governo o monarchico, o repubblicano, questo poco importa, mentre dal 1830 in qua, non ostante il valore intrinseco della parola monarchia, si è trovato (oh! felice scoperta dei lumi del secolo XIX) il mezzo di constituire delle monarchie con instituzioni repubblicane, talché Montesquieu, e tanti altri trattatisti della vera indole e carattere dei governi sono rimasti eclissati dal luminoso pianeta rivoluzionario. O sivvero, fare dell'Italia un governo, _ad instar_ delle provincie unite dell'America settentrionale. Abbattere il grottesco potere politico del Papa, evocando le ombre degli uomini illustri dei bei tempi di Roma. Lasciare la religione cattolica ai bigotti, senza perseguitare di fronte coloro che hanno l'imbecillità di credervi, per meglio ruinarla con la spada a due tagli del ridicolo, secondo il testamento filosofico del Patriarca di Ferney, e annientare così i pregiudizi di una gotica educazione, appoggiandone la nuova ad una morale, in cui il furto suoni scaltrezza, lo spergiuro fortezza d'animo, il matrimonio un contratto temporario, lo stupro, il ratto, l'adulterio, l'incesto, il concubinaggio slanci e moti di un'anima gentile e sensibile, il suicidio eroismo immortale, ecc. ecc.; e sulla sommità di questa santissima morale si assida la dommatica ridotta ai consolanti principî dell'eternità della materia, del fine di tutto alla morte dell'uomo, della sola adorazione al _dio natura_, conciliando, in tal modo, l'ateismo con il deismo. In quanto poi agli attuali beneficentissimi ed illuminatissimi Sovrani d'Italia, o ucciderli col valore del pugnale, e col mistero sublime di propinati veleni, o per tratto di liberale clemenza, accordare ad alcuni più benemeriti della politica d'amalgama e di tolleranza, di girsene in bando profughi e raminghi, quali trofei viventi della debellata schiavitù. Sono questi adunque i vostri progetti? Deh! non tentate di negarli, di modificarli! Quaranta anni di prova, tanti giorni nefasti che avete fatti subire all'onore, alla pietà, alla fedeltà, tanti tentativi abortiti, e con una diabolica ostinazione riprodotti, non lasciano ombra di dubbio al più ignorante, al meno perspicace. Sommi politici quali vi vantate, non avete saputo celare i vostri iniqui desiderî con una machiavellistica segretezza. Anzi, basta leggere i vostri giornali, gli effimeri balbuzienti fogli vostri periodici per convincersi che costituite gloria, e gloria immortale, nel palesarvi apertamente. Ecco adunque cosa può sperare l'Italia quando sia da voi ringiovanita, depurata! Sappia ancora l'Italia che in benemerenza di doni sì ricchi, voi volete, senza attendere i di lei suffragi e consenso, assidervi sulle sedie curuli, ammassare tesori, spiegare la pompa, ed il fatigante lusso dell'Asia, in mezzo alle semplici e civiche virtù, che promettete alla rigenerata Penisola. Sappia che non le mancheranno né l'alta polizia tenebrosa, né i colpi di stato delle barricate, né il dileggio amaro e segreto di questi satrapi alla filosofica, per i molti imbecilli che si credessero dei Tulli e dei Demosteni nei comizi popolari. Siete adunque svelati in faccia al cielo ed alla terra. E ci taccierete d'impazienti, d'ignoranti se noi non possiamo trattenerci di più ad esaminare gl'infami vostri progetti? Quale utilità infatti arrecherebbe a noi ed a voi il dirvi dopo ciò, che l'Italia non può essere felice, che nel sistema d'equilibrio proprio ed europeo, in cui l'hanno situata i suoi legittimi governi; che essa, sebbene divisa in frazioni, un medesimo spirito però anima ed infiamma, per il suo vero e leale vantaggio, gli ottimi Sovrani, che la reggono; che dal resultato di questo spinto collettivo essa ha un sicuro garante d'essere difesa dalle straniere invasioni, e vede sorgere una gara lodevole, e prodigiosa direi, fra questi Unti del Signore per felicitare in mille modi, le parti della medesima, che essi governano; che in una parola essa gode tutti i benefizi dell'unità politica, il primato ecclesiastico sulle nazioni, circondato di tante pie ed illustri ricordanze, e tutti i felici risultati dell'occhio vigile e paterno dei suoi Sovrani sopra le più minute sue località, che protetta dalle generose, e fedeli, quanto imponentissime armate austriache, essa non ha bisogno di snervare la sua industria, di togliere alla agricoltura, all'arti ed al commercio le braccia sue piú robuste, per mantenere un'armata formidabile onde difendersi dalle gelosie, ed egoismi nazionali, che ci susciterebbero spesse fiate, se fosse riunita in un solo governo; e che finalmente se è chimerica l'idea di questa pretesa rigenerazione italica, se veramente costituisce in quelli che tentano procurarla (se fossero di buona fede) l'ignoranza piú crassa dei veri interessi della famiglia europea, e se Napoleone, che tutto, per fatalità, poteva, che era italiano, non ardí che tentarla da lungi, e finí poi con rendere l'Italia una assoluta provincia francese, facendo spargere il sangue italiano, per interessi affatto ignoti ed inutili all'Italia o nelle desolate contrade di Spagna, o negli agghiacciati deserti di Russia; è tanto piú chimerico, vile ed impossibile, che questo sognato, illusorio benefizio possa provenire all'Italia dalla filantropica cooperazione dei francesi in generale, ed in ispecie dei francesi rivoluzionari di tutte l'epoche, di tutti i partiti, e colori.
«E voi, rinnegati italiani scrittori della cosí detta _Giovine Italia_, e partigiani di queste farse da teatro, è da loro che avete imparato a balbettare il simbolo rivoluzionario, è negli antri delle galliche sètte che scrivete, e spingete i vostri libelli infamanti onde mantenere l'impuro incendio, nel seno della misera Italia, ché anche nella iniquità non avete neppure l'orrida gloria di fare da maestri; deh! scuotetevi una volta, se ne siete, che non crediamo, capaci, ed unitevi con gli onesti e virtuosi italiani a scolpire in marmi od in bronzi, ad eterno disinganno, questa venerabile massima dell'antichità, cangiati però i nomi dei protagonisti, ed il valore e l'indole del concetto: _Quidquid delirant Galli plectuntur Itali._
_«Balí Cosimo Andrea Samminiatelli.»_
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Abbiamo detto che, nonostante la guerra feroce che gli si muoveva, il periodico continuava le sue pubblicazioni, alle quali il Mazzini sorvegliava con grande cura, rimediando alle mille difficoltà che sorgevano per la compilazione di esso, resa ancor più difficile quando il grande Italiano, espulso da Marsiglia, dové nascondersi ne' pressi della città, e colà vivere intanato come una bestia feroce, sino al giorno in cui, cedendo alle infinite persecuzioni, fu costretto a rifugiarsi nella Svizzera. Seguitò a pubblicarsi anche dopo il tentativo d'invasione savoiardo, anzi nel sesto fascicolo trovarono luogo que' preziosi documenti con i quali il Mazzini rese conto presso gli Italiani della sua parte di responsabilità; ma questo sesto fascicolo uscito nel giugno 1834, fu l'ultimo della serie; e cosí veniva a spegnersi la «prima rassegna del Partito Nazionale Italiano, ispirata, dal bisogno di ordinare a sistema le idee sconnesse ed isolate frementi nell'associazione»[26]. «Stamperemo anche il settimo -- scriveva il Mazzini al Rosales il 20 luglio di questo anno; -- appunto perché i governi non vogliono; ma per non aver vincoli, non riceveremo abbonamenti. Faremo pagare a volumi»[27]; nondimeno il proposito non ebbe effetto per molte ragioni, finanziarie e politiche. Alle prime il Mazzini accenna in varie sue lettere alla madre e al Rosales; le seconde crediamo riconoscere nel fatto che altri orizzonti, piú vasti, lumeggiati di ben altre tinte, si erano aperti alla mente di questo «sultano della libertà», rischiarando il cammino ad altre mète piú gloriose, se bene irte di pericoli ancor piú insormontabili; egli stava vagheggiando la fratellanza dei popoli europei, dapprima con la _Giovine Svizzera_, poi con la _Giovine Europa_, antiveggendo fin d'allora, in momenti di tristissimo servaggio per tutte le popolazioni europee, una nuova epoca di progresso sociale. Credette quindi troppo inadeguato allo scopo il giornale di Marsiglia, come mezzo di diffusione delle sue idee; un anno dopo il _Proscrit_, quindi la _Jeune Suisse_ e nel 1840 l'_Apostolato Popolare_ erano gli organi della nuova generazione, la quale, sia pure indirettamente, assorbiva la parola calda, e fascinatrice del Mazzini, e si preparava alle grandi lotte del Risorgimento, non solo, ma di tutta Europa, dalle rive della Senna, a quelle del Danubio, della Sprea, e di là per altri paesi, dovunque la feroce catena del dispotismo tenesse avvinti i popoli, sviandoli dal pensiero di liberi sensi.
[26] _P. Gironi_, op. cit., p. 388.
[27] _Epistolario_ di _G. Mazzini_, Firenze, Sansoni, 1902, vol. I, pp. 245-46.
Roma, 10 marzo 1902.
_M. Menghini._
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La
GIOVINE ITALIA.
SERIE DI SCRITTI INTORNO ALLA CONDIZIONE POLITICA, MORALE, E LETTERARIA DELLA ITALIA, TENDENTI ALLA SUA RIGENERAZIONE.
Italiam! Italiam!.. _Virg._
Ma voi, che solitari, o perseguitati sulle antiche sciagure della nostra patria fremente, perché, non raccontate alla posterità i nostri mali? Alzate la voce in nome di tutti, e dite al mondo, che siamo sfortunati, ma né ciechi, né vili..... Scrivete. Perseguitate con la verità i vostri persecutori.
_Foscolo._
MARSIGLIA. TIPOGRAFIA MILITARE DI GIULIO BARILE. 1832.
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DELLA GIOVINE ITALIA
Les jeunes gens de vingt à trente-cinq ans ont grandi dans la révolution..... Eux seuls sont notre espérance[28].
_Victor Cousin._
Le parole di Cousin, poste in fronte all'articolo, racchiudevano, parmi, un alto senso politico, e compendiavano in certo modo la scienza del moto sociale nel secolo XIX. Egli le proferiva parlando allo Zschokke, e Zschokke, canuto, ma d'anima giovine e repubblicana, le raccoglieva con amore, e le registrava in fronte a un suo libro, intravvedendovi una profezia di vittoria e di civiltà.
Quando Cousin parlava quelle parole, la Francia era schiava a un dipresso, com'oggi noi siamo. I miracoli repubblicani tornati in nulla, le corruttele de' governi nulli, intermedi fra la Convenzione e Bonaparte, le servilità dell'Impero, che trasparivano attraverso il manto di gloria steso dal genio dell'uomo del destino, poi la tirannide del _ristoramento_, le brighe sacerdotali e gesuitiche, le delusioni e la cortigianeria prevalente avevano diffuso un sonno sulle menti degli uomini dell'89, una pace stanca, un silenzio di rovina, che vietava ogni speranza di meglio. Le forze della generazione nata fra i due secoli XVIII e XIX, s'erano consumate nei quaranta anni di guerra ostinata e di sagrifici, spesi a ricadere nel fango d'onde avea voluto levarsi. Gli uomini che aveano veduto il primo e l'ultimo giorno d'una rivoluzione destinata a mutare le sorti europee, disperavano del progresso. Tante credenze s'erano accumulate in quello spazio di tempo, e tante volte la prepotenza de' fatti le avea soffocate, che gli animi erano giunti a rinnegare ogni fede, e gl'intelletti giacevano sconfortati, avviliti, sfiduciati dell'avvenire. Le teoriche filosofiche, perduta ogni attività d'esame, ogni eccitamento di contrasto, dormivano nel materialismo del secolo XVIII, e confinavano l'uomo nell'esercizio delle facoltà individuali. Letteratura non v'era, tranne nelle accademie, vendute al potere, qualunque si fosse, e inerti per natura d'ogni collegio privilegiato. Era quel momento di riposo, che segna l'ultimo moto d'una razza la cui missione è compiuta, e il primo d'un'altra che raccoglie le proprie forze a incominciare lo sviluppo di quella, che ogni nuovo secolo affida a' suoi figli.
[28] L'epigrafe è troppo assoluta, perché noi la ammettiamo senza riserva, -- e rimettiamo all'articolo. Ma non abbiamo potuto resistere al piacere di registrare in favore della gioventú un giudizio pronunciato da uno de' primi padri della _dottrina_, che contende alla nuova generazione la facoltà di progresso.
Il secolo XIX sentiva la propria missione. I fatti accumulati dal secolo passato erano troppi, perché le conseguenze potessero cancellarsi con un trattato. L'elemento _giovane_ fermentava tacitamente. Troppo debole ancora per combattere a visiera levata la tirannide politica, ne' suoi dominii, s'agitava intorno al vecchio edificio sociale novamente puntellato, avvezzandosi a guardarlo, a misurarlo senza paura e venerazione, studiandone il lato piú fragile, logorandolo, poiché al centro non poteva, per ogni dove all'intorno. Mancava la unione, mancava la concordia in alcuni principii fondamentali allo sviluppo dei quali si concentrassero gli sforzi individuali; mancava un _simbolo_ alla religione che cominciava a farsi via tra le rovine d'un culto perduto, che i re tentavano rinvigorire col terrore delle baionette; ma lo studio, non foss'altro, che gl'ingegni nati col secolo ponevano nelle diverse molle sociali, la tendenza che spingeva le menti alle scienze storico-filosofiche, l'affetto che viveva nelle grandi memorie, protestavano contro agli inetti, che negavano il progresso o s'attentavano d'arrestarlo. Allora sorsero alcuni uomini, potenti d'intelletto e di dottrina, che avevano desunta dalle pagine di Vico e d'altri la teorica d'un perfezionamento progressivo indefinito, e si consecrarono apostoli del rinnovamento morale. Rinnegarono l'autorità, rinnegarono quanto d'esclusivo si racchiudeva nei mille sistemi, creazione e pascolo dello spirito umano. Guardarono con occhio d'aquila le linee storiche del passato, risuscitarono la idea spirituale, eressero un altare alla civiltà nel santuario della coscienza, e chiamarono la _giovine Francia_ a sagrificare su quell'altare salutandola speranza della patria, potente, rigeneratrice. La _giovine Francia_ rispose a quel grido: La _giovine Francia_ ardita, impaziente, fiduciosa, e spronata dall'entusiasmo, non aveva raccolto del passato che i sommi principii, risultati de' fatti, senza aver subíta l'iniziazione spesso funesta dei fatti stessi, e si slanciò dietro a quella bandiera. Tentò quante vie s'affacciavano: assunse a tempo quante forme si offrivano interpreti del pensiero generoso. Fu romantica, ecclettica, protestante. Si arrestò, appassionandosi, intorno al medio evo, sulle teoriche trascendentali, nelle incertezze del misticismo. Ma sempre, attraverso tutte le fasi, sotto le varie gradazioni che avviavano l'intelletto alla verità, nelle lettere, nell'arti, nella filosofia, traspariva la coscienza d'una forza indipendente da' vincoli materiali, traspariva lo spirito di libertà, solo eterno, solo onnipotente a mutare in meglio le condizioni civili; ma dietro a quella gioventú desiosa, insisteva una voce che gridava: innanzi! innanzi! -- Protestantismo, Romanticismo, Ecclettismo erano tendenze di transizione: preludi nei quali l'intelletto sviluppava, esercitava le proprie forze prima d'intraprendere dirittamente la via del rinnovamento. Bensí, quei primi, che il caso avea cacciati a condottieri di tanta impresa[29], avevano forze ineguali all'ufficio. Piú eloquenti che logici, piú vasti che profondi nelle loro osservazioni, piú ambiziosi forse che caldi veramente della fiamma santa che crea il genio protettore delle razze umane, avevano intravveduto un istante la missione del secolo, e s'erano smarriti davanti alla sua grandezza. Come Pietro Eremita, avevano sollevato lo stendardo d'una Crociata senza ammetterne, senza intenderne le inevitabili conseguenze. Tentennavano fra diversi sistemi, malcontenti di tutti, non rifiutandone alcuno, senz'ardire per distruggerli, senza fede o potenza per crearne un nuovo. Rivelati alcuni principii, procedevano paurosi nelle applicazioni, titubavano nello sviluppo delle proposizioni che avevano prefisso a' loro libri, a' loro insegnamenti, a' loro giornali. Volevano insomma rovinare il passato, ma senza creare l'avvenire, senza accettare l'eredità de' padri, senza sacrificarsi per essa.
[29] [_Scritti_, ecc.: _intrapresa_].