Part 2
Ma a questi pericoli i quali il Mazzini poteva prevedere, agli altri, che pur troppo furono un fatto compiuto e si chiusero, tragicamente, col sangue, altri ancora s'addensavano sui capi di quei magnanimi, dacché la vigile polizia sarda a Marsiglia ne spiava attentamente i più riposti propositi, riferendoli al governo centrale di Torino. Infatti, nel dicembre del '31 il consolato sardo a Marsiglia era in grado di scrivere al suo governo: «Mi annunziano che una società di rifugiati italiani, alla testa dei quali si trova l'avvocato Mazzini, si sta attualmente occupando per trovar mezzo di pubblicare un giornale sotto il titolo di _Giovine Italia_, proprio ad esaltare gli spiriti e indurli alla rivolta, coll'idea poi di spanderlo a profusione per tutta Italia»[10]; il mese dopo, il Morra, governatore d'una città di frontiera del Piemonte, scriveva al ministro Tonduti della Scarena: «Coll'ultimo corriere di posta m'è pervenuto dal solito corrispondente di Marsiglia una nota contenente in ispecie alcune ben interessanti indicazioni sia riguardo alla società sotto il titolo di _Giovine Italia_, quanto principalmente sui corrispondenti, che li capi di detta Società trovansi avere tanto in Genova che a Bologna. Il solito corrispondente, essendo non senza difficoltà pervenuto a procurarsi il manoscritto del prospetto di quel giornale sotto il nome di _Giovine Italia_, che alcuni fuorusciti hanno intenzione di stampare in Marsiglia, me ne ha coll'ultimo corriere trasmessa copia. Da quanto egli mi annunzia, il primo numero di quel tal giornale verrà senza fallo pubblicato il 1º del prossimo mese di febbraio, e non ostante tutte le precauzioni che i redattori prendono, perché non capiti nelle mani che dei soli loro, mi lusingo nulladimeno di averne regolarmente un esemplare. Sto altresì occupandomi per conoscere di quali altri mezzi, oltre li indicati, potranno per avventura prevalersi li detti redattori dello stesso giornale in Italia»[11]. Prosa, come si vede, sporca e negletta, come l'abito della spia. La quale, seguendo il suo ufficio con assai diligenza, scriveva da Marsiglia alla Polizia torinese nel marzo dello stesso anno: «Enfin l'ouvrage périodique vient de paraître, et il a été distribué hier matin à tous les abonnés..... Il m'a été assuré par quelqu'un qui est à même de le savoir que le principal envoie en Italie aura lieu par le bateau à vapeur le _Francesco Primo_, commandé par le capitaine De Martino, qui partira de cette ville le 31 de ce mois. Le capitaine est l'intime ami de Mazzini, et ce qui est cause qu'on compte plus sur lui qui tout autre. Mais indépendemment de celà, on se propose de profiter de toutes les occasions favorables qui peuvent se présenter. Ils ont des abonnés à Gènes, à Milan, mais sortout dans les quatres légations»[12].
[10] Questo documento fu certamente osservato e trascritto di su l'autografo dell'Archivio di Stato di Torino da _Nicomede Bianchi_, che ne pubblicò la parte da noi riprodotta nel volume: _Vicende del Mazzinianismo politico e religioso dal 1832 al 1854_; Savona, tip. Sambolino, MDCCCLIV, p. 18.
[11] _N. Bianchi_, op. cit., pp. 18-19.
[12] _N. Bianchi_, op. cit., p. 19.
Ma, nonostante le molte persecuzioni che forse si saranno usate per impedirne la pubblicazione, il 18 marzo del 1832 era pronto, per essere irraggiato su tutta la penisola, come un astro nuovo, puro, virgineo, che riscaldava di calore insolito l'intorpidita coscienza degl'Italiani, il primo fascicolo di quella raccolta periodica di scritti, i quali, osserva uno storico che fu tra' piú temuti avversari del Mazzini, e qui intendo accennare a Nicomede Bianchi, «col battesimo in fronte di _Giovine Italia_, erano indirizzati dal Mazzini a preparare una rivoluzione popolare di concorso e di attuamento; comecché invero essi dettati fossero in una lingua ardua non solo alle plebi, ma a molti eziandio che non si stimano plebe»[13]. Ma, questa, che nella mente del Bianchi (e non del solo storico della _Diplomazia europea in Italia_) potè sembrare un difetto della _Giovine Italia_, era invece una delle sue forze. Sino allora, se ne togli qualche rarissimo opuscolo, ad esempio il tremendo libello del Panizzi contro il Duca di Modena, la letteratura patriottica dal 1821 in poi deve considerarsi una specie di accademia; sembra, infatti, che gli scrittori, piú del contenuto!, si preoccupino della forma nelle loro argomentazioni; piú della patria, delle persone; e questo effetto produce la lettura di quella miriade di libri, di opuscoli, di fogli volanti usciti pro e contro coloro che avevano partecipato ai moti rivoluzionari del 1831 nell'Italia Centrale. Invece la _Giovine Italia_, sotto l'impulso del suo direttore, che volse e diresse le coscienze italiane ad altri ideali, con la santissima formula che non finí mai di ripetere, essere la vita una missione, una virtú il sacrifizio, che alla distanza di settanta anni sono oggi sempre gli stessi, o almeno dovrebbero esser tali, ebbe un diverso obbiettivo. «A principio -- scrive il Mazzini nel settembre del 1832 a Pietro Giannone, -- volendo pure cacciare innanzi il sistema nostro, ho dovuto esaltare la gioventú, e ingigantirla a' suoi proprii occhi. Vinto oggi, o quasi, quel primo tumulto ch'io prevedeva, ch'io suscitai deliberatamente, perché mi pareva necessaria una separazione fra chi vuole esser forte, e chi è debole, o peggio, io scemerò gradatamente le mie lodi a' giovani, serbandole a' fatti». E qui sta tutto il segreto della potenza di Giuseppe Mazzini; né alcuno meglio di lui, che aveva la parola dell'ispirato, la purezza di costumi d'un angelo, la tenacia di proposito d'un uomo veramente superiore, le predizioni d'un profeta, alcuno meglio di lui, ripetiamo, con buona pace di Nicomede Bianchi, che destinò molte pagine d'un suo libro per dimostrare il contrario, poteva degnamente prestarsi al nobile assunto.
[13] Id., p. 19.
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Il primo fascicolo della _Giovine Italia_ uscí, insieme col secondo[14], il 18 marzo 1832. Tipografo ne era Giulio Barile, amministratore e gerente Vittorio Vian. Parecchi illustri esuli, quali Guglielmo Libri, Antonio Benci, Giovanni Berchet, Giuseppe Pecchio, avevano promesso la loro collaborazione, che poi non effettuarono mai, onde il Mazzini si lamentava giustamente d'essere rimasto quasi solo[15]. Egli però doveva essere molto contento del successo ottenuto, poiché nel novembre del 1832 scriveva a Carlo Didier, l'autore della _Rome Souterraine_: «Le journal a suscité une telle clameur, dès sa première apparition qui, inexplicable pour tout étranger non initié à nos querelles d'organisation politique, ne l'est pas pour moi. Cette clameur je l'avais prévue et calculée d'avance. Elle se rattache aux évènements politiques qui ont agité l'Italie à la surface en 1831. Je dis à la surface, parce que là gît tout le levain de discorde entre nous et les vieillards; c'est à la surface qu'ils agitent et agiteront toujours l'Italie, car ils craignent l'orage, ils ont peur de soulever de tempêtes au milieu desquelles leurs faibles mains ne puissent pas gouverner; nous nous voulons remuer cette terre jusqu'aux entrailles; nous voulons bouleverser cette eau morte, soulever le flot de l'activité populaire; que si le débordement nous entraînera nous les premiers, peu importe; nous en sommes à ce point, auquel il faut prononcer le grand mot, dût-il coûter la vie à celui qui le prononce»[16]. Ma quante fatiche per metterlo insieme e quante astuzie perché potesse circolare in Italia! «Eravamo, Lamberti, Usiglio, un Lustrini, G. B. Ruffini ed altri cinque o sei modenesi, quasi tutti soli, senza ufficio, senza subalterni, immersi l'intero giorno e gran parte della notte nella bisogna, scrivendo articoli e lettere, interrogando viaggiatori, affratellando marinai, piegando fogli di stampa, legando involti, alternando tra occupazioni intellettuali e funzioni di operai»[17]. Tuttavia il lavoro di contrabbando, vitale per la _Giovine Italia_, irto di pericoli e di responsabilità per chi lo compieva e per chi lo commetteva, era mirabile. «Un giovane, Montanari, -- scrive il Mazzini ne' suoi _Ricordi autobiografici_, -- che viaggiava sui vapori di Napoli rappresentandone la Società, e morí poi di colèra nel mezzogiorno di Francia, altri, impiegati sui vapori francesi, ci giovarono moltissimo. E finché l'ira dei governi non fu convertita in furore, affidavamo ad essi gli involti, contentandoci di scrivere sull'involto destinato per Genova un indirizzo di casa commerciale non sospetta in Livorno, su quello che spettava a Livorno un indirizzo di Civitavecchia e via cosí: sottratto in questo modo l'involto alla giurisdizione doganale e poliziesca del primo punto toccato, l'involto serbavasi dall'affratellato sul battello, finché i nostri, avvertiti, non si recavano a bordo dove si ripartivano le stampe celandole intorno alla persona. Ma quando, svegliata l'attenzione, crebbe la vigilanza e furono assegnate ricompense a chi sequestrasse, e pronunziato minacce tremende agli introduttori -- quando la guerra inferocí per modo che Carlo Alberto, con editti firmati dai ministri Caccia, Pansa, Barbaroux, Lascarène, intimò, a chi non _denunzierebbe_, due anni di prigione e una ammenda, promettendo al _delatore_ metà della somma e il segreto -- cominciò fra noi e i governucci d'Italia un duello che ci costava sudori e spese, ma che proseguimmo con buona ventura. Mandammo i fascicoli dentro barili di pietra pomice, poi nel centro di botti di pece intorno alle quali lavoravamo, in un magazzinuccio affittato, la notte: le botti, dieci dodici, si spedivano numerate per mezzo d'agenti commerciali ignari a commissionari egualmente ignari ne' luoghi diversi, dove taluno dei nostri, avvertiti dell'arrivo, si presentava a mercanteggiare la botte che indicava col numero il contenuto. Cito un solo dei molti ripieghi che andavamo ideando»[18].
[14] «Un incidente legale, una difficoltà ministeriale mossa intorno alla legalità del giornale, produce un lieve ritardo; il primo uscirà insieme al secondo; avvisa però ognuno.» Lettera del Mazzini al La Cecilia in data 18 febbraio 1832, pubbl. nel I volume dell'_Epistolario di G. M._, Firenze, Sansoni, 1902, p. 7.
[15] Ved. la lettera al Didier che cito qui sotto. Anche al La Cecilia scriveva il 16 febbraio 1832: «Molti mi hanno promesso, e mi mancano, al solito: io speravo grande aiuto di associati e di scrittori dalla Toscana, e fui deluso. Non pertanto, il numero sta sotto i torchi, e vedremo se si desteranno, perché credo che un buon giornale possa giovar molto all'Italia.» _Epistolario_ cit., I, 6.
[16] Questa lettera fu pubblicata nell'_Avvenire_ di Novara, a. X, 9 marzo 1889, e ristampata nell'_Epistolario_ cit., vol. I, pp. 36-40.
[17] _Scritti_, ecc., vol. I, p. 395.
[18] _Scritti_ ecc., vol. I, pag. 396-397.
Nonostante, quindi, le immense difficoltà e la vigilanza quasi febbrile della polizia, la _Giovine Italia_ entrava di soppiatto ne' luoghi dove poteva maggiormente riscaldare e far palpitare. Da Marsiglia e da Lugano, co' metodi indicati dal Mazzini e con altri che usavano i patriotti, facendo a gara d'astuzia con la polizia, il verbo della nuova associazione si diffondeva per la penisola. «Fra le risultanze processuali apparve che la filatura di cotone di Castiglione, presso Lecco, era una fucina contro lo straniero, e che ivi i fratelli Grassi ricevevano i pacchi della _Giovine Italia_ e del _Tribuno_»[19]. Da Genova, dove giungevano per la via di Marsiglia, i fascicoli erano distribuiti ad Alessandria, Casale, Vercelli «per il tramite Ruffini-Pianavia-Girardenghi-Bossi-Stara»[20]; né valse che una volta, il 4 luglio 1832, la polizia, avutane notizia da qualche vile delatore, scoprisse a colpo sicuro molte copie del periodico nel doppio fondo di un barile diretto dal Mazzini alla madre: perché, se vigili e talvolta bene informate, erano le polizie italiane, audacissimi si dimostravano gli affigliati della _Giovine Italia_.
[19] _De Castro_, _Cospirazioni e processi in Lombardia_ (1830-35), nella _Rivista Storica Italiana_, an. IX [1894], pag. 439.
[20] _Faldella_, _I fratelli Ruffini e la_ Giovine Italia; Torino, Roux, pag. 221-222.
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Ma non erano solo i governi a combattere ad oltranza il periodico, in quanto i giornali, apparsi nell'Italia centrale subito dopo la rivoluzione del 1831, quasi a distruggere le idee liberali che si andavano sempre piú sviluppando, si fecero paladini e corifei de' governi reazionari, comprendendo subito che il nemico col quale doveano cimentarsi era veramente terribile. «Che cosa è la _Giovine Italia_?» si domandava un di questi giornali[21], il piú feroce di tutti, la _Voce della Verità_ di Modena, diretto apparentemente da Cesare Galvani, dacché gl'ispiratori erano il Canosa e il balí Sanminiatelli, i due piú ascoltati consiglieri del Duca di Modena. E rispondeva: «La _Giovine Italia_ è un magazzino di sferravecche del filosofismo del secolo passato, è una compilazione alla vecchia moda rivoluzionaria di Francia scritta nel vecchio gergo del 1793.
[21] Prima del direttore della _Giovine Italia_, la _Voce della Verità_ avea ricoperto di contumelie Enrico Misley, il quale, scampato da certa morte nella congiura di Ciro Menotti, aveva stampato anonimo nel 1831 un _Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. Nel num. 30 del 14 ottobre 1831 si legge infatti:
«È giunto a nostra cognizione un infame libello uscito non ha guari, e, come è noto, dai torchi di una città vicina, col titolo: _Discorso storico sulla vita di Ciro Menotti_. I Redattori della _Voce della Verità_ avean pensato prima di abbandonarlo al disprezzo che meritano le vigliacche e ridicole arti del suo vigliacco e ridicolo scrittore, ma perché non si traggano temerarie conseguenze dal loro silenzio, annunziamo fin d'ora che sarà risposto a quel turpe ammasso di menzogne e di villanie.
«Intanto il Direttore della _Voce della Verità_, Cesare Galvani, Guardia Nobile d'Onore di S. A. R., Aggiunto Bibliotecario della Estense (e non Consultore di Governo come ivi si annunzia), in nome ancora de' suoi collaboratori tutti, altamente dichiara che l'autore dell'opuscolo scellerato e sciocco mente dalla prima sillaba sino all'ultima; e brama ch'egli sappia, che se colle sue provocazioni e minacce avesse creduto di atterrire chi si è consacrato a difendere la causa di Dio, e de' suoi legittimi Rappresentanti, si disinganni, perché ciascuno dei Redattori della _Gazzetta dell'Italia Centrale_ [il sotto titolo della _Voce della Verità_] non teme delle penne vendute all'impostura della Setta, come non temerebbe giammai lo scontro faccia a faccia con qualunque degli _Eroi della Libertà_.»
«La _Giovine Italia_ ha per iscopo di ricondurre fra noi l'anarchia, gettando in mezzo al popolo il vecchio balocco dell'_indipendenza_ e dell'_eguaglianza_, sotto il patronato dei vecchi nostri Bassà a tre colori, e dei nostri vecchi espilatori.
«La _Giovine Italia_ ha per sistema la vecchia tattica dei sofisti oltremontani, di mettere a traffico la credulità dei gonzi, obbligandoli a giurare _in verba magistri_ sopra una quantità di cose incredibili, l'inesperienza dei giovani, allontanandoli dall'investigazione delle cose passate, e l'accidia degli adulti, dispensandoli dal peso incomodo dei doveri per trattenerli continuo di una quantità di diritti fabbricati nella vecchia fucina del 1789.
«La _Giovine Italia_ infine ha per ausiliarî tutti i vecchi miscredenti, i vecchi giacobini, i vecchi bonapartisti, i vecchi mercanti di rivoluzioni, e tutte le vecchie arpie della tirannide forestiera, che aspirano a gettarsi di bel nuovo sulla nostra penisola e ad ingrassare, giusta la vecchia usanza, colle rapine pubbliche e private»[22].
[22] _Voce della Verità_ del 12 febbraio 1833, n. 238.
Ma ben piú villane, piú gesuiticamente esposte, erano le ingiurie della _Voce della Verità_, prima e dopo che i fascicoli uscissero alla luce. Avuta infatti notizia, dalle spie assoldate a proprie spese, o pure da comunicazioni del governo sardo, il quale, come vedemmo, poteva averle piú direttamente, che il periodico si stava preparando, pubblicava nel num. 70 del 17 gennaio 1832 una dichiarazione che vale la pena di riportare qui: «Un'empia associazione si è formata in Marsiglia dal rifiuto e dalla feccia degli emigrati italiani, e la quale impudentemente si dà il titolo di _Giovine Italia_. Essa non accetta nel suo novero che quelli i quali sono nati entro il secolo corrente, o quelli al piú che non oltrepassano i 40 anni, onde esser certa che il foco della gioventú spinta alle colpe dall'esempio e dai dommi di una età corrotta e corrompitrice, non sia frenato da una esperienza di disinganno. Essa ha per primo scopo quello di non risparmiare spesa alcuna e pericolo personale per portare di nuovo in Italia il fuoco della discordia e della rivoluzione: essa ha per secondo quello di pubblicare un giornale, e diffonderlo nella nostra bella Penisola, il quale serva alla _Propaganda Infernale_, e susciti di nuovo alla rivolta ed al sangue. Essa spera di restare occulta fra noi, e di operare in segreto: ma noi sappiamo che sono alla sua testa Mazzini di Genova, Santi di Rimini e il Piemontese conte Bianco: noi conosciamo i nomi de' suoi corrispondenti in Ginevra, in Genova ed in Bologna: noi compiangiamo la rovina che essi vogliono trarre sul loro capo e sull'altrui. Intanto rendiamo pubblica questa infame intrapresa, perché si sappia che la _Voce della Verità_ raccoglie il guanto che costoro gettano all'Italia, e che combatterà le inique loro dottrine. Entrino essi nel campo: noi stiamo Mantenitori della lizza. Operino essi in segreto: noi in pieno sole, e con alzata visiera».
È noto che il Mazzini, nel primo fascicolo della _Giovine Italia_, ribatté con la sua prosa alta e vibrata quella degli _uomini del Canosa e del Duca_, rimproverandoli alla sua volta di ravvolgersi nel velo dell'anonimo nell'atto di lanciar contumelie; onde parve al Galvani un atto di grande coraggio sottoscrivere il seguente articolo, che il Mazzini sdegnò di ribattere.
«Ai Redattori della _Giovine Italia_, i Redattori della _Voce della Verità_».
«Noi scrivevamo nel nostro num. 70...[23].
[23] Qui segue la dichiarazione da noi riportata nella pagina antecedente.
«Il giornale è uscito alla luce col 1 marzo; noi ce ne siamo procacciato un esemplare, ed abbiamo scorti che non ci eravamo ingannati nel nostro giudizio; essi hanno tenuta la loro promessa, e noi terremo la nostra.
«Ma vi è di piú. A pagina 91 del primo fascicolo è uno scritto del Mazzini in risposta alla nostra disfida. Che in esso egli accumuli il veleno e la rabbia bene gli sta: noi non compreremo né aspetteremo giammai le carezze dell'inimico. Ch'egli ci maledica, gliel perdoniamo agevolmente; perché la parola maledizione è la chiusa consueta d'ogni periodo dei liberali, e perché ci tornano in gioia i loro anatemi. Soltanto, come egli ignora o finge di ignorare quali noi siamo veramente, cosí noi vorremo svelargli il piú intimo del nostro cuore.
«Sí, noi professiamo odio per le opinioni che sovvertono il mondo. Le combattiamo, le combatteremo; e consacrammo a sí nobile fine quelle forze, che, qualunque esse siano, ci furono largite da Dio. Sí, noi dunque professiamo di odiare e di combattere le opinioni della _Giovine Italia_, né cesseremo finché si possa di sclamare e di ragionare contro di esse. Questo è l'odio che abbiamo nell'anima, questa è la vendetta che ci lusinga. Odio agli errori, vendetta della verità sull'errore... Ma in queste anime nostre che temono Iddio, che a lui si volgono, e che ardentemente desiderano amarlo e servirlo; in queste anime nostre l'odio e la vendetta non passa oltre le dottrine e i delitti. Gl'incorreggibili autori del disordine si compiangono, si lasciano all'arbitrio della giustizia, e si bramerebbe il ravvedimento degli sciagurati, anziché il necessario castigo.
«Voi che in queste pagine stesse della _Giovine Italia_ santificate l'assassinio e il veleno, potete voi dirci altrettanto a fronte sicura?
«Voi sfrontatamente accumulando, come piú vi giova, parole di lode o di disprezzo, di apoteosi o di vitupero, lusingando le passioni, liberando da ogni freno gli affetti, spargendo il dubbio e l'incertezza sovra ogni principio piú santo, ponendo in campo una nuova filosofia di disperazione che porta il vuoto del sepolcro sull'aurora della vita, togliendo di mezzo ogni idea di placida virtú, di vergine innocenza, di gratitudine, di pure dolcezze, per sostituirvi immagini di sangue e deliri di un fanatismo fatale; voi rivestendo questi fantasmi con ampollosità di suoni, con ebbrezza di vaticini, con terrizioni di minacce e di bestemmie; voi travolgete le incaute fantasie de' giovani, e dalla vita reale le trasportate ai sogni affannosi di un tumulto di vicende decretato da destino inesorabile, a un'ansia di perigli e di licenza, a un desiderio di vendetta, a un'impazienza d'indugi, di ostacoli, di leardi e di doveri. Miserabili! E se voi rinunziaste alle speranze di un beato eterno avvenire, perché trascinare nel vostro abisso tanti infelici? Se voi contristaste le canizie de' vostri genitori, se portaste lo sconvolgimento fra le mura della patria, per quale infernal gioia volete che questi peccati si moltiplichino, e si perpetuino?
«Se invece (e noi pure siam giovani, e la _Voce della Verità_ è stesa per la piú parte da scrittori non anco maturi), noi invece chiamiamo i nostri fratelli di studi e di età a quei principî di vero immutabile, di ordine eterno, di provata rettitudine, di consolata coscienza, coi quali solo l'uomo vive tranquillo in sé, utile ai simili suoi. Né sia chi ci accusi di voler raffreddare qualsiasi affetto forte e generoso, ché a noi Dio concesse cuori che sentono quant'altri mai, che rispondono ad ogni energico eccitamento, che vorrebbero tutta la gioventú italiana gagliarda e magnanima, ma gagliarda e magnanima quale conviensi al cristiano e al soldato d'onore; non feroce e arrabbiata quale è l'assassino e il settario. Noi amiamo la patria nostra, e perché l'amiamo, la vorremmo grande, bella, felice; e tale sarà sempre all'ombra dei legittimi troni. E voi, miserabili, voi che profanate ad ogni istante il suo nome, voi la vorreste veder di nuovo dibattersi prima fra le convulsioni intestine e le stragi cittadinesche, poi doversi necessariamente incurvare di nuovo alle falangi straniere. Voi, voi siete i veri nemici, i veri sicari della Patria.
«Qui potremmo por fine alle nostre parole, e lasciare il giudizio a chiunque conosca e le reciproche dottrine, e le scambievoli azioni. Ma voi ci avete dati dei consigli, e noi vogliamo rispondervi.
«Voi volete atterrirci gridando che già il decreto della nostra rovina è segnato dal secolo, dallo sviluppo degli intelletti, dall'odio alla tirannide, dai volti che impallidendo al vederci ci rivelano un nemico, dalle tante famiglie che sono un centro di congiura contro di noi. Voi volete atterrirci? Disingannatevi! Il terrore nasce dal rimorso o dalla vigliaccheria, e il Cielo ci ha scampati finora dall'uno e dall'altra. Cosí ne fossero immuni i nostri nemici!
«Voi ci chiamate al Tribunale di Dio? Oh, non provocate questo giudizio! Noi crediamo in questo Scrutatore cui nulla è occulto, e appunto il timore di lui ci fa difendere la causa sua contro la rabbiosa vostra guerra. Cosí ci donasse Egli coscienza in tutto, come in ciò, tranquilla: cosí ci doni di non invanire perché noi deboli ha scelti a strumenti della sua pugna. Ma voi... Deh possano gli anni ed i casi mutarvi innanzi quell'ora tremenda!