Part 11
Non è l'ora lontana in cui dopo essersi in altrettante nazioni libere divisa, sarà l'umana razza condotta dalla legge d'amore, ad unirsi in una sola famiglia. Abbiano intanto anch'essi una volta gl'Italiani una patria. Sia tutta unita l'Italia, e allo straniero non serva. Non dubbio, ma certo ma universale è già fatto quel voto: se uniti, siamo all'opra bastanti, non inutil ricordo ci lasciava il Menotti morendo, di non calcolare sugli ajuti stranieri, di non aver fede che in noi. Non piú indugi, non piú transazioni; dove voglia una rivoluzione aver base, là deve esser guerra e mortale. L'ultime prove ci hanno ammaestrati solennemente: badiamo a non confondere la moderazione coll'inerzia: il nemico è dovunque si nuoce alla patria, dovunque si tradisce il voto del secolo. Chi è reo d'infamia a di codardia abbia col nemico comunione di sorte: giaccia inonorato senz'onore di tomba: il sepolcro patrio sia per coloro che piansero sulla Italia, sorsero a darle vita e morirono. Racconti la pietra ai nepoti il premio che la tirannide concedeva a chi non respirava che nelle patrie virtú. La esperienza c'insegni, -- che l'affetto di libertà non riesce a buon porto se non assume i caratteri di religione: c'insegni che dalle fondamenta alla cima tutto nuovo deve essere l'edifizio che innalzeremo: c'insegni a spegnere ogni spirito municipale, e che nella concordia sola è riposta la forza: nel fermo volere e nella fiducia del sacrificio il successo: nel salire all'altezza de' moderni principii il tipo italiano del secolo XIX. -- Questo c'insegni l'anno trascorso; e chi potrà dirlo perduto?
_Mon._
RIVOLUZIONE DI PARIGI
(LUGLIO 1830).
I Parigini, sempre inquieti pel sistema retrogrado che il re Carlo X voleva far prevalere in Francia, attendevano che una qualche favorevole circostanza presentasse loro il mezzo di smettere il giogo dal quale erano oppressi. Gli editti reali del 25 luglio infransero le barriere ed il fantasma del diritto divino fu dissipato dal coraggio del popolo di Parigi. La monarchia, imposta dal dispotismo d'un milione di baionette, fu rovesciata da 50,000 coraggiosi che seppero anteporre l'acquisto della libertà allo spargimento del loro sangue. Il popolo parigino, nelle tre memorabili giornate di luglio, vendicò i suoi diritti, maltrattati dalla forza, e dal dispotismo degli alleati. Questo popolo portò al supremo comando l'uomo puro, l'uomo integerrimo, l'uomo della libertà, Lafayette: il trionfo del popolo, la sera del 29 luglio sembrava assicurato.
Una frazione d'uomini, corrotti e perversa, immaginò d'impadronirsi di questa rivoluzione e di farla valere a suo profitto. D'una rivoluzione nazionale si fece una rivoluzione di palazzo. Con questa mira si allontanarono gli amici della causa popolare, e si avvicinarono al trono gl'intriganti e gli ambiziosi. Furono congedati Lafayette, Dupont de l'Eure, Odillon, Barrot, ecc., e conservati Talleyrand, Sebastiani, Perrier, Montalivet, ecc. La rivoluzione di palazzo fece aprire le trattative coi re dell'Europa, riconoscere gl'ignominosi trattati del 1814 e del 1815, ricusare le offerte dei Belgi, abbandonare, disperdere i patriotti di Spagna e dell'Italia, e commettere l'azione la piú impolitica e la piú infame, nel lasciar perire l'eroica Polonia. La rivoluzione di palazzo rimase tutta a profitto di quei vili che ambivano gli onori, gli impieghi, e le ricchezze. Costoro non si occuparono che di quello soltanto che poteva e doveva consolidare il loro ben essere particolare. Nel mentre che la corte, i ministri, e la Camera dei pari favorivano i propri interessi, la Camera dei deputati non intendeva il proprio dovere. Questa Camera avrebbe dovuto vigorosamente opporsi al sistema che voleva adottare il suo governo. Essa non poteva ignorare la pubblica opinione. La stampa periodica non ha mai taciuto; questa interprete del voto nazionale, a rischio de' suoi materiali interessi, e del suo ben essere, ha svelato i misteri, ed ha combattuto incessantemente i nemici del popolo. Anche i pochi buoni dell'opposizione hanno con coraggio sostenuto gl'interessi della causa popolare, hanno però dovuto essi pure soggiacere alla maggioranza. Gl'interessi della nazione furono sagrificati.
La libertà, per tutto circondata dal potente e baldanzoso dispotismo, come potrà trionfare? Ai Pirenei, alle Alpi, al Reno stanno in agguato i piú acerrimi nemici della Francia e della libertà. Come potrà prosperare l'industria francese, avendo gl'Inglesi alla direzione delle manifatture del Belgio? In caso di guerra, che disposizioni potrà dare un generale francese, avendo un re inglese ad Ostenda, a Mons, ed a Lussemburgo? Quando piú mai la Francia vedrà tre milioni di Polacchi, resi dal loro coraggio indipendenti, combattere in favore della stessa causa, e degl'interessi di lei!
La gioventú francese, colla coscienza del suo vero bene, voleva correre a Brusselles per aiutare quel popolo che spargeva il suo sangue, per unirsi alla Francia. L'eroica difesa dei Polacchi trovava simpatia ed ammirazione in ogni cuore. Allorché si è voluto rallegrare la guardia nazionale di Parigi, e distrarla dai sinistri riflessi che potevano esserle richiamati dall'anniversario delle tre giornate, si è immaginato di far spargere la notizia di una vittoria riportata dai Polacchi. Il machiavellismo del ministro francese credette utile di traviare il pensiero dei Parigini, facendo trovar loro sulla Vistola quella consolazione che non potevano avere sulla Senna.
Gloria eterna al coraggio ed all'intrepidezza del popolo di Parigi, ed esecrazione a coloro che fecero piegare il trionfo del popolo a vantaggio d'una rivoluzione di palazzo. Esecrazione a coloro che soffrono vilmente, che la causa della libertà perda il frutto di circostanze cotanto favorevoli.
Non tarderà no il giorno nel quale la Francia dovrà pentirsi di essere stata spettatrice indifferente del sacrifizio della sua libertà, e di avere lasciato nelle mani di pochi intriganti il destino della patria. Sí; la Francia si pentirà di aver permesso che l'egoismo del traffico e dell'ambizione abbiano prevalso al ben essere, alla gloria, ed all'onore dell'intera nazione.
_Articolo comunicato._
AGLI ITALIANI.
Quando intraprendemmo di pubblicare una serie progressiva di scritti tendenti alla rigenerazione italiana, noi intraprendemmo, convien dirlo francamente, una cosa superiore alle nostre forze. Noi soli non possiamo vincere tutte le difficoltà che s'attraversano -- non isvolgere convenevolmente, e in tutte le sue applicazioni letterarie, filosofiche, politiche il concetto vasto, e fecondo, che ci affatica la mente -- ma noi fidammo nell'aiuto de' nostri fratelli italiani.
Noi calcolammo gli ostacoli, pesammo i doveri, intravedemmo i pericoli -- tutto sfumò davanti all'utile dell'intrapresa. Oggimai, la stampa è l'arbitra delle nazioni. Le nazioni hanno sete di verità. L'Italia non ha una voce che si levi a bandirla; e chi mai può scrivere, o lagnarsi in una terra, dove fin la indipendenza letteraria procede esosa a' governi, dove il gemito è argomento di pena, e la ruga de' profondi pensieri stampata sulla fronte al giovane è spia di tendenze pericolose agli inquisitori politici? L'Italia non ha una voce, che si levi a snudarne le piaghe, a romperne il sonno, a predicare i rimedi. Ogni giorno segna una vittima della tirannide -- e non v'è alcuno che ne raccolga l'ultima maledizione. Ogni giorno genera un voto, una idea di progresso nei giovani cuori -- e non v'è alcuno, ch'esprima altamente i voti e le idee, che solcano l'anime, che balenano nelle menti, poi si perdono inavvertite, perché nessuna penna dà loro forma, e perpetuità. -- E il furore delle poche anime generosamente feroci si consuma solitario nella disperazione, e i molti vivono d'una vita materiale, non s'attentando pure di rompere un silenzio, che si traduce poi lentamente in obblio.
Ma gli esempli di tutte le età, e di tutte le nazioni ci avvertono, che dove non si propaga colla stampa il lume de' principii alle moltitudini, dove non si trasfonde colla parola la fede, difficilmente si prorompe in un moto energico ed efficace. E le cure che i governi pongono a reprimere ogni libertà di scrittori, e le precauzioni minute usate contro la introduzione d'ogni libro che parli parole libere, c'insegnano quanto essi tremino dell'effetto di siffatte dottrine, perché _l'inchiostro del savio vale quanto la spada del forte_, e Maometto, che proferiva queste parole, s'inoltrava tra le genti colla spada in una mano, e il Corano nell'altra. -- E noi potremmo citare le circolari date dal re Carlo Alberto a' doganieri del suo Stato, poi che il manifesto del nostro giornale ebbe veduta la luce, perché vegliassero a impedirne la introduzione e le inquisizioni praticate fin d'ora su' viaggiatori a vedere se mai ne fossero portatori.
Però, noi ci determinammo all'impresa.
Ma siffatte imprese non giungono all'intento, se non durano ostinate, e progressivamente migliori. La stampa non giova, se la diffusione non è vasta, continua, ed universale. -- Di mille esemplari d'uno scritto, cinque cento vanno perduti per la vigilanza di chi sta contro, o per le paure degli uomini a' quali giungono. -- Gli altri circolano generalmente tra chi ne ha meno bisogno, né trapassano, se non di rado alla gioventú, che le cure della esistenza allontanano dagli studi e dagli agi. -- Poi, uno scritto che riescirà ottimo per una classe, è parola muta per l'altre, ineducate e senza esercizio di lettura. -- E però noi abbiamo in animo, se avremo aiuti, di pubblicare unitamente a questo un giornale popolare, pianamente scritto, e pensato, destinato a' parrochi di contado, agli artieri, alle classi insomma operose. -- Ma perché l'opera riesca, efficace, conviene estenderla quanto si può -- è d'uopo, che il numero degli esemplari s'aumenti gradatamente -- è d'uopo, che in ogni angolo de' loro stati, nelle officine, ne' teatri, nelle università, dappertutto la _parola libera_ s'affacci agli oppressori, come il _Mane, Thecel, Phare_ di Balthazar.
E perciò -- noi ci rivolgiamo a' nostri fratelli d'esilio -- a quanti giovani hanno sortita un'indole forte, e un ingegno svegliato dalla natura -- a quanti son posti dalla fortuna in condizioni che concedono mezzi di soccorso pecuniario e morale all'impresa -- Italiani, nostri concittadini! noi v'invochiamo tutti. Questo giornale non si sosterrà se non per voi. Se a voi sembra giovevole la diffusione de' buoni principii -- se vi pare che noi non siamo indegni di assumerci questo ministero, sta in voi di promuoverlo. -- Spiate la tirannide che v'opprime, ne' suoi minimi atti: raccogliete i documenti delle infinite ingiustizie, che passano inosservate: raccogliete il grido della miseria: notate le vessazioni, le venalità, le brighe, le persecuzioni: e fate che giungano fino a noi -- additateci il linguaggio che trova la via dei cuori: rivelateci i pregiudizi, che meritano d'essere combattuti a preferenza, gli errori piú radicati, le riforme le piú urgenti, perché si prepari il terreno da noi. -- Poi, soccorrete all'opera italiana coi mezzi necessari alla propagazione: versate l'obolo per la causa santa. -- Abbiate fede in noi. -- Noi la richiediamo, perché sappiamo di meritarla: perché possiamo levar la fronte a Dio, e agli uomini, e non arrossire: perché la mente può mancarci all'uopo, ma il core è puro, le intenzioni sante, e il proposito deliberato.
Ora noi abbiamo fatto il nostro dovere: del resto avvenga che può. Noi innalziamo una bandiera. Spettai a voi, o Italiani, circondarla d'affetti e di sacrifici: a voi reggerla sublime all'aure. -- Noi la sosterremo questa bandiera, finché le braccia nostre varranno. Se avranno a ricadere stanche sul petto -- ed altre braccia non sottentreranno alle nostre -- noi ci racchiuderemo nel silenzio, aspettando l'ora, che deve chiamarci tutti alle vie dell'azione.
_Mazzini._
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Nota del Trascrittore
Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, così come le grafie alternative (principi/principî e simili), correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):
xvi -- par le capitaine [capitain] De Martino 13 -- voluto dal [del] secolo 23 -- perché l'anima dello [della] schiavo 23 -- e la vicenda [vicendo] europea 53 -- mandarono pertanto a lord Whitworth [loro Wothworth] 56 -- poteva da un punto all'altro riuscire [riusciere] 87 -- e de' delitti consumati [consusumati] 102 -- La riunione pone in pericolo [periricolo]