La Giovine Italia

Part 10

Chapter 103,504 wordsPublic domain

Le imposte accresciute ogni anno dalla monarchia pesano esclusivamente sull'infelice proletario che vende i suoi generi in proporzione degli oneri, che li gravano. Io non vedo il popolo, che lavora, rappresentato né alla camera, ne ai tribunali. L'oro, l'oro solo regola ovunque la capacità elettorale. L'ignoranza, patrimonio del povero dalla culla, l'accompagna al campo di battaglia, dove spende la vita per una classe meno prode, o per un uomo piú astuto. Povero popolo! tu dopo la vittoria, tutta tua veramente, contempli ancora con ebbrezza la tua libertà di cui altri fa traffico, e la tua gloria, di cui altri s'adorna.

Eppure il popolo nacque al ben essere materiale; eppure la natura beneficandoci della vita non dannava alcun uomo a perire nella miseria. Il suolo della Francia coltivato con cura può bastare ai bisogni, ed anco ai capricci di 60 milioni d'abitanti. In oggi tra noi non si contano che 32 milioni, e i due terzi muoion di fame: dunque si sprecano le risorse. Ecco il male: come rimediarvi? Questo è il problema: a noi fa d'uopo d'un sistema politico in forza del quale non esista in Francia, un solo «infelice che nol sia per colpa propria, o per vizio di conformazione originale». O ricchi, aiutateci a sciogliere questo problema: voi dovete avervi, credetelo, maggior interesse del povero, che in silenzio divora gl'insulti profusi dal vostro egoismo.

Gesú Cristo credeva trovarne la soluzione nell'ebbrezza delle illusioni della speranza; ma il nostro clima è meno poetico, e noi abbiamo carattere piú positivo, bisogno piú forte di reale. -- Però la morale di Cristo produceva savî in Oriente, e fra noi ha generato quasi sempre ipocriti. La monarchia stancò per quindici secoli a sciogliere cotesto problema tutte le risorse della piú astuta diplomazia; -- il suo sistema rovinò per sempre nell'89. La repubblica espose il proprio: lottò sei anni coll'Europa congiurata a suo danno pria di farne l'applicazione, dacché il Direttorio non ne diede che un breve saggio alla Francia. -- Un Genio lo soffocò nel suo nascere, e compose un sistema misto d'eguaglianza repubblicana, e di fasto monarchico: magica, ma perfida fu la luce onde quel sistema fu splendido, e lo trascinò colla bella patria sua sotto il giogo di piombo dei re vinti un tempo da lui.

Allora risorse la monarchia pura col corteggio del diritto divino, de' titoli ereditari, della _quasi feudalità_, quasi a convincere vieppiú la Francia della sua impotenza a fronte dei bisogni d'un gran popolo. La Francia la struggeva col suo seguito: la Francia ha cancellato il vecchio sistema, ma la pagina è bianca, -- la Francia ha da scrivervi ancora.

La questione s'agita tutta in oggi davanti all'Europa: da un lato, la monarchia cinta de' suoi vizi, e dei suoi seidi: -- dall'altro sta il popolo con una disperazione che cova grandi disegni, guardando al selciato delle sue strade. O bella Francia! quanto dolore ingombra il tuo volto. Oh! i tuoi nemici gelosi stanno a' confini guardandoti con gioia segreta! Qual tempesta è quella che pende sul capo tuo? Ah! maladetto l'empio il quale a sbramare una sordida avarizia, e sostenere un perfido sistema invoca la procella. Muoia il traditore, sopratutto se porta nome di re. O popolo sovrano, affrettati, riprendi lo scettro ch'è tuo, e noi detteremo le leggi. Tu solo puoi bandirle giuste, e rette, perché tu solo puoi conoscere le tue risorse, e i tuoi bisogni.

E però noi teniamo l'intima convinzione, che il popolo quando il despotismo organizzato non comprimerà il suo entusiasmo, e non illuderà il suo patriottismo, stabilirà egli stesso i seguenti principj, e noi avremo il dí dopo la soluzione del problema.

«Ogni cittadino francese ha il diritto eterno, incontrastabile di concorrere alla elezione de' suoi magistrati, de' capi della guardia nazionale, e de' mandatari a' quali è commessa la rappresentanza del popolo nel Congresso, che redige le leggi, e vota le imposte.

«Ogni cittadino francese giunto all'età di venticinque anni è soldato, dove un forte motivo non coonesti la sua esecuzione, dove il voto de' suoi concittadini non lo chiami ad altri uffici. I pericoli dello Stato modificano i quadri dell'esercito: alla sorte, e all'elezione è riserbato il compirli.

«Tutti gli uffici civili, scientifici, e militari saranno affidati per concorso, o per elezione. Il giurí dei concorsi è nominato da un giurí primario, e questo è formato dai cittadini competenti. La lista dei giurati definitivi è determinata dalla sorte all'apertura della sessione. Da questo punto incomincia l'inamovibilità degli uffici; tuttavia un giudizio richiesto dalle parti interessate può romperla. L'eredità de' titoli è follia: quella degli uffici usurpazione. I soli rappresentanti del popolo hanno il diritto di nominare il potere esecutivo: la sua missione spira dopo alcuni anni. Il membro, se il potere esecutivo è in mano di molti, o il presidente se è in mano d'un solo, finita la loro missione, ritorna privato, né può essere rieletto che scorsi dieci anni.»

Non piú accumulamento di pensioni e di beneficii: le retribuzioni degli uffici hanno ad essere modiche.

Perché dovrebbesi seppellir vivo sotto le rovine delle _Tuilleries_, quel cittadino che richiedesse la povera Francia di 14 milioni per mantenere la vita.

Ogni affare contenzioso, civile, militare, politico e scientifico, verrà sottomesso ad un giurí competente, a una specie di giudizio d'arbitri, ed il magistrato, perduto per sempre ogni potere inerente alla sua dignità, non interviene che a dirigere la discussione, e provvedere l'esecuzione della sentenza.

Non piú i giudici in causa propria avranno l'imprudenza di vendicare le ingiurie personali.

La stampa è libera in tutta l'estensione della parola. La legge punisce le sole ingiurie alla morale pubblica, e all'onore de' cittadini innocenti.

La libertà individuale è inviolabile. Non v'è sentenza che possa rapirla, quand'essa non minacci di grave pericolo tutta la società.

La pena di morte, il marchio d'infamia, e la confisca sono abolite. La prigione debb'essere una scuola di buoni costumi e non una tortura: il prigioniero otterrà la remissione della pena col lavoro e la buona condotta. Insomma la giustizia non si vendica piú, né infama; protegge e migliora.

Non piú cariche venali nella magistratura. Camere di magistrati a spese dello Stato faranno le veci dei tabellioni, e procuratori pagati dalle parti; quindi il retaggio della vedova, e dell'orfanello non sarà piú divorato dall'ingordigia, dalle formule forensi, e da' riti di processura. Un giurí composto d'operai, e di capi-lavoro e presieduto dai magistrati stabilirà la tariffa de' prezzi al minimo dei lavori, onde l'opera dell'esecutore, e l'intelletto dell'inventore abbiano la dovuta parte nel guadagno che risulta dalle vendite.

Nessuno deve chiedere invano lavoro per guadagnarsi la vita: lo Stato provvede all'operaio senza lavoro, qualunque siasi il suo mestiere. Gravar d'imposte gli oggetti necessari è furto, gravare il superfluo è restituzione. Quindi l'abolizione delle imposte dirette, e personali, perché alla fin dei conti, esse pesano soltanto sul povero. Il sistema delle imposte progressive, stabilito bensí sovra basi tanto saggie, che l'applicazione non serbi alcun carattere di legge agraria. Ogni monopolio è vietato; all'agricoltura, all'industria e al commercio s'aspettano gl'incoraggiamenti speciali del Governo, e punizioni severe frenano i venditori di mala fede.

L'insegnamento è libero; lo Stato veglia attivamente alla moralità degli educatori. Ma un giurí composto di padri di famiglia ha solo il diritto di scegliere le persone destinate ad adempiere questo ufficio. Ogni dolo di speculazione concita la severità delle leggi. Amministrazioni dello Stato, polizia, finanze, aggiudicazioni, imprese, tutto si compie apertamente, senza mistero, e davanti agli occhi del popolo.

Queste sono le principali basi della dottrina, la cui applicazione ci sembra dover somministrare la soluzione del problema, concedendo alla Francia un governo a buon mercato senza corruttele, e senza seidi, un governo favorevole allo sviluppo delle facoltà morali, e fisiche dell'uomo.

Allora finirebbe ogni pericolo di rivoluzione, perché non vi sarebbero usurpazioni: ogni miseria, perché non vi sarebbero monopoli: ogni possibilità di lesioni perché non esisterebbero privilegi.

Certo: adottando cotesto sistema avreste Repubblica. Ah! direte, la Repubblica è impossibile in Francia! il primo saggio non riuscí felice. Che? non fu che un saggio, e retrocedete? Oh! noi siamo oggimai al settantesimo saggio della monarchia -- e _l'ultimo è il pessimo!_ Come non disperare? come non rovesciare un sistema contro al quale grida lo sdegno, la delusione di quindici secoli?

Noi abbiamo cercato propagare queste dottrine pubblicando gli scritti popolari, che in oggi sommettono alla vostra inquisizione. Noi abbiamo voluto parlare al popolo: hanno voluto impedire al popolo che ci ascoltasse. Hanno trattato noi, come seduttori, il popolo come un fanciullo: il popolo raccoglieva avidamente i nostri stampati: la polizia s'impadroniva de' poveri venditori, che traevano da quegli opuscoli la sussistenza delle loro famiglie; il dí dopo questa deforme polizia facea vendere essa pure, e impunemente nelle strade dei libelli sozzi di scurrili calunnie contro i patriotti pacifici, ch'essa tormentava. O pudore pubblico! la polizia s'arroga sola il diritto d'insegnare al popolo, d'educargli lo spirito, e il cuore!

La prova sta, dic'essa, nel diritto ch'io ho d'immergervi nelle carceri, -- e l'ha fatto. Ma sei mesi di prigione non bastano alla sua collera: essa esige altri sei mesi dal vostro giudizio. La nostra pazienza stancherà questo potere di fatto; ma né le sue carceri, né le ammende stancheranno noi: noi sfideremo quest'armi come abbiamo sfidato i suoi assassini assoldati e i suoi libelli.

Abbiamo a compiere una grande missione: noi la compiremo, se è necessario, per altri quindici anni sul banco delle Corti di giustizia. La compiremo sull'orme di quelle giovani vittime della libertà, il sangue delle quali grida vendetta qua dentro. La compiremo sotto la scure della tirannide, perocché la nostra è piú che missione: è un culto sacro, è un fuoco che abbrucia, è l'amore dell'umanità. Ora il potere prosiegua: confuti le nostre teoriche colla prigione, colle catene, colle ammende, mentre sotto l'egida dell'impunità, il forense aumenta i suoi illeciti guadagni, il capo d'ufficio divide coll'impresario, il commissionario cogli uomini del potere, finalmente, il segretario di Stato dà marito alle sue Frini vendendo gl'impieghi. Un potere ladro, ed imbecille per un solo grido venuto dal fondo della coscienza riversi pure sul capo del giusto, che lo proferisce tutta la collera che dovrebbe rovesciarsi pure sul carlista che si cela ne' ranghi della guardia nazionale; e sul sergente di città, che col favor delle tenebre ha intinto il suo ferro nel sangue de' nostri concittadini. Prosiegua: il piú lieve pretesto basti a tenerci sei mesi sotto un'accusa, mentre una donna contro la quale stanno terribili probabilità, e gravi sospetti, gode di tutta la sua libertà, direi quasi, esulta del suo trionfo, pendente ancora il giudizio di sangue. I nostri fratelli siano lasciati al gemito della fame, e del freddo nelle carceri, mentre questa baronessa sfoggia la sua veste rossa nei balli della corte, che non serba neppur tanto pudore per rifiutare i frutti per lo meno equivoci d'un'adultera compiacenza. Tutto questo è naturale, perocché tutto questo è monarchico.

Ma noi che non assistiamo ai balli di corte, noi che non offriamo al guardo d'un re poc'anzi repubblicano i nostri abiti rozzi ma immacolati, noi che non curviamo il ginocchio davanti ai cosacchi, né abbiamo tradita la causa dei popoli, noi che abbiamo le mani pure d'ogni benché menoma frazione dei 25 milioni prodigati in quest'anno dai traditori ai venali: ah! noi siamo colpevoli. -- Condannateci, condannateci se siete servili al potere. Condannateci, ma non isperate cangiarci. Bensí cercate un popolo diverso da quello del 1830, per chiedere la ricompensa dovuta a tali atti. Perocché il popolo, che punisce collo spregio, rimunera colla stima, -- e non è alla pubblica estimazione che aspirano gli autori di siffatte condanne[82].

[82] Il cittadino Raspail fu condannato alla prigione ed all'ammenda unitamente a' suoi fratelli di opinione e di accusa. Bensí assolti come _amici del popolo_, furono condannati per le arringhe proferite nella difesa. La contraddizione de' giudici, che dichiararono innocente la credenza degli accusati, e colpevole lo sviluppo di questa credenza, rimarrà ne' fasti della magistratura francese del 1832, in un col giudizio, che intervenne nella causa Dumenteuil, giudizio in cui le pretese della intolleranza cattolica furono rinnovate a fronte delle leggi civili, de' dogmi politici dello Stato e dell'incivilimento del secolo XIX!

1831.

Crescit in adversis virtus.

Ed era pur l'anno che al suo cominciar prometteva la per secoli invocata rigenerazione de' popoli! Ed era pur l'anno in cui l'ora al dispotismo fatale dovea scoccare! Perché trascorse fecondo in avvenimenti, ma non rispose ai voti ardenti della razza umana? Come andò egli a confondersi nel prodigioso numero di quelli che l'uomo ci mostrano nell'obbrobriosa schiavitú ancora sepolto? Corse egli intero sottraendosi alla legge possente del progresso? Fu irreparabilmente esso perduto per la santa causa della Libertà?

Riposi qualche istante il desiderio inquieto di leggere nell'incerto avvenire e volgiamoci ad esaminare impassibili se il 1831 respinse o sospese il movimento progressivo politico, o se benché lentamente, lo secondava.

Riscossa la Francia dal sovrastante pericolo di perdere ogni sua libertà avea fin dalla metà del precedente anno con uno slancio inaspettato, e tutto nuovo acquistato il diritto di mettersi alla testa delle nazioni d'Europa mature all'emancipazione, e guidarle ad ottenerla: la subita ed inattesa rivoluzione avea atterriti i despoti che vili per costume nell'avversità riconobbero Filippo da pochi illusi, o deboli eletto a re dei Francesi, e si piegarono per sottrarsi alla rovina che li minacciava a sancirne il principio di _non intervento_ proclamato a favorire gli sforzi delle nazioni, che sorgessero ad imitarli. La grande scossa era data, l'assolutismo vacillava, e sarebbe caduto se incauti i Liberali di Francia che avean fatta la rivoluzione non chiamavano al reggimento delle cose loro quegli uomini i quali non si erano a dir vero mostrati nel pericolo, ma che per le loro professioni di fede, e per l'opposizione costante nella quale si eran mantenuti col governo di Carlo X, la pubblica confidenza avean sopr'essi raccolta: la tradirono questi come tradiron la loro coscienza, come cogli interessi della loro patria gli interessi sagrificarono degli altri popoli, i quali non dissimulando la loro simpatia per la nazione che superiore all'altre in civilizzazione rinunziava generosa all'antico desiderio di dominazione, si mostravan disposti ad esserle compagni all'impresa magnanima di condurre a Libertà l'Europa intera. Primi infatti si mossero alcuni stati di Germania: chiedevano i Sassoni al loro re una costituzione piú larga; al loro duca la chiedevano i Brunsvikesi: oppresso dal dominio tirannico della casa d'Orange, e depauperato dall'Olanda insorgeva il Belgio a volere l'indipendenza ed un governo a sua voglia. Piú forte e piú decisa dichiarava la Polonia sfidando le barbare orde del nordico tiranno voler essere ormai terra libera o cambiarsi in vasto sepolcro. S'impegna quindi la lotta ineguale, ed infiammati di patrio amore, sostenuti dalla speranza di giugnere alfine la Libertà e l'indipendenza bramata, oppongono i valorosi Polacchi non contando i nemici lunga e ostinata difesa. Sventurati! i prodigj di valore inauditi, i sagrifizj senza esempio a salvarli non valsero: furono rovesciati dal torrente de' Vandali ch'essi con una mano armata tentavan respingere mentre chiedevan coll'altra il promesso soccorso alla Francia, la quale, dimentica delle perdite e del sangue che all'antica alleata costava la sua fedeltà, di cantici e lodi sol la sovvenne.

Creduto opportuno l'istante si sollevò quindi una, parte d'Italia a procacciarsi Indipendenza e Libertà, tanto piú da lunghi anni desiderate quanto piú grave era il giogo sotto cui gemeva, quanto piú triste ne era la condizione. Modena diede prima l'esempio; era il colpo fallito per la vigilanza del sospettoso tiranno se Bologna commossa non ne secondava la rivoluzione facendo la propria: la Romagna e le Marche non indugiarono e si sottrassero al governo sacerdotale. I Parmigiani venian appresso e respingevan da loro una principessa che nulla avea di comune col grand'uomo cui era stata compagna se non un fasto che impoveriva i sudditi, che alla di lei condizione mal conveniva.

Vedevano intanto i Toscani con interesse procedere a quel modo le cose in Italia disposti a seguirne in appresso la sorte, ma non anco maturi alla grand'opra attendean circostanza opportuna a sollevarsi contro un governo che di liberale non avea che l'apparenze, che simulando tolleranza, era come gli altri della Penisola tutto arbitrario e dispotico.

Guardati da vigilanti e numerose truppe straniere Lombardi e Veneti si volgean con fiducia al Piemonte lusingati che spingerebbe le temute legioni a secondare gli sforzi d'Italia: ma i Piemontesi non ancora volean dichiararsi, fidando nel principe che tra non molto dovea succedere al re Carlo Felice, di cui la cagionevol salute, e l'avanzata età facean presagire prossima la fine. Ahi quanto male giudicavan l'inetto! Chi tradiva, una volta la santissima causa non poteva sentire né amore di libertà né ambizione, di aggiungere al suo nome quello di liberatore d'Italia: codardo nel cuore, e colla febbre di regnare si collegò coi nemici della sua patria, ma coi rimorsi nell'anima, ma col tormentoso presentimento che colla maledizione degli amici sagrificati un giorno da lui, la pena nol giunga che al traditore è dovuta. Titubando nell'incertezza aspettavan dal tempo consiglio i Napoletani preparati a far causa comune coi loro fratelli se ne venia loro il destro, e se propizie le circostanze si mostrassero; a decidersi prontamente li tratteneva però la speme riposta nel giovine re da poco tempo salito sul trono che l'avo e il padre spergiuri avean veduto vacillare, e che crollerà sotto lui, poiché la lezione non lo fece piú saggio.

Se con fermezza si mantenea la Francia nell'onorifico posto che avea scelto, il tempo felice era giunto, ed essa dettava la pagina piú bella nella sua Istoria: nol volle; rinegò o tradusse a suo modo gli emessi principj: quindi gli inciampi che il concepito movimento rallentarono: non s'arrestava però, e ne uscivano generali vantaggi. Strapparono ai loro principi concessioni non lievi alcuni stati germanici: se non ottenne la Belgica un governo repubblicano, o l'aggregazione alla Francia l'una dopo l'altro richiesti, fu dell'indipendenza assicurata. Fu la misera Polonia schiacciata, ma tutti i popoli d'Europa fecero eco al gemito che cacciava spirando; ma benché dall'Austria infida forzati a rimanere in uno stato di _quasi barbarie_ mandavano gli Ungheri da ogni circolo, da ogni casolare indirizza a Vienna, perché fosse un termine alla strage pei Polacchi superstiti nei quali raddoppiava l'odio pei loro carnefici. Non ritrasse la Francia tutti i beneficj dalla sua rivoluzione, ma escludendo nei Pari l'eredità diede il colpo mortale all'aristocrazia del sangue. Ma stanca, nell'impero, di una gloria inutile al vincitore, al vinto molesta; tormentata nella ristorazione dal bisogno di togliersi all'abbiezione in cui l'avean precipitata i Borboni che a mantenersi in trono avean venduta la patria: disingannata degli uomini che abbastanza manifestarono che la loro missione era di parole soltanto: vergognosa di esser guidata dal timido coniglio non dal gallo generoso corre veloce a cercare la sola felicità de' popoli nelle istituzioni veramente libere, nella Eguaglianza repubblicana. La scintilla elettrica della libertà passa in ogni cuore, investe ogni classe: e qual potenza potrà frenarne gran tempo lo scoppio?

Sull'oligarchía avean vittoria i liberali inglesi colla proposta del Bill di riforma, la quale, benché non per anco ammessa dal Parlamento, è aspettata e quotidianamente dal popolo richiesta.

Se d'armi non forniti, se dalla brevità del tempo sorpresi fidando anch'essi nella Francia non opponean gl'Italiani al Tedesco che una debole resistenza, si conobbero, si inteser tra loro, si chiamaron finalmente fratelli: alla non ben apprezzata patria gli affezionò l'emigrazione dacché viddero quanto amaro sia il tozzo ch'altri con disprezzo ti getta nella terra che t'accoglie profugo. Eccitò in essi l'emulazione il pugno di bravi che racchiusi nella casa del Menotti infelice si votarono alla patria, e animosi sostennero il ripetuto assalto del moderno Ezzelino. Ma li persuase che per tutta l'Italia è un desiderio solo, un bisogno, anche la pietà delle venete madri che ai teneri figli mostrando come liberatori della patria que' prodi che l'Austria contro ogni diritto in un mare non suo avea predati, nei giovanili petti sensi italiani infondevano.

Amare perdite al certo furono ai liberali e l'italiano Menotti col compagno Borelli dal supplizio dell'assassino e del parricida rapiti per sentenza del mostro che avea piú volte promesso salvarli! e l'instancabil Torijos che dall'insidie dei satelliti del tiranno spagnuolo sul patrio suolo attirato soffriva cogli intrepidi suoi seguaci il martirio della libertà: e il siciliano de Marchi che fu cogli undici amici sagrificato perché tentò sottrarre la patria dall'abborrito servaggio. Ma ogni stilla del loro sangue innocente è seme d'infamia ai despoti e a note incancellabili ha scritto pei popoli -- leggi e libertà. Per tutta Europa ora celato ora palese serpeggia l'incendio; se tenta il despotismo estinguerlo dove si mostra, piú grande si sprigiona e in altra parte si fa strada; una segreta forza, una specie di moral magnetismo i popoli attrae alla benefica libertà. La spinta è comunicata; non è a sperare riposo finché non sia ogni privilegio distrutto; tenti ostinato l'assolutismo a sua posta di arrestare il progresso, non farà che affrettarlo; vegga egli nelle ripetute sommosse di Parigi e delle provincie di Francia l'opera di bonapartisti, o de' settatori d'Enrico, o che piú gli giova: ma chi non prevenuto le osserva attentamente e le segue è a ragione convinto che son assalti vigorosi all'unica aristocrazia che ora in Francia rimanga; l'influenza delle ricchezze. Tutte sono proteste de' popoli contro la tirannide, tutte imperiose domande a riavere i loro diritti: condotti dalla luce che il secolo andato spandea, convinti che la forza per essi solo è costituita, procedono risoluti sul terreno che l'assolutismo cede ogni giorno.