Part 3
Potare i rosai, annaffiarli, liberarli dai bruchi, agguagliare il bossolo con le cesoie, guidare l'edera su pei muricciuoli, in un giardinetto inclinato verso il fiume dell'Oblío; e non più rammaricarmi di aver lasciato su l'altra riva un glorioso parco popolato di lauri, di cipressi, di mirti, di marmi e di sogni.... Tu mi vedi là, felice, con le cesoie lucenti, vestito di bordatino!
COSIMO DALBO.
Non ti vedo.
LUCIO SETTALA.
Peccato, amico mio.
COSIMO DALBO.
Ma chi ti vieta il grande parco? Tu vi rientri pel viale dei cipressi, e trovi sul limite il tuo genio tutelare.
LUCIO SETTALA, =levandosi di scatto, come uno che perda di continuo la padronanza di sè.=
Tutelare! Ah, mi sembra che tu pieghi una parola su l'altra, come fasce su filaccie, per la paura di sentir pulsare la vita. Hai tu mai premuto il dito su un'arteria messa a nudo, su un tendine lacerato?
COSIMO DALBO.
Lucio, tu ti adiri ogni momento. V'è in te qualche cosa di acre e di convulso, una specie di esasperazione che t'impedisce di esser giusto. Tu non sei ancora escito di convalescenza, non sei guarito ancora. Un urto improvviso è venuto a turbare l'opera dolce che la Natura compiva in te. Le tue forze che rinascevano si sono inasprite. Se il mio consiglio valesse, io vorrei che tu andassi per ora a Bocca d'Arno, come avevi disegnato. Là, tra il bosco e il mare, tu ritroverai un po' di calma per considerare quale debba essere la tua attitudine; e ritroverai anche la bontà che ti darà lume...
LUCIO SETTALA.
La bontà! La bontà! Credi tu dunque che il lume debba venirmi dalla bontà e non da quell'istinto profondo che volge e precipita il mio spirito verso le più superbe apparizioni della vita? Io sono nato per fare le statue. Quando una forma sostanziale è uscita dalle mie mani con l'impronta della bellezza, l'officio assegnatomi dalla Natura è per me compiuto. Io sono nella mia legge, sia pure di là dal Bene. Non è forse vero? Me lo concedi?
COSIMO DALBO.
Continua.
LUCIO SETTALA, =abbassando la voce.=
Il gioco dell'illusione mi ha congiunto a una creatura che non m'era destinata. Ella è un'anima d'un pregio inestimabile, dinanzi a cui mi prostro e adoro. Ma io non scolpisco le anime. Ella non m'era destinata. Quando mi apparve l'altra, io pensai a tutti i blocchi di marmo contenuti nelle cave delle montagne lontane, per la volontà di fermare in ciascuno un suo gesto.
COSIMO DALBO.
Ma tu hai già obbedito al comandamento della Natura, generando il capolavoro. Quando vidi la tua statua, pensai ch'ella ti fosse liberatrice. Tu hai perpetuato in tipo ideale e incorruttibile un esemplare caduco della specie. Non sei dunque pago?
LUCIO SETTALA, =accendendosi.=
Mille statue, non una! Ella è sempre diversa, come una nuvola che ti appare mutata d'attimo in attimo senza che tu la veda mutare. Ogni moto del suo corpo distrugge un'armonia e ne crea un'altra più bella. Tu la preghi che si arresti, che rimanga immobile; e a traverso tutta la sua immobilità passa un torrente di forze oscure come i pensieri passano negli occhi. Comprendi? Comprendi? La vita degli occhi è lo sguardo, questa cosa indicibile, più espressiva d'ogni parola, d'ogni suono, infinitamente profonda e pure istantanea come il baleno, più rapida ancora del baleno, innumerevole, onnipossente: insomma _lo sguardo_. Ora imagina diffusa su tutto il corpo di lei la vita dello sguardo. Comprendi? Un battito di palpebre ti trasfigura un viso umano e ti esprime una immensità di gioia o di dolore. Le ciglia della creatura che ami si abbassano: l'ombra ti cerchia come un fiume un'isola; si sollevano: l'incendio dell'estate brucia il mondo. Un battito ancora: la tua anima si dissolve come una goccia; ancora: tu ti credi il re dell'Universo. Imagina questo mistero su tutto il suo corpo! Imagina per tutte le sue membra, dalla fronte al tallone, questo apparire di vite fulminee! Potrai tu scolpire lo sguardo? Gli Antichi accecarono le statue. Ora--imagina--tutto il corpo di lei è come lo sguardo.
=Una pausa. Egli si guarda intorno sospettoso, per tema d'essere udito. Si accosta anche di più all'amico, che lo ascolta con una emozione crescente.=
Te l'ho detto: mille statue, non una. La sua bellezza vive in tutti i marmi. Questo sentii, con un'ansietà fatta di rammarico e di fervore, un giorno a Carrara, mentre ella m'era accanto e guardavamo discendere dall'alpe quei grandi buoi aggiogati che trascinano giù le carra dei marmi. Un aspetto della sua perfezione era chiuso per me in ciascuno di quei massi informi. Mi pareva che si partissero da lei verso il minerale bruto mille faville animatrici come da una torcia scossa. Dovevamo scegliere un blocco. Ricordo: era una giornata serena. I marmi deposti risplendevano al sole come le nevi eterne. Udivamo di tratto in tratto il rombo delle mine che squarciavano le viscere alla montagna taciturna. Non dimenticherei quell'ora, anche se morissi un'altra volta... Ella si mise per mezzo a quell'adunazione di cubi bianchi, soffermandosi dinanzi a ciascuno. Si chinava, osservava attentamente la grana, sembrava esplorarne le vene interiori, esitava, sorrideva, passava oltre. Ai miei occhi la sua veste non la copriva. Una specie di affinità divina era tra la sua carne e il marmo che chinandosi ella sfiorava con l'alito. Un'aspirazione confusa pareva salire verso di lei da quella bianchezza inerte. Il vento, il sole, la grandiosità dei monti, le lunghe file dei buoi aggiogati, e la curva antica dei gioghi, e lo stridore dei carri, e la nuvola che saliva dal Tirreno, e il volo altissimo di un'aquila, tutte le apparenze esaltavano il mio spirito in una poesia senza confini, lo inebriavano d'un sogno che non ebbe mai l'eguale in me.... Ah, Cosimo, Cosimo, io ho osato gettare una vita su cui riluce la gloria d'un tal ricordo! Quando ella tese la mano sul marmo che aveva scelto e volgendosi mi disse: "Questo", tutta l'alpe dalle radici alle cime aspirò alla bellezza.
=Un fervore straordinario riscalda la sua voce e avviva il suo gesto. Colui che lo ascolta ne è sedotto, e ne dà segno.=
Ah, ora tu comprendi! Tu non mi chiederai più se io sia pago. Ora tu sai come debba essere furiosa la mia impazienza se penso che in questo momento ella è là, sola, a piè della Sfinge, che mi aspetta. Pensa: la sua statua è alzata sopra di lei, immobile, immutabile, immune d'ogni miseria; ed ella è là affannata, e la sua vita fluisce, e qualche cosa di lei perisce di continuo nel tempo. L'indugio è la morte.... Ma tu non sai, tu non sai....
=Ha l'accento di chi confida un segreto.=
COSIMO DALBO.
Che cosa?
LUCIO SETTALA.
Tu non sai che io avevo già cominciata un'altra statua....
COSIMO DALBO.
Un'altra?
LUCIO SETTALA.
Sì: rimasta interrotta, abbozzata nella creta. La creta si dissecca, tutto si perde.
COSIMO DALBO.
Ebbene?
LUCIO SETTALA.
La credevo perduta.
=Un sorriso irresistibile gli brilla negli occhi. La sua voce trema.=
Non è perduta: è ancora viva. L'ultimo tocco di pollice è là, ancora vivo!
=Egli fa l'atto di plasmare, istintivamente.=
COSIMO DALBO.
E come?
LUCIO SETTALA.
Ella sa le cose dell'arte, sa in che modo la creta si mantenga molle. M'aiutava, un tempo. Ella stessa bagnava le tele...
COSIMO DALBO.
Dunque ella pensava a tenere umida la creta, mentre tu morivi!
LUCIO SETTALA.
Non era forse anche quello un modo di contrastare la morte? Non era anche quello un atto di fede, ammirabile? Ella conservava la mia opera...
COSIMO DALBO.
Mentre l'altra conservava la tua vita.
LUCIO SETTALA, =oscurandosi, tenendo la fronte bassa, senza guardare l'amico, con una voce quasi dura.=
Quale delle due cose ha maggior pregio? La vita m'è intollerabile, se mi fu resa gravata d'un divieto. Te l'ho detto: bisognava lasciarmi morire. Quale rinunzia può eguagliare quella che io avevo fatta? Soltanto la morte poteva arrestare l'impeto del desiderio che conduce fatalmente il mio essere verso il suo bene. Ora io rivivo: riconosco in me il medesimo uomo, la medesima forza. Chi mi giudicherà, se proseguo il mio destino?
COSIMO DALBO, =sgomentato, prendendolo per le braccia, come per trattenerlo.=
Ma che farai dunque? Hai già risoluto?
=Percosso dallo sgomento subitaneo che è nella voce e nell'atto dell'amico, Lucio si smarrisce, vacilla.=
LUCIO SETTALA, =mettendosi nei capelli le mani febrili.=
Che farò? Che farò? Conosci tu una tortura più crudele? Io ho la vertigine; comprendi? Se penso ch'ella è là, e m'attende, e le ore passano, e la mia forza si perde, e il mio ardore si consuma, la vertigine mi afferra l'anima, ed ho paura d'essere trascinato, forse stasera, forse domani. Sai tu che sia la vertigine? Ah, se potessi riaprirmi la ferita che mi fu chiusa!
COSIMO DALBO, =cercando di trarlo verso la finestra.=
Càlmati, càlmati, Lucio! Taci! M'è parso di sentire la voce....
LUCIO SETTALA, =trasalendo.=
Di Silvia?
=Si copre d'un pallore mortale.=
COSIMO DALBO.
Sì. Càlmati! Hai la febbre.
=Gli tocca la fronte. Lucio si appoggia al davanzale, quasi che le forze lo abbandonino.=
SCENA SECONDA.
=Entra SILVIA SETTALA con FRANCESCA DONI. Questa tiene un braccio intorno alla cintura della sorella.=
SILVIA SETTALA.
Oh, Dalbo, siete ancora qui?
=Ella non vede il viso di LUCIO, che è rivolto all'aria aperta.=
COSIMO DALBO, =ricomponendosi, salutando Francesca.=
Lucio mi ha trattenuto....
SILVIA SETTALA.
Aveva molte cose da dirvi?
COSIMO DALBO.
Ha sempre molte cose da dire, troppe forse. E si stanca.
SILVIA SETTALA.
Vi ha detto che sabato andremo a Bocca d'Arno?
COSIMO DALBO.
Sì, lo so.
FRANCESCA DONI.
Non siete mai stato a Bocca d'Arno?
COSIMO DALBO.
No, mai. Conosco la campagna pisana, San Rossore, il Gombo, San Pietro in Grado; ma non mi sono mai spinto sino alla foce. So che la spiaggia è bellissima.
=SILVIA ha lo sguardo fisso al marito che rimane abbandonato sul davanzale, immobile.=
FRANCESCA DONI.
Deliziosa in questa stagione: una spiaggia aperta, bassa, di sabbia fina; il mare, il fiume, il bosco; l'odore delle alghe, l'odore della ragia; i gabbiani, gli usignuoli.... Dovreste fare molte visite a Lucio, mentre è là.
COSIMO DALBO.
Certo.
SILVIA SETTALA.
Potremo ospitarvi.
=Ella si stacca dalla sorella e va verso il marito, col suo passo leggero.=
FRANCESCA DONI.
Nostra madre ha là una casa molto modesta, ma grande: una casa bianca di dentro e di fuori, in una macchia d'oleandri e di tamerici; e c'è una vecchia spinetta dell'Impero, appartenuta--imaginate a chi!--a una sorella di Napoleone, alla duchessa di Lucca, a quella terribile e ossuta Elisa Baciocchi: una spinetta che qualche volte si sveglia e piange sotto le dita di Silvia; e c'è anche una barca, se il ricordo napoleonico non vi seduce, una bella barca, bianca come la casa.
=SILVIA si sofferma in silenzio alle spalle di LUCIO, come sospesa. Egli resta assorto.=
COSIMO DALBO.
Vivere in una barca, su l'acqua, alla ventura: non v'è nulla che riposi di più. Per settimane e settimane ho vissuto così.
FRANCESCA DONI.
Bisogna mettere il convalescente in una barca e affidarlo al buon mare.
SILVIA SETTALA, =toccando con un gesto lievissimo la spalla del marito.=
Lucio!
=Egli trasale e si volge.=
Che fai? Siamo qui. C'è Francesca.
=Egli guarda in viso la moglie, titubante; poi tenta di sorridere.=
LUCIO SETTALA.
Sta per venir giù un rovescio d'acqua. Aspettavo le prime gocciole: l'odore della terra....
=Egli si inclina ancora verso la finestra e tende all'aria la mano aperta; che gli trema visibilmente.=
FRANCESCA DONI.
Aprile or piange or ride.
LUCIO SETTALA.
Oh, Francesca, come state?
FRANCESCA DONI.
Bene. E voi, Lucio?
LUCIO SETTALA.
Bene, bene.
FRANCESCA DONI.
Si parte dunque sabato?
LUCIO SETTALA, =guardando la moglie, trasognato.=
Per dove?
FRANCESCA DONI.
Come! Per Bocca d'Arno.
LUCIO SETTALA.
Ah sì, è vero. Ho il capo svanito.
SILVIA SETTALA.
Non ti senti bene, oggi?
LUCIO SETTALA.
Sì, sì, bene. Il tempo un poco m'uggisce; ma mi sento bene, assai bene.
=Nell'accento con cui pronunzia le semplici parole egli pone un eccesso di dissimulazione che le rende strane come quelle d'un uomo folle. È palese che l'attenzione dei tre astanti gli è divenuta intollerabile.=
Tu vai via, Cosimo?
COSIMO DALBO.
Sì, vado. È ora.
=Egli s'accinge ad uscire.=
LUCIO SETTALA.
T'accompagno fino al cancello.
=Si muove dalla finestra verso la porta, sollecito.=
SILVIA SETTALA.
Così, a capo scoperto?
LUCIO SETTALA.
Sì, ho caldo. Non senti che aria gravosa?
=Si sofferma su la soglia aspettando l'amico. Un'acuta pena d'improvviso punge i cuori, ammutolisce le labbra.=
COSIMO DALBO.
A rivederci.
=Saluta turbato; esce con LUCIO. SILVIA china il capo, con le ciglia contratte, come chi consideri per risolvere. Poi sembra che un'onda subitanea di energia le sollevi la persona.=
FRANCESCA DONI.
Hai veduto il Gaddi?
SILVIA SETTALA.
Non ancora. Oggi non è venuto.
FRANCESCA DONI.
Allora non sai....
SILVIA SETTALA.
Che cosa?
FRANCESCA DONI.
Quel che ha fatto.
SILVIA SETTALA.
No.
FRANCESCA DONI.
È andato dalla Dianti.
SILVIA SETTALA, =con una emozione contenuta.=
Da colei! Quando?
FRANCESCA DONI.
Ieri.
SILVIA SETTALA.
E tu l'hai veduto?
FRANCESCA DONI.
Sì, l'ho incontrato. Mi ha detto....
SILVIA SETTALA.
Parla dunque!
FRANCESCA DONI.
Andò da lei ieri, verso le tre. Si fece annunziare. Fu ricevuto subito. Ella aveva l'aria sorridente; s'inchinò, non disse una parola, restò in piedi, aspettò che il vecchio parlasse; l'ascoltò con rispetto, tranquilla. Tu imagini quel che egli potè dire per persuaderla a restituire la chiave, a smettere ogni altro tentativo, a non voler più turbare una pace ricuperata col sangue, e con quanto dolore! Ella non gli chiese alla fine se non questo: "È Lucio Settala che vi manda a me?" Alla risposta negativa, soggiunse con un tono fermissimo: "Vogliate perdonarmi, ma io non posso riconoscere se non a lui il diritto di chiedere quel che voi mi chiedete."
SILVIA SETTALA, =impallidendo ed ergendosi come per affrontare la lotta.=
Ah, è la sua ultima parola? Ebbene, c'è un'altra persona che ha un diritto eguale e lo farà valere. Vedremo.
FRANCESCA DONI, =sbigottita.=
Che pensi di fare, Silvia?
SILVIA SETTALA.
Quel che è necessario.
FRANCESCA DONI.
Che, dunque?
SILVIA SETTALA.
Vederla, mettermi di fronte a lei nel luogo stesso dov'ella è un'intrusa. Intendi?
FRANCESCA DONI.
Tu vuoi andare là!
SILVIA SETTALA.
Sì, voglio andare là. So la sua ora. Tu stessa la sai. L'aspetterò. Ella verrà. Finalmente ci guarderemo in viso.
FRANCESCA DONI.
Ma non farai questo.
SILVIA SETTALA.
Come no? Credi tu che mi manchi il coraggio?
FRANCESCA DONI.
Ti supplico, Silvia!
SILVIA SETTALA.
Credi tu che io tremi?
FRANCESCA DONI.
Ti supplico!
SILVIA SETTALA.
Oh, sii pur sicura che non io abbasserò gli occhi, non io verrò meno. Tu dovresti conoscermi omai, per più d'una prova.
FRANCESCA DONI.
Lo so, lo so. Nulla ti vince. Ma pensa: trovarti là dopo tanto, nel luogo stesso dove avvenne l'orribile cosa, là, sola, di fronte a quella donna che ti ha fatto tanto male....
SILVIA SETTALA.
Ebbene? Che importa? Ho forse una volta sola--una volta sola, Francesca!--evitato di compiere quel che m'è parso necessario? Di' tu: m'hai veduta rifiutare qualche peso? A quale tortura mi sono io sottratta? Ben altre pene ho guardate in faccia; e tu lo sai. Tu temi che mi manchi il cuore di porre il piede là dov'egli cadde.... Ma io ebbi cuore di vederlo allora, per la fessura dell'uscio, disteso sul suo letto di morte, e nessuno era dietro di me a sorreggermi; e, prima che mi fosse permesso di accostarmi al suo capezzale, passarono per le mie mani i ferri del chirurgo e le fasce macchiate di sangue.
FRANCESCA DONI.
Sì, sì, è vero: la tua forza è grande. Nulla ti vince. Ma pensa: non è la stessa cosa.... Non è la stessa cosa trovarsi là, all'improvviso, di fronte a una donna che non conosci, capace di tutto come quella, ostinata, impudente....
SILVIA SETTALA.
Non temo di lei. Quel che ella fa è basso. Perchè mi crede sommessa e debole, ella si mostra così audace; perchè tanto tempo sono rimasta in silenzio e in disparte, ella pensa di potermi sopraffare anche una volta. Ma s'inganna. Allora il mio bene era perduto, ogni difesa era inutile. Ora l'ho ricuperato, e lo difendo.
FRANCESCA DONI.
Mio Dio! Tu ti getti in una lotta a corpo a corpo. E se ella resiste?
SILVIA SETTALA.
Resiste come? Ho il mio diritto. Saprò scacciarla.
FRANCESCA DONI.
Silvia, Silvia, sorella mia, ti supplico: indugia ancora qualche giorno, rifletti ancora un poco, prima di far questo! Non precipitare!
SILVIA SETTALA.
Ah, parli bene tu, tu che sei felice, tu che sei sicura, tu che hai la vita serena e nessuna minaccia su la tua pace. Indugiare, riflettere! Ma sai tu a quale estremità io mi ritrovi oggi? Sai tu per quale difesa io mi batta? Per il mio capo e per quello di Beata, per l'esistenza, per la luce degli occhi. Intendi? Non si ricomincia un supplizio dove già tutti i nervi furono lacerati, dove già furono sperimentati tutti gli strazii. Ho dato al dolore tutto quel che potevo dare: ho sentito il ferro duro su la mia nuca e ai miei polsi; alla fine della mia giornata il mio sonno era preso dall'orrore della giornata seguente in cui bisognava pur vivere e, per vivere, seguitare a spremere il cuore che pareva esausto. Ah tu parli bene, tu! Quando tu sorridi nella tua casa, il tuo sorriso medesimo ritorna a te in cento raggi come se tu vivessi nel cristallo. Per me il sorriso era una pena di più; sotto, i denti si serravano; ma Beata non ha visto una mia lacrima. Per mantenere la promessa che è nel suo nome, quando non v'era fibra in me che non si torcesse, le mie mani verso di lei avevano sempre qualche fiore.... Non saprei più ricominciare. Vorrei piuttosto andarmene, alla mia volta: trovare laggiù un po' di spiaggia deserta e coricarmi con Beata perchè il mare ci prendesse.
FRANCESCA DONI, =gettando le braccia al collo della sorella, baciandola in viso.=
Che dici? Che dici? Tu non devi più temere di nulla. Non ti ama? Non hai riavuto tutto il suo amore? Questo soltanto vale; e il resto è nulla.
=SILVIA chiude gli occhi per alcuni istanti, e l'illusione le illumina la faccia.=
SILVIA SETTALA.
Sì, sì, ho riavuto il suo amore.... Sembra.... Come potrei dubitare di quella voce? Quando non sono là, mi chiama, mi cerca; ha bisogno di me; sembra che io debba guidare i suoi passi....
=Si scuote; si scioglie dalle braccia della sorella; è ripresa dall'ansietà.=
Ma oggi.... L'hai veduto? l'hai guardato?... Oggi non è più come ieri; è diverso.... Un mutamento subitaneo.... L'hai guardato tu quando egli era là alla finestra, chino sul davanzale? Hai udito il suono delle sue parole? Hai veduto come gli tremava il braccio quando l'ha steso fuori? Ah dimmi che anche tu hai sentito che qualche cosa accade, che qualche cosa lo sconvolge.
FRANCESCA DONI.
È convalescente ancora. Pensa: un nulla può turbarlo, l'aria, il tempo...
SILVIA SETTALA.
No, no; non è questo. E non hai veduto? Anche Cosimo Dalbo pareva che facesse uno sforzo per nascondere un'ombra.... I miei occhi non fallano.
FRANCESCA DONI.
No, non pareva. Ha parlato con me.
SILVIA SETTALA, =sempre più agitata.=
Ma Lucio è disceso ad accompagnarlo e non è risalito ancora. O forse è passato dall'altra parte.
=Va alla finestra, spia tra le cortine.=
Ah, è ancora là, al cancello, che parla, che parla... Sembra fuori di sè....
=Alza gli occhi al nuvolo.=
Ora vien giù lo scroscio.
=Spia di nuovo, intentissima.=
FRANCESCA DONI.
Chiamalo!
SILVIA SETTALA, =volgendosi, come incalzata da un pensiero terribile.=
Certo è così, certo è così.
FRANCESCA DONI.
Che pensi, ora?
SILVIA SETTALA, =fermandosi, pronunziando le parole nettamente, risoluta ma pallidissima.=
Lucio sa che colei lo aspetta.
FRANCESCA DONI.
Lo sa? Come?
SILVIA SETTALA.
Non v'è dubbio, non v'è dubbio.
FRANCESCA DONI.
Tu l'imagini.
SILVIA SETTALA.
Lo sento; ne sono certa.
FRANCESCA DONI.
Ma come?
SILVIA SETTALA.
Ma bisognava pure che questo avvenisse; bisognava pure che un giorno ella trovasse il modo. Come? Forse una lettera.... Egli ha ricevuto una lettera.
FRANCESCA DONI.
E tu non vigili!
SILVIA SETTALA, =con un atto di disdegno.=
Anche questo?
FRANCESCA DONI.
Ma forse t'inganni.
SILVIA SETTALA.
Non m'inganno. Dopo la visita del vecchio, ella ha scritto. L'indugio omai non è più possibile, neppure d'un giorno, neppure d'un'ora. Tu comprendi il pericolo. Sia anche tornato a me con tutta l'anima sua, si sia anche distaccato da lei interamente, si sia anche volto a un'altra vita, a un altro bene, non senti tu quale possa ancora essere il fascino di una donna che gli dice, ostinata e sicura: "Sono qui; aspetto?" Sapere ch'ella è là, che non un giorno manca alla sua attesa, che nulla può sconfidarla.... Comprendi il pericolo? Se Lucio ha saputo stamani ch'ella lo aspetta, bisogna ch'egli sappia stasera--e dalla mia bocca medesima--ch'ella non lo aspetta più.
=Un'energia indomabile afforza ed eleva tutta la sua persona =.
Questo saprà stasera; glie lo prometto.
=Ella tende la mano verso la finestra, col gesto di chi giura.=
Vuoi accompagnarmi?
FRANCESCA DONI, =sbigottita, supplichevole=.
Silvia, Silvia, rifletti ancora un minuto! Pensa a quel che fai!
SILVIA SETTALA.
Non ti chiedo aiuto. Ti chiedo che tu m'accompagni soltanto fino alla porta. Per il resto, basto io sola; è necessario anzi che io rimanga sola. Vuoi? Che ora è?
=Si volge per guardar l'ora; va verso la tavola.=
FRANCESCA DONI, =arrestandola=.
Ti supplico! Dammi ascolto, Silvia! Il cuore mi dice che non può venir bene da quel che vuoi fare. Dà ascolto alla tua sorella! Ti supplico!
SILVIA SETTALA, =con un gesto d'insofferenza=.
Ma non hai dunque ancora compreso quel ch'io gioco in questo momento? Lasciami. Vado sola.
=Si china su la tavola, guarda l'ora.=
Sono le quattro. Non ho un minuto da perdere. Hai una vettura, giù?
=La pioggia scroscia subitamente su gli alberi del giardino.=
FRANCESCA DONI.
Non senti che rovescio d'acqua? Non uscire! Rimanda tutto a domani. Vieni, ascolta.
=Cerca di attirarla.=
Aspetta almeno che spiova.
SILVIA SETTALA.
Non ho un minuto da perdere. Bisogna che io sia là, prima di lei; bisogna ch'ella mi trovi là come nella mia casa. Intendi? Lasciami. Sùbito il cappello, il mantello, i guanti... Giovanna!
=Ella passa nella stanza attigua chiamando la sua donna. FRANCESCA DONI, presa dallo sgomento, va verso la finestra dove scroscia la pioggia.=
FRANCESCA DONI.
Mio Dio! Mio Dio!
=Guarda nel giardino; chiama.=
Lucio! Lucio!
=Torna verso la porta d'ond'è scomparsa la sorella=.
SILVIA SETTALA, =riapparendo, ansante.=
Eccomi pronta. Ho lasciato là Beata che piange. Voleva uscire con me. Tu rimani, ti prego: va a consolarla. Io esco sola. Prendo la tua vettura. A rivederci.
=Fa l'atto di baciare la sorella.=
FRANCESCA DONI.
Tu vai, dunque? È risoluto?
SILVIA SETTALA.
Vado.
FRANCESCA DONI.
T'accompagno.
SILVIA SETTALA.
Andiamo.
=Involontariamente, ella si sofferma e volge gli occhi in giro come per abbracciare con uno sguardo tutte le cose predilette. Le cortine palpitano; la pioggia scroscia. Ella aspira la fragranza umida che entra per le finestre. Solo per un attimo, l'arco teso della sua volontà si allenta.=
L'odore della terra...
=Trasale vedendo apparire d'improvviso, su la soglia ond'ella sta per uscire, Lucio febricitante, a capo scoperto, con i capelli e gli abiti molli di pioggia. Si guardano. Un intervallo di silenzio gravissimo.=
LUCIO SETTALA, =con la voce rotta.=
Tu esci?
SILVIA SETTALA.
Sì, esco.
LUCIO SETTALA.
Come sei pallida!
SILVIA =si passa una mano su la gota.=
Dove vai? S'è aperto il cielo.
=Egli si tocca i capelli stillanti.=
SILVIA SETTALA.
Bisogna ch'io esca. Non tarderò molto a ritornare. C'è Beata di là, che piange perché voleva venire con me. Va a consolarla; dille che le porterò forse una cosa bella.