Part 2
La prima volta la vidi di notte, al lume delle stelle, profondata nella sabbia che conservava ancora l'impronta violenta dei turbini. Soltanto la faccia e la groppa emergevano da quella specie di gorgo placato, la forma umana e la bestiale. La faccia, dove l'ombra nascondeva le mutilazioni, in quell'ora mi parve bellissima: calma, augusta e cerulea come la notte, quasi mite! Non v'è, Lucio, cosa al mondo che sia più sola di quella; ma la mia anima era come dinanzi a moltitudini che dormissero e su le cui ciglia cadesse la rugiada. La rividi, poi, di giorno. La faccia era bestiale come la groppa; il naso e le gote erano corrosi; il fimo degli uccelli bruttava le bende. Era il pesante mostro senz'ali imaginato dagli scavatori di sepolcri, dagli imbalsamatori di cadaveri. E mi riapparve nel sole la tua Sfinge imperiosa e pura che porta le ali imprigionate vive negli omeri.
LUCIO SETTALA, =con una commozione subitanea.=
La mia statua? Tu parli della mia statua? Tu la vedesti, è vero, prima di partire; e ti sembrò bella.
=Egli guarda inquieto verso la porta, per tema che= SILVIA =possa udire; e abbassa la voce.=
Ti sembrò bella; è vero?
COSIMO DALBO.
Bellissima.
=Lucio si copre gli occhi con ambo le palme e resta per alcuni attimi intento come par evocare una visione nell'oscurità.=
LUCIO SETTALA, =scoprendosi.=
Non la vedo più. Mi sfugge. Appare e dispare come in un baleno, confusa. Se l'avessi ora qui davanti, mi parrebbe nuova; gitterei un grido Io l'ho scolpita, con queste mie mani?
=Egli si guarda le mani affilate e sensitive. Un'agitazione crescente lo invade.=
Non so più, non so più. Nella prima febbre, quando avevo ancora il piombo nella carne e il rombo continuo della morte su l'anima perduta, la vedevo diritta a piè del letto, accesa come una torcia, come se io medesimo l'avessi plasmata in una materia incandescente. Così per più giorni e per più notti io la vidi, a traverso le mie palpebre. S'accendeva con la mia febbre. Quando i miei polsi bruciavano, ella si faceva di fiamma. Pareva che salisse e ribollisse in lei tutto il sangue versato ai suoi piedi....
COSIMO DALBO, =inquieto, guardando anch'egli verso la porta per lo stesso timore.=
Lucio, Lucio, tu dicevi dianzi che non sapevi più nulla, che non volevi ricordarti più di nulla.... Lucio!
=Egli scuote dolcemente l'amico che è rimasto fisso.=
LUCIO SETTALA, =riprendendosi.=
Non temere. Tutto è laggiù, lontano, in fondo al mare. Anch'essa la statua è sommersa con l'altre cose, dopo il naufragio. Per ciò io non la vedo se non in confuso, a traverso le alte acque.
COSIMO DALBO.
Ella sola sarà salvata, vivrà in eterno; e tanto dolore non sarà stato sofferto invano, tanto male non sarà stato inutile, se ancóra una cosa bella si aggiungerà all'ornamento della vita.
LUCIO SETTALA, =sorridendo ancora del suo sorriso tenue e parlando con la sua voce lontana.=
È vero. Io penso qualche volta alla sorte di colui che naufragò in una tempesta con tutto il suo carico. In una giornata serena come oggi, egli prese una barca e una rete; e tornò sul luogo del naufragio con la speranza di trarre dal fondo qualche cosa. E, dopo molta fatica, trasse a riva una statua. E la statua era così bella che, al rivederla, egli pianse di gioia; e si sedette su la riva del mare a contemplarla, e fu pago di quel bene, e non volle altro cercare; _e obliò tutto il resto_.
=Egli si leva, quasi con impeto.=
Perchè Silvia non torna più?
=Ascolta.= Chi ride? Ah, è Beata nel giardino. Guarda! San Miniato è d'oro: sfólgora. C'è una luce più gloriosa a Tebe?
COSIMO DALBO.
L'estasi della luce! Te l'ho detto: tu non potrai conoscerla altrove. Cerchi, ghirlande, rote, rose di splendori, innumerabili faville.... I versi del _Paradiso_ tornano alla memoria. Solo Dante ha trovato le parole abbaglianti. In certe ore il Nilo diventa la fiumana dei topazii, il "miro gurge". Come un sasso nell'acqua, un gesto nell'aria suscita mille e mille onde. Tutte le cose nuotano nella luce; tutte le foglie ne stillano. Le donne che passano lungo il fiume con gli otri riempiuti fiammeggiano veramente come le milizie angeliche nella Cantica, distinte "e di fulgore e d'arte".
LUCIO, =avendo scoperto su una tavola il mazzo di violette, lo prende, e vi affonda quasi il viso per aspirarne l'odore.=
LUCIO SETTALA, =tenendo ancora il mazzo alle nari e socchiudendo gli occhi nella delizia.=
Sono belle le donne del Nilo?
COSIMO DALBO.
Talune, le adolescenti, hanno corpi d'una purezza e d'una eleganza stupende. Tu che prediligi le musculature agili e salde, una certa acerbità nelle forme, le gambe lunghe e nervose, troveresti là qualche modella incomparabile. Quante volte ti ho invocato! Nell'isola d'Elefantina avevo un'amica di quattordici anni: una fanciulla dorata come un dattero, magra, svelta, arida, con le reni forti e arcate, le gambe diritte e potenti, i ginocchi perfetti--cosa rarissima, come tu sai. Su tutta quella magrezza dura, che dava imagine d'un'arme da lancio precisa e fine, tre cose mi seducevano con una grazia infinitamente molle: la bocca, l'ombra dei cigli, l'estremità delle dita. Ella s'intrecciava i capelli con le dita ch'erano rosse all'estremità come petali intinti nella porpora; e guardarla in quell'atto, su la soglia della casa bianca, era la gioia dei miei mattini. Avrei voluto portartela con le statuette, con gli scarabei, con le stoffe, col tabacco, con i profumi, con le armi. Ma t'ho portato un bell'arco, che ho comperato ad Assouan e che le somiglia un poco.
LUCIO SETTALA, =con un lieve turbamento, rovesciando indietro il capo.=
Doveva essere una creatura deliziosa!
COSIMO DALBO.
Deliziosa e inoffensiva. Ella somigliava a un bell'arco, ma le sue frecce non erano avvelenate.
LUCIO SETTALA.
Tu l'amavi?
COSIMO DALBO.
Come amo il mio cavallo e il mio cane.
LUCIO SETTALA.
Ah, tu eri felice laggiù; la tua vita era facile e leggera. Era dunque l'isola d'Elefantina quella dove io ti vidi approdare, nel sogno. Avrei potuto esser teco! Ma io andrò, partirò. Non desideri di ritornarvi? Io avrò una casa bianca sul Nilo: farò le mie statue col limo del fiume e le alzerò in quella tua luce che me le convertirà in oro.... Silvia! Silvia!
=Egli chiama verso la porta, come assalito da una impazienza repentina, da una volontà ansiosa di vivere.=
Sarà troppo tardi?
COSIMO DALBO.
È troppo tardi. Sopraggiunge la grande estate.
LUCIO SETTALA.
Che importa? Io amo l'estate, il calore, anche l'afa. Tutti i melagrani saranno fioriti nei giardini, e qualche volta pioverà, verranno giù nell'afa quelle gocce larghe e tiepide che fanno sospirare di voluttà la terra....
COSIMO DALBO.
Ma il Khamsin? quando tutto il Deserto si solleverà contro il Sole?
SILVIA =appare su la soglia, sorridendo, con tutta la persona mossa da una visibile animazione. Ella ha mutato abito: è vestita d'un colore più chiaro, primaverile; e porta fra le mani un mazzo di rose fresche.=
SILVIA SETTALA.
Che dite, Dalbo, contro il Sole? M'hai chiamata, Lucio?
LUCIO SETTALA, =ripreso da una specie di timidità inquieta, come d'uomo che abbia il bisogno di abbandonarsi e non osi.=
Sì, ti ho chiamata, perchè non ti vedevo più tornare.... Cosimo mi raccontava tante cose belle, del suo viaggio. Volevo che anche tu le udissi.
=Egli guarda la moglie con occhi attoniti, come se scoprisse in lei una grazia nuova.=
Stavi per uscire?
SILVIA SETTALA, =arrossendo un poco.=
Ah, tu guardi il mio abito. L'ho messo per provarlo, giacchè Francesca era là.... Mia sorella vi fa le sue scuse a entrambi, per essersi partita senza venire a salutarvi. Aveva fretta: l'aspettano i suoi bambini. Spera, Dalbo, che voi andiate presto a vederla.
=Ella depone su una tavola il mazzo di rose.=
Pranzate con noi, stasera?
COSIMO DALBO.
Grazie. Stasera non posso. Mia madre mi tiene.
SILVIA SETTALA.
È giusto. Domani, allora?
COSIMO DALBO.
Domani. Ti porterò, Lucio, i miei doni.
LUCIO SETTALA, =con una curiosità infantile.=
Sì, sì, pòrtali, pòrtali!
SILVIA SETTALA, =sorridendo con un'aria misteriosa.=
Anch'io domani avrò un dono.
LUCIO SETTALA.
Da chi?
SILVIA SETTALA.
Dal maestro.
LUCIO SETTALA.
Che dono?
SILVIA SETTALA.
Vedrai.
LUCIO SETTALA, =con un moto d'allegrezza.=
Tu anche vedrai quante belle cose mi ha portate Cosimo: stoffe, profumi, armi, scarabei....
COSIMO DALBO.
Amuleti contro ogni male, talismani per la felicità. Sul Gebel-el-Tair, in un convento copto, ho trovato il più virtuoso degli scarabei. Il monaco mi narrò una lunga storia di un cenobita che, al tempo delle prime persecuzioni, essendosi rifugiato in un ipogeo, vi trovò una mummia e la trasse fuori dal suo viluppo di balsami e la rianimò. E la mummia risuscitata con le sue labbra dipinte gli fece il racconto della sua antica vita, ch'era stata un tessuto di felicità. Infine, come il cenobita voleva convertirla, ella preferì di ricoricarsi nei suoi balsami; ma prima gli donò lo scarabeo preservatore. Dirvi l'uso che ne fu fatto dal solitario e le vicende per cui scese a traverso i secoli nelle mani del buon copto, sarebbe troppo lungo. Certo, non ve n'è in tutto l'Egitto uno più virtuoso. Eccolo. Ve l'offro; l'offro a entrambi.
=Egli presenta l'amuleto a= SILVIA, =che l'osserva attentamente e poi lo porge a= LUCIO, =con un baleno negli occhi.=
SILVIA SETTALA.
Com'è azzurro! È più splendido d'una turchese. Guarda.
COSIMO DALBO.
Il copto mi disse: "Piccolo come una gemma, grande come un destino!"
LUCIO =volge la pietra mistica tra le dita che gli tremano un poco, smarritamente.=
E addio, a domani. Bene vi sia! Felice sera!
SILVIA SETTALA, =scegliendo dal mazzo una rosa e offrendogliela.=
Ecco una rosa fresca in cambio dell'amuleto. Portatela a vostra madre.
COSIMO DALBO.
Grazie. A domani.
=Rinnovati i saluti, esce.=
SCENA QUARTA.
=LUCIO SETTALA sorride con timidezza, volgendo ancora fra le dita lo scarabeo; mentre SILVIA mette le rose in una coppa. Entrambi, nel silenzio, sentono palpitare i loro cuori ansiosi. Il sole declinante indora la stanza. Pel vano delle finestre appare il cielo impallidito; San Miniato splende su l'altura; l'aria è dolce, senza mutamento.=
LUCIO SETTALA, =guardando all'aria, in ascolto, sommesso.=
C'è un'ape nella stanza.
SILVIA SETTALA, =sollevando la faccia.=
Un'ape?
LUCIO SETTALA.
Sì. Non senti?
=Entrambi tendono l'orecchio al murmure.=
SILVIA SETTALA.
È vero.
LUCIO SETTALA.
Forse l'hai portata tu, con le rose.
SILVIA SETTALA.
Queste le ha colte Beata....
LUCIO SETTALA.
L'ho sentita ridere dianzi, giù nel giardino.
SILVIA SETTALA.
Com'è felice d'essere ritornata nella sua casa!
LUCIO SETTALA.
Fu bene allontanarla allora....
SILVIA SETTALA.
S'è fatta più bella e più forte, per aver respirato l'odore dei pini. Come dev'esser buona la primavera a Bocca d'Arno! Non vorresti andare là, un poco?
LUCIO SETTALA.
Là, al mare.... Ti piacerebbe?
=La voce d'entrambi è alterata da un lieve tremito.=
SILVIA SETTALA.
Passare là una primavera, è stato sempre il mio sogno.
LUCIO SETTALA, =soffocato dalla commozione.=
Il tuo sogno è il mio, Silvia.
=L'amuleto gli cade dalle mani.=
SILVIA SETTALA, =chinandosi vivamente a raccoglierlo.=
Ah, l'hai lasciato cadere! Si direbbe un cattivo presagio.... Guarda. Lo metto sul capo di Beata. "Piccolo come una gemma, grande come un destino!"
=Ella depone l'amuleto sul mazzo di rose, delicatamente.=
LUCIO SETTALA, =tendendo le mani verso di lei, come ad implorare.=
Silvia! Silvia!
SILVIA SETTALA, =accorrendo.=
Ti senti male? Diventi più pallido.... Ah, ti sei troppo affaticato oggi, sei troppo stanco. Siedi qui, siedi. Vuoi un sorso di quell'elisire? Ti senti venir meno? Di'!
LUCIO SETTALA, =prendendole le mani, con un impeto di amore.=
No, no, Silvia; non mi sono mai sentito così bene.... Tu, tu siedi, siedi qui; e io ai tuoi piedi, finalmente, con tutta l'anima mia, per adorarti, per adorarti!
=Ella si lascia cadere sul divano ed egli in ginocchio dinanzi a lei. Ella è tutta sconvolta e tremante, e pone le mani su le labbra di lui come per impedirgli di parlare. Le passano così tra le dita l'alito e le parole.=
Finalmente! Era come una piena che veniva di lontano, una piena di tutte le cose belle e di tutte le cose buone che tu hai versate su la mia vita da che mi ami; e n'avevo il cuore gonfio, ah così gonfio che dianzi vacillavo sotto il peso e mancavo e morivo d'ambascia e di dolcezza, perchè non osavo dire....
SILVIA SETTALA, =bianca in viso, con la voce spenta.=
Non dire, non dir più!
LUCIO SETTALA.
Ascoltami, ascoltami. Tutte le pene che hai sofferte, le ferite che hai ricevute senza un grido, le lacrime che nascondesti perchè io non avessi onta e rimorso, i sorrisi di cui velavi le tue agonie, l'infinita pietà pel mio errore, il coraggio invincibile dinanzi alla morte, la lotta affannosa per la mia vita, la speranza tenuta sempre accesa al mio capezzale, le veglie, le cure, l'incessante palpito, l'attesa, il silenzio, la gioia, tutto quel che v'è di profondo, tutto quel che v'è di dolce e d'eroico in te, tutto io conosco, tutto io so, cara, cara anima; e, se la violenza è valsa a spezzare un giogo, se il sangue è valso a riscattarmi, (oh, lasciami dire!) io benedico la sera e l'ora che mi portarono moribondo in questa casa del tuo martirio e della tua fede per ricevere un'altra volta dalle tue mani,--da queste divine mani che tremano,--il dono della vita.
=Egli preme la sua bocca convulsa nelle palme di lei; ed ella lo guarda a traverso il pianto che le impregna le ciglia, trasfigurata dalla felicità improvvisa.=
SILVIA SETTALA, =con la voce spenta e rotta.=
Non dire, non dir più! Il cuore non regge.... Tu mi soffochi di gioia.... Una sola parola io attendeva da te, una sola, null'altro; e a un tratto tu m'inondi d'amore, tu mi riempii tutte le vene, tu mi sollevi oltre la speranza, tu trapassi il mio sogno, tu mi dài la felicità che è sopra ogni attesa.... Ah che dicevi tu delle mie pene? Che è mai il dolore patito, che è mai il silenzio costretto, e che è una lacrima, e che è un sorriso, al confronto di questa piena che mi trasporta? Sento che più tardi, per te, per te, mi rammaricherò di non avere a bastanza sofferto.... Forse non ho toccato il fondo del dolore, ma so che ho toccato ora la cima della felicità.
=Ella accarezza perdutamente il capo di lui che è abbandonato su le sue ginocchia.=
Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore, ripòsati sopra di me, abbandónati alla mia tenerezza, premi le mie mani su le tue palpebre, taci, sogna, raccogli le forze profonde della tua vita. Ah non me soltanto tu dovresti amare, non me soltanto, ma l'amore che io ho per te: amare questo mio amore! Io non sono bella, non sono degna dei tuoi occhi, sono una umile creatura nell'ombra; ma il mio amore è meraviglioso, è in alto in alto, è solo, è sicuro come il giorno, è più forte della morte, è capace d'un prodigio: ti darà quel che gli chiederai. Tu potrai chiedergli anche quel che non fu sperato mai.
=Ella lo attira verso il suo cuore sollevandogli il capo. Egli tiene gli occhi chiusi e le labbra strette, pallidissimo, inebriato, estenuato.=
Àlzati! Àlzati! Vieni più vicino al mio cuore; riposati sopra di me. Non senti che puoi abbandonarti? che nulla al mondo è più sicuro del mio petto? che sempre lo troverai? Ah, io ho pensato qualche volta che questa certezza potesse inebriarti come la gloria....
=Standole egli dinanzi col volto levato, ella con ambe le mani gli solca i capelli per discoprirgli la fronte intiera.=
Bella fronte possente, segnata, benedetta! Che tutti i germi della Primavera s'aprano nei tuoi pensieri nuovi!
=Tremante ella vi preme le labbra. Muto egli tende le braccia verso l'invocatrice. Il tramonto sembra un'aurora.=
ATTO SECONDO.
=La medesima stanza, la medesima ora. Appare per le finestre un cielo ingombro e mutevole.=
SCENA PRIMA.
=COSIMO DALBO è seduto presso una tavola su cui poggia il gomito sostenendo con la palma la tempia, grave e pensieroso. LUCIO SETTALA è in piedi, irrequieto, sconvolto: si muove incertamente per la stanza, cedendo all'angoscia che lo preme.=
LUCIO SETTALA.
Sì, voglio dirtelo.... Perchè dovrei nascondere la verità? A te! M'è giunta una lettera, l'ho aperta, l'ho letta....
COSIMO DALBO.
Della Gioconda?
LUCIO SETTALA.
Di lei.
COSIMO DALBO.
D'amore?
LUCIO SETTALA.
Mi bruciava le dita....
COSIMO DALBO.
Ebbene?
=Esita. L'emozione gli altera la voce.=
Tu l'ami ancora?
LUCIO SETTALA, =con un sussulto di paura.=
No, no, no....
COSIMO DALBO, =guardandolo in fondo agli occhi.=
Non l'ami più?
LUCIO SETTALA, =supplichevole.=
Oh, non mi torturare! Soffro.
COSIMO DALBO.
Ma che cosa dunque ti turba?
=Una pausa.=
LUCIO SETTALA.
Ogni giorno, all'ora ch'io so, ella m'attende là, a piè della statua, sola.
=Un'altra pausa. I due uomini sembra che considerino davanti a loro qualche cosa di vivente e di forte, una Volontà, evocata da quelle parole brevi.=
COSIMO DALBO.
Ella ti attende! Dove? Nel tuo studio! Come può entrarvi?
LUCIO SETTALA.
Ha una chiave: quella di allora.
COSIMO DALBO.
Ti attende! Crede, vuole dunque che tu le appartenga ancora.
LUCIO SETTALA.
Tu lo dici.
COSIMO DALBO.
E che farai?
LUCIO SETTALA.
Che farò?
=Una pausa.=
COSIMO DALBO.
Tu vibri come una fiamma.
LUCIO SETTALA.
Soffro.
COSIMO DALBO.
Ardi.
LUCIO SETTALA, =con veemenza.=
No.
COSIMO DALBO.
Ascolta. Ella è terribile. Non si lotta contro di lei se non da lontano. Per ciò io volevo trascinarti meco, oltremare. Tu preferisti al mare la morte. Un'altra (tu sai chi, e il cuore ti si fende) un'altra ti ha strappato alla morte. E tu non puoi vivere omai se non per questa.
LUCIO SETTALA.
È vero.
COSIMO DALBO.
Bisogna partire, fuggire.
LUCIO SETTALA.
Per sempre?
COSIMO DALBO.
Per qualche tempo.
LUCIO SETTALA.
Ella mi aspetterà.
COSIMO DALBO.
Tu sarai più forte.
LUCIO SETTALA.
Il suo potere sarà cresciuto. Ella avrà più profondamente impregnato di sè il luogo che m'è caro per l'opera che vi fu compita. Io la vedrò di lontano come la custode di una statua ove passò il più vivo baleno dell'anima mia.
COSIMO DALBO.
Tu l'ami!
LUCIO SETTALA., =disperato.=
No, non l'amo. Ma pensa: ella sarà sempre la più forte; ella sa quel che mi vince e quel che mi lega; ella s'è armata d'un fascino a cui io non potrò sottrarre la mia anima se non strappandola dal mio cuore. Debbo io tentare un'altra volta?
COSIMO DALBO.
Ah, tu deliri!
LUCIO SETTALA.
Il luogo dove ho sognato, dove ho lavorato, dove ho pianto di gioia, dove ho chiamata la gloria, dove ho veduta la morte, è la sua conquista. Ella sa che io non potrò starne lontano o rinunziarvi, che la parte più preziosa della mia sostanza è là diffusa; ed ella m'attende, sicura.
COSIMO DALBO.
Ma esercita dunque ella un diritto inviolabile? Nessuno potrà vietarle quella soglia?
LUCIO SETTALA., =con una emozione profonda.=
Farla scacciare?
COSIMO DALBO.
No; ma vi può essere un modo meno duro, il più semplice: richiederle quella chiave ch'ella non ha alcun diritto di conservare.
LUCIO SETTALA.
E chi la richiederebbe?
COSIMO DALBO.
Qualcuno di noi, io stesso, rispettosamente, in nome della necessità.
LUCIO SETTALA.
Ella rifiuterà, considerandoti come un estraneo.
COSIMO DALBO.
Tu stesso, allora.
LUCIO SETTALA.
Io? Andando dinanzi a lei?
COSIMO DALBO.
No; scrivendole.
=Una pausa.=
LUCIO SETTALA, =con l'accento dell'assoluta impossibilità.=
Non posso. E tutto sarebbe vano.
COSIMO DALBO.
Ma v'è un altro modo: abbandonare quella casa, sgomberarla, vuotarla di tutto, trasportare tutto altrove. Tu eviterai così anche la tristezza intollerabile del ricordo.... Come non senti che il cambiamento è necessario, se la tua vita si rinnova, perchè la compagna che hai ritrovata possa assistere al tuo lavoro? Soffriresti tu ch'ella si sedesse là dove l'altra si distese? ch'ella avesse di continuo negli occhi la visione dell'orribile sera?
LUCIO SETTALA, =sorridendo scorato e amaro.=
Ebbene sì, hai ragione: cambieremo, andremo altrove, sceglieremo un bel luogo solitario, toglieremo la polvere dalle vecchie cose, apriremo tutte le finestre, faremo entrare l'aria pura, avremo un cumulo di creta, un blocco di marmo, alzeremo un monumento alla Libertà.
=S'interrompe. La sua voce si fa singolarmente calma.=
Una mattina la Gioconda batterà alla nuova porta; io le aprirò; ella entrerà; senza meraviglia io le dirò: Benvenuta.
=Egli non contiene più l'amarezza.=
Ah, ma tu sembri un fanciullo! Tutto per te si riduce a una chiave. Chiama dunque un fabbro, fa mutare la toppa; e m'avrai salvato.
COSIMO DALBO, =con dolcezza e tristezza.=
Non t'adirare. Da principio credevo che tu dovessi soltanto liberarti d'una importuna. Riconosco, ora, che il mio consiglio era puerile.
LUCIO SETTALA, =implorando.=
Cosimo, amico mio, fa di comprendere!
COSIMO DALBO.
Comprendo; ma tu neghi.
LUCIO SETTALA, =lasciandosi di nuovo trasportare.=
Non nego, non nego. Vuoi tu ch'io ti gridi che l'amo?
=Si smarrisce, si guarda d'intorno sbigottito. Si passa una mano su la fronte, con un gesto di sofferenza. Abbassa la voce.=
Bisognava lasciarmi morire. Pensa: se io che ero ebro di vita, se io che ero frenetico di forza e d'orgoglio, se io volli morire, è certo che riconobbi una necessità ineluttabile. Non potendo vivere nè con lei nè senza di lei, risolsi di partirmi dal mondo. Pensa: io che consideravo il mondo come il mio giardino e che avevo tutte le avidità dinanzi a tutte le bellezze! È certo dunque che riconobbi una necessità ineluttabile, un fato di ferro. Bisognava lasciarmi morire.
COSIMO DALBO.
Tu disconosci ora la santità d'un miracolo, crudelmente.
LUCIO SETTALA.
Non sono crudele. Per orrore delle crudeltà a cui mi trascinava la violenza del male, per non calpestare una virtù che mi pareva più che umana, per non poter sostenere la dolcezza d'una piccola voce inconsapevole che interrogava, per impedire a me stesso il peggio, comprendi?, per questo mi risolsi. E per orrore di ricominciare io mi rammarico, perché oggi io sono come un disperato che abbia preso un narcotico e si svegli dopo un sonno profondo e ritrovi al suo capezzale la stessa disperazione.
COSIMO DALBO.
La stessa! Ed ho ancora negli orecchi le tue prime parole: "Non so più nulla; non mi ricordo, non voglio ricordarmi più..." Tu sembravi immemore di tutto, proteso verso un altro bene. Ho ancora negli orecchi il suono della tua voce, quando chiamasti la madre di Beata, levandoti a un tratto, impaziente, come per un ardore che non consentisse indugio. Vedo ancora il tuo sguardo su lei, quando entrò palpitante come una Speranza. E, certo, quella sera tu dovesti inginocchiarti ed ella dovette piangere ed entrambi doveste sentire la bontà della vita.
LUCIO SETTALA.
Sì, sì, così fu: l'adorazione! Tutta l'anima mia si prostrò ai suoi piedi, riconobbe quel che è divino in lei, con una ebrezza di umiltà, con un fervore di riconoscenza indicibili. Fu un rapimento. Tu avevi parlato di un'estasi della luce; io la provai in quegli attimi. Ogni macchia parve cancellata; ogni ombra distrutta. La vita ebbe un nuovo splendore. Io credetti d'essere salvo per sempre....
=S'interrompe.=
COSIMO DALBO.
Ma poi?
LUCIO SETTALA.
Poi riconobbi che v'era qualche altra cosa da abolire in me: questa forza che affluisce alle mie dita incessantemente per riprodurre....
COSIMO DALBO.
Che intendi?
LUCIO SETTALA.
Intendo che forse sarei salvo, se avessi dimenticato anche l'arte. In certi giorni, là nel mio letto, guardandomi le mani indebolite, mi pareva incredibile che potessero ancora creare; mi pareva che avessero perduto ogni virtù. Mi sentivo interamente estraneo a quel mondo di forme in cui avevo vissuto.... _prima di morire_. Pensavo: "Lucio Settala, lo statuario, è trapassato." E imaginavo di farmi giardiniere d'un piccolo giardino.
=Egli si siede, come placato, socchiudendo le palpebre, con un'aria di stanchezza, con un sorriso d'ironia appena visibile.=