Chapter 6
--Lo imagino,--rispose Nicla.--Ora, va a casa. A domani!... E al papà non raccontare nulla. Egli avrebbe dispiacere, se sapesse.
--Tu non hai avuto dispiacere perchè quello stupido credeva che tu fossi la governante del papà?--chiese Bruno.
--No, no,--rispose Nicla sorridendo.--Addio. Va a casa!
E si chinò a baciare il fanciullo.
Ma tornata a casa, cadde in preda a una più grave, a una più nera malinconia; e a pranzo non toccò cibo.
--Riflette, riflette!--disse il cavalier Maurizio alla signora Carlotta, non appena furono soli e poterono scambiarsi qualche impressione.--Vedrai che finirà col dirci spontaneamente il suo segreto.
E rise, da furbo, mentre la moglie lo ammirava.
IX.
Fu l'indomani una indimenticabile giornata, che rimase nella vita di Nicla come una sinistra conferma di presentimenti invincibili.
Era scesa, verso le nove del mattino, nella piccola sala da pranzo dove abitualmente faceva colazione con sua madre, quando non v'erano ospiti.
Il cielo era tuttavia carico di nubi, strascico d'un temporale furioso durato l'intera notte, che aveva impedito alla fanciulla di dormire. Odorava la terra d'umidità e il vento sconvolgeva il lago.
Oltre le vetrate della sala si scorgevano le onde che parevan venir dall'orizzonte bigio, coronate di bianca spuma, e che dato un lancio, si gettavano con incessante fragore e si stendevano sulla spiaggia.
La temperatura s'era abbassata da un istante all'altro.
Nicla vestiva di scuro.
Presso la tavola attendeva il domestico, pronto a servire.
La fanciulla baciò sulle guance sua madre; e questa, prima ancora che Nicla avesse preso posto, con una voce in cui fremeva il piacere d'un pettegolezzo e la gioia di poterlo rivolgere in tutti i sensi, domandò:
--Sai la notizia?
La fanciulla rispose, un po' inquieta:
--Esco ora dalla mia camera. Non so nulla, mamma!
E pensò annoiata che si trattava forse ancora di Duccio, il quale aveva scritto, o stava per tornare, o chiedeva di giustificarsi; e la battaglia sarebbe stata rude.
Ma Carlotta aspettò che Nicla fosse seduta e che il domestico, posto in tavola i vassoi e mesciuto il cioccolatte, se ne fosse andato; e finalmente riprese:
--Il conte Traldi è scappato!
--Che dici?--esclamò Nicla, sorgendo in piedi.
E in un lampo comprese che non poteva esprimere nè dolore soverchio, nè compianto; ciò le avrebbe cagionato altre noie.
Pallidissima, tornò a prender posto, e soggiunse:
--È scappato? Sei ben certa?
--Non so perchè te ne stupisca tanto! Sei diventata bianca in faccia, come se si trattasse d'una disgrazia di famiglia,--osservò sua madre.
--Nervi:--rispose la fanciulla.--Non sempre si è padroni dei proprii nervi: io stanotte ho dormito poco e male.
E dentro il cuore, una voce le gridava: «Bruno! Dov'è Bruno? Che è avvenuto di lui?».
--Anch'io non ho dormito,--riprese con un sospiro la signora.--Fosse il temporale, fossero i pensieri per quella tua scappata col conte Massenti, non ho potuto chiudere un occhio. Non so quando ci dirai le ragioni per le quali hai messo alla porta, senza avvisarcene, senza averne il permesso, quel vero gentiluomo.
Nicla fremeva in silenzio. Bruno? Dov'era Bruno?... E sua madre parlava di Duccio e del matrimonio e del segreto!
Ma comprendendo che non v'era nulla da sperare, e che su quell'argomento Nicla non avrebbe dato alcuna risposta, la signora si volse all'altro, e seguitò:
--Sicuro, è scappato. Ieri erano stati a cercarlo per il pagamento di cinquantamila lire. Egli non riceveva. Poi ha licenziato tutti, e durante la notte è scappato coi cavalli, invece che con la ferrovia. Credo sia pazzo. Viaggiare in carrozza da posta con un tempo infernale, sotto i fulmini, per non trovar creditori anche in treno, è veramente un'idea da matto.
--E dove è andato?--chiese Nicla, cercando d'ingoiare la sua bevanda con la gola serrata.
--Dicono a casa sua, dalla madre e dai fratelli, per estorcere altro danaro.
--E la villa?
--Credo sia chiusa: ci ha rimesso un mese d'affitto.
--E ha condotto con sè il bambino?
--Senza dubbio. Tu ne avrai dispiacere. È per questo che sei così agitata?
--Ne ho molto dispiacere--confermò Nicla.--Ma non sono agitata.
--Egli è con suo padre. Non è stato sempre con suo padre?--osservò la signora Carlotta.--Suo padre ci penserà.
--Come sai tutti questi particolari?--domandò Nicla alzandosi.
--Ma non si parla d'altro, in paese. Stamane son venute dieci persone a raccontarmi l'avvenimento. Bada che fa fresco; non andare al lago.
Nicla era già uscita.
Le martellava in cuore un'idea sola: «Non lo vedrò più!».
Glielo avevano rapito di notte, durante una tempesta, sotto i fulmini, per trascinarlo nuovamente a un'esistenza di disordini ansiosi e di febbrili vicende.
Non lo avrebbe veduto più. Suo padre s'allontanava per sempre dal paese, forse dall'Italia; il bambino riprendeva la sua strada, dopo un intermezzo di dolcezza e di gioia; andava incontro alla sua sorte, qualunque ella dovesse essere; e Nicla sentiva d'essere una intrusa, la signorina Nicoletta Dossena, una vicina di campagna, e nulla più, la quale non aveva alcun diritto non che a giudicare, nemmeno a chiedere e a sapere.
Perchè lo aveva amato?
Lo aveva amato come un bambino suo, più che un fratello. Gli aveva dato tutta la sua fresca anima libera; ed egli, a guisa d'un piccolo Amore sbucato impensatamente fuor da una nube, le aveva piantato nel fianco una freccia di cui ella non sapeva più liberarsi, di cui avrebbe portato il peso e il segno per tutta la vita.
Sulla soglia del vestibolo, fingendo di cercare il cappello, un cencio qualunque da mettersi in testa, pianse lagrime roventi.
Una cameriera, che le porgeva il cappello, non osò dir parola, e volse gli occhi per non essere indiscreta; ma sapeva; tutti in paese sapevano che Nicla era per il piccolo conte Traldi, meglio che una sorella, più che una madre.
Nicla uscì e corse a villa Florida.
Il vento fischiava; sulla riva, i barcaiuoli stavano vuotando le loro barche dall'acqua che le aveva invase; e grandi nuvole viaggiavano frettolose per il cielo bigio.
La fanciulla guardò sulla spiaggia il luogo in cui Bruno l'aveva salutata la sera prima, e gli occhi le si riempirono di lagrime.
Suonò alla portineria della villa, e la governante venne ad aprire.
--Oh signorina!--disse.--Favorisca. La casa è tutta sossopra, e vorrà scusarmi. Una partenza così improvvisa....
E precedendo la fanciulla, la fece entrare nel salotto a pian terreno, i cui mobili eran coperti di tela giallina, e le pareti di tappezzeria chiara a righe grigie, sul gusto inglese.
La governante era una donna di circa cinquant'anni, alta e robusta, con occhi cilestri; portava in testa una cuffia nera orlata di bianco, e sulla veste scura un candido grembiale.
Ella restò in piedi mentre Nicla sedeva sopra un divano.
--Volevo avere notizie,--disse la fanciulla,--di Brunello.
--Me lo imagino. Oh quanto ho udito parlare di lei, signorina! Brunello non parlava d'altri, lei era il suo Dio.
--Sì, un dio,--esclamò Nicla involontariamente,--che non può nulla.
--Il signor conte è partito stamane, all'alba, coi cavalli,--raccontò la governante.--È stata un'idea bizzarra, così, venutagli d'improvviso, come tante altre. Il signor conte ne aveva di curiose ogni giorno; era un carattere difficile. Iersera ci ha licenziati, Antonietta la cuoca, Carlo il domestico, e me. Io sono rimasta per far la consegna della casa, e potrei rimanerci anche un mese, perchè il signor conte ha pagato fino a tutto il mese venturo. Carlo non ha mancato di far osservare al signor conte che poteva partire stamane alle undici, con un treno che è comodo. Ma egli s'è infuriato: voleva partire subito; mandò a noleggiare da Vico Malerba una carrozza a due cavalli, e la carrozza è venuta a prenderlo verso le quattro del mattino. Sono partiti così, e non erano a cinquanta metri dalla casa, che è scoppiato il temporale.... Vergine santissima, che tempesta! acqua e grandine e vento! Nessuno di noi si è coricato; pensavamo tutti al signor conte e a Brunello. Li aspettavamo di ritorno da un momento all'altro.... Ma sì; neanche i fulmini lo trattengono il signor conte quando s'è messo in capo un'idea; e non sono tornati.
--Ma dove andavano?--chiese Nicla ansiosamente.
--Chi sa? A prendere la ferrovia più giù, alla quarta o alla quinta stazione. Il signor conte va a trovar la sua famiglia, per affari.
--E Brunello?
--Brunello dormiva. L'ho vestito io. Veniva a casa la sera sempre stanco, per le sue grandi passeggiate e per le corse che faceva con lei, signorina. Dormiva, e l'ho vestito io, l'ho messo io in carrozza, e l'ho avvolto ben bene di scialli e di coperte, perchè sentivo che il tempo era incerto. Non s'è nemmeno svegliato quando gli ho dato due grossi baci.
E tacque. Nicla guardò a terra.
--Non torneranno più?--chiese dopo un istante d'esitazione.
--Vorrei!--esclamò la governante.--Ma io ho ricevuto ordine dal signor conte di spedir casse e bauli che son rimasti qui all'indirizzo che il signor conte mi telegraferà.
Nicla si alzò lentamente.
--Non tornano!--disse.--Ma forse il vetturale. Vico....
--Vico Malerba....
--Vico Malerba è già rientrato, e si potrà sapere almeno se Brunello non ha patito durante il viaggio!
--Mi sembra ancor presto,--osservò la governante.--Ma andrò a vedere subito. E in ogni modo non dubiti, signorina....
La riaccompagnava a passo a passo dal salotto verso il vestibolo; e attraversando un corridoio laterale al giardino, la fanciulla vide in fondo, tra i fusti e il fogliame scuro, una tavola di legno. V'era dipinto in rosso e nero un soldato in grandezza naturale.
Era il bersaglio del conte, quel bersaglio che Brunello avrebbe sostituito volentieri con Duccio Massenti.
Le lagrime tornarono agli occhi di Nicla.
--In ogni modo non dubiti, signorina,--diceva la governante,--non appena avrò notizie, sia oggi, sia domani, sia poi, gliele porterò. So il bene che lei voleva a Brunello, e l'adorazione che Brunello aveva per lei.
--Sì,--disse Nicla.--La ringrazio e ci conto.
Salutò con un cenno del capo e uno smorto sorriso, e uscì, mentre la governante la seguiva degli occhi.
Non v'era più speranza; Bruno era perduto, Bruno non sarebbe tornato mai più.
La spiaggia, il lago, il bosco, il poggio, tutto quel paesaggio di felicità, bello e immenso, d'un tratto era divenuto misero, grigio, deserto, per la scomparsa d'un piccolo uomo che lo animava con la sua presenza e lo possedeva con la sua voluttà di vivere.
Ma più fortunato, nella sua disgrazia, di chi rimaneva, Brunello sarebbe stato assorto in altri spettacoli e distratto da altre vicende: non avrebbe rivisto ogni giorno quei luoghi che parlavano d'un passato raro e maraviglioso, e facilmente avrebbe potuto dimenticare.
Nicla restava.
Restava sola a bere tutta la mestizia disperata delle ore cògnite, a udir le campane che annunziavano da lungi il vespero, le campane degli armenti che tornavano alle stalle, le campane flebili che mormoravano a fior d'acqua sul lago.
Dove trovar posa, dove trovare scampo, contro i ricordi che l'assalivano da ogni parte? Come vivere senza parlare mai del proprio dolore, senza confidarsi ad anima viva, simulando anzi il piacere pel piacere degli altri, la curiosità per la curiosità degli altri, simulando in una parola quella vita che traeva placida e noiosa prima di conoscere Brunello e la dolcezza d'un casto idillio?
--Hai saputo qualche cosa?--le domandò sua madre, vedendola tornare.
--Non ho saputo niente, perchè non ho chiesto niente!--ella rispose.
E salita nella sua camera, vi si chiuse, e si gettò sul letto a piangere.
X.
Il viaggio di Fabiano e Brunello era stato spaventevole.
Il conte aveva pensato di partire in carrozza verso l'alba, per raggiungere una stazione ferroviaria ch'era a dodici chilometri dal paese. Ma dopo pochi minuti di viaggio, l'uragano furioso era scoppiato. Fischiava il vento attraverso il fogliame che si disperdeva nell'aria, tentennavano gli alberi come dovessero ad ogni istante rovesciarsi addosso alla vettura, rombava il tuono da vicino e da lontano incessantemente.
Vico Malerba, il vetturale, accecato da nembi di polvere, non vedeva più la strada, e uno dei cavalli, ombratico e vizioso, tentava di prender la mano e di trascinare a sbrigliata fuga anche l'altro.
Brunello si svegliò.
--Dove siamo?--chiese.
Cominciarono i fulmini a crepitare, squarciando le nubi dense; e venne una grandinata soda come fosse fatta di proiettili, che spezzavano i rami più deboli e strappavano le foglie.
--Bisogna fermarsi!--dichiarò il vetturale.
La carrozza aveva un soffietto che la riparava soltanto a metà, e dentro precipitava la tempesta, balzando sul legno, schizzando da ogni banda, battendo sulla groppa dei cavalli. Il vetturale era sceso e s'era messo alla testa degli animali per frenarli; il conte scese a sua volta.
--Sta fermo!--ordinò a Bruno.--Vado a tenere i cavalli.
Ma Brunello non badava nè ai cavalli nè all'uragano.
--Voglio Nicla! ~ egli disse.--Nicla!... Dov'è Nicla? Papà, dov'è Nicla?
Suo padre non rispose: teneva il morso del cavallo di destra, mentre il vetturale teneva quello di sinistra. Ambedue gli uomini stavano sotto la grandine, folgorati di continuo dai grossi chicchi, feriti alle mani, e tuttavia pronti a parar gli scarti e a domar le impennate dei cavalli. Un fulmine scoppiò poco lontano, fece traballare il conte e il vetturale; i cavalli diedero uno strappo, furono rattenuti a gran fatica.
L'aria era così scura, che pareva notte; il vento cantava su mille toni, con mille voci, ora sottili e gemebonde, ora minacciose e frementi; a quando a quando sibilava un fulmine, appariva tra le nubi una linea d'oro, cadeva tra le chiome irte e sconvolte degli alberi.
Poi, cessata la grandine, cominciò la pioggia.
--Ora possiamo andare,--disse il vetturale.--A un chilometro da qui, anche prima, c'è un'osteria, dove potremo fermarci, perchè i cavalli per oggi ne hanno abbastanza. Riprenda il suo posto, signor conte.
Fabiano risalì nella vettura e si pigliò Brunello tra le braccia.
--Nicla, dov'è Nicla, papà?--disse il bambino.
L'acqua veniva a torrenti, inondava la carrozza, formava una pozzanghera nella pianta della cassa, sgocciolava per le fiancate; e il vento rendeva più aspro e crudo quel diluvio.
I cavalli correvano con tutta la loro lena; drizzavan le orecchie ad ogni brontolìo di tuono, scartavano ad ogni balenar di folgore, ma andavano a rompicollo, quasi avessero voluto sfuggire a quell'inferno. E la pioggia entrando a sghembo nella vettura, aveva ormai inzuppato i due viaggiatori.
--Dormi, piccolo,--disse Fabiano.
--Perchè mi porti via?--domandò Brunello.
Gli rispose uno schianto formidabile, che fece sobbalzare uomini e bestie; un fulmine era scoppiato a pochi passi.
Il conte adagiò Bruno e prestò mano al vetturale, che s'era teso ad arco per trattenere i cavalli, i quali puntavano sul morso e si sforzavano di precipitarsi finalmente a una fuga rovinosa.
Fu il più difficile episodio della corsa, e fu l'ultimo.
Indi a poco, la vettura poteva ricoverarsi all'osteria indicata da Vico Malerba, e gli uomini ne scendevano.
Brunello era intontito; batteva i denti, tremava da capo a piedi, sgocciolava tutto.
Una grossa donna, che conduceva l'osteria, spogliò il fanciullo e lo mise a letto, ma qualche ora più tardi una fortissima febbre lo colse. Delirava.
Seduto accanto al letto, spiando nel volto congestionato di suo figlio il progredire del male, il conte stava assorto e dubbioso.
Fuori scrosciava ancora la pioggia e fischiava il vento, vicino e lontano.
La camera era illuminata da una candela e nulla pareva più malinconico che quell'uomo in quella muta stanza, l'occhio fisso nell'occhio vitreo del suo bambino.
Vico Malerba, riparati i cavalli e datasi una scrollata, salì a prendere gli ordini.
--Fra mezz'ora splenderà il sole,--disse. Ma visto Brunello a letto e il conte immobile a scrutarlo, tacque subito.
--Fra mezz'ora!--ripetè Fabiano.--È impossibile ripartire per oggi. Non vedi che il piccolo è ammalato? Domanda all'ostessa se si può avere un medico.
--Vado,--rispose il vetturale.--In ogni modo, tengo il legno a disposizione del signor conte.
E avvicinandosi un poco al letto, soggiunse:
--Sarà cosa da nulla, vedrà.... Il cambiamento del tempo.... E poi i bambini salgono e scendono con la febbre.
--Va a cercare il medico!--interruppe il conte.
Il vetturale uscì e parlò con l'ostessa. Non v'erano in quel villaggio nè medico nè farmacia.
Quando fu detto questo a Fabiano, egli tese il pugno verso il cielo e si lasciò sfuggire una bestemmia.
--Bisogna trovarlo,--rispose.--Mandate a cercarne.
--Otto chilometri d'andata e otto di ritorno, signor conte,--osservò l'ostessa.
Fabiano le mosse incontro con tal piglio, che la donna uscì senza più ribattere.
Passarono due, sei, dieci ore; cessò la tempesta, venne il sole, tramontò. Nella stanza il padre tormentato dallo spavento e dal rimorso percorreva chilometri in uno spazio di quattro metri, e il bambino smaniava nel delirio.
Verso le sette di sera giunse il medico; un povero piccolo medico di campagna, il quale aveva avuto la previdenza di portare seco il chinino. Non riuscì a fare una diagnosi precisa, parlò d'elmintiasi e diede il chinino, prescrivendo di ripetere di tre in tre ore la dose.
Scese la notte.
Il conte, che non aveva gustato cibo nè mutato abito, vegliò, seduto in una poltrona stinta e senza molle. Alle dieci di sera e al tocco dopo mezzanotte diede nuovamente il chinino; la febbre scemava rapidamente; al levar del sole era cessata.
--Ebbene, piccolo, che m'hai fatto?--disse Fabiano, chinandosi a baciare Brunello.
Questi sorrideva, ma era stordito e debole.
Fabiano decise di fermarsi ancora tutto quel giorno all'osteria, e il vetturale si fermò egli pure, a disposizione del signor conte.
Soltanto l'indomani, con le ossa rotte dalla febbre, le gambe tremanti pel chinino, una grande lassezza in tutto il corpo, Brunello fu rimesso in vettura e riprese il viaggio.
Aveva negli orecchi il frinir continuo d'innumerevoli cicale; di tutto quanto era avvenuto negli ultimi giorni riteneva alcune imagini confuse, venute in parte dalla realtà, in parte dalla febbre. Rivedeva Nicla nel suo abito d'acciaio, Duccio Massenti che voleva offenderla, il papà che l'uccideva, poi lo scoglio della Croda, i fulmini, le groppe dei cavalli gocciolanti di pioggia.
Ma non diceva parola con suo padre.
Lo guardava di sottecchi, mostrando il broncio, e aspettando d'essere più forte per tornare da Nicla.
Prima d'abbandonar l'osteria, il conte compensò liberalmente il medico, l'ostessa, quanti lo avevano servito. Era in dure strettezze finanziarie, ma quando metteva mano alla borsa, non sapeva più contare.
Si recava a trattare con la famiglia, in una mediocre città di provincia di cui cinque secoli avanti i Traldi di San Pietro avevano avuto il dominio; e ancora possedevano, oltre parecchie case in città, vasti terreni e ricche fattorie nei dintorni.
Il conte Fabiano non si dissimulava che la lotta sarebbe stata dura, perchè la madre e i fratelli non trattavan più con lui se non per il notaio Clemente Alemanni, amministratore della sostanza; e Fabiano sospettava che l'Alemanni s'ingegnasse da tempo a fargli più avversi i fratelli e la madre.
Quanto all'Alemanni, egli conosceva bene il conte, perchè da giovanetto, in seguito a una disputa per affari. Fabiano lo aveva inseguito con la rivoltella in pugno, obbligandolo a ricoverarsi in una soffitta.
Viaggiarono l'intero giorno, parte in vettura, parte in ferrovia.
Quando fu per congedarsi, Vico Malerba rivolse un saluto a Brunello:
--Stai bene, eh, piccolo?--disse familiarmente.--Spero che ci rivedremo, e tornerai dalla signorina Nicoletta.
Bruno afferrò la mano scarna del vetturale e sorrise.
--È molto lontana?--dimandò.
--Sì, laggiù, dietro i monti; ma con la ferrovia si fa più presto!--rispose Vico.
Nicla laggiù dietro i monti! Non sì poteva nemmeno udir la sua voce!
--Le dirai che io torno?--riprese il fanciullo.--Le dirai che io sono qui per gli affari del papà, adesso; ma poi torno; e che mi aspetti.
--Non dubitare!--esclamò il vetturale, mettendosi una mano sul petto.--Che io muoia qui, se non glielo dico appena sono a casa!
Bruno sorrise ancora, più riposato, come un uomo che ha trovato intanto un piccolo rimedio a un grosso malanno.
Quella sera le sue impressioni s'arricchirono della visione d'una città di provincia immersa nel sonno con le persiane tutte chiuse, d'un omnibus che traballava sul selciato, d'un modesto albergo.
Fabiano diede al fanciullo una tazza di latte caldo; poi lo svestì, lo lavò, lo mise a dormire.
Stette a guardarlo lungamente, meditabondo.
Brunello dormiva, coi pugni stretti e i capelli sparsi sul guanciale.
Che poteva sognare? La tempesta, la fuga dei cavalli tra fulmini e rombi, la pioggia, il medico, l'osteria di campagna, lo scotimento del treno.
Non poteva sognare altro, non aveva più liete imagini che quelle.
Una sì, c'era, fresca e olezzante, l'imagine d'una fanciulla che lo proteggeva; ma gliel'avevano strappato di mano, per ricondurlo attraverso il mondo, con la febbre sotto la pioggia crudele.
Il conte ebbe un gesto desolato. Perchè condurre alla rovina anche l'innocente che non aveva macchia e non chiedeva nulla?
Si scosse al pensiero della battaglia che lo attendeva l'indomani; e un altro pensiero sopraggiunse, una speranza: la speranza di metter la mano sopra trenta o quarantamila lire. Allora udì nell'orecchio il tintinnìo dell'oro fluido, il fruscìo delle carte, lo scalpito di superbi cavalli ch'erano suoi; e si scostò dal letto, lasciando che il fanciullo sognasse i suoi tristi sogni.
Sbrigò la corrispondenza arretrata, e preparò un biglietto per Elia Polacco, personaggio che gli era da più tempo ben noto.
XI.
Il notaio Clemente Alemanni era uomo freddo e risoluto; ma nel fondo dei suoi occhi cilestri si leggeva un'espressione di dolcezza.
Non alto di statura, quadrato di spalle, indossava abitualmente la redingote, grigia d'estate, nera d'inverno; e una bella barba in parte candida come neve, in parte rossa come il fuoco, gli scendeva fino a mezzo il petto.
--Fatemi il favore,--disse a un cameriere che passava nel corridoio,--di presentare questo biglietto di visita al signor conte Traldi di San Pietro.
Il cameriere prese la carta, entrò nella camera segnata col numero dieci, e indi a poco tornò dicendo che il signor conte aspettava il signor notaio.
L'uomo trasse un sospiro, e drizzandosi sul busto come un lottatore che sta per comparir nell'arena, seguì il cameriere.
Avrebbe preferito in verità di trovarsi altrove; ma fedele alla antica famiglia, per un'alta idea del proprio dovere, si riprometteva di comportarsi degnamente e di condurre a termine la sua missione fermamente e tuttavia col più scrupoloso rispetto e con serafica pazienza.
Il conte Fabiano stava seduto, nella camera da letto, in una larga poltrona, innanzi alla tavola su cui si vedevano ancora il vassoio con le chicchere, il piattino del burro e il vaso del miele. Si accarezzava nervosamente la barba brizzolata e fumava una sigaretta.
--Oh, caro Alemanni!--esclamò sarcasticamente alla vista del notaio.--Siamo alle solite. Io chiedo di parlare con mia madre e coi miei fratelli, e mia madre e i miei fratelli mi spediscono un impiegato con pieni poteri. Sono le corbellerie, per non dire le sconvenienze, della mia amabile famiglia.
Il dottor Alemanni s'inchinò profondamente, mentre Fabiano seduto lo squadrava con occhio freddo.
--Sua Signoria la contessa e le Loro Signorie i conti Francesco, Guido e Giovanni....
--Lasciamo stare l'araldica,--interruppe Fabiano.
--.... mi mandano da Vostra Signoria per sentire i suoi desiderii,--continuò l'Alemanni imperturbabile.
--A sentire i miei desiderii?--ripetè Fabiano.--Soltanto per questo l'hanno mandata qui? Caro Alemanni, lasciamo da banda gli scherzi. Io ho bisogno di danaro, subito, oggi stesso, o sono perduto.