La freccia nel fianco

Chapter 3

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Era uno sguardo non più animato dalla devozione, ma freddo di curiosità ambigua, crudele di dubbio e d'impertinenza. E d'un tratto il fanciullo disse:

--Nicla!

--Ascolta, ascolta,--rispose Nicla, senza levar gli occhi, indovinando che bisognava distrarlo.--Ascolta com'è bello, ora che trovano il grande lago.

Bruno stese la mano aperta sul libro, perchè Nicla non leggesse più.

E disse, quasi a conchiudere un suo pensiero:

--Vuoi che ti baci dietro le orecchie?... Abbassa il capo, che ti bacio dietro le orecchie.... E dopo, farai così....

Con le labbra modulò un lieve lungo sospiro.

--Che dici?--esclamò Nicla, gettandolo quasi dalle ginocchia a terra, e guardandolo offesa.

Ma si trattenne; capì che non doveva chiarire alla mente del fanciullo la sconvenienza delle sue parole.

Lo prese per mano, lo condusse sul poggio a guardare la conca del lago in cui si riflettevano con ombre verdastre i monti.

E senza volerlo, a cuore chiuso, fu così fredda e diffidente, che Brunello sentì d'averla allontanata; ed egli ripercorse il bosco nella discesa, stretta la mano nella mano di Nicla e singhiozzando.

--Piangi?--gli chiese Nicla.

--Non mi vuoi più bene--egli borbottò tra le labbra raccolte in un grosso broncio.

--Ti voglio bene ancora, ti voglio bene sempre--lo rassicurò Nicla,--ma oggi non sei stato savio, e torniamo a casa più presto.

Egli non protestò, accettando la punizione; ma Nicla fu stupita che non chiedesse perchè lo puniva. Il piccolo sapeva, aveva compreso.

Donde veniva il faunetto? Quale strana perfida esistenza aveva avuto lui per testimonio?

Già la candida ignoranza dell'età era qualche volta soverchiata da istinti obliqui, da reminiscenze stravaganti. Pareva, a udirlo discorrere, che avesse conosciuto mille donne.

E tornava alla memoria di Nicla un delizioso quadretto del Castiglione, veduto in una galleria d'arte a Roma. In aperta campagna, sotto un roseo tramonto, un piccolissimo fauno s'avvicina in punta di piedi a una ninfa che dorme, e toltone cautamente ogni velo, ne occhieggia cupido le nudità.

Nicla guardava talora Brunello col senso di corruccio con cui aveva guardato offesa il piccolissimo fauno.

Perchè egli le sfuggiva di tanto in tanto.

Certi giorni era insofferente d'ogni tenera carezza; o dopo avere accolto un bacio, voleva baciare a sua volta, e baciava Nicla sulla bocca, indugiandovisi, premendo le labbra di lei con le proprie, sentendo ch'eran buone e fresche e che nessuno le baciava così, le aveva mai così baciate.

Poi il fanciullo tornava, il candore velava quelle precoci inquietudini, e in Nicla rinasceva la fiducia. Sentiva di potere accarezzare Brunello, di potere stringerselo fra le braccia, di poter maneggiarlo come cosa sua.

E voleva ostinatamente persuadere lui, persuadere sè stessa ch'egli era un bambino come tutti gli altri; voleva tacitamente fargli dimenticare ciò che aveva visto o intuito, e addormentare gli istinti, che le altre, le giovani sconosciute e perverse, avevano forse aizzato pel loro ozio.

Il bosco, il monte, il poggio erano lo scenario di quei piccoli drammi; e le risa e i pianti del fanciullo e le risa e le rampogne della giovane eran noti agli annosi alberi amici, che stormivano al vento, che stendevano il loro fogliame al tepore del sole.

I giorni di capriccio non eran pochi nella vita di Brunello. Talora non voleva nè leggere, nè udir leggere, non voleva correre, nè star quieto, nè guidare il suo cavallo ch'era Nicla, nè ascoltar le favole che lo avevano sempre dilettato.

E un giorno Nicla scattò:

--Che vuoi tu? Che vuoi tu, brutto ragazzo? che possiamo fare per te? Andremo a prenderti il sole e la luna e tutti i pesci d'argento che sono nel lago?

Sorrise e d'un tratto, con un'altra voce, più alta, più libera, che pareva un'onda cullante, con una voce in cui vibrava la sua bella giovinezza di cristallo, s'abbandonò a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani Cui lacrimâr le trasformate vite, E le perle che lunge a i duri umani Nudre Anfitrite.

Noi coglierem per te fiori animati, Esperti de la gioia e de l'affanno: Ei le storie d'amor de' tempi andati Ti ridiranno....

Bruno stava ad ascoltare, gli occhi sbarrati e la bocca socchiusa, con l'anima rapita; un piacere nuovo improvvisamente arricchiva la sua esistenza.

Non aveva mai udito recitare una lirica.

Il gesto, la voce, Nicla come uno stelo sul verde sfondo del prato; le parole numerate e misteriose, in cui correva una trepida musica e aleggiava il profumo d'un tempo che non era più; tutto spalancava un'ampia finestra sopra un mondo dai colori non mai visti, dai suoni ricchi e prodigiosi, tutto, tutto, formava una rivelazione grande.

Nicla fu a sua volta sorpresa dall'effetto che le due strofi e la sua voce avevan destato nell'animo del fanciullo.

Ella aveva recitato per giuoco, supponendo ch'egli non sentisse la parola sacra del poeta; ed egli era stato colto d'un subito, strappato alla realtà, avvolto in una nube di sogni.

--Ti piace?--disse Nicla osservando lo stupore di Brunello.

--Oh sì, sì!--egli esclamò, seduto ai piedi d'un grosso tronco.

--Hai capito?--interrogò Nicla.

--Sì,--rispose Brunello superbamente.--Sì.

--È impossibile che tu abbia capito,--rilevò Nicla sorridendo.--Poi ti spiegherò.

--Ho capito,--ripetè Bruno.--Non voglio che tu mi spieghi.

Che cosa egli avesse capito, la fanciulla non potè sapere.

Ma intuì che il piccolo aveva ragione.

Perchè spiegare? Perchè determinare l'idea, circoscriverla, farla esatta, mentre Brunello sentiva, vedeva, viveva un suo mondo, sterminatamente più grande di lui, nel quale egli si smarriva con gioia, nel quale incontrava fantasmi e luci, che nessuno avrebbe potuto indicargli se non rimpicciolendoli?

E Nicla seguitò:

Ti ridiranno il gemer de la rosa Che di desìo su 'l tuo bel petto manca, E gl'inni, nel tuo crin, de la fastosa Sorella bianca.

Poi nosco ti addurrem ne le fulgenti De l'ametista grotte e del cristallo, Ove eterno le forme e gli elementi Temprano un ballo.

Bruno ascoltava senza più respiro.

Nicla fece una pausa, s'avvicinò al fanciullo, e presogli il capo fra le mani, lo baciò due volte.

--Ti piace, dunque?--ella disse, felice.--Più che le favole, più che giuocare al cavallo, più che stare sui miei ginocchi a leggere i viaggi?

--Io quando sarò grande--rispose Brunello solennemente--dirò anch'io così.

--Sarai anche tu poeta?--domandò Nicla.

E il piccolo, seduto ai piedi del tronco, ignaro che una formica impertinente gli correva sulla schiena, promise:

--Sì; anch'io!

--Hai dunque trovato la tua professione,--osservò Nicla ridendo.

Lo fece alzare e s'avviò con lui verso la discesa, perchè le campane da lungi mandavano l'eco dell'avemaria.

--Come sai tu queste belle cose?--domandò Bruno.--Come hai fatto a impararle?

--Le ho studiate nei libri e mandate a memoria. Non ti ricordi che io volevo essere attrice?

--Ah, è vero!--esclamò Bruno ridendo.

--E ne sai molte? Perchè un'attrice deve saper dire così bene?

--Non so se dico bene--rispose Nicla.--Ma avevo tanta passione, che certo sarei riuscita.

--E adesso--constatò fieramente Brunello--non dici che per me. Domani mi dirai ancora. Io non sapevo che nei libri ci fossero cose tanto belle, e la musica....

Nicla ebbe un piccolo sorriso.

La musica era ciò che Bruno aveva subito afferrato; la musica del verso era l'elemento nuovo della sua vita, e su quelle note egli si lasciava trasportare via, con voluttà.

Ma l'indomani, mentre la fanciulla, alla preghiera incalzante di Bruno, aveva ripreso a cantare:

Noi coglierem per te balsami arcani,

s'interruppe d'un tratto.

Alle spalle di Bruno era comparso un signore tutto vestito di bigio.

Nicla gettò un'occhiata a lui, gettò un'occhiata a Bruno, e comprese.

--Oh, il mio papà!--disse Bruno volgendo il capo e alzandosi.

Il conte Fabiano s'avvicinò e inchinandosi lievemente, col cappello nella destra,

--Signorina--disse--non le sia sgradito che io le esprima la mia riconoscenza per l'affetto che dimostra al mio Brunello.

--Prego--balbettò Nicla confusa.--Egli mi tiene compagnia.

--Se non l'annoia, ne sono contento--seguitò Fabiano.

Nicla ricordò i consigli e gli ordini di suo padre, il cavaliere Maurizio; bisognava con quell'uomo, con quel personaggio rotto a ogni vizio, essere freddi e contegnosi. Ma come poteva ella respingere una parola di ringraziamento, come non esser turbata vedendo colui del quale tanto si parlava tra i borghesi timorati e guardinghi?

--Oh no, non mi annoia!--esclamò Nicla.--È molto savio!

--Vedi, papà?--disse Bruno con espressione di trionfo.

Il conte e la fanciulla sorrisero.

Ma Nicla era sbigottita.

Il padre di Bruno, alto e slanciato, oltrepassava d'un palmo la snella figura di Nicla.

Anch'egli come il figliuolo aveva occhi neri in un volto magro e olivastro; e quantunque non contasse che trentasette anni, già invecchiava, stretto nella morsa delle sue male abitudini. E ciò sbigottiva la fanciulla, abituata a veder visi tondi e rosei ed espressioni di placido contento.

I capelli di Fabiano eran più bianchi che neri; molti fili d'argento si mescolavano ai morbidi fili della barba corta a punta; e intorno agli occhi era una rete sottile di rughe, che apparivan quasi impercettibili screpolature quando i muscoli del suo mobile viso si contraevano in un'espressione pensosa o ironica.

--Egli è cresciuto selvatico e bizzarro--disse, accarezzando la testa di Bruno.--Lei, signorina, potrà fargli molto bene.

Detto questo, s'inchinò ancora, si coperse il capo, e proseguì la sua passeggiata per il bosco a passo lento.

--Vuoi andare col papà?--chiese Nicla a Bruno.

Egli guardò suo padre che s'allontanava e non si mosse.

--Dimmi la poesia,--rispose.

Nicla disse la poesia; ma andava nel frattempo pensando a quell'incontro.

Già sapevano in casa che ella aveva conosciuto il piccolo Traldi di San Pietro; e il cavalier Maurizio e la signora Carlotta ne avevano avuto occasione per una lunga predica.

Bisognava ormai confessare d'aver conosciuto anche il grande, il personaggio famoso che veniva da Parigi, come un modello del genere?

O l'incontro non avrebbe avuto seguito, e a Nicla sarebbe stata risparmiata un'altra ora noiosa di avvertimenti e di rimproveri?

In verità, fino a quel giorno, il conte s'era ben guardato dal richiedere non chiesto l'amicizia della famiglia Dossena.

Viveva nella sua villa, con un domestico, una cuoca e una governante vecchia. Riceveva visite di gente che veniva da Milano, uomini e donne, che eran forse i suoi compagni di piacere. Usciva con questi a far gite nei dintorni, e sebbene tutti in paese si occupassero di lui, egli aveva l'aria di non occuparsi d'alcuno.

Con Nicla fu discreto, e non passò più pel bosco.

Dato uno sguardo alla fanciulla, di cui udiva raccontar maraviglie da Bruno, e giudicatala subito, aveva lasciato il bambino a quelle mani fidate.

--Il papà ha detto che di mamma ne basta una--raccontò Bruno l'indomani--, ma che tu sarai mia sorella. E che tu sei come egli aveva pensato. Aspetta. Tre cose. Ecco: timida, bella, e pura. Allora tu sarai mia sorella. Lo ha detto il papà. E ha detto anche che il difetto dei bambini, è che per farli ci vogliono le mamme....

Quando Bruno raccontava, con una loquacità la quale non era del suo carattere, ma si sfrenava innanzi a Nicla pel bisogno di confidarsi, la fanciulla lo lasciava andare fino al primo intoppo, fin quando, cioè, non avesse riferito qualche stravaganza o non avesse esposto qualche sua opinione zoppicante.

Udendo un così cattivo giudizio sulle mamme, Nicla lo fermò subito:

--Belle cose ti dice il papà!

--Non è vero? Il papà dice sempre belle cose!--confermò Bruno ingenuamente.

--E la povera contessa?

--Quale contessa?--domandò Bruno.

--La tua mamma.

--Ma egli diceva così per la mamma, non hai capito?

--Ho capito, ho capito: e me ne dispiace molto.

--Egli diceva così perchè la mamma ora è in Isvizzera, ma deve venire a trovarci uno di questi giorni; e ciò secca molto il papà. La mamma mi vede, dice che sono magro, che sono malato, e vuole portarmi via. Il papà non vuole e dice che sono grasso e non sono stato mai così bene.... La mamma dice che....

--Ma tu preferisci la mamma o il papà?--interruppe Nicla di nuovo.

Bruno si mise il piccolo indice dritto attraverso le labbra.

--Non sta bene domandare queste cose!--dichiarò sottovoce.

--Io non domando per curiosità!--rimbeccò Nicla.--Voglio sapere per giudicare come o con chi puoi star meglio.

--Finora, proprio, sto meglio con te!--disse Bruno.--Ma tu fa finta di non saperlo, perchè la mamma vuole che io stia meglio con lei, e il papà vuole ch'io stia meglio con lui; e se capiscono che invece sto meglio con te, diventano molto gelosi.

--Allora non dirai nulla della nostra amicizia alla mamma?--domandò Nicla sorpresa.

--No. Io con la mamma sono un altro.

--Come, un altro?

--Sì, un altro, più piccolo!

--Fai l'impostore, insomma!--spiegò Nicla.

--Sì, faccio l'impostore!--confermò Bruno.

--Un bambinetto ingenuo, un po' tardo, mezzo addormentato, mezzo scemo?--incalzò Nicla, non potendo trattenere un sorriso.

--Proprio così!--dichiarò Bruno, battendo le mani.

--E perchè, povera mamma, perchè ingannarla?

--A lei piace che i bambini siano un poco scemi. E se si accorge che io sono intelligente mi domanda che cosa facciamo, chi conosciamo, dove andiamo, e se il papà giuoca, e se ci sono in casa le istitutrici giovani e se spendiamo molto. Una volta, io che non sapevo, le ho raccontato tutto....

--Che cosa le hai raccontato?

--Le ho raccontato....

Esitò un istante, per chiamare in aiuto la sua memoria e ordinarla, poi seguitò:

--Le ho raccontato che c'era in casa, a Parigi, una governante che si chiamava mademoiselle Praline e vestiva sempre la sera con gli abiti scollati, coi capelli biondi e lunghi e con belle scarpette di vernice. E cantava tutto il giorno e aveva il naso voltato in su. Poi alla sera veniva a pranzo con gli abiti scollati. Ma il papà l'ha mandata via perchè quando non cantava, era sempre in cucina a farsi fare il tè e poi la bistecchina e poi ancora il tè, e mangiava tutti i biscotti; e io l'ho vista nello specchio che intascava i cucchiai d'argento, e l'ho detto al papà. E allora il papà l'ha mandata via, dicendo che voleva salvare almeno i coltelli e le forchette.

--E tu hai raccontato tutto questo alla mamma?--esclamò Nicla.

--Sì, io non sapevo che non bisogna raccontare tutto.

--La colpa non è tua,--mormorò la fanciulla col cuore stretto.--E allora?

--E allora la mamma ha raccontato tutto, anche lei, all'avvocato, e il papà ne ebbe molti dispiaceri.

--E da quel giorno, hai fatto lo stupido per prudenza?--interrogò Nicla, accarezzando lievemente la testa del fanciullo.--E ora andrai di nuovo con la mamma?

--No; ora la mamma viene soltanto a vedermi. Il papà la aspetta, e per ciò la governante è vecchia.

Nicla non trovò la forza di sorridere.

V.

Bruno mancò infatti per alcuni giorni al solito convegno sulla riva del lago, e Nicla lo vedeva passar dal giardino insieme a una signora giovane e sottile, vestita con semplicità costosa.

La contessa Clara Dolores aveva capelli castani, volto pallido e piccolo in cui ardevano lunghi occhi scuri. S'indovinava in lei subito un temperamento impressionabile, mobilissimo, fantastico, alla rivelazione del quale la bocca dalle labbra rosse un po' tumide aggiungeva una nota di passione.

Era scesa all'albergo Bellevue e si recava ogni giorno alla villa Florida, di là dalla villa Dossena, a prendersi Bruno per condurlo a spasso e poi a colazione e a pranzo.

Nicla evitava d'incontrarli, ma quella giovane dritta, magra, nervosa, una frustata nell'aria, le aveva, appena intravista, prodotto una sensazione di piacere e di meraviglia.

La psicologia di Bruno le si chiariva, pensando a suo padre, volontario e ostinato schiavo di tutti gli appetiti, e a sua madre, sul cui volto si leggevano l'estro e l'impulso.

Venuto da quei due, dai quali ereditava, sommati, gusti e inclinazioni e rare sensibilità, che dovevano essere causa di molti dolori a coloro che gli volevan bene, Brunello non poteva essere un fanciullo come tutti gli altri.

Nicla s'era illusa. Sarebbe stato meglio o peggio: più suscettivo, più intelligente, più sensuale, straordinariamente aristocratico, cioè lontano dalla folla e dai suoi talenti; uno di quegli uomini il cui destino sta come in cima a una fiamma, che l'aria fa tremare e volgere a capriccio, o lancia ebbra in alto con impeto.

E staccata a un tratto dalle abitudini quotidiane per le quali aveva fatto della propria e della vita di Bruno quasi una cosa sola, chiedendosi perchè si fosse tanto stranamente occupata d'un ragazzo che non le apparteneva, Nicla doveva convenire seco stessa che sarebbe stato meglio lasciarlo a quel suo destino, a quei parenti che se lo disputavano, a quelle diversità il cui aspetto l'aveva subito colpita.

Fu distratta in quei giorni anche dall'arrivo improvviso del conte Duccio Massenti.

Veniva dalla Svizzera, era sceso egli pure all'albergo Bellevue, e s'era tosto recato a far visita alla famiglia Dossena.

La signora Carlotta e il signor Maurizio lo vollero alla loro tavola per il poco tempo che si sarebbe trattenuto; e Nicla lo accolse ridendo, perchè egli subito l'assicurò che avrebbe presto ripreso la via dell'esilio al quale ella lo aveva condannato.

--Esilio, esilio,--ripetè la fanciulla, arrossendo un poco innanzi a suo padre.--Le ho detto di star lontano da questo villaggio, sapendo che non si sarebbe divertito. E confessi, infatti, che a Lucerna....

--A Sonnenberg,--precisò Duccio.--È un poco più su di Lucerna, e vi si arriva con la funicolare.

--A Sonnenberg si sta meglio, lo confessi!--concluse Nicla.

--C'è un solo grande albergo, e c'è più gente, ecco tutto, e tutta la gente è in quell'albergo, e ci si conosce tutti,--rispose il giovane.--Dall'alto, la vista del lago dei Quattro Cantoni, invece che del nostro. Per tutto il resto, la solita vita.

E parlarono d'altro, dei forestieri che dimoravano in paese e della contessa Clara Traldi di San Pietro.

--È una signora molto fine,--osservò Nicla.--Lei forse l'ha conosciuta, conte?

Duccio parve esitare.

--Io?--disse.--Conosciuta dove?

--Al suo albergo; dev'essere arrivata lo stesso giorno in cui è arrivato lei: una signora esile, coi capelli castani, elegantissima: una vera signora, in una parola.

--Sì, mi sembra d'averla intraveduta,--rispose Duccio come distratto.

--È venuta a trovare Brunello, un suo figliuolo di sette o otto anni, che sta qui, alla villa Florida.

--Eh sì, sì, pur troppo!--soggiunse il cavaliere Maurizio.--Oltre il bambino, c'è il padre, uno scavezzacollo; e la villa Florida è a cinta a cinta col nostro giardino. E Brunello è amico intimo di Nicoletta. Non è vero, Nicoletta?

--Inseparabile!--dichiarò Nicla.

Duccio Massenti parve subitamente curioso.

--Conosce il fanciullo, signorina?--domandò.--E allora anche la contessa, forse?

--No,--rispose Nicla.--Finora non l'ho che intravista; la vedo passare ogni mattina col fanciullo e un gran cane di Terranova.

--Purchè tutto vada a finir bene!--osservò il cavaliere Maurizio,--e questo non ci procuri la conoscenza di suo padre!

--Non ce la procurerà!--assicurò Nicla.--Il conte non ha alcun piacere nè alcun bisogno di conoscerci....

--Ma sono io,--protestò Maurizio,--che non ho bisogno nè piacere di conoscere lui!

--Allora andate perfettamente d'accordo!--constatò Nicla con un sorriso.

E volgendosi a Duccio, seguitò:

--Quando torna all'albergo, la osservi, la contessa. Mi pare una donna molto interessante....

--Crede?--mormorò Duccio con negligenza.

--Sarà la vittima di quel conte indemoniato,--seguitò la signora Carlotta.--Dicono che egli ne abbia fatte e ne vada facendo di tutti i colori.

--E che si mangi il più bel patrimonio del mondo nella più sciocca maniera possibile!--incalzò Maurizio.

Duccio Massenti credette opportuno stringersi nelle spalle e alzare le sopracciglia per deplorare i trascorsi del conte Fabiano.

--Come si chiama il bambino?--interrogò poi.

--Brunello!--disse Nicla.--Bruno Traldi di San Pietro.

E d'improvviso, a dispetto dei suoi savii ragionamenti, un acuto desiderio la prese di rivedere il suo piccolo fedele amico.

Egli era in quel momento con la mamma, e faceva l'impostore.

La fanciulla sorrise, al ricordo.

E ripensando alla giovane signora dai lunghi occhi scuri nel piccolo volto pallido, su cui spirava un'intelligenza sempre attenta, le sembrò che il mestiere d'impostore dovesse essere di fronte a lei singolarmente difficile.

Ma Duccio cambiò discorso, chiedendo notizie delle famiglie che possedevano ville in paese; e non si parlò più per quel giorno del conte e della contessa e di Bruno.

Soltanto l'indomani, a una nuova domanda di Nicla, egli annunziò d'aver conosciuto Clara Dolores.

--Oh, due parole, stamane, durante la prima colazione!--soggiunse.

--È bella, non è vero?--disse Nicla.

--È strana!--rispose Duccio.--Bella, veramente, non direi. Io ho della bellezza un altro concetto.

E i suoi occhi squadrarono la fanciulla da capo a piedi, con involontaria audacia. Ma subito ridivennero calmi.

Rammentava ciò che Nicla gli aveva detto: occorreva ch'egli sapesse farsi tollerare; e diligentemente studiava di non importunarla e di rispettarne la libertà ch'ella godeva in campagna. Non mancava mai di portar fiori e dolci a lei e a sua madre, ma si guardava dall'accompagnarla nelle sue passeggiate e dallo starle troppo accosto.

Dopo colazione s'intratteneva col cavalier Maurizio a parlar di terreni, d'industrie e di politica, o giuocava a carte con la signora Carlotta pazientemente.

Nicla aveva finito per guardarlo con occhio benevolo, quantunque fosse ancora lontana dal partecipare all'ammirazione che per il giovane avevano e dichiaravano il padre e la madre di lei.

--Sì, è un buon ragazzo! ~ ella diceva, come estrema concessione.

--Compìto, attento, gentile, generoso, intelligente,--seguitava sua madre,--serio, avveduto, probo....

E la fanciulla prendeva il suo grande cappello carico di papaveri e usciva a cantare per il bosco.

Ma un giorno, tornando dalla solita passeggiata, le toccò una grande emozione. Vide venire a lei correndo il piccolo Bruno, seguìto da un grosso cane di Terranova, e poco lungi, ferma sulla strada, la contessa.

--Vieni!--disse Bruno, gettandole le braccia al collo.--La mamma vuole conoscerti....

E Brunello e il cane ritornarono ancora correndo verso la signora che attendeva.

Nicla affrettò il passo, mentre Clara Dolores le andava incontro.

Dappresso il suo volto era anche più gentile; intorno agli occhi aveva certe venette appena percettibili, delicatamente azzurre, le quali svelavano la straordinaria finezza della sua carnagione.

--Signorina,--disse, schiudendo le labbra a un piccolo sorriso,--Bruno mi ha raccontato che lei gli vuol tanto bene e gli dedica tanto del suo tempo. Io parto questa sera, e desidero ringraziarla con tutta l'anima per la sua bontà.

--Ma contessa,--mormorò Nicla, il cui volto s'era fatto di porpora, e la sua voce tremava,--è impossibile non voler bene a Brunello. Egli è venuto un giorno a cercarmi, come....

Rivide nella memoria Brunello balzarle innanzi e domandarle aiuto, appoggiandosi alla sua canna alta e flessibile; e trovò la similitudine:

--....come un piccolo Amore!--disse

Poi aggiunse, premurosa:

--Noi abitiamo poco più innanzi. Vuole concedermi di presentarla alla mia mamma?

La contessa si schermì con un lieve cenno del capo.

--Grazie, signorina,--rispose.--Ma per partire oggi stesso, devo rientrare subito all'albergo e aiutare la cameriera a fare le valigie. Tornerò; e al mio ritorno sarò lieta di conoscere la sua famiglia.

--Sì, torni presto!--disse Nicla.

--Arrivederci,--seguitò Clara Dolores,--Il pensiero che Bruno ha un'amica, una sorella, mi conforterà molto....