La freccia nel fianco

Chapter 2

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--Che cosa viene a fare?--gli domandò Nicoletta ruvidamente.--Io non godo un poco di libertà che in campagna.

--Ma appunto per questo,--rispose Duccio, sorridendo,--appunto per questo spero che potremo conoscerci meglio....

--S'inganna,--interruppe Nicoletta.--In campagna, io sto sempre sola; vado, vengo, passeggio, esco in barca e in carrozza, e non dò conto a nessuno di ciò che faccio. Sto benissimo così: sono felice soltanto quei pochi mesi e non muterei nulla alla mia vita per nessun patto.

--Saprò farmi tollerare,--rispose il conte col suo sorriso, che diventava impacciato.

--Non ci si provi neppure!--consigliò Nicoletta.--E del resto, perchè vuole conoscermi meglio? Non mi conosce abbastanza?

--A dir vero, credevo,--osservò Duccio,--di conoscerla abbastanza. Ma ella mi prova col suo acerbo rimprovero e con la sua severità che sono ancor lontano dal sapere tutto il suo carattere.

--Ho un carattere molto antipatico. Glielo dico io per la prima,--rimbeccò Nicoletta.

--Vorrei essere sicuro che non è antipatico soltanto per me,--rispose Duccio timidamente.

La fanciulla rise.

--Oh no,--disse,--è per tutti! Ma se vuole che per lei sia meno antipatico che per gli altri, non venga in campagna; mi lasci tranquilla....

Il conte si rabbuiò in viso.

--Forse,--arrischiò,--disturberei?...

Nicoletta lo guardò sorpresa, arrossendo.

--Spero che lei scherzi!--rispose freddamente.

--La ringrazio,--disse il giovane respirando meglio.--E allora, non verrò a disturbarla in campagna!

--Tocca a me ringraziarla,--esclamò Nicoletta, stendendogli la mano.

E annunziò anche a suo padre e a sua madre, francamente, quello stesso giorno, che aveva pregato il conte di non annoiarla troppo e di lasciarla libera in campagna.

--Non so perchè tu ci dica questo,--osservò Carlotta.

--Come?--rispose la fanciulla stupita.

--Ma sì,--spiegò Maurizio,--perchè ci dai questa notizia? Il conte non ci disturba se è vicino, e non ci offende se sta lontano.

--Credevo che vi occupaste di lui,--confessò Nicoletta.

--Io?--esclamò Carlotta.

--Io?--esclamò Maurizio.

--E allora tanto meglio!--proruppe Nicoletta irritata, comprendendo che non le si voleva ancora dir nulla dei disegni che si stavano maturando intorno a lei e a Duccio.--Tanto meglio per tutti. Me ne sbarazzerò più presto.

La signora Carlotta mosse le labbra e fece un gesto come per protestare, ma un'occhiata di suo marito la fermò.

Bisognava lasciar correre l'acqua per la sua china; non si doveva far di quelle speranze una questione acuta come s'era fatta a proposito del palcoscenico. Il conte Duccio, se davvero voleva quella figliuola, se davvero l'amava, si sarebbe ingegnato da solo a riuscire. Pel momento era meglio non parlarne troppo e non irritar la fanciulla, o sarebbero occorsi altri due anni a persuaderla, come pel palcoscenico.

Carlotta ebbe il lieve rammarico di non poter portare intorno quale una nuova stimmate pietosa il rifiuto di sua figlia per un cospicuo matrimonio; ma si piegò alla volontà esperta di Maurizio, del quale era caldissima ammiratrice.

Se non che, quando apprese, appena giunta in campagna, che la villetta vicina era affittata al conte Fabiano Traldi di San Pietro, scattò improvvisamente.

Nicoletta scendeva dallo studio di suo padre, dove aveva udito la discorsa sulla vita e i miracoli del conte Fabiano, e s'avviava a pian terreno, nella sala da pranzo, per sorbire la cioccolata.

Aveva fame: era allegra; si riprometteva una gita, la prima gita nel bosco, che doveva essere ancor fresco e odoroso per l'umidità notturna e tutto vibrante e scricchiolante al vento.

Diede gaiamente il buon giorno alla mamma, che aveva già bevuto il caffè e latte, e s'era attardata per aspettar la figliuola.

--Sì, sì, buon giorno!--ripetè Carlotta, brontolando.--Hai fatto un bell'affare, tu!

Il domestico presentava con le mani guantate di filo bianco il vassoio alla fanciulla e la cestina d'argento colma di biscotti. La fanciulla gli indicò di lasciargliela innanzi, con un gesto del capo. Ella non sapeva nemmeno che faccia e che nome avessero i domestici. Poi attese che se ne fosse andato.

--Ho fatto un bell'affare, io?--domandò quindi a sua madre.--E quale sarebbe?

--Sarebbe!--ripetè Carlotta col broncio.

--Oh Dio, mamma!--esclamò la fanciulla annoiata.--Non cominciamo; non farmi ripetere venti volte una domanda. Se ho sbagliato, dimmelo. Io non mi sento colpevole di nulla.

Il candore con cui Nicoletta sosteneva un'accusa vaga, disarmò la signora.

--Colpevole non sei; non voglio dirti colpevole,--spiegò infine.--Ma stordita e bizzarra come al solito.

Nicoletta si toccò in testa per assicurarsi che non avesse il cappello a rovescio.

--Ma no,--disse sua madre.--Si tratta di ben altro. Sai chi abbiamo per vicino di casa?

--Il papà me lo ha detto or ora; il famoso conte Fabiano Traldi di San Pietro. Famoso lo ha chiamato il papà, perchè è carico di debiti e si accapiglia con sua moglie. E mi ha detto anche di schivarlo quanto sarà possibile.

--È sottinteso,--assentì la signora.--Ma capisci quale sciocchezza hai commesso?

--Io?--esclamò Nicoletta sbalordita.--Gli ho detto io di far debiti e di accapigliarsi con sua moglie?

--No: ma vedi quali vicini abbiamo?--osservò la madre con improvvisa dolcezza.--La villetta non poteva essere affittata da un altro?

--Oh, da mille altri!--rispose Nicoletta ridendo.--E che me ne importa?

--Eh no, no! Un altro la voleva; io lo so,--disse la signora sempre dolcemente, con un piccolo sorriso.--E per colpa tua, è andato tutto in fumo.

--Signore Iddio, vi ringrazio!--esclamò Nicoletta.--Duccio! La voleva Duccio! Ora ho capito; e io l'ho pregato di star lontano.... È di questo che mi accusi?... Ma ne sono molto soddisfatta, devo confessartelo. Ti figuri una vicinanza simile?

--E perchè no? Il conte Duccio Massenti è uno squisito gentiluomo, la cui compagnia avrebbe fatto piacere a tutti.

--Fuori che a me!--interruppe Nicoletta.

--E tuo padre e tua madre non contano nulla, allora?--domandò la signora Carlotta, aggrottando le sopracciglia.

--No: in questo caso non contano proprio nulla,--ribattè Nicoletta.--Perchè Duccio non sarebbe già venuto per voi, ma per me. È inutile seguitar la commedia. So benissimo ch'egli vorrebbe sposarmi: me lo ha fatto capire in tutti i modi. E allora sarebbe toccato a me sopportar lunghe ore di conversazione sentimentale, ascoltar la sfilata delle sue speranze, far le passeggiate a due, col papà o la mamma all'orizzonte, per decoro.... Meglio il conte Fabiano e i suoi debiti. L'uno e gli altri non ci riguardano!

--Ma che cosa vuoi, che cosa vuoi tu?--gridò di scatto la signora, alzandosi in piedi.

Nicoletta, che aveva recato alla bocca la tazza, guardò sua madre di sopra l'orlo di quella, assaporando la cioccolata che rimaneva.

Era un poco sorpresa dall'impazienza aggressiva della signora; ma quando si accorgeva che gli altri avevano torto, si faceva subito fredda e indifferente, per vendetta.

--Che cosa voglio?--ella ripetè, deponendo la tazza sulla sottocoppa.--Chiedimi piuttosto che cosa non voglio. Non voglio il matrimonio, per ora almeno, col conte Duccio Massenti. È troppo presto: non lo conosco.

--Sfido io!--esclamò con un largo gesto la signora Carlotta.--Se lo mandi lontano, ogni volta che cerca avvicinarsi, il poveretto!...

--Segno che non m'interessa!--dichiarò la fanciulla semplicemente.

Poi, quasi leggendo dentro il proprio animo, soggiunse:

--Che cosa voglio? È difficile dire. Qualche cosa che non sia troppo comune, troppo volgare, perchè mi sembra di meritar più che le altre.

La signora Carlotta che stava per andarsene, trovò opportuno fermarsi per dare segno della sua disapprovazione.

--Ti sembra volgare e comune il partito che ti offriamo?--disse.--Che desideri? Un Re? Un Imperatore? Sei sempre con la testa all'arte e al palcoscenico?

--Non è questo, non è questo!--osservò la fanciulla, scuotendo il capo assorta, con gli occhi nel vuoto.--Non distinguo tra un matrimonio e l'altro.... Non ti saprei dire....

La madre riconobbe d'essere stata una sciocca ad aprire una discussione così imprudente, e ammirò ancora una volta il marito che fuggiva le chiacchiere inutili. Nulla di più vano che chiedere a una fanciulla di diciotto anni che cosa vuole; a diciotto anni non si sa; molti uomini non lo sanno a trenta e a cinquanta, e camminano lo stesso.

Fatte rapidamente queste riflessioni, la signora Carlotta mutò discorso:

--Non esci?--chiese alla figliuola.--Il tempo è bello; c'è un poco di vento, ma non infastidisce troppo.

--Sì,--rispose Nicoletta.--Ora vado.

E invece d'avviarsi alla soglia, per la quale sua madre era passata ed uscita, si levò da tavola e andò a sedersi in una poltrona, di contro al giardino, che il sole illuminava per ogni angolo, che il vento faceva tremare.

Che cosa voleva?

Nulla più la irritava che quella domanda categorica, la quale sembrava attendere una categorica risposta; come se di fronte al mondo e alla vita il volere fosse cosa semplice, il desiderio fosse definibile; come se nella sua anima giovane e palpitante non avessero dovuto vibrar mille incertezze, mille timori, mille ritrosie, mille illusioni.

Anche non sapere ciò che si vuole è uno stato d'animo, pensava Nicoletta; uno stato d'animo doloroso, che pure ha la sua triste dolcezza; uno stato d'animo che non ammette definizioni, perchè ciò che si vuole qualche volta è fuori del mondo.

E suo padre e sua madre non potevano capire simili fantasie.

III.

Qualche cosa che non fosse troppo comune...

Ella credette sognare, vedendo sbucar d'un tratto da una siepe del giardino e correre verso di lei uno svelto bambino tra i sette e gli otto anni.

Era vestito di bianco; i calzoncini chiusi al ginocchio lasciavan nudi i polpacci: un berretto di panno sui capelli neri era un poco inclinato verso l'occhio destro.

Teneva in mano una canna alta e flessibile, da cui gocciolava l'acqua. E fermatosi sul limitare, squadrò un istante Nicoletta per comprendere con chi avesse a fare; poi disse, ben sicuro:

--Signorina....

Nicoletta s'era alzata, arrossendo.

--Vieni ad aiutarmi,--seguitò il fanciullo, appoggiandosi alla canna e guardando attentamente Nicoletta.

--Che vuoi, caro?--disse questa.--Che ti è avvenuto?

Il fanciullo la fissava con un poco di meraviglia, ascoltandone la voce calda e carezzevole. Poi, invece di rispondere, interrogò:

--Perchè sei diventata rossa?

--Io?--esclamò confusa Nicoletta.--Son diventata rossa?

Ma egli si distrasse, e seguitò, accennando giù, in fondo al giardino, verso il lago:

--La mia goletta è andata troppo lontano. Ho cercato di riprenderla e non ci riesco. Ci vuole una canna più lunga, e son venuto a domandartela.

Ella sorrise.

La parola di lui era chiara e precisa, come era dritto e fermo il suo sguardo.

--Davvero?--esclamò Nicoletta.--Andiamo a vedere!

E prontamente uscita in giardino, prese la destra del fanciullo nella sua sinistra.

--Vieni ad aiutarmi?--egli disse contento.--Vieni! Vedrai; è un bel bastimento; l'ha comperato il babbo a Parigi.

Parigi! Il nome della città richiamò alla mente di Nicoletta gli ordini e i consigli di suo padre. Non v'era più dubbio; ella teneva per mano il figlio del conte Traldi; già l'aveva indovinato al primo vederlo, e aveva arrossito d'impaccio, sapendo che non poteva accoglierlo in casa.

--Come ti chiami?--ella chiese avviandosi con lui verso il cancello.

--Bruno,--egli rispose.

--Bruno Traldi di San Pietro,--ella seguitò.--Non è vero?

--Come sai?--egli interrogò ridendo.

--Me lo hanno detto.

--Mi avevi già visto?

--No. Mai. E tu?

--Io ti ho vista ieri, in carrozza. Son belli i tuoi cavalli.

La guardò levando il capo; poi soggiunse:

--Mi piaci.

--Che strano, che strano fanciullo!--pensò Nicoletta.

Ma Bruno aveva già ripreso:

--Come ti chiami, tu?

--Nicoletta Dossena.

--Nicla,--corresse prontamente Bruno.

--Nicla; come vuoi,--assentì Nicoletta sorpresa.--Lo hai inventato tu....

E ripensò:

--Che strano, che strano fanciullo!

Erano usciti, avevano attraversato la strada, tenendosi per mano; ambedue vestiti di bianco, lieti sotto il sole, camminando presto, già amici fidati.

Giunti sulla riva, Bruno indicò il bastimento; una goletta a due alberi e a due rande, armata di cannoncini di bronzo, carica di soldatini di piombo, alcuni dei quali davan del naso nella schiena dei compagni.

--Se ne va!--disse Bruno ridendo.--Ora come facciamo?

E tolta la mano dalla mano dell'amica, chiese di nuovo:

--Quanti anni hai?

--Diciotto,--rispose Nicla.--E tu?

--Quando sono savio, il babbo dice che ne ho sette,--rispose Bruno.--Quando sono cattivo, dice che ne ho otto, perchè a otto anni bisogna essere uomo.

--Tra i sette e gli otto, dunque,--rilevò Nicla sorridendo.--E perchè sei cattivo?

--Ah!--rispose Bruno sbuffando.--Come si fa?...

E c'era in quel sospiro tanta noia, tanta impazienza, che la fanciulla non rise....

--Non stanno mai tranquilli,--soggiunse Bruno.--Ho visto tutto il mondo....

Nicoletta non aggiunse parola. Aveva visto tutto il mondo!

--Andiamo, signorina,--riprese Bruno.--Bisogna fare qualche cosa pel bastimento.

--Io ti propongo questo,--disse Nicla seriamente.--Vedi la barca laggiù? È mia. Quando il bastimento sarà più lontano ancora, noi entreremo nella barca, io remerò, e la raggiungeremo.

--Sì: tu remerai e io con la canna lo farò tornare,--assentì Brunello gioiosamente.--Lasciamolo andar lontano, più lontano ancora, fino ai monti....

E guardava verso ponente le montagne che si disegnavano nere sull'azzurro, e pareva con gli occhi valicare le vette e fissare altri paesaggi sconfinati, altri monti, e fiumi e praterie e valli e città.

La goletta vacillava sull'onda e le vele sbattevano al vento insieme al piccolo tricolore di poppa.

Nicla e Bruno tacevano, ma si scambiavano un'occhiata di tratto in tratto sorridendo a vedere il bastimento che si dilungava a poco a poco.

--Allora, non conosci neanche il mio papà?--disse Bruno improvvisamente.--Egli sta in quella villa cinericcia, che è presso la tua.

--Villa Florida,--indicò Nicla.

--Sì, villa Florida. E la tua come si chiama?

--Villa Carlotta. È il nome della mia mamma.

--La mia mamma si chiama Clara Dolores.

--È un bel nome,--osservò Nicla.--E la tua mamma è bella?

--Credo,--rispose Bruno.--Anche tu sei bella.

Nicla avvampò in viso.

Non aveva mai udito da anima viva simili parole, e quantunque venissero da un fanciullo innocente, ne sentiva la molestia.

--Ora andiamo,--disse Brunello.--Conducimi a riprendere il bastimento....

Sciolsero la barca lunga e sottile, raccolsero a prua la catena, spinsero nell'acqua.

Bruno, salito per primo, si volse ad aiutare Nicla, porgendole la mano; e partirono, la fanciulla remando prima a sciaroga e poi adagio verso la goletta, e Bruno, seduto a' suoi piedi, guardando piuttosto la nuova amica che il bastimento, raggiunto con pochi colpi di remo.

--Eccolo!--disse Nicla, inchinandosi sul bordo e stendendo il braccio.

--Lascialo,--ordinò Bruno.--Rema ancora. Andiamo più avanti!

Nicla obbedì, accelerò la cadenza dei remi.

Quando allargava le braccia e quando le ritraeva a sè coi remi per puntar contro la pedagna, il busto eretto e la linea del corpo si staccavano nitidi sul fondo azzurro: e dal basso in alto, Bruno la vedeva candida nel cielo turchino.

Egli non parlava più; sembrava, coi grandi occhi neri velati, sognare.

Aveva sentito che Nicla non era come le altre; era invece come una fata, che sempre lo avesse conosciuto ed atteso; e provava, il ribelle a tutti i baci e a tutte le carezze, un timido desiderio di toglierle i remi dal pugno e di ricoverarsi tra le sue braccia, per chiudere gli occhi e reclinare la testa sul petto di lei.

Anche Nicla sognava, abbandonata alla cadenza uguale, ascoltando il tonfo e lo sgocciolìo dei remi e il cigolare d'una forcola.

Rapiva il fanciullo sbucato dal giardino, e lo teneva perchè non corresse più il mondo.

Tornato da paesi remoti con gli occhi foschi entro i quali mille vicende oscure s'eran riflettute e le cuspidi dei campanili e il volo dei colombi, era venuto a cercarla, balzandole innanzi d'un tratto, sorridente e fiducioso.

Un'ora prima, l'uno non sapeva dell'altra; ambedue credevano la vita più mesta che non fosse.

Nicla abbassò gli occhi a guardarlo.

Egli dondolava un poco sul fondo della barca ad ogni brivido dell'onda, e Nicla sorrise, abbandonati i remi.

Bruno si levò in piedi, si puntellò alle ginocchia della fanciulla e le posò due baci sulle guance; ella lo baciò in fronte e lo tenne stretto fra le braccia.

--Vedi come siam lontani,--disse, accennando la riva e la goletta che s'era fatta piccina sull'acqua.

Bruno, immobile tra le braccia dell'amica, con la testa appoggiata alla guancia di lei, volse gli occhi a guardare in silenzio.

--Su!--fece Nicla, reggendolo dolcemente.--A cuccia ancora! Torniamo a casa!

Egli s'acquattò di nuovo ai suoi piedi.

Incontrarono la goletta a metà via e la raccolsero a bordo.

--Ci vedremo ancora, signorina?--chiese Brunello a un tratto.

--Quando vorrai,--rispose Nicla.

--Io voglio sempre.

--E allora tu mi aspetterai sulla riva, io ti vedrò, e uscirò a prenderti.

--Anche tu mi vuoi sempre?

--Quando sei savio.

--Quando ho sette anni,--riflettè Bruno.

Tacque un poco, indi riprese:

--Tu, che vuoi fare?

--Come?--domandò Nicla, che non aveva compreso.

--Io voglio guidare i cavalli e scrivere le memorie di viaggio. E tu?

--Io?--ripetè Nicla.

Stette un poco a pensare, poi rispose umilmente:

--Non so.

Bruno la guardò sorpreso.

--Non ti piace nulla?

--Molte cose mi piacciono, ma non so come averle. Mi piace essere sola e libera. Comprendi?

--Anche senza di me?--chiese Bruno scorato.

--Tu hai la tua mamma e il tuo papà,--osservò Nicla.

--Ah!--disse Bruno, senza gioia.--E per questo non mi vuoi?

--Ti voglio. Ma sarà per poco. Il tuo babbo ti condurrà ancora lontano.

--Chi sa?--mormorò Bruno con un accento in cui era tutto il dubbio inconsapevole del destino.--E allora non mi dici che farai?

--Volevo essere un'artista, e me lo hanno proibito,--disse Nicla con esitazione, quasi stesse confidandosi a un giudice.

La barca strisciò sulla sabbia e la fanciulla ritirò ì remi perchè la prua toccasse la riva. Scesero, legarono, tiraron la prua più in alto.

--Un'artista!--ripetè Bruno, mentre lavorava a passar la catena nell'anello ch'era sulla spiaggia.--Di quelle che cantano? Io le ho viste a Parigi, quelle che cantano, e venivano anche a casa mia. Ma tu non hai le unghie dipinte e l'acqua d'odore nei capelli....

--Oh, no, no, Bruno, che dici?--esclamò Nicla stupita.--Io volevo essere una grande attrice.

--Ah, è più bello; un'attrice, che fa la commedia e la tragedia, e ti fa ridere e ti fa piangere: so com'è; ho visto; è molto difficile, ma a me piace.

--Sì, la commedia e la tragedia, ridere e piangere!--assentì Nicla.--L'arte, insomma, non le unghie dipinte.

--E allora, quando cominci?

--Mai,--rispose la fanciulla.--Il mio papà e la mia mamma non vogliono.

--E perchè? Il mio papà mi lascerà guidare i cavalli e scrivere le memorie.

--Tu sei un piccolo uomo, che può tutto,--rispose Nicla.--Io sono una donna che non può nulla. Mi hanno detto le ragioni per le quali una signorina non deve essere attrice; e sono giuste.

Bruno, che s'era messo a sedere a prua e stava ascoltando con le mani in mano, parve incredulo.

--Una signorina non deve far la commedia e la tragedia e far ridere e piangere?--interrogò.--Allora le attrici non sono mai signorine?

--Non puoi capire!--rispose Nicla sorridendo.--Si tratta forse di pregiudizi!: ma è così.

--Che cosa sono i pregiudizii? E allora non farai nulla?

--Nulla. Farò la signora, come le altre.--disse Nicla.--Sarò forse contessa.

--Come la mamma?

Nicla osservò attentamente Bruno, aspettando con ingenuità il suo giudizio.

--Ma questo,--egli seguitò,--non fa nè ridere nè piangere. Non diverte nessuno!...

--Oh, hai ragione!--esclamò Nicla con un breve sorriso.--Non diverte nessuno.

--Addio,--disse Bruno staccandosi dalla barca.--Più tardi, io tornerò sulla riva, e se mi vorrai, uscirai a prendermi.

--Sì, verso le cinque; prima fa troppo caldo. Addio, Bruno!

--Addio, signorina!

--Chiamami Nicla!

--Addio, Nicla!

Stese le braccia, attirò a sè il viso della fanciulla e la baciò sugli occhi, sull'uno e sull'altro sapientemente. Poi si mise a correre, si volse a salutar con la mano, e scomparve oltre il cancello della villa Florida.

IV.

Tutti i giorni si videro così e più volte il giorno, ora allontanandosi con la barca, ora errando nel bosco di cerri e di castagni che si stendeva e si arrampicava su pel monte a ridosso del quale sorgevano le due ville.

L'esistenza di Nicla s'era tanto accomunata con l'esistenza di Bruno, che la fanciulla non desiderava più d'avere ospiti per distrarsi; e quando giungevano amici e amiche e ad essi doveva sacrificare i convegni con Bruno, le passeggiate dal pomeriggio fino al crepuscolo, durava fatica a dissimulare il suo malcontento.

Il bosco saliva aprendosi lungo il monte; era qua e là fitto d'ombra, qua e là libero al sole, con larghi spiazzi, con bruschi gomiti per dove s'ingolfava il vento, con vôlte ben conteste di fogliame e ben riparate. Terminava su di un poggio, donde si scorgeva lontano il lago, e sotto la valle umida, da cui fumigavano al tramonto fumi turchini di vapori e fumi densi di casolari che indicavano il tempo della cena.

Nelle ore più calde, Nicla e Bruno coi seggiolini pieghevoli, avevano il loro posto prediletto su una breve prateria, che i castagni tutt'in giro chiudevano e riparavano come grandi chiomati spiriti verdi; e nell'ora in cui il sole andava scomparendo di là dai monti, salivano sempre al poggio per udir le campane che annunziano da lungi il vespero, le campane degli armenti che si radunano e tornano alla stalla, le campane flebili che mormorano a fior d'acqua sul lago.

E osservavano di là i fiumi densi, i fiumi turchini, la verzura che digradava giù pel versante e si faceva a poco a poco bigia e poi nera; e ascoltavan qualche voce perduta che chiamava di tra le macchie; e guardavan cangiarsi il color delle acque, dall'argento pieno di mobili riflessi alle lividure dell'agata, al duro piombo senza luce.

Il lago diventava uno specchio magico, che d'ora in ora mutava, a seconda dell'aria e del sole; una conca bianca, azzurra, aurea, opalescente, quando tutta corsa da brividi leggeri e quando immobile come metallo.

Tornavano tenendosi per mano.

Si baciavano sul limitare del bosco e si lasciavano per rientrare ciascuno nella propria villa.

Nicla s'era chiesta che cosa poteva essere per quel fanciullo balzato così rudemente e gentilmente nella sua vita.

Egli aveva la madre e il padre; aveva nonni e zii; troppa gente che invece di farlo felice, lo rattristavano disputandoselo chi come un balocco e chi come un gioiello. Non aveva donne intorno.

La madre, a quanto Nicla aveva capito dai racconti del fanciullo, era un poco bizzarra e non costante nel suo affetto; ella pure incline ai dispendii e alla vita leggera. Le altre, conosciute a Parigi e altrove, quelle che giuocavano e si facevano calpestare da lui e se lo conducevano a casa come un cucciolo riottoso, non erano donne agli occhi di Nicla.

Avevan lasciato in quel piccolo cuore un torbido ricordo, ed egli le rammentava troppo d'improvviso, per un gesto o per una parola.

Nicla più d'una volta, nella dolcezza del suo idillio, n'era rimasta turbata sinistramente, quasi avesse visto passar nel caro bosco dei castagni, sotto la placida luce, un faunetto lascivo.

Un giorno in cui Bruno sedeva sulle ginocchia di lei e tutti e due leggevano un romanzo di viaggi, all'ombra dei pacifici loro alberi, il fanciullo la fissò a lungo.

Ella sentiva quello sguardo che la percorreva tanto vicino da non poter non rispondergli; ma teneva gli occhi sul libro e continuava a leggere ad alta voce, chiedendosi perchè Bruno insistesse così stranamente.