Chapter 14
--E alla villa Florida?
--Una famiglia inglese.
--E vedremo anche la villa Florida...?
--Non ti ho detto che voglio inebbriarti di ricordi?
--Che folle idea!--esclamò Bruno.
Ella si guardò in giro per istinto, e poi rapida, afferrò tra le mani il volto di Bruno e lo baciò sulla bocca. Egli n'ebbe una scossa che parve sospendere i battiti del cuore.
--Sei molto crudele!--disse.
Nicla sorrise senza rispondere, e col fazzoletto fe' cenno alla lancia di avvicinarsi.
--Sai?--riprese Bruno, trovando per un attimo un poco di gaiezza.--Ho fatto cacciar di casa Duccio Massenti....
--Non ischerzi?--esclamò Nicla stupefatta.
--Non ischerzo. Ho raccontato alla mamma qualche cosa, la gita in barca, la nostra conoscenza di dodici anni or sono. E la mamma è rimasta molto colpita da quell'episodio. Non so che cosa sia avvenuto poi; ma Duccio Massenti non si vede più....
--Te ne sei fatto un nemico mortale!--osservò Nicla.
--Mi duole che tu mi dica questo; dovevo dunque temerlo e accoglierlo, per non avere il suo odio?
--Hai ragione!--disse Nicla.--Tu non hai paura.
Diresse la lancia verso la riva, per discendere presso la villa Carlotta.
La villa era ancora abitata dai genitori di Nicla; essi vi passavano l'intero anno; al cavalier Maurizio era stata data la commenda della Corona d'Italia, non si sapeva perchè; probabilmente perchè non l'aveva, dicevano i maligni.
Ma rimasti soli l'uno e l'altra, la signora Carlotta e il commendatore Maurizio, s'eran dati a curare tremendamente il loro egoismo. leggevano libri d'igiene e si scambiavano le scoperte che andavano facendo.
Prima era stata la signora Carlotta la quale aveva letto che per conservarsi arzilli e svelti bisognava mangiar molto; e tutt'e due mangiavano molto, fin che potevano, e a tutte le ore. Poi il commendator Maurizio aveva letto che il segreto della longevità stava nel mangiar poco; e tutt'e due s'eran messi a mangiar poco, fino a patir la fame.
Un igienista illustre sosteneva che le fregagioni vigorose dopo il bagno erano salutifere; e tutt'e due dopo il bagno si facevan fregar dal domestico e dalla cameriera fino a diventar rossi come gamberi cotti.
Era poi venuto il giorno della ginnastica svedese: e di tanto in tanto si vedeva il commendator Maurizio tirar pugni all'aria, lanciar calci, sbuffare, piegarsi innanzi e indietro; e la signora Carlotta allargar le braccia, buttarle avanti, alzarle al cielo, contando: «uno, due; uno, due»! E nelle ore di quiete, si rallegravano.
--Io, già, da quando mangio poco, sto meglio!
--Quella ginnastica! È un portento! Dormo tutta la notte!...
--E le fregagioni? Non so come ci sia gente che possa vivere senza farsi fregare!
--E le docce tepide?
--E il riposare con la testa bassa e le gambe alte?...
Si estasiavano sui varii trovati che andavano seguendo con vero scrupolo. La ginnastica svedese li faceva sudare a catinelle, perchè erano ambedue corpulenti; ma non l'avrebbero trascurata a nessun patto; e la mattina s'incontrava la signora Carlotta, che percorreva le stanze del primo piano, contando «uno, due; uno, due» e roteando le braccia e allargandole e alzandole, seguita a breve distanza dal commendatore, che tirava calci da mulo e soffiava come un mantice.
I domestici li osservavano indifferenti. Avevano finito col credere che fossero diventati pazzi ambedue, d'una pazzia dolce ed innocua. E si scansavano al loro passaggio per non toccar qualche calcio, che li avrebbe mandati a ruzzolare molto lontano.
D'ogni altra cosa al mondo i due vecchi non si occupavano più.
Sapevano che Nicla era felice, e puntualmente la domenica andavano a trovar lei e il genero.
Il commendatore diceva che quel saponaio era un brav'uomo; ma che anche il conte Duccio sarebbe stato un marito ottimo. Gli anni eran passati, ed egli era rimasto della sua opinione.
La signora Carlotta, poi, parlando di Duccio, non mancava di dargli dell'asino, perchè non aveva mai scritto; o domandava ancora a sè stessa e al marito quale segreto Nicoletta avesse potuto scoprire in barca.
Poi riprendeva: «uno, due; uno, due»; mentre il marito sparava quattro calci all'aria, come per punteggiare il discorso.
Nicla raccontava ridendo a Bruno quelle piccole manìe dei due vecchi, mentre la lancia si avvicinava alla spiaggia.
--E tu,--disse Bruno,--non hai svelato il segreto che avevi scoperto?
--No,--rispose Nicla.
--Neppure a me non hai voluto dirlo,--osservò Bruno.
--Naturalmente: un segreto non è più segreto, se si racconta....
--Per me è stato il segreto di pulcinella!--disse Bruno.
La giovane non aggiunse parola.
Toccata proda, ella scese prima dalla lancia.
--Vieni!--disse a Brunello.--Non troveremo nessuno; a quest'ora stanno facendo la siesta.
Entrarono nella villa chetamente, facendo segno al portiere di non muoversi, e volarono nella sala da pranzo, a pian terreno.
--Guarda,--disse Nicla, mostrando a Bruno il limitare della porta che dava sul giardino.--Io ero qui, seduta in una poltrona; e stavo pensando che la vita d'una fanciulla è molto noiosa e stupida, e che io meritavo qualche cosa di meglio: che sapevo io? qualche cosa di non comune.... In quell'istante tu sei sbucato di laggiù, dietro la siepe, e mi sei corso incontro, dicendomi: «Signorina!...». Eri tutto vestito di bianco; anch'io era vestita di bianco....
S'interruppe: guardò Brunello; e soggiunse:
--Come oggi.... E subito io t'ho dato la mano, e tu mi hai ricondotta alla riva per ripescar la goletta. Era una giornata calda come questa, ma soffiava il vento. Tu m'hai presa l'anima quel giorno.
--E io quel giorno t'ho data la mia! rispose Bruno.
Istintivamente le loro mani si cercarono e si strinsero.
--Ricordi ancora tutto?--domandò Nicla.
--Ogni più piccolo particolare,--disse Bruno.--Tu avevi un cappello coi papaveri. Io ti dissi che eri bella, e ti baciai sulle guance. Tu mi stringesti al petto. Ti chiamai Nicla; e tu mi dicesti di chiamarti sempre così....
--Sono passati dodici anni, amore mio!--mormorò Nicla.
--Sì; dodici anni per me terribili, tra il fracasso e lo spavento; ma non ho dimenticato nulla, nè di quel giorno, nè di tutti gli altri che passammo insieme; nè quella prima parola, nè quelle che dicemmo poi.
--Nessuna donna ha potuto cancellarmi dal tuo cuore?--domandò Nicla.
--Quali donne? Non ne ricordo una!
Tacquero; rimasero a fissar dal limitare il giardino che il sole dorava; e sul terreno si profilavano qua e là nere le linee dei fusti, le macchie chiomate delle fronde; nessun soffio alitava; frinivano sotto i raggi roventi le cicale.
--Ora andiamo,--disse Nicla, che teneva Brunello per mano come un bambino.--Vuoi vedere la villa Florida?
--Sì,--rispose Bruno.
--Non potremo entrare,--osservò la giovane.--È occupata, e non conosco quella famiglia.
--Non importa; la vedrò da lontano.
Uscirono sulla strada, e in breve giunsero alla villa Florida.
Il cancello era chiuso; ma si vedeva di là tutto il giardino, e sul fondo la villa cinerea, a metà coperta dall'intrico degli alberi che le stavano innanzi. Nulla era mutato; avevan dipinto in quegli anni più volte la villa intera e le persiane, sempre conservando il colore smorto che s'intonava con le gradazioni di verde. Sventolava sul frontone non più la bandiera azzurra del conte Fabiano, ma la bandiera bianca e rossa d'una famiglia ignota.
Bruno passò le braccia attraverso le sbarre che formavano il cancello e rimase immobile, silenzioso, a guardare. Nicla fece lo stesso gesto, congiunse le mani di là dalle sbarre, e pregò.
XXV.
Verso sera, vincendo l'ebbrezza che l'aveva invaso durante la gita alla Croda e il pio pellegrinaggio a villa Florida, Brunello si mise presso la zia Amelia che ricamava; e tenendo nelle mani una matassa di seta dai varii colori, passava alla vecchietta le gugliate via via ch'ella le chiedeva.
--Non potrete dire,--osservò zia Amelia ridendo,--che io non ho un bel cavaliere. Contassi cinquanta, solo cinquant'anni di meno, tutti mi sarebbero addosso per tenermi lontana!
In un angolo, Gigi Barbano chiacchierava con Nicla.
Quella frase di zia Amelia doveva rammentargli un discorso che la zia gli aveva tenuto mentre Nicla e Brunello erano fuori.
La vecchietta capiva l'amicizia del ragazzo con la giovane signora; ma n'era un poco inquieta e ne aveva detto qualche timida parola con Gigi. Nicoletta era candida e fidente come una fanciulla; Bruno era onesto e leale; e zia Amelia non temeva nè dell'uno, nè dell'altra; ma temeva di qualche cosa di più forte dell'uno e dell'altra: della loro età, dell'amore, della passione che travolge le anime pure a guisa delle più corrotte; il candore stesso di Nicoletta era un pericolo. Una donna astuta ed esperta sfugge le occasioni, evita le intimità; una donna ingenua v'incappa ad ogni passo e non sa nè prevederle, nè difendersene.
Zia Amelia aveva fatto osservare tutto questo con abili perifrasi, girando largo, a suo nipote. Non che volesse far vigilare i due giovani e mostrar diffidenza; ma sarebbe stato prudente non lasciarli sempre a viso a viso, in una familiarità della quale era difficile ormai stabilire i confini.
Gigi Barbano aveva risposto ch'era più sicuro di Nicoletta che di se medesimo; che quel ragazzo gli ispirava una pietà profonda; gli avevan tolto il padre ch'egli amava teneramente per rinchiuderlo in una casa di pazzi donde non sarebbe uscito mai più; la madre sua, a dir poco, leggera e volubile; il patrimonio ridotto a qualche centinaio di migliaia di lire, le quali sarebbero durate, sì e no, un anno col malgoverno della contessa. Che rimaneva a Bruno? L'amicizia di Nicoletta, la fiducia di lui, Gigi. Non altro. Egli aveva promesso a Bruno d'essere un fratello, ed era; come Nicoletta era una sorella per lui.
Zia Amelia non aveva insistito.
Ma la frase voleva far presente a Gigi il colloquio di poco prima.
--Un bel cavaliere!--disse Gigi alzandosi e avvicinandosi a Brunello.--Un bel cavaliere che tutte le donne vorranno disputarsi!
Nicla represse a mala pena un sussulto.
Le parole venivano opportune a rammentar l'audacia di Claudia Viviani; la quale, respinta, s'era messa a capo d'un gruppo di pettegole per bene che andavano sparlando di Nicla, di Bruno, di Gigi; e certo aveva già spedito a quest'ultimo buon numero di lettere anonime.
--Io preferisco esser cavaliere di zia Amelia!...--rispose Brunello sorridendo.
--E le piccole ragazze di Parigi? e le dame bionde di Vienna?--insinuò Gigi.
Nicla serrò le mani per angoscia.
--Ascolta!--esclamò Bruno, abbandonando la matassa e tendendo avido l'orecchio.
Dalla finestra spalancata entrava un'onda di suoni.
Eran le campane delle reti che affioravano; eran le campane del paese che annunziavano il vespro; eran da lungi le campane delle mandre che tornavano alle stalle: una musica lieve portata lievemente sull'aria.
--Com'è bello!--disse Bruno, che s'era affacciato.
Ai colori brillanti del giorno erano subentrati i fragili colori del tramonto: un morbido color di rosa che sfumava a poco a poco nel color di perla; un pallido cilestre che a poco a poco sfumava nell'argento: e l'acqua, riflettendo con delicata armonia le mezze tinte, aveva le iridescenze dell'opale.
Nicla s'era levata a sua volta e s'era posta a fianco di Bruno presso la finestra.
Ella ricordava.
Quanto l'avevan fatta piangere quegli spettacoli di mestizia, e quei suoni che s'intonavano alla dolcezza dell'ora! Il crepuscolo nella campagna per lei era stato, durante lungo tempo, il più pauroso momento della vita. Aveva perduto Brunello. Tutto diceva che non sarebbe tornato mai più; e non aveva persone a cui confidarsi. Le campane singhiozzavano qua, là, sui monti, in basso, da lungi e da vicino; il sole calava tra una pioggia di cenere; e Brunello viaggiava, chiamandola invano com'ella chiamava lui, e le loro voci andavano disperse nella vastità del mondo.
Ed era tornato, subitamente.
Era a un passo, appoggiato alla finestra, l'occhio velato da soave tristezza e un incerto sorriso sulle labbra. Era a un passo; e le apparteneva come cosa sua, nel più profondo del cuore; ella sapeva il pensiero di lui, ed egli sapeva il suo pensiero; ella poteva fare di lui ciò che più le fosse piaciuto, ed egli di lei poteva disporre come d'una schiava.
--Amore!--sussurrò Nicla così piano, che Bruno solo udì, quasi la voce venisse dal cuore più che dalle labbra d'una donna.
L'eco delle campane si smorzava con lento rintocco. Il cielo era ormai tutto grigio, e le acque riprendevano il loro color verdastro.
Ma dal giardino sottostante s'innalzavano volute di profumi con una sinfonia più vasta che non fosse stata tra il cielo e l'acqua.
Erano aromi che venivano dai cespi immersi nell'ombra come in un mistero; dardi velenosi che ciascun fiore vibrava; parole di voluttà che esalavano dalle corolle; incitamenti al piacere che traboccavan dai calici; e tutti insieme si dilatavano nell'aria, ebbri ed inebbrianti, nell'ultimo spasimo della morte che impendeva, nell'ultimo brivido che precedeva la notte.
Salivano, oscillavano, si moltiplicavano, si diffondevano, si facevan più acuti, bagnavano il viso, penetravan le carni di Nicla e di Bruno, affacciati su quel prodigioso veleno.
E Nicla aveva la visione d'infiniti piccoli mostri lascivi che si tenevan per mano, superbi di straordinarii colori, armati d'armi variopinte, chiomati di chiome cangianti, screziati, spruzzati, gemmati, picchiettati, che le si serravano e le danzavano una tresca furiosa intorno.
Sentendosi prender dalla vertigine, si ritrasse prestamente e si rifece a parlare con Gigi e con zia Amelia. Ma Bruno rimase alla finestra per bere tutto il veleno che i fiori gli prodigavano e impallidire di desiderio e di passione.
Ogni giorno e per tutti i giorni ch'egli rimase a villa Barbano, quella sorda tempesta andò in lui e in Nicla imperversando.
L'uno e l'altra resistevano perchè Gigi era tra di loro, e la sua presenza li richiamava alla realtà; innanzi a lui svanivano i sogni, e i pensieri obliqui si ritraevano sconfitti.
Ma il desiderio era così atroce, la lotta così vana, che Brunello schivava la sua amica; toccava a lei andare a cercarlo e condurlo a rivedere i luoghi più cari; pareva che la vertigine rattraesse, o che avesse da tempo deliberato d'abbandonarvisi e di morirne.
Gigi Barbano, il quinto giorno, annunziò che ripartiva per Milano.
Brunello s'offerse di riaccompagnarlo.
--No,--rispose Gigi.--Tu rimani; io starò assente un giorno e voglio ritrovarti qui.
Soggiunse:
--Vi affido alla custodia di zia Amelia.
La vecchia disse:
--Conducilo con te; andrete e tornerete insieme.
Gigi non rispose, e partì. L'inquietudine di sua zia lo indispettiva come una tacita offesa a Nicoletta.
Un'ora dopo la partenza di lui, giunse un telegramma di Clara Dolores. Aveva scelto finalmente la campagna, e desiderava salutare Brunello.
Egli disse a Nicla, mostrandole il telegramma:
--Partirò questa sera.
Nicla riflettè un istante, poi rispose:
--Puoi partire domattina.
E guardandolo negli occhi, soggiunse con voce breve:
--Siamo soli!... Resta!...
XXVI.
Andarono sul tramonto a salutare il bosco di cerri e di castagni, che chiudeva, come perle in un monile, i ricordi più belli nelle ombre e nei silenzii delle sue verzure.
Non v'erano stati mai, quasi temendo che innanzi a tanta gioia e a tanta mestizia le forze avessero ad abbandonarli.
Bruno aspettava sulla soglia della villa. Si volse udendo il passo di Nicla, e si sbiancò in viso.
Ella era apparsa, tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un morbido cappello bigio messo di traverso sulla chioma a guisa del feltro d'un arlecchino; e aveva i guanti bigi lunghi fin oltre il gomito.
Bruno la squadrò da capo a piedi desiderosamente, e non disse nulla.
Ma mentre s'avviavano, Nicla raccontò:
--Sai che quando eri piccino, mi facevi qualche volta paura? Avevi di tratto in tratto idee così strane, che mi domandavo chi tu fossi e donde venissi. Mi sembravi un faunetto sbucato da una siepe, e pensavo a un quadro che avevo visto a Roma e mi aveva molto offesa qualche anno prima.
--L'avrò veduto anch'io, forse,--mormorò Bruno.
--Forse,--ripetè Nicla.--Alla galleria Corsini.
Esitò un poco, e quindi aggiunse:
--Un piccolo quadro, nel quale un fauno, appostato dietro una quercia, allunga la mano a denudare una ninfa che dorme; e il tramonto è rosso.
--Lo rammento,--disse Bruno. Egli era turbato; ella gaia e sicura
--Siamo soli,--disse, varcato appena il limitare del bosco.--Non ti senti felice?
Il bosco era incendiato dal tramonto, sul cui fondo spiccavan più decisi i fusti dei cerri e dei castagni; gli archi formati dalle fronde sembravano gallerie in fiamme, dentro le quali oscillavano stupendi riflessi d'oro.
A mano a mano che Nicla e Brunello inoltravano, si spegnevano le voci del mondo, e alle loro spalle si chiudevano le dense cortine di fogliame, mosse dal brivido d'una brezza impercettibile che veniva dal lago.
--Ecco,--disse Nicla.--Qui in questa radura, mi sei parso un faunetto impertinente; e qui un'altra volta mi dicesti che volevi fare uccidere Duccio.
--Com'è bello,--osservò Bruno,--il riflesso di porpora sul tuo vestito d'acciaio! Sembra che la tua anima proietti una luce.
--Ti ricordi il giorno in cui ho messo per te un abito simile a questo?--domandò Nicla.
--L'ultimo giorno. E tu non volevi dirmi che lo avrei indossato per me. Io ne rimasi tanto mortificato....
Nicla rise.
--È vero, è vero!--esclamò.--Abbassavi il capo e mostravi il broncio.
--.... tanto mortificato, che finisti col confessare!--soggiunse Bruno.
--Strana cosa! Già allora,--osservò Nicla,--io facevo per te quel che si fa per un amante; e tu godevi con la intelligenza d'un uomo.
La radura s'era allargata; il terreno molle e grasso era invaso da ampie chiazze di color porporino, simile a sangue vivo; molti alberi eran caduti sotto la scure, e un cumulo di tronchi era disposto a gradi sopra un lato.
Nicla sedette. Bruno s'accovacciò ai suoi piedi.
--Ascolta!--disse Nicla.
Tesero ambedue l'orecchio.
Veniva dal fondo uno stormire di foglie, un frullo, un pispigliare sommesso, come se il bosco intero agitato dalla brezza fosse stato percorso da un fremito voluttuoso; e di tanto in tanto qualche vecchia corteccia si screpolava scricchiolando.
Sole voci del mondo, giungevano confusi, quasi interrotti dall'intrico di foglie e di rami, i suoni delle campane che la lontananza faceva più flebili. Su qualche tronco le cicale ostinate mandavano con le elitre uno stridulo saluto al giorno agonizzante.
Aliava intorno lo spirito del bosco, che chiedeva ombra dopo tanto sole. Il cielo trascolorava: si smorzava la porpora, si faceva opaco l'oro.
Nicla parlò sottovoce, mentre, appoggiato un gomito sulle sue ginocchia, Bruno la guardava.
--Qui ti ho cantato i versi la prima volta,--ella disse.
--Sì,--rispose Bruno.
Anch'egli parlava a bassa voce, per non turbar le armonie e la deliziosa pace del luogo.
--Sì, e da quel giorno ho cercato con bramosia i libri a ritrovar la musica che tu mi avevi svelata.
--Qui,--seguitò Nicla,--i nostri destini si fusero, e io promisi a me stessa inconsciamente che sarei stata tua sempre. Tu potevi da quel giorno chiedermi l'anima e t'avrei dato l'anima; l'amore, e t'avrei dato l'amore; la vita, e t'avrei dato la vita. Io ti darò tutto questo, bambino mio, perchè te l'ho promesso quando ancora tu non sapevi.
Bruno mosse le labbra, e Nicla lo fermò.
--Ascolta!--disse.
Il vento s'era alzato più forte; il brivido delle fronde riempiva lo spazio. Era uno scroscio, uno schianto che scuoteva tutto fin nelle più intime latebre il bosco, dalla vetta del monte all'estremo lembo che fiancheggiava la strada; e dondolavano i cimi degli alberi, e le chiome di mille verdi si mescevano; tremavan gli archi delle imaginarie gallerie, si scomponevano, si riformavano. Un ritmo ignoto agli uomini conduceva la lenta danza di foglie e di rami.
Nicla rispose:
--Ora tu mi devi giurare.
Bruno la fissò. Spiccava sopra uno sfondo paonazzo, tutta serrata nel suo abito d'acciaio come in una sacra armatura, e il busto svelto ed eretto balzava su dalla sobria curva dei fianchi. Aveva nel volto diffusa una bellezza nuova serena, e dentro gli occhi una fiamma ferma e costante.
--Tu mi devi giurare,--ella seguitò, vedendo lo sguardo interrogativo di Bruno.
--Perchè?--domandò il giovane.
--Non chiedere. Giurami che qualunque cosa avvenga, tu non morirai.
--Io volevo morire,--confessò Brunello, chinando la fronte,--volevo morire. Chiederti l'amore per una volta sola, per una sola notte, e poi morire con te.
--No!--disse Nicla con un gesto risoluto del capo.--Devi vivere. Giurami che vivrai.
--Oh, amica mia,--proruppe Bruno,--io non ho mai conosciuto la felicità. Volevo berla dalla tua bocca e morire.
--No!--insistette Nicla.--Devi vivere. Giurami che vivrai!
Bruno esitò un istante, poi interrogò:
--Se giuro, tu sei contenta?
--Sarò molto contenta. Non chiedo altro.
--Giuro!--disse Bruno.
--Per quel che hai di più sacro al mondo?
--Per quello che ho di più sacro al mondo.
--Per la vita di tuo padre e di tua madre?
--Per la vita di mio padre e di mia madre.
Il seno di Nicla si sollevò in un grande respiro di pace; ella afferrò Bruno e lo strinse fra le braccia.
--Ora posa il capo nel mio grembo,--seguitò con espressione di gaudio che le tremava nella voce e le traluceva dallo sguardo.--E ti dirò il canto che ti piaceva, bambino!
Curva su di lui, sfiorando con le mani leggere il volto e i capelli di Bruno che le apparteneva, disse con la voce limpida di cristallo, armonica di penombre e d'inflessioni:
Ti rapirò nel verso; e tra i sereni Ozi de le campagne a mezzo il giorno, Tacendo e rifulgendo in tutti i seni Ciel, mare, intorno, Io per te sveglierò da i colli aprichi Le Driadi bionde sovra il piè leggero E ammiranti a le tue forme gli antichi Numi d'Omero.
Bruno aveva chiuso gli occhi e scivolava lentamente in un abisso profondo di voluttà.
Gli venivano incontro, recati da quella voce ch'era per lui divina, gli incantevoli ricordi della sua infanzia. Ed era ancora fanciullo, e le formidabili cose della vita, e il ghigno del destino e le ansie e le torture e le speranze cupe e il bisogno di guerra e la strada spalancata innanzi ch'egli doveva percorrere fra i triboli fino al fondo, e i dèmoni che lo rodevano, e l'odio e il dispregio che gli davano amaro alla bocca, e il sarcasmo e la sottile ironia velenosa, tutto era scomparso come sparivan le furie di Saulle al dolce tocco dell'arpa di Davidde.
E una giocondità sconosciuta gli saliva dal cuore, una confidenza nella sorte, che è arcigna un giorno, e un giorno generosa.
Non lo circondavano ancora le braccia della donna infinitamente amata? Non susurrava ancora intorno a lui il diletto bosco? E la luce non era ancor tutta porpora e di viola e d'oro? Non aleggiava la musica sovrumana dei sogni sconfinati che lo esaltavano in altri tempi?
Ecco; tornava fanciullo; era il faunetto impertinente; pensava alla Croda grinzuta, al Re moro, alla bandierina con l'asinello, e voleva far uccidere Duccio che aveva offeso Nicla.
Noi coglierem per te balsami arcani Cui lacrimâr le trasformate vite, E le perle che lunge a i duri umani Nudre Anfitrite. Noi coglierem per te fiori animati, Esperti de la gioia e de l'affanno: Ei le storie d'amor dei tempi andati Ti ridiranno.
Balsami arcani, veramente, erano stati colti per lui.
Che poteva ancora chiedere? Tutta l'anima d'una vergine sbocciata appena, gli si era votata per l'esistenza intera. Tutta l'anima d'una donna senza macchia gli si era data per sempre.
Egli l'aveva incatenata al suo destino, ed ella non viveva senza di lui; egli poteva distruggerla o levarla in alto, farla sbiancar di contento o morire d'angoscia. Che doveva più chiedere? Serrava nel pugno la sorte d'una creatura umana.