Chapter 11
Gli anni non eran riusciti a curvar la sua adusta, alta figura; ma aveva perduto fin l'ultimo capello, e in compenso s'era lasciato crescere la barba, una barba lunga e sottile, di cui prendeva in bocca e masticava la punta allorchè meditava sopra un'edizione aldina o sopra qualche gran caso della vita.
Per quella figura e per quella barba e per la saviezza facile con cui aveva condotto sempre la sua esistenza, Bruno lo chiamava qualche volta Pantalone.
Aveva trascinato seco, partendo da Parigi, la biblioteca raccolta coi più duri sacrifici; e da Parigi a Roma, e da Roma a Milano non l'aveva mai abbandonata.
Egli contava di lasciarla morendo al suo alunno, ormai diventato un maestro che ne sapeva più di lui.
Non aveva nella casa alcun ufficio speciale; faceva da bibliotecario pei libri suoi e pei libri di Bruno, e serviva a questi da segretario, quando Bruno non aveva voglia di sbrigare la sua corrispondenza con i conoscenti di Parigi, di Bruxelles, di Vienna, di Roma.
Conoscenti, diceva Bruno, calcando sulla parola; perchè amici, veri amici ai quali potesse confidarsi, non ne aveva e forse non voleva averne. Il solo amico era il Salapolli, il quale era stato testimonio di quasi tutta la sua vita; gli dava del tu; e il Salapolli da anni lo chiamava conte e nulla aveva potuto ridurlo a trattarlo più familiarmente.
La devozione per il conte Fabiano, l'affetto e l'ammirazione per Brunello, i ricordi felici e tragici d'un passato che apparteneva insieme a lui e a quei due signori, gli imponevano di trattare il bambino di ieri con tenera fiducia, ma con forma rispettosa. Talora si lasciava scappare, parlando con Brunello, anche qualche «Signoria» che faceva ridere il giovane.
Messosi dalla finestra a guardar nella strada, il Salapolli vide tornar Bruno in una carrozza padronale, tratta da una pariglia di roani tarchiati.
Aveva già comperato i cavalli? Aveva già trovato amici?
Non disse nulla, ma andando incontro a Bruno, nel vestibolo, non potè non notare un'espressione di gioia nervosa, di soddisfazione mal contenuta ch'era in ogni gesto di lui e che gli faceva rilucere stranamente lo sguardo.
--Ah, ah, Pantalone!--esclamò il giovane ridendo.--Mi avrai aspettato per un bel po', non è vero?... Che vuoi? Sono stato rapito, in un turbine di neve, da una fata bianca!
--È arrivata molta posta per lei!--annunziò il Salapolli, il quale non aveva capito niente.
--Andiamo in biblioteca, e così vedremo!--rispose Bruno.
Consegnò il cappello e la pelliccia al domestico, e precedette il Salapolli nella biblioteca, a pian terreno.
E camminandogli innanzi, seguitò
--Che vuoi, Pantalone mio? I bei ragazzi trovano le fate all'angolo della strada.
Poi, non appena fu nella biblioteca, fece tre o quattro salti, tre o quattro piroette, sotto il naso del Salapolli trasecolato.
--Ah com'è bella!--esclamò.--Com'è bella, giovane, pura! Com'è ancora lei! Ed è mia, mia, tutta mia!... Ha ancora diciotto anni!... Io sono ancora un bambino.... Non sognavo, quando la vedevo così, unica al mondo, col cuore preso, invaso dal suo ricordo!... Mi ha sempre aspettato, ha sempre fidato nel mio ritorno....
Fece ancora una piroetta con tale velocità, che il Salapolli si trasse indietro per non esserne rovesciato.
--Ma, signor conte!--disse, strabiliando.
--E tu sei una bestia, vedi?--riprese Bruno, fermandosi di contro al Salapolli e appuntandogli l'indice sotto il naso.--Le hai scritto che mi sono battuto, e le hai detto d'incoraggiarmi!... Dio degli Dei, che bestie sono questi bibliomani...!
--La signora Nicoletta!--esclamò il Salapolli.--Ha ritrovato la signora Nicoletta!...
--Nicla, Nicla, Nicla!--esclamò Bruno.--La mia Nicla!
E il suo grido risonò tra i vecchi libri come il nitrito fremente d'un puledro.
Soggiunse:
--Era la fata bianca, veramente. Aveva pelliccia d'ermellino, un berretto d'ermellino, era tutta bianca, come fosse nata nella neve. E mi ha portato via nella sua carrozza, e mi ha baciato sulla fronte e sugli occhi. Caro Salapolli, io oggi sono felice!
S'arrestò, il suo pensiero corse lontano, rapidamente.
--Felice quanto mi è possibile essere!...--soggiunse in tono più basso.
Il Salapolli rimaneva a guardarlo, con le mani in mano, confuso e meditabondo; poi disse:
--Mi pare un grosso imbroglio!...
--Che cosa? Che cosa ti pare un grosso imbroglio?--domandò Bruno ridendo.
--Questo incontro con la signora. Quanti anni ha....?
--Aspetta. Io ne ho venti.... Dunque lei deve averne circa trenta....
--Fiore di donna!--definì il Salapolli.
--Fiore di donna, fiore di bellezza, fiore di virtù, fiore di bontà, fiore di tutto!...
--E la signora l'ha baciato sugli occhi!
--Naturalmente. Anch'io l'ho baciata. Non è mia sorella? Non è stata sempre mia sorella?
--Ah!--fece il Salapolli, negligentemente.
--Già, tu, vecchia cartapecora, non capisci nulla di queste cose!
--È arrivata molta posta per lei!--ripetè il Salapolli.
--Vediamo.
Sedettero a una lunga tavola, nera come le scansie che chiudevano i libri. La tavola occupava il mezzo della sala, in cui pioveva la luce da due grandi finestre e da una tettoia di vetro.
Con un sottil tagliacarte che somigliava a un pugnale, Bruno tagliava rapidamente un lato delle buste, apriva, leggeva, guardando innanzi tutto la firma.
--Oh!--disse a un tratto.--Armanda! È Armanda che mi scrive.
--Armanda Jeoffroy,--ripetè il Salapolli.--Credo che volesse molto bene al signor conte....
--Sì, poveretta, ed io era molto cattivo con lei....
Lesse attentamente, poi tornò a leggere; infine disse al Salapolli:
--Bisogna mandarle cinquecento lire.
--La signorina chiede cinquecento lire?
--No, non chiede nulla. Ma ha bisogno. Figurati che Etienne, l'ufficiale d'artiglieria col quale viveva, si è bruciato le cervella; e la ragazza è sul lastrico....
--Basteranno cento lire,--osservò il Salapolli.
--No. Bisogna mandargliene cinquecento!--ordinò Bruno.--Perchè queste miserie con una donna?
--Ma caro conte....--insistette il Salapolli.
--Eh, lo so!--interruppe Bruno con un sorriso.--Se tutti i suoi amanti le mandassero cento lire, diventerebbe milionaria!... Ma nessuno le manderà nulla. E in ogni modo ciò non mi riguarda.
--Io non volevo dire niente di tutto questo,--fece il Salapolli ostinato.--Volevo dire che bisogna andar piano coi biglietti da cinquecento lire. La signora contessa....
--Sì, la signora contessa spende molto, getta i denari dalla finestra, se li fa mangiar da tutti.... Me lo hai fatto comprendere mille volte, caro Pantalone.... Ma oggi, proprio oggi che sono felice e ho ritrovato la mia Nicla, proprio oggi vuoi ch'io lesini con una donna che mi ha amato? Non hai vergogna, vecchio esoso?... Dunque, cinquecento lire a Armanda, e subito!
Il Salapolli scosse il capo, disapprovando.
--Sua Signoria sarà servita!
Bruno si mise a ridere; fissò il vecchio, che masticava la punta della barba; e seguitò:
--Ti ricordi che cosa diceva il povero papà? «Quando non ce ne sono più, ce ne sono ancora!». Ebbene, io son dell'opinione del papà!...
Il Salapolli continuava a scuotere il capo.
--Insomma, tu mi annoi!--dichiarò Bruno.--Tu vivi da anni in un grande errore!...
--Io?--esclamò il Salapolli.
--Tu sei sempre vissuto nell'errore di credere che io abbia mai contato e che conti sopra il mio patrimonio. È qui dove si vede che tu sei uno sciocco. Neppure un centesimo di quel danaro si troverà fra qualche anno, ne sono sicuro; sarà tutto sperperato; ha cominciato il papà; finirà la mamma. E a me non ne importa nulla!
Il Salapolli lanciò un'occhiata interrogativa al suo giovane amico.
--Nulla!--ripetè questi.
Stese la mano destra sulla tavola, ne mostrò il palmo al vecchio.
--Vedi?--seguitò.--Qui dentro c'è tutto! Volontà, energia, forza, potenza di miracoli; e ci sarà un giorno anche il danaro, e ci sarà un giorno anche la gloria; tutto è chiuso qui dentro! Non sono uomo che viva del patrimonio comodo. Ho piacere, anzi, che al momento in cui balzerò nella vita per combattere, quel danaro sia sfumato; altrimenti direbbero che la mia vittoria è stata troppo facile, perchè non ho patito la fame e il freddo.
Guardò ancora la mano, e ripetè:
--Tutto è qui dentro, chiuso!
Ma alzando lo sguardo, vide che gli occhi del Salapolli s'erano inumiditi per una commossa ammirazione.
--Se piangi,--gli disse ridendo,--ti getto tutte le buste sulla faccia!...
--Vuole,--mormorò il Salapolli,--che alla signorina Armanda spediamo mille lire?...
Bruno diede in una risata.
--No,--disse,--non esageriamo. Tanto più che di danaro Armanda me ne chiederà presto dell'altro!
Salapolli voleva domandargli qualche nuova d'un libro che Bruno aveva pensato di scrivere; meglio che un romanzo, un breve poema in prosa, agile e lieto, del quale gli aveva parlato sovente a Roma: e doveva intitolarsi «Gli anelli del Serpente».
Ma Bruno stava leggendo la sua corrispondenza; o, a dir vero, con gli occhi fissi sulla prima pagina d'una lettera, galoppava col pensiero per campi sterminati e vaghi; e il Salapolli seguiva in silenzio le fantasie del suo alunno, che non lo vedeva e forse non lo sapeva nemmeno presente.
Alzatosi di scatto, il giovane cominciò a passeggiar per la biblioteca intorno alla tavola rettangolare, a capo basso, con le mani nelle tasche dei calzoni.
Poi subitamente proruppe:
--Com'è bella! Com'è ancora lei, fresca, giovane, pura!...
--Ho capito!--pensò il Salapolli.--Si tratta della sorella!
E borbottò tra i denti:
--Povero signor Barbano!
XIX.
Nicla voleva annunziare quella sera medesima a suo marito l'incontro con Brunello; ma esitava.
Gigi Barbano era rientrato stanco; dopo avere sbrigato una copiosa e intricata corrispondenza, aveva dovuto sul tardi ricevere il viaggiatore che tornava da un lungo giro all'estero, ne aveva ascoltato il resoconto, ne aveva verificato gli acquisti, aveva dovuto posticipar l'ora del pranzo, ciò che gli dispiaceva sempre.
Ma Nicla, pur vedendo che il marito non era allegro come di solito, comprese che bisognava parlargli, o il suo silenzio sarebbe parso troppo singolare.
Dopo pranzo, mentre nel salotto di Nicla egli centellava il caffè, la giovane gli disse:
--Gigi....
--Che è, cara?
Gigi Barbano aveva di ben poco mutato; il suo colorito rosso bruno gli dava sempre una espressione giovanile, e a mala pena si sarebbero scoperti nei lunghi mustacchi e nei capelli alcuni fili d'argento. Il lavoro costante, gli esercizii fisici, e ancor più l'ordine e la semplicità della vita, lo avevano fatto forte; e a quarantadue anni era svelto ed alacre come a trenta.
--Tu non indovini,--disse Nicla.--Non indovini chi ho incontrato io oggi e condotto a casa....
--Ahimè,--rispose Gigi.--Ho così poca voglia d'indovinare!... Una persona che conosco?
--Certo: come potresti indovinare, se non la conoscessi?
E Nicla sedette sul largo bracciuolo della poltrona in cui stava Gigi.
--Con la quale parlo spesso?--continuò questi.
--Con la quale non hai mai parlato, ma ho parlato io, molto!...
Gigi sorrideva; la vicinanza di Nicoletta, che egli amava come ai primi tempi, gli aveva ridato il buonumore e la voglia di scherzare: passò un braccio intorno al busto della giovane, e per punzecchiarla, rispose:
--Con la quale hai parlato molto?... Duccio Massenti...!
Duccio Massenti era diventato una specie di fantoccio, che l'uno e l'altra agitavano in aria di tanto in tanto....
Gigi diceva qualche volta: «Tu non mi ami; tu ami il conte Duccio!». E Nicla diceva qualche volta: «Allora andrò a trovare Duccio!».
Ma quella sera, Nicla alzò le spalle.
--Duccio! Duccio!... Che meschina fantasia tu hai? Non sai trovare di meglio?
--Meglio di Duccio mi pare impossibile!--osservò Gigi ridendo.
--Non indovini: non ti riuscirà d'indovinare; allora ti dico io?
--Dimmi tu!
Nicla prese tempo: quindi annunziò:
--Brunello!...
--Che?--esclamò Gigi con uno scatto.--Brunello? Hai ritrovato Brunello?
--Ma sì, ma sì, ma sì!--disse Nicla gioiosa.
E in brevi parole raccontò al marito il ghiribizzo di prendere il tè, sola, e l'incontro e la visita del giovane.
--È cascato dalle nuvole!--osservò Gigi.--Chi pensava a Brunello?... E come è?
--Sempre il medesimo,--disse Nicla ingenuamente.
--Ah no, protesto! Gli anni saranno passati anche per lui!--ribattè Gigi scherzando.--Non lo avrai trovato col bastimentino sotto il braccio e le gambette nude!
Nicla rise.
--A me pare di sì! Mi pare d'averlo trovato ancora come quel giorno!--disse.--E l'ho chiamato bambino.
--Si sarà offeso?
--No, niente. Non si offende mai, Brunello, quando gli parlo io. Ed egli mi chiama ancora Nicla....
--E ti dà ancora del tu?--disse Gigi.
Il viso di Nicla si fece di bragia; ella abbassò gli occhi, quasi colta in fallo, e disse:
--Sì.
Gigi Barbano stette silenzioso un poco; quindi domandò:
--Quanti anni ha?
--Venti!--dichiarò Nicla
--Come passa il tempo! come vola!--osservò Gigi.--Mi pare ieri che ti ho dato del tu la prima volta.
Soggiunse quasi parlando con sè stesso:
--Credevo che sarei stato il solo.... Nicla si morse le labbra: la stoccata arrivava dritta.
--L'ho pregato,--disse poi,--di cambiar tono. So che mi considera una sorella, ma non si può.
--E verrà spesso a trovarti?--domandò Gigi.
--Se tu lo permetti....--mormorò Nicla.
Il marito non rispose: Nicla si sentì stringere il cuore, e scrutò il volto dell'uomo che guardava innanzi a sè, riflettendo.
--Ti dispiace?--ella chiese.
Gigi volse il capo; prese l'una mano e l'altra della giovane, le tenne strette nelle sue; poi, fissandola negli occhi, quasi avesse voluto giungere fino all'imo della sua anima, rispose:
--Mi fido!...
Il seno di Nicla si sollevò con un respiro profondo.
Ella sapeva che cosa volevan dire quelle parole; suo marito le aveva pronunziate un'altra volta, quando un nugolo di giovani e vecchi corteggiatori, di abili damerini e bellimbusti le si era stretto intorno, assediandola tenacemente. Gigi non l'aveva sorvegliata; non aveva dubitato un istante di lei; l'aveva lasciata alla sua coscienza e alla sua rettitudine. Era libera; non doveva render conto alcuno di ciò che faceva. Suo marito aveva una troppo alta idea di lei per chiederle ragione della sua condotta. La guardava negli occhi, e gli occhi rispondevano sereni e calmi.
Nicla ebbe quel sorriso di gratitudine contenta, che Gigi comprendeva.
--Ha chiesto d'esserti presentato, e verrà domani sera,--soggiunse la giovane.
--Oh, bene!--esclamò Gigi.--Domani sera conosceremo il bambino di vent'anni.... Sia detto tra di noi: io penso che quel tuo bambino ne abbia già fatte di tutti i colori....
--È molto infelice!--ribattè Nicla.
--Lo credo; ma se è figlio di suo padre....
Il volto di Nicla si contrasse.
--Suo padre è chiuso in uno stabilimento di pazzi!--disse con voce sorda.
--Veramente?--esclamò Gigi Barbano addolorato.--Mi dispiace d'essere stato leggero e ti prego di dimenticar le mie parole. Una simile sventura merita il più grande rispetto!
--Ti ringrazio!--disse Nicla semplicemente.
--Certo, certo,--riprese Gigi Barbano, quasi parlando con sè stesso,--quel ragazzo non può essere stato felice. Noi gli apriremo la nostra casa ed egli si riscalderà al tepore d'una vita semplice. Deve parergli strana una vita semplice, a lui, che è stato sempre in giro pel mondo e ha visto tante cose! Finirà con l'annoiarsi, vedrai! E io sarò un poco impacciato, confessandogli che non ho mai avuto tempo d'andare a Vienna e a Berlino e di conoscere bene Parigi. L'uomo di quarantadue anni ne saprà meno del fanciullo di venti.... Verrà domani sera, hai detto?... Lo riceveremo soli? Non gli farai trovare qualche poco di società intorno?
Nicla scosse il capo, sorridendo.
--No, no,--disse.--Lo riceveremo noi soli. Credo che di gente e di chiacchiere sia stufo....
--E con chi vive ora, a Milano?--seguitò Gigi.
--Con sua madre....
--E sua madre?...
Nicla non rispose: Gigi interpretò quel silenzio e capì; anche la madre doveva esser leggera come una piuma.
E dopo una pausa domandò:
--È un bel giovane?
Nicla riflettè un istante, poi si mise a ridere.
--Come vuoi tu ch'io sappia?--rispose.--Non lo so davvero. È un fanciullo: per me è Brunello, col bastimentino sotto il braccio. Tocca alle altre donne giudicare. Chiamarlo bel giovane, mi sembra un'ironia.
Gigi trasse la donna a sè e la baciò sui capelli.
--Cara,--disse con tenerezza.--Anche tu sei una fanciulla!...
Ma l'indomani sera, quando Gigi Barbano vide Brunello Traldi varcar la soglia del salotto, ne fu tutto scosso.
Non era soltanto un bel giovane; aveva quell'indefinibile sottile eleganza di modi e di portamento, quella misura, quella sicurezza priva di spavalderia, quella nobiltà nel sorriso, nei tratti, nella gentilezza medesima della persona, che vengon dalla razza. Pur vestito di cenci, il passo o un gesto o un modo di guardare l'avrebbero svelato per un grande signore.
E Gigi Barbano, che sapeva la forza poichè era egli medesimo un forte, rilevò subito negli occhi del fanciullo una luce e nella bocca una linea che ne dicevano l'energia straordinaria, la volontà cocciuta, formidabile. Un guerriero antico, gettatosi a nuoto nel mare, voleva scalar la nave del nemico; e s'era abbrancato al bordo con la mano destra; gli tagliarono la mano destra; egli l'afferrò con la mano sinistra; e gli tagliarono la mano sinistra; egli vi si aggavignò coi denti; e gli spaccarono la testa; e rimase, cadavere, coi denti infitti nel legno, in una presa tremenda che nessuno riusciva a disserrare.
Brunello Traldi doveva aver la stessa forza di volontà cieca e dura.
Gigi Barbano gli si fece innanzi, mentre Nicla guardava, un poco timorosa, quel primo incontro.
--So che tu sei un fratello per Nicoletta,--disse Gigi.--E ti accolgo come un fratello....
Gli strinse la mano, poi lo attirò a sè, e lo abbracciò.
Bruno sorrise; andò verso Nicla e le baciò la destra.
Un istante dopo, nel salotto a righe argentee sul fondo bigio, si sentiva che una fraternità dolce e sincera aleggiava intorno alle tre persone.
Gigi interrogava avidamente Brunello chiedendo della vita di Parigi, di Vienna, di Berlino.
--Ma hai osservato tutto!--egli notò stupito.
--Non avevo altro da fare!--rispose Bruno.
Gigi si fece raccontare anche il duello col piccolo conte della Jonchère; e Bruno raccontò, e rise.
Poi si fermò: aveva udito sè stesso ridere.
--È strano!--disse.--Non ridevo più da dieci o dodici anni.
Un'espressione di tenerezza sollecita si diffuse sul volto di Nicla; le pareva che una cosa sola stonasse in quella calma ora di fiducia; egli era obbligato a darle del voi, e il voi le strideva all'orecchio come un suono falso.
Quando sul tardi, Bruno si congedò, Nicla non potè trattenersi, e gli disse:
--Addio, bambino! Fa nanna! Gigi e Bruno sorrisero.
XX.
Per addobbare la casa di Milano in via Meravigli, erano stati mandati innanzi da Roma il professore Salapolli, che doveva curare l'assetto della biblioteca, e la governante ungherese, Maritza, che doveva disporre i mobili.
Ma giunti a Milano, Brunello s'era dichiarato contento del lavoro compiuto dal suo vecchio maestro, e la contessa Clara Dolores aveva espresso la più viva disapprovazione per il lavoro compiuto dalla governante.
Aveva ordinato che si tornasse daccapo, trasportando il mobilio dal secondo piano al primo, dando tutto il primo piano a Brunello, mutando gli oggetti da stanza a stanza; onde ancora dopo quindici giorni dall'arrivo, dopo più d'un mese dacchè la governante aveva lavorato, la casa dava lo spettacolo d'un disordine che somigliava a uno sgombero interminabile.
Clara Dolores doveva ricevere i suoi amici così, in un salotto in cui i quadri erano appoggiati a piè del muro, invece di pender dalle pareti, e le poltrone eran coperte di vecchie stoffe accatastate; prendeva e offriva il tè sopra un angolo di tavolino, accoglieva insieme un'amica e il tappezziere e lo stipettaio e il decoratore.
Bruno sbuffava; ella rideva noncurante.
Toccava ormai la quarantina; la sua figura era tuttavia snella ed elastica; ma i cosmetici del Kallòtrofo e degli altri empirici le avevan presto avvizzito il volto, e le tinture bionde le avevano devastato la chioma, bruciandola e tagliuzzandola. Aveva una testa da vecchia dipinta e rifatta sopra un corpo giovanile e flessuoso; e la sola bellezza di quel viso erano gli occhi lunghi dalla fiamma penetrante.
Dopo alcuni giorni dall'arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a prendere il tè, aveva trovato in salotto un signore, la cui fisionomia non gli parve ignota.
Non ebbe tempo a chiedersi dove l'avesse visto, che già Clara Dolores aveva fatto la presentazione.
--Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.
Bruno s'inchinò e si lasciò stringere la mano.
--Il conte è un vecchio amico di casa,--continuò Clara Dolores.--Tu forse non lo ricordi, perchè eri piccino....
Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano benissimo, ma nessuno disse parola.
--Un vecchio amico e un fidato consigliere,--seguitò la contessa.
--Che cosa ti ha consigliato?--domandò Bruno in tono beffardo.
Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla udita, e parlò presto d'altre cose, dell'addobbo, delle noie che le arrecavano gli operai, del tempo rigido.
Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto precocemente ma sempre mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle labbra. Il giovane sentiva in lui l'ipocrisia.
S'alzò, s'inchinò e se ne andò.
Duccio Massenti! Aveva un vecchio conto da saldare; ricordava bene ch'egli aveva offesa Nicla in altri tempi; non sapeva come, non sapeva perchè, ma l'aveva offesa.
E gli venne l'idea, non appena fu da Nicla, di parlarne con lei.
Bruno andava da Nicla tutti i giorni, a qualunque ora, spesso trovandola sola, spesso con altre signore giovani alle quali ella lo aveva presentato, dicendo in brevi parole ch'egli era stato il suo fanciullo, il suo protetto; e poichè ne avevano udito parlare più volte, le signore lo accolsero festosamente.
Quand'erano soli, Nicla e Bruno si davano ancora del tu; l'illusione era più forte d'ogni ragionamento; e talora Brunello sedeva ai piedi dell'amica e posava il capo sulle sue ginocchia; ed ella lo accarezzava lievemente.
Egli sentiva ch'ella era sua come aveva promesso; e invece di rallegrarsene. Bruno n'aveva quasi sgomento. Nicla s'abbandonava a lui; s'egli avesse voluto baciarla, accarezzarla, prenderla tra le braccia, ella avrebbe lasciato fare, nella inesperienza della sua anima; non sapeva d'essere bella e desiderabile, o credeva che la sua bellezza fosse così pura agli occhi di Bruno da allontanargli ogni pensiero cattivo.
Bruno la teneva in mano, inerte e arrendevole; ma sentiva la sua bellezza ben diversamente da ciò ch'ella supponeva; e per non atterrirla, si frenava, nascondendo con cura la passione che cominciava a soffiargli nel cuore.
Quando ella gli diceva di appoggiare il capo sulle sue ginocchia, egli tentava di rifiutare; quando ella gli passava le mani sui capelli e sul volto, egli tratteneva un fremito, e con garbo, sorridendo, le allontanava.
--Non mi vuoi più bene?--chiedeva Nicla.
--Sì,--egli rispondeva con voce malcerta.
--Perchè non lasci che ti accarezzi?
--Non so.
E si alzava di scatto e andava a posar la fronte contro i cristalli freddi della finestra.
Quel giorno le disse:
--Sai chi ho trovato oggi in salotto, dalla mamma? Duccio Massenti...
--Ah!--fece Nicla, reprimendo un moto di sorpresa.
--È molto antipatico,--osservò Bruno.--Mi ricordo ch'egli ti ha offesa, e non hai voluto mai dirmene la ragione.
--Non è vero!--esclamò Nicla impaurita.--Non mi ha offesa.
--C'è sempre stato un mistero in quel piccolo incidente della nostra vita,--riflettè Bruno.--Io voglio venirne a capo. La mamma mi ha detto che è un vecchio amico e consigliere fidato, e ciò mi ha fatto ridere; temo sia stato lui a consigliar la mamma a tingersi i capelli color d'oro.
--Bruno!--esclamò Nicla in tono di rimprovero.
--Non mi vuoi dire dunque ciò che c'è stato fra te e lui?--incalzò Binino.