Chapter 10
E il giovinetto, guardando i suoi amici curvi da anni al tavoliere, contenti o disperati per la sciocca vicenda delle carte, sentiva che nelle massime del Salapolli c'era qualche verità.
Aveva scritto un romanzo, non uno di quei romanzi di cui, quand'era fanciullo, annunziava a Nicla l'idea e scombiccherava le parole dietro le paginette dell'albo di suo padre; ma un romanzo vero, la storia d'un uomo povero che vince tutte le difficoltà le più aspre e diventa Re d'un grande popolo.
Era breve, e Salapolli opinava che si potesse chiamarlo novella piuttosto che romanzo; ma il maestro era rimasto stupefatto per certe pagine; per una, tra le altre, in cui Bruno comparava il cammino dell'uomo che lotta al cammino del viandante in una campagna folta di nebbia, fredda e senz'orizzonte. La descrizione della natura desolata e dell'ansia e dell'ira che prendevan l'uomo il quale voleva giungere alla meta, eran parse al Salapolli eccezionali per intuizione e verità.
--Degne di stampa!--esclamava.--Degne di stampa!--andava gridando.
E ancora una volta gli era frullato pel capo di scriverne alla signora Nicoletta Barbano; ma non ne aveva fatto poi nulla, pensando che la signora chiamava «bambino» ostinatamente l'autore, ed era rimasta a otto anni addietro.
Contava allora Bruno sedici anni all'incirca; da poco Armande Jeoffroy, la giovane amica dell'ufficiale d'artiglieria, gli aveva insegnato l'amore.
Ella ne faceva una passione; egli era calmo e sdegnoso. Gli pareva d'esser tornato ai giorni in cui tutto gli diceva ch'era un balocco tra balocchi di lusso; e si prestava al capriccio d'Armanda piuttosto per dare piacere a lei, che per far piacere a sè medesimo. Spesso mancava ai suoi appuntamenti; s'era distratto per via; o vi giungeva annoiato e sbadigliando; o sorrideva un poco alla felicità della ragazza che lo teneva come un suo dio crudele ed estroso.
Ed era in verità crudele per ignoranza, perchè non sapeva che cosa fosse la passione e non faceva alcuno sforzo per simularla.
Guardava indifferente ai suoi piedi la ragazza discinta, coi capelli biondi prorompenti giù per le spalle, e s'ella non lo baciava, egli si dimenticava di doverla baciare.
Chi era? Perchè piangeva? Che cosa doveva dirle per consolarla? Dal cuore non gli veniva alcuna parola, e la lasciava piangere, annoiato, seguendo con l'orecchio il ritmo di quel singhiozzo soffocato e guardando con curiosità le bianche mani dalle unghie dipinte che si rattrappivano in una stretta d'angoscia.
Poi si scuoteva, indovinando d'essere troppo cattivo, e la carezzava leggermente perchè non si rotolasse più sul tappeto come avesse mangiato funghi velenosi.
--Io, vedi,--le disse un giorno,--non sono fatto per essere adorato.... Quando mi dici che mi adori, mi sembra di diventar d'avorio giallo, come un piccolo idolo, con la pancia solcata di grinze. Ne ho visto uno, non so più dove....
E Armanda, per non morire, per non diventare pazza, dovette lasciarlo libero, non dargli più appuntamenti, rinunziare alla terribile gioia di possederlo.
Egli mandò dal petto un grande «Auf»; e quello fu il suo primo amore.
Altri avvenimenti lo distrassero subito.
Lo zio Francesco era morto, lasciando, per bontà estrema, duecentomila lire al conte Fabiano, e il conte Fabiano aveva fatto una corsa in Italia, solo, da una settimana all'altra, per raccogliere l'eredità.
Gli giungeva in buon punto a rinsaldar la baracca, la quale tentennava pei venti che soffiavano da tutte le parti.
Egli aveva ormai quarantacinque anni, era un po' curvo, con la barba e i capelli interamente bianchi; ma i suoi occhi scuri splendevano d'un fuoco singolare e intenso.
Aveva mutato abitudini da qualche tempo; e con le abitudini il carattere.
Era diventato sospettoso e misantropo; non sorrideva più col suo fine sorriso canzonatore; si guardava intorno come fosse stato tra nemici; ogni giorno si lagnava di qualche malvagio tratto dei suoi compagni, di qualche prova d'ingratitudine, di qualche mancanza di cortesia, che gli venivano da quelli che più aveva careggiato.
Gli piaceva, a lui che della socievolezza era stato maestro e del rumore aveva fatto la sua vita, e sangue delle emozioni e del rischio, gli piaceva non veder troppa gente intorno; qualche volta non voleva veder nessuno; e i domestici ricevevano ordine di dire ch'era assente. Non si poteva più rubare; il maggiordomo se n'era indignato e aveva preso congedo, perchè sua signoria rifaceva i conti con una meticolosità che rasentava la grettezza, e con la persuasione preventiva che lo avevano svaligiato e andavano svaligiandolo.
Toccava a Bruno e al Salapolli, ambedue silenziosamente inquieti, aggiustar le cose, riparar le ingiustizie che il conte Fabiano commetteva, sanar le offese che faceva, spiegare le sue scortesie involontarie.
Del figlio non chiedeva novelle per lungo tempo; e poi, lì per lì, se ne ricordava, lo voleva con sè, lo stringeva fra le braccia, ne carezzava febbrilmente il capo, lo faceva chiamar di notte, perchè Fabiano soffriva d'implacabile insonnia.
Bruno era la sua speranza, diceva, l'ultima radice della sua vita; sapeva d'esserne amato, e il giovinetto lo avrebbe difeso, contro tutto e contro tutti.
--Dimmi, dimmi,--susurrava, tenendolo contro il petto e accarezzandolo,--dimmi che cosa farai. Sarai grande? Porterai alto il nome dei Traldi?... Salapolli mi ha annunziato che sarai scrittore, poeta, che certo la gloria coronerà il tuo capo.
E appuntandogli l'indice nel mezzo della fronte, chiedeva sottovoce, come avesse temuto che lo ascoltassero:
--Hai molto ingegno qui? molto, molto ingegno, qui?
Bruno doveva dire che sì, sarebbe stato celebre; che sì, aveva molto, molto ingegno.
Non era più ironico, non era più beffardo; era sgomento e trepido: guardava suo padre con occhio dubbioso, e sedeva ai suoi piedi per ore, cercando distrarlo e badando a dargli sempre ragione.
Avrebbe versato tutto il suo sangue perchè egli fosse tornato quale era, giuocatore, amante del gaudio, divoratore di patrimonii, lepido, forte, noncurante.
Sentiva d'amarlo con le più delicate fibre del cuore, d'essergli legato per mille affinità che gli si eran chiarite col tempo innanzi agli occhi.
Gli serbava gratitudine per quella medesima esistenza disordinata che aveva fatto di lui, Bruno, un uomo, quando gli altri eran fanciulli, che gli aveva dato la precocità dell'intuizione, la mobilità dell'intelligenza, la forza libera e superba della solitudine, tutte le energie che gli dormivano ancora inoperose nel cuore, e che gli avrebbero permesso di sforzar gli ostacoli.
--Per vederlo ridere,--egli esclamò un giorno col Salapolli, in un impeto d'angoscia,--per vederlo ridere come una volta, io mi lascerei accecare!
E accarezzava la testa bianca di suo padre, con una tenera carezza, studiandone l'occhio, sperando ad ogni istante di vederlo sorridere.
Ma era ogni cosa vana, e il giovanetto andava mormorando col Salapolli:
--Io non capisco!... Io non capisco!...
Capiva e sapeva.
Alcuni medici, introdotti abilmente dal Salapolli presso il conte, avevano detto ch'era ammalato; o meglio, che andava ammalandosi. Uno aveva espresso la diagnosi, chiara e cruda: mania di persecuzione. Un altro aveva avvertito il Salapolli che ben presto il conte sarebbe diventato pericoloso e occorreva sorvegliarlo; in ogni caso non era prudente lasciarlo la notte col figlio.
L'appartamento di via Glück, così gaio e festoso per lo passato, così ben frequentato da uomini di grido e da donne incantevoli, era stato abbandonato da tutti; Bruno aveva fatto vendere i cavalli da sella e la pariglia.
Studiava. Non appena il padre lo lasciava libero, correva in biblioteca; spesso leggeva, accanto al padre o seduto ai piedi di lui, nella sua posa abituale.
Il conte Fabiano gli aveva dato la direzione della casa, le chiavi, i valori, che ammontavano in quel tempo, compresa l'eredità dello zio Francesco, a circa duecentocinquantamila lire ben collocate in titoli sicuri.
Poi inaspettatamente suo padre gli aveva ritolto ogni autorità, aveva ricomperato i cavalli, pagandoli prezzi incredibili, e faceva spese insensate.
Il professore Salapolli, con discrezione ma con insistenza, pregava Bruno d'impedire quello sperpero, o un giorno si sarebbe trovato sul lastrico.
--Perchè pagare cento ciò che vale uno?--diceva.--Son cose che strappano lagrime ai sassi!
Egli vedeva colar l'oro e sfuggir di tra le dita del conte Fabiano, e ne sentiva una malinconia invincibile, non per l'oro, ma per le belle cose che si sarebbero potute comperare.
Bruno alzava le spalle.
--Lasciatelo divertire!--diceva.
E attirati dall'odor di cuccagna, i parassiti più impudenti eran calati sulla casa e avevano sostituito la società fine e arguta che la frequentava in altri tempi.
Il parrucchiere del conte che veniva tutte le mattine a pettinarlo, gli aveva portato via egli solo diecimila lire, col pretesto di collocarle in azioni d'una Compagnia mineraria; un tipo sinistro, sbilenco e tossicolante, che si chiamava Bongrive ed era disceso non si sapeva donde, s'era fatto prestar cinquemila lire per tentare un'esperienza scientifica, ch'egli stesso non poteva definire.
Tutti bevevano e mangiavano a ufo, e qualche volta comperavan roba presso i fornitori del conte, onde ad ogni poco bisognava pagar lunghe note di oggetti che non eran mai entrati in casa ed erano andati ad abbellir la casa degli altri.
Bruno si teneva in disparte, cercando di non dar di gomito a quella geldra famelica; ma per giungere a suo padre, doveva pure sorridere al signor Bongrive e al parrucchiere, che gli stavano di continuo alle costole.
E un giorno il conte Fabiano scacciò tutti, accorgendosi di punto in bianco della devastazione che la gentaglia aveva fatto in casa sua, e ne tenne Bruno responsabile, perchè non lo aveva avvertito in tempo.
Entrò in furore, contro il figlio, contro il Salapolli, contro i domestici, minacciando rovine e vendette; aveva l'occhio fosco, fremeva, fiutava in aria, s'aggirava per le stanze come una belva.
Bruno dovette rassegnarsi con le lacrime agli occhi a chiamar due infermieri; il Salapolli scrisse in tutta fretta alla contessa, avvertendola di quanto avveniva. La contessa rispose che partiva all'istante per Parigi e consigliava nel frattempo di far chiudere il conte in una casa di salute.
Il professore Salapolli temette di diventar pazzo a sua volta, quando vide trasportar fuori il conte Fabiano, con l'occhio vitreo e un ringhio continuo tra le labbra contratte. Era serrato ai polsi e intorno alle spalle e al busto da larghe cinghie formidabili; e Bruno gli si avvinghiava al collo, baciandolo, carezzandolo, chiamandolo coi più dolci nomi trovati nei ricordi della sua infanzia.
Non voleva che glielo togliessero; il suo passato intero se ne andava con lui, le commedie con le marionette, il Re moro, le battaglie coi soldatini, la bandierina con l'asinello che recalcitrava. Sentiva che malgrado tutto, il papà era stato il grande compagno della sua vita, colui che gli voleva bene anche quando correva dietro alle carte e alle donne....
Non voleva che glielo portassero via, e s'avvinghiava alle balze che imprigionavano suo padre, e si lasciava trascinare a terra, dietro di lui.
Clara Dolores sopravvenne in quel punto.
S'incontrarono così, in anticamera, il conte che partiva per la casa dei pazzi, la contessa che giungeva da Vienna, leggiadra e impellicciata.
Ella afferrò Bruno e lo trasse lungi, aiutata dal Salapolli.
Bruno crollò al suolo pesantemente, e vi rimase, non seppe mai quanto tempo; poi udendo una voce nota che lo confortava, cercò intorno smarrito, sollevò lo sguardo, lo fissò freddo e nemico sui capelli di sua madre: fatto più pallido, pareva che il volto gli si fosse rimpicciolito nello spasimo.
--Ah!--disse con voce rauca.--Sei diventata bionda?...
XVII.
La signora Nicoletta Barbano era uscita con la carrozza chiusa a due cavalli, per portar le carte da visita a due vecchie dame alle quali era stata presentata la sera innanzi durante un ballo.
Le due dame abitavano ai due capi opposti di Milano; e sul ritorno, il cielo già freddo e grigio aveva lasciato sfuggir qualche fiocco di neve; poi piano piano i fiocchi s'erano fatti più spessi, turbinavano, giuocavano, danzavano col vento, scendevano a terra e vi si attaccavano.
Era la nevicata prossima, copiosa, che mandava avanti i primi annunziatori, e in breve avrebbe coperta Milano intera d'un morbido mantello.
Nonostante il berretto e la pelliccia d'ermellino, Nicoletta si sentì penetrar dal freddo, un freddo strano che pareva lambirle l'anima più che le carni; e quantunque fosse a pochi metri da casa, tirò il cordone non appena arrivò davanti la soglia d'un caffè elegante, e fece fermare.
Era un piccolo capriccio. Nella sua casa, bella, tepida, raccolta, avrebbe trovato tutto ciò che le fosse piaciuto; ma presa dalla voglia di bere un tè, s'era arrestata subito.
Scese di cassetta lo staffiere, aprì lo sportello, e la signora balzò dalla vettura nella prima sala.
A quell'ora, le tre del pomeriggio, non c'era nessuno. S'udiva venir, da una sala nel fondo, lo strepito dei dadi agitati in un pirgo d'argento e buttati sopra il tavolino di marmo. Qualcuno giuocava.
Nicoletta si fece servire il tè, e ricoveratasi in un angolo, tutta chiusa nella pelliccia, si rallegrò egoisticamente del piacere infantile che si largiva. Le pareva gran cosa d'essere entrata sola in un caffè, sebbene la carrozza l'aspettasse fuori, e di rimanervi pochi minuti. Non l'aveva mai fatto, non gliene era mai venuto il pensiero.
Quel giorno era stata fermata per via dall'innocente ghiribizzo, e aveva obbedito come a un ordine. Centellava il tè, e con la sinistra andava sfogliando i giornali illustrati che un cameriere le aveva posto vicino, sopra una sedia.
D'ora in ora dava un'occhiata alla via deserta, già tutta bianca. Sotto la nevicata silenziosa i due roani stavano immobili a testa alta. Si vedevano qua e là pei negozii accendersi le lampade: e ombrelli passar frettolosi in lontananza, punteggiati di fiocchi candidi.
D'un tratto Nicoletta sussultò; sentì un fremito che la percorse tutta, da capo a piedi.
Aveva udito una voce.
Impallidì; non osò voltarsi; forse era un'allucinazione.
Aspettò che la voce ripetesse.
--Nicla!
La donna si volse e balzò in piedi.
--Tu!--disse con voce ansante.--Brunello!
Le stava innanzi un giovane, chiuso fino al collo da una pelliccia nera, asciutto e pallido; una lieve pelurie appariva sul suo labbro superiore; dentro gli occhi grandi la luce era viva ma irrequieta.
--Nicla!--ripetè.--Mi riconosci? Ti ricordi ancora?
--Vieni!--ella disse con la stessa voce ansante.
Gettò sulla tavola alcune monete d'argento, e quasi trascinando Bruno, uscì, salì nella carrozza; e durante il brevissimo tragitto dal caffè a casa, prese le mani del giovane, dicendogli:
--Brunello, bambino caro, amore mio!...
Egli chiuse gli occhi sorridendo, per assaporar quelle parole dette con quella voce, per tornar d'un colpo indietro di dodici anni e ritrovar la propria anima d'allora e l'anima di Nicla, per riprender la vita dal punto in cui era stata interrotta, sulla riva del lago, dall'uomo con la barba rossa mal rasata e i capelli radi chiazzati di bianco.
Ma non appena furono in casa ed ebbero gettate, passando nell'anticamera, le pellicce al domestico, Nicla si ravvide; squadrò Bruno e gli disse, uscendo dal breve sogno:
--No, non è possibile! Non devo darti del tu. Non sei più un bambino!
--Lo credo,--rispose Bruno con un sorriso.--Ho vent'anni!
Si guardò intorno: erano in un piccolo salotto, addobbato con una stoffa a liste verticali argentee sul bigio; la luce falsa della nevicata dava un chiarore albale ai mobili di stoffa bigia a liste argentee.
--Dimmi,--seguitò Nicla ansiosa.--Quando sei arrivato?
--Da due giorni,--rispose Bruno.
Egli stava seduto di fronte a lei e si tenevano ancora per mano.
--Col tuo papà?--riprese Nicla.
Un velo di dolore calò sul volto del giovane.
Nicla esitò: aveva toccato una ferita.
--Mio Dio,--interrogò a bassa voce.--Non c'è più?
--C'è,--disse Bruno sordamente.--Ma sta male: da quattro anni in una casa di salute.
--In una casa di salute!--ripetè Nicla, presa da un formicolìo di raccapriccio.
--Non me ne parlare!--mormorò Bruno, stanco.
Ella si alzò ad accarezzargli i capelli folti e ondulati.
--Ti chiedo perdono!--susurrò dolcemente.--Egli è stato sempre buono con me; mi ha dato pel primo tue notizie, quando sei partito....
Bruno le fermò la mano e vi posò un attimo le labbra.
--Allora con la mamma?--riprese Nicla.
--Sì,--disse Bruno.--Veniamo da Roma; siamo stati a Roma quattro anni....
E mutando voce, gaiamente soggiunse:
--Ora tocca a me interrogare. Dov'è tuo marito? Sei felice? Quando mi presenterai al signor Barbano? Che cosa hai fatto in questi lunghi anni?...
Si guardò in giro, a terra, come vedesse piccole cose o piccoli esseri corrergli incontro:
--E i tuoi bambini dove sono?
Nicla aveva ripreso il suo posto, e non distaccava gli occhi dal volto del giovane; lo riconosceva, lo ritrovava a poco a poco, con un segreto palpito di gioia.
Era quel caro volto, un po' smagrito, dalle linee decise, con la piega sdegnosa all'angolo destro della bocca, era quello sguardo dritto negli occhi scuri, era quella voce, fatta più maschia, ma uguale, senza soni falsi, che le portavano innanzi lutto il suo bel passato radioso di fanciulla.
--Aspetta, aspetta,--disse ridendo.--Mio marito non tornerà che per il pranzo; è tutto il giorno nel suo stabilimento e spesso non lo vedo nemmeno a colazione. Lavora troppo, e ne sono inquieta. Bambini? neppure uno, piccolo, piccolo così....
Il suo sorriso si fece incerto, scomparve un istante dalle labbra.
--Non ho bambini. Sì, sono felice: oggi più che mai. Mio marito è l'uomo leale, degno, delicato, che può far felice con la sua bontà la donna più difficile. È impossibile non volergli bene; anche tu gli vorrai bene subito.... Che cosa ho fatto in questi lunghi anni?
S'interrogò brevemente, gettò uno sguardo ai dodici anni trascorsi, poi constatò, come sorpresa:
--Nulla! Non ho fatto nulla! Ho vissuto: sono invecchiata!...
E sorrideva con la bocca fresca e rosea, come ai giorni lontani.
Bruno l'aveva ascoltata, scrutandola attento. Si alzò, si mise a passeggiare.
--Dunque esisti, esisti davvero?--egli disse fermandosi, dritto in piedi a guardarla ancora dall'alto in basso.
--Tu credevi che io fossi sfumata nell'aria?--rispose Nicla, alzandogli in volto gli occhi limpidi.
--Sì, io credevo che tu fossi sfumata!--ripetè Bruno senza sorridere.--Quante, quante volte mi son chiesto in questi ultimi tempi se tu esistevi, o se non eri piuttosto una creazione della mia infanzia fantastica! Ti ricordavo così bella, così dolce, così diversa dalle altre, che avevo paura di rivederti.... Avevo paura di ritrovare una donna placidamente volgare (mi perdoni?), priva di tutte le bellezze d'anima e di persona che la mia imaginazione di fanciullo ti aveva donato.... E invece esisti....
S'interruppe come per assaporar con gli occhi la svelta figura che gli stava innanzi: e Nicla senza civetteria e senza ritrosia si lasciava guardare per rievocare il sogno di lui.
Era veramente, veramente Nicla, dai capelli bruni, dagli occhi scuri intorno ai quali s'era adunata una lievissima ombra di stanchezza che ne aumentava la luce; e il busto forte e agile balzava su dalla curva dei fianchi con tutto lo slancio giovanile dei più freschi anni; pareva fosse rimasta intatta, salvo la piccola ombra intorno agli occhi profondi. E la bocca rosea, finemente disegnata, era essa sola una giovinezza serena, diceva essa sola la purità tranquilla dell'anima.
--Come mi fa bene,--esclamò Bruno, accarezzando d'un tratto la testa della giovane con mano lieve e fraterna,--come mi fa bene rivederti così bella!... Sei ancora la mia Nicla....
Ella rispose, abbandonandosi a quella carezza:
--Sì, sono ancora la tua Nicla! Non mi avevi detto d'aspettarti, che saresti tornato?
--Ti ricordi!--disse Bruno.--È sempre vivo il mio vetturale, Vico Malerba...?
--È vivo e allegro, e lavora!..
Tacquero un istante; poi Bruno riprese, allontanandosi:
--Perchè tu devi farmi dimenticare. Ho visto troppe cose....
Si fermò passandosi una mano sugli occhi.
--Tu devi strappar dalla mia vita alcune pagine d'orrore. Potrò sedermi ancora ai tuoi piedi, a cuccia, ascoltarti.... E ti dirò io l'antica poesia nostra.... Io la so; e non l'ho mai detta a nessuno, l'ho portata nel cuore per tutti questi anni, insieme al desiderio e al timore di rivederti....
Nicla ascoltava immobile, avvolta ella pure nell'illusione, con un sorriso piccolo sulle labbra, che diceva un piacere infinito.
Parevano essersi staccati, ella e lui, dal mondo, avere obliato il mondo, come se la neve che cadeva ininterrotta in un silenzio mortale avesse drizzato intorno a loro un palazzo candido, un grandioso palazzo di sogni, entro il quale occhio umano non poteva penetrare.
E il palazzo si sfasciò d'un tratto, crudelmente.
Era comparso sulla soglia un domestico. E annunziò:
--La signora è chiamata al telefono
--Chi è?--chiese Nicla, scuotendosi.
--Il signore.
--Aspettami!--disse Nicla a Bruno.
Bruno aspettò con la fronte appoggiata ai cristalli d'una finestra, pensoso, come quando, piccino, soffiava sui vetri e disegnava pupazzi col dito nel velo del fiato.
Nicla tornò.
--È mio marito,--disse,--che mi avverte che verrà a pranzo più tardi del solito.
Bruno la guardò e non rispose.
--Ascoltami,--ella soggiunse.--Bisognerà che io ti presenti. Vuoi questa sera stessa?
--No,--disse Bruno.--Domani. Mi aspettano a casa. Quando ti ho incontrata, ero con Salapolli; non mi ha più visto, e avrà creduto che io sia scomparso nella neve....
--Rapito!--corresse Nicla.--E Salapolli è sempre con te?
--Sì, povero vecchio! Mi vuol bene, e vuole anche molto bene al mio papà....
--È un brav'uomo; l'ultima volta mi ha scritto pel tuo duello, pregandomi di lodarti e d'incoraggiarti. Io gli ho risposto, facendogli comprendere ch'era un insensato.
E rise.
--Ah il briccone!--esclamò Bruno.--Non mi ha mai detto nulla!
--Ascoltami,--riprese Nicla.--Non potremo darci del tu....
--Lo so,--disse Bruno.
--Non potrai sederti ai miei piedi....
--Lo so,--ripetè Bruno.
--Nemmeno quando saremo soli,--aggiunse Nicla, esitando un poco.
E sentendosi arrossire, volse il capo perchè Bruno non vedesse.
--Nemmeno?--egli pregò con voce supplichevole.
--No. Non è possibile!--confermò Nicla.
--Abbiamo sognato!--disse Bruno dolente.
Nicla gli sorrise e gli prese le mani.
--T'inganni,--rispose.--Io sarò sempre la tua Nicla; io ti ho aspettato sempre. Ma lo saprai tu solo....
E con voce tremante soggiunse:
--Lascia che ti chiami ancora Brunello, per l'ultima volta, amore mio, bambino caro....
Poi, d'un tratto, come trascinata da una follia, afferrò la testa di Bruno e l'avvicinò alle labbra:
--I tuoi occhi hanno visto troppe cose d'orrore,--disse.--Io ti farò dimenticare!
E lo baciò sulla fronte e sugli occhi; egli ebbe un brivido e si fece pallido.
--Ti ricordi,--riprese Nicla, tenendolo ancora per mano,--ciò che mi disse un giorno tuo padre?... Eravamo nel bosco; egli venne a ringraziarmi perchè stavo sempre con te. E mi disse: «Lei potrà fargli molto bene, signorina!».
--Sì, sì, mi ricordo!--esclamò Bruno.--Tu mi recitavi la poesia....
--E io ti farò molto bene!--promise Nicla.--Ora va; aspetto visite. Non voglio che tu ti confonda con gli altri; non voglio distruggere quest'ora con discorsi insignificanti.
Sulla soglia, Bruno si volse, si chinò a baciar le mani di Nicla, una dopo l'altra, ardentemente.
--Sei mia!--disse.
Ella col capo gli fece un cenno di promessa, sorridendo.
XVIII.
Dopo averlo aspettato per quasi un'ora, il professore Salapolli si decise ad andarsene dal caffè e ad aspettare Bruno a casa.