La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2
Chapter 9
La conseguenza di cotesta forma statale appare indubbia, alla prima occhiata. La piramide della vecchia amministrazione napoleonica, fatta col e pel dispotismo, piantata sull'idea dell'onnipotenza dello stato, trovò il suo vertice naturale nel despota eletto, che impiega in pro delle moltitudini il potere statale e che nei casi estremi è atteso dalla rivoluzione. Anche il Consiglio di stato, il numero dei cui membri fu notevolmente accresciuto, forma di nuovo, come sotto il primo imperatore, il capo e, nello stesso tempo, l'alta scuola dell'amministrazione. Protegge gl'impiegati dalla persecuzione giudiziaria, e discute i disegni di legge con tale minuziosità di formalismo, da far sembrare superfluo al grosso pubblico ogni altro dibattito in parlamento. L'enorme aumento degl'impiegati e l'elevazione degli stipendi legava la burocrazia al sistema, e l'introduzione dei _cadres de non-activité_ facilitò l'allontanamento, senza troppe cerimonie, dei caratteri incomodi. Anche l'indipendenza della magistratura sembra a stento tuttora un riparo contro l'assolutismo. La promozione dei giudici avviene fondamentalmente come ricompensa di sentimenti dinastici; l'introduzione dei membri del tribunale nella commissione giudiziaria non avviene più, come un tempo, per opera del presidente del tribunale e dei consiglieri anziani, ma per opera del presidente e del procuratore generale. Accanto a cotesta gerarchia delle autorità vige, come prudente concessione alle idee degli anni trascorsi, il _système consultatif_, la, così detta da Persigny, gerarchia della libertà, vale a dire il corpo legislativo, i consigli generali, distrettuali e comunali, che non hanno parte effettiva nel potere statale, ma sono autorizzati a manifestare di tempo in tempo il proprio consiglio alla burocrazia in nome dei possidenti. Ora, se riesce di mantenere la buona disposizione dell'esercito mercé guerre brevi e fortunate e quella delle moltitudini coi giochi e coi lavori pubblici, e di saziare fino al collo la gente istruita con l'ambiziosa servilità della _fonctionnomanie_ e della bizza dell'oro, ne vien fuori una specie di stato affatto destituito di ogni contenuto morale, ma benissimo idoneo a serbare l'ordine e il lavoro all'interno e la potenza statale all'estero: che è, come dire, una riproduzione moderna dell'impero bizantino. Anche lì l'imperatore, una volta riconosciuto dai partiti del circo, poteva contare sopra un governo passabilmente tranquillo. Una rigida burocrazia attirava a sé tutti gl'ingegni, assicurava allo stato un'esistenza millenaria, e un movimento attivissimo alla società. Un esercito tecnicamente eccellente riportò per secoli trionfi sugli Ostrogoti e i Vandali, sui Cretesi e i Siri, sugli Armeni e i Bulgari; e se prestiamo fede a Carlyle e ad altri forti intelletti dei nostri tempi, gl'ideali di libertà del nostro secolo non sono in generale da considerarsi altrimenti, che come una specie di rosolia della modernità.
Negli anni fiduciosi del suo dominio Napoleone III ha certamente creduto all'immutabilità delle idee fondamentali della sua nuova costituzione consolare e non ha sognato nemmeno un sistema parlamentare; poiché i più astiosi attacchi dei suoi vecchi scritti movevano precisamente contro cotesta forma statale, e anche quando fu sul trono non risparmiò il suo dispregio a coteste «singolari dottrine dei teorici, cotesto sistema supergeniale, coteste vuote astrazioni». In fine gli agenti dell'imperatore zelarono ad ostentare nei loro discorsi uno sprezzo sconfinato contro il parlamentarismo. Perciò Saint-Arnaud ardeva di sdegno contro la vecchia carreggiata fangosa sulla quale si cade miserabilmente, Baroche contro gli scrupoli pedanteschi dei giuristi costituzionali, Troplong contro il congegno impacciante e forviante della macchina parlamentare. Persigny e il principe Napoleone si rifacevano eternamente al vecchio articolo di fede del bonapartismo, che il sistema parlamentare è oligarchico, che è pernicioso al bene dei molti ed è lusinghiero solo per la vanità dei singoli. E il signor di Morny per l'appunto lamentò, pare impossibile, la sostanziale teatralità dei dibattiti parlamentari: bizzarro rimprovero sulla bocca del bonapartismo, che nelle arti del ciarlatanismo non ha mai trovato il suo maestro. Tale avversione, nata dall'istinto del dispotismo, venne cresciuta e pasciuta dall'inquietante ricordo degli Orléans. I quali erano pel secondo imperatore ciò che i Borboni erano stati pel primo: un oggetto di sollecitudine e di persecuzione incessanti. Noi non rimproveriamo l'invocata confisca dei beni della Casa, perché chi conosce la storia del demanio francese non può negare che questo provvedimento, per quanto esoso possa parere, risponde pienamente alle tradizioni della corona. Ma le maligne allusioni e le fiancate a danno della monarchia di luglio, che ricorrono di continuo nei discorsi dell'imperatore, attestano l'implacabile rancore del carcerato di Ham. Quanto poco da principe fu il discorso del presidente nel castello di Amboise, allorché, rilasciando Abdelkader prigioniero, paragonò la sua propria magnanimità con la tapinità del caduto governo! Capitava, anzi, al livoroso uomo di smarrire il decoro, come pensava agli Orléans: quando annunziò il proprio fidanzamento alle alte corporazioni dello stato, non seppe inibirsi di motteggiare sulla piccola principessa mecklemburghese, di cui l'erede della corona di Luigi Filippo si era dovuto contentare. E quando il duca d'Aumale dispettò il principe Napoleone con la sua mordace lettera sulla storia di Francia, immediatamente fu ordinata la soppressione generale di tutti gli scritti della cacciata dinastia: ordinata dallo stesso príncipe, che un tempo nelle carceri della monarchia di luglio aveva goduto piena libertà di stampa.
Di un tale astio contro il regno di Luigi Filippo fece testimonianza anche la costituzione dell'impero: nella quale le idee dei tempi parlamentari sono cancellate fino alle ultime vestigia, e di una rappresentanza popolare vi si può parlare solamente in senso figurato. Anche noi tedeschi conosciamo gli abusi delle autorità nella elezioni politiche; pure ci è dato affermare arditamente, che, in forza dell'indipendenza dei nostri comuni e dell'educazione delle nostre moltitudini, i casi più vergognosi della corruzione elettorale tedesca, arrivano a stento agli esempi dei tempi di Guizot. Era riserbato al bonapartismo di oscurare tutti i predecessori, e di illustrare così terribilmente alla democrazia l'effetto a due tagli del suffragio universale, che il ministro repubblicano Carnot dovè confessare: «il suffragio universale senza l'educazione del popolo è un pericolo, senza libertà è una menzogna». La lode della sincerità, che i _satisfaits_ amavano tributare al sistema elettorale del bonapartismo, col fatto era ben fondata. «Il tempo dei mezzi meschini, dei mezzi segreti è passato», disse il ministro Persigny nella sua prima circolare elettorale del febbraio 1852. «Quale imbarazzo per gli elettori, se il governo non designasse egli stesso gli uomini di sua fiducia!» e, aggiungevano ufficiosamente i prefetti, «non rispondendo alla dignità del governo il fare qualcosa a mezzo, esso combatterà i candidati contrari». In ogni collegio fu presentato un candidato ufficiale. Ogni altro candidato era _desavoué d'avance_. Giacché, o era un avversario, e sarebbe stata una folle speranza presumere di menare a fine anche adesso, sotto l'imperatore responsabile, propositi ostili al governo; o era un amico, e allora non era lecito, in grazia di un meschino interesse personale, porre a cimento il pubblico bene! Si arrivò a combattere i candidati bonapartisti che non si erano cattivato l'appoggio dei prefetti: chi doveva il proprio stallo unicamente a sé stesso, poteva cadere nel vizio dell'indipendenza. Lo strisciamento del così detto partito illuminato governativo divenne a poco a poco tanto scandaloso, che una volta il signor Rouher ne fu indotto a dichiarare compiacentemente: «noi riconosciamo al partito governativo il diritto di correggere i nostri errori quando abbiamo torto».
Anche il segreto non offriva alcuna garanzia alla libertà del voto. La votazione procedeva per comune, e i piccoli comuni della campagna ubbidivano infallibilmente agli ordini del rispettivo sindaco, il cui zelo ufficiale si era vie più rinfervorato da quando al signor di Persigny era venuta la felice idea di aprire anche ai sindaci villerecci la speranza fino allora preclusa del nastro rosso. Nei primi anni l'imperatore contò tanto fermamente sull'influenza dei suoi funzionari, che il ministro Billault vietò ai sindaci di comparire personalmente nella votazione comunale. I collegi erano rimaneggiati a placito del governo; e nella formazione delle liste elettorali la burocrazia mestava con libertà sovrana, di modo che la popolazione di Parigi incommensurabilmente salita contava nel 1863 meno elettori di sei anni avanti. E da quando, nella seconda elezione dell'impero, alcuni che avevano rifiutato il giuramento erano riusciti a farsi eleggere, ogni candidato era tenuto a prestare in anticipazione il giuramento allo statuto. I comitati elettorali caddero sotto la proibizione del _code Napoléon_; la libertà del voto esige, come dichiara ufficialmente il signor Thullier nel 1865, che gli elettori non siano «terrorizzati» dai comitati. Un caso grazioso generalmente disponeva, che la mattina delle elezioni pubblici affissi sulle cantonate riferissero le nuove ferrovie e canali che lo stato si proponeva di donare al dipartimento. A questa corruzione elettorale dall'alto si sposò a poco a poco un sistema di corruzione privata tale, che quasi si trattasse di accumulare nell'impero tutte le magagne del parlamentarismo inglese e dell'antico parlamentarismo francese. Le spese elettorali, che, per altro, data la grande estensione dei collegi di provincia, erano considerevoli per gli stessi candidati ufficiali a cui lo stato alleviava una parte del dispendio, erano quasi incomportabili agli sprovvisti di una fortuna, specialmente da quando i candidati presero l'uso di promettere al corpo elettorale opere di pubblica utilità, di costruire monumenti, fontane, e via dicendo.
Un corpo legislativo nato da siffatta origine non doveva conseguentemente esser padrone in casa propria. L'imperatore nominava i presidenti e i questori; e siccome notoriamente in Francia anche il presidente del tribunale si crede in dovere di militare in un partito, i presidenti del parlamento imperiale esercitavano un «terrorismo» sfacciato contro i loro avversari politici. Un tratto magistrale del dispotismo democratico era anche l'alta indennità assegnata ai deputati. In Europa la Francia aveva la rappresentanza popolare più costosa: il bilancio delle due camere, che sotto Luigi Filippo ammontava a 2,2 milioni, salì nell'impero a 12 milioni. Questo andamento, che sembra essere sfuggito alla riflessione dei nostri tedeschi fanatici della dieta, risponde, come dice la legge, «ai fondamenti democratici della nostra costituzione», alimenta l'indolenza verso i doveri civili gratuiti, favorita conseguentemente dallo stato burocratico, e abbassa indubitabilmente l'autorità morale della rappresentanza popolare. L'ineleggibilità degl'impiegati parve una concessione al liberalismo, giacché non era a sperare da un impiegato napoleonico una condotta appena appena indipendente nel corpo legislativo; solo che in cotesto stato burocratico si veniva a sottrarre al parlamento, insieme con la burocrazia, anche la competenza tecnica: la grande maggioranza della camera era composta di dilettanti. Tuttavia il postulato più congruente della costituzione sul corpo legislativo era il prescritto, che la stampa dovesse pubblicare semplicemente un resoconto ufficiale dell'andamento delle sedute. In tal modo veniva effettivamente espresso senza equivoco il carattere segreto del parlamento e il volere del governo di non permettere mai il rafforzamento dell'assemblea. Il corpo legislativo approva o respinge i disegni di legge in blocco; quanto alle proposte di emendamenti «che tanto spesso turbano l'economia di una legge», ne è permessa la semplice consultazione nel caso che il consiglio di stato le abbia precedentemente dichiarate ammissibili. Il principio della dipendenza del ministro esclusivamente dall'imperatore era mantenuto nella costituzione con tale fiscalismo, che solamente ai membri del consiglio di stato, e non già ai ministri come tali, era consentito di rappresentare il governo davanti al corpo legislativo. La proposta di una provvisione al famigerato conte Palikao, condotta poi a fine sotto altra forma, e l'insensato disegno di un ampio diboscamento furono per lunghi anni i due soli notevoli abbozzi di legge che vennero ritirati davanti all'opposizione dei deputati. Nei casi dubbi la presunzione legittima parlava naturalmente contro il corpo legislativo; e siccome il solo imperatore era autorizzato alla conclusione dei trattati di commercio, seguiva che anche la radicale trasformazione delle tariffe doganali era condotta esclusivamente dalla corona.
Non meno deplorando era il procedimento rispetto ai diritti finanziari della camera. Certo, avevano fatto presto a passare i giorni baldanzosi della vittoria, quando il ministro Bineau era al caso d'impiantare l'innocente teoria, che la rappresentanza popolare determina la somma da erogarsi per l'amministrazione dello stato, ma che sull'impiego nei singoli capitoli decide esclusivamente il governo. Ma, anche dopo estesi alquanto i diritti del corpo legislativo, permanevano tuttora cinque bilanci, il _budget général, extraordinaire, supplémentaire, rectificatif_ e il _budget de l'amortissement_, che potevano tutti pubblicarsi in forma provvisoria o definitiva. I bilanci provvisori abbisognavano di tre, perfino di cinque anni, per arrivare alla forma definitiva! Di continuo giacevano contemporaneamente tre o quattro bilanci annuali non ancora chiusi. Il governo godeva della facoltà, abusata senza riguardo, dei _virements_, cioè della distrazione dei fondi approvati ad altri capitoli, entro le 59 sezioni del bilancio. A farla breve, davanti a un sistema finanziario talmente caotico, che la vera situazione risultava di rado chiara perfino all'occhio conoscitore di Achille Fould, ogni sindacato parlamentare efficace si arrestava muto.
Il senato napoleonico era anche più nullo del corpo legislativo. Una camera alta, che riunisce in sé competenza e indipendenza, e che poi in cotesta società democratica viene fuori dalle elezioni fatte solamente dai consigli generali dei dipartimenti; ecco, è un'idea, che fu molto discussa dai partiti liberali. L'imperatore preferì la nomina fatta esclusivamente dalla corona. Il senato formò il ritrovo dei dignitari e dei bigotti dell'impero, e, soprattutto, l'ospizio di tutti gli strumenti logori che l'imperatore buttava da parte. A ogni modo le discussioni del senato, giusta il desiderio del fondatore, non erano nemmeno più, come quelle della camera dei pari sotto gli Orléans, «meramente un pallido riflesso dei dibattiti dell'altra camera»; esse significavano puro niente, e solo di tanto in tanto attraevano un'attenzione fugace, quando il fanatismo dell'ordine si sfogava tra questi beniamini dell'impero in scenate veementi. Il senato era «il custode del patto fondamentale della nazione», e vigilava gelosamente sui propri diritti. Respinse con indignazione una istanza che perorava la presentazione delle petizioni anche al corpo legislativo, e nel 1865 proibì fuori del senato qualsiasi discussione che mirasse a mutamento o critica della costituzione. Si mostrò più tollerante verso l'alto. La voce di un solo senatore, quella del maresciallo Mac-Mahon, si levò avverso la legge di sicurezza del 1858. I decreti imperiali, che alteravano la costituzione, furono sempre accettati con contrizione dal custode del patto fondamentale, ma sollecitamente, senza proteste. Del suo diritto d'iniziativa, per quanto è a nostra notizia, il senato ha fatto uso soltanto due volte: quando stese una relazione sui trovatelli e quando discusse il primo libro di un _code rural_. Tale modestia rispondeva ai buoni costumi burocratici dello stato, ed ebbe anche il suo premio: secondo la costituzione il capo dello stato aveva facoltà di guiderdonare della loro buona condotta i singoli senatori; e pochi anni dopo tutti i senatori vennero stipendiati.
I prodotti parlamentari del bonapartismo erano con calcolo prudente diretti a questo: che non dovessero mai costituire una forza. Donde la ferrea conseguenza che l'edifizio statale era puramente un'apparenza. La profonda contraddizione intima, che già da due generazioni compenetrava lo stato francese, non fu risoluta in alcun modo nemmeno dall'impero. Se l'avidità e l'ambizione nazionale dei francesi favorivano il dispotismo, nulladimeno anche durante quel tempo di stanchezza sopravvissero in questo popolo altamente dotato molte forze ideali, intese a forme più libere di stato. La nazione sentiva sempre il bisogno di essere governata da un'autorità ferrea, e, insieme, di assalire il governo. Se il sistema parlamentare era una falsità su questo suolo e abusava del dispotismo amministrativo ai fini dei partiti, anche l'impero però non era meno una falsità. I ricordi dei grandi giorni della Rivoluzione e del tempo in cui l'Europa tendeva l'orecchio in ascolto alla tribuna del _Palais Bourbon_, duravano indelebili: la forza di queste tradizioni impediva, che la dileggiata «gerarchia della libertà» diventasse un innocuo accessorio dello stato. La necessità degli ordinamenti costituzionali circa il 1860 picchiava adagio alle porte, ma percettibilmente, anche in Russia; le colpe della reazione europea avevano rafforzato tra i popoli il sentimento della solidarietà. La civiltà del secolo sforzò dovunque il dispotismo a mettersi la maschera liberale, e costrinse i bonapartisti a celebrare l'imperatore soldato come un eroe della libertà e della pace. Diede anzi un'importanza crescente al pietoso corpo legislativo dell'impero.
Alla pace sepolcrale delle elezioni del 1852 seguì la veemente lotta elettorale del 1857. Invano il discorso del trono vantò, che solamente qualche contrasto di opinione in qualche luogo aveva turbato il contento generale. Invano la stampa ufficiale cercò di dipingere come traditori e cospiratori i cinque uomini di coraggio, i quali, soli nel corpo legislativo, avevano osato per lo spazio di sei anni di opporsi al governo. A ogni modo, la coorte serrata dei deputati ligi era rimasta tuttora immune dal contagio. «Mi parli fuori, Morny ci guarda», disse perplesso un deputato di saldo carattere all'Ollivier, quando costui, che era uno dei cinque, si mise a parlargli nell'aula. Ma la società colta incominciò a plaudire ai discorsi dei cinque; il «frondeggiare» e l'opporsi tornò in moda. L'imperatore e il suo Morny seguivano con cautela il cambiamento di umore del tempo; pensavano di tenere a segno l'opposizione con concessioni opportune, senza rinunziare a nessun diritto sostanziale dell'_homme-peuple_. Quando già, dopo la campagna d'Italia, era stata concessa un'amnistia generale, apparve di botto, completamente inaspettato, e, in verità, non punto strappato da un movimento prepotente dello spirito nazionale, ma liberamente emanato dalla decisione spontanea dell'imperatore, il decreto del 24 novembre 1860, _le décret sauveur_, come lo chiamò il marchese di Boissy, che permetteva la pubblicità delle sedute parlamentari. Così l'essenza del corpo legislativo venne mutata d'un colpo; di un gran consiglio generale diventò una forma di rappresentanza popolare. Subito, però, il nuovo acquisto del diritto d'interpellanza fece anche manifesta l'inconsistenza di un parlamento che doveva soddisfare la nazione senza limitare il governo. La discussione delle interpellanze eccitava il popolo con la sua rettorica veemente e, in fondo, a vuoto, tormentava l'ascoltatore intelligente con l'eterna ripetizione delle idee elementari ormai trite e ritrite della dottrina costituzionale; e il rendimento pratico si riduceva a ritardare di un mese gli affari.
Con quel decreto del novembre era arrivato per lo stato di Napoleone III il momento, che per ogni governo malcerto è il più critico: l'istante che comincia a riformarsi. Ma questo istante, essendo la forza politica della nazione presso che spenta, durò dieci anni interi. L'opposizione prese vigore lentamente; riportò alcuni successi nelle elezioni del 1863 e più nelle elezioni suppletive e nella ricostituzione dei consigli comunali: nella potente capitale si determinò una importante maggioranza contro il governo. Era venuta su una nuova generazione, la cui coscienza non era compenetrata dalla memoria dei terrori dei giorni di febbraio; e il despota doveva essere assalito sovente dal sinistro pensiero: che cosa accade ora, se le moltitudini, abituate come sono a addebitare all'imperatore ogni calamità, anche il cattivo raccolto e la penuria, in un momento di strettezze economiche fanno causa comune coi ceti colti, covanti già da un pezzo il livore? Principiò, come Morny, a tenere per inevitabile il ravvicinamento al sistema parlamentare. Ogni anno apportò nuovi diritti al corpo legislativo: visione degli atti della diplomazia, approvazione dei crediti supplementari, e via di seguito; finché la tribuna, che era uno spauracchio pel corretto bonapartismo, fu ripristinata nel bello emiciclo del Palazzo Borbone. Ciascuno di questi esperimenti di saggio non era per l'opinione pubblica invadente che una semplice leva per sollevare nuove esigenze, fino a quando non si conchiuse col domandare chiaro e netto il parlamentarismo «inglese». Occorre tuttora la prova, che le classi colte erano prese da un inganno enorme? Un solo sguardo all'importanza delle moltitudini insegna, che quei desiderii dottrinari non toccavano affatto il punto cancrenoso del nuovo stato francese, e che la loro realizzazione non avrebbe, senz'alcun dubbio, contentato per nulla la classe politicamente più influente. Ciò che questo stato esigeva, era la limitazione del potere statale ottenuta mercè una trasformazione fondamentale dell'amministrazione. Su questo nuovo basamento poteva sorgere forse, col progredire degli anni, un governo parlamentare. Invece, la stampa ricantava l'antica canzone della divisione dei poteri; domandava, senza confessarlo a sé stessa lealmente, il puro ritorno a un sistema caduto sotto le proprie colpe, il ritorno a quel burocratico-parlamentare dispotismo di partito, che per tanto tempo era stato per la Francia una calamità. Tutto ciò che chiedevano i dottrinari dello _empire libéral_, la Francia lo aveva già posseduto con l'atto addizionale dei cento giorni; e sotto il secondo impero come sotto il primo era altrettanto inconcepibile, che l'eletto del popolo, il dominatore assoluto dell'amministrazione e dell'esercito, che rappresentava la generalità della nazione, dovesse ubbidire lealmente a una maggioranza parlamentare, che aveva dietro di sé soltanto una parte del popolo. Ma chi, come l'autore di queste linee, insisté allora sull'eretica affermazione, che «il bonapartismo parlamentare fosse la menzogna di tutte le menzogne», si vide precipuamente spacciato dai liberali con l'affermazione, che tutto stava che il parlamentarismo principiasse con l'esistere, perché poi l'indipendenza dell'amministrazione si sarebbe fatta da sé! Tanto era cieca tuttora la fede nelle forze meravigliose del vecchio modello costituzionale!