La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 8

Chapter 83,397 wordsPublic domain

Non vi è alcun dubbio, che il nuovo bonapartismo nutriva, come il primo impero, il disegno di fare da terreno neutrale, su cui venissero a ritrovarsi insieme gli avanzi dei vecchi partiti. Esso non si diede briga del passato dei suoi cooperatori, e prese ai suoi servigi quanti riconobbero il nuovo ordine. Permise, dopo alquanti anni di compressione, il ritorno degli avversari esiliati che si obbligavano all'ubbidienza, e non si discostò mai dal proposito di collocare la grandezza della patria al disopra dei partiti. Chi non ricorda lo scritto pateticamente generoso dell'imperatore, che ordinava il rilascio del pericoloso cospiratore Barbès, perché questi aveva espresso il suo entusiasmo patriottico per la guerra di Crimea? Similmente l'impero non volle favorire un ceto solo; seppe contentare l'ambizione e la foga industriale della borghesia e, nello stesso tempo, ripristinare la nobiltà: un eccellente mezzo per vincolare alla corona migliaia di famiglie sia mercé la comune ambizione, sia mercé il timore di una soppressione di titoli nobiliari male acquistati; ma anche una prova, che s'intendeva di riguardare le inclinazioni e i pregiudizi delle classi più alte. Appunto: l'eletto del popolo si applicò un pezzo al disegno di aggiungere all'antica una nuova nobiltà napoleonica. Nei brindisi e nei proclami il signor di Persigny esaltava come merito peculiare del nuovo sistema «l'eminente idea sociale», per cui, avendo ogni governo precedente rappresentata soltanto una delle tre classi della società, l'impero invece le rappresentava medesimamente tutte. Tale vanteria conteneva qualche apparenza di verità. Il quarto stato dominava interamente sulla vita pubblica, non più però a forza di turbolenze e barricate, come nei primi tempi della repubblica: specialmente nelle condizioni ordinarie non era affatto in grado d'impadronirsi immediatamente del potere, come avevano potuto farlo un tempo la nobiltà e la borghesia; e sotto il secondo impero aveva apparentemente, come gli altri tre stati, solo l'incombenza di ubbidire e lavorare.

Ciò non ostante, il quarto stato costituiva in Francia la classe politica, ed era di continuo glorificato dalla burocrazia con panegirici adulatorii. «Dio ha primieramente rivelato il Salvatore a questa che è la classe più numerosa e più interessante della società», affermavano le circolari dei prefetti; e prima delle elezioni del 1857 il ministro Billault dichiarò ufficialmente: «i contadini e gli operai hanno creato l'impero, quelle moltitudini di uomini operosi, che formano l'ampia base del suffragio universale». Perciò il signor di Morny esortò gli elettori a mandare nei corpi legislativi, in luogo dei così detti uomini politici, commercianti presi dalla cerchia della propria professione; e il signor Granier secondo Cassagnac asserì anche più rudemente: «la classe agricola, nocciolo della nazione, domanda già: perché l'imperatore non governa solo?». Lo stesso Napoleone III designò continuamente il suo sistema come il _gouvernement du grand nombre_; e quando in una massima sovente ripetuta dichiarava che il suo governo riposava «sul popolo, fonte di ogni potere dello stato, sull'esercito, fonte di ogni forza, sulla religione, fonte di ogni giustizia», in sostanza con questa tricotomia egli esprimeva semplicemente l'unico concetto, che cotesto regime del quarto stato poggiava essenzialmente su quelle forze, le quali determinano la condotta del popolo. Donde appare del tutto rispondente la società stranamente mista della corte napoleonica, innocente assembramento di preti cortigiani, di demagoghi cortigiani, di soldati cortigiani. Consideriamo l'origine del sistema e la sua esistenza durata per lunghi anni, trascorsa impareggiabilmente più pacifica del governo senza posa osteggiato dei Borboni e degli Orléans, e distrutta in fine non da altro che dalle armi straniere, e non potremo disconoscere, che cotesta forma di stato si era sviluppata necessariamente dalle condizioni sociali del paese. La moltitudine arrivata al dominio, sensibile alle idee semplici e generali dell'eguaglianza e dell'autorità statale unica e onnipotente, inclina sempre all'eguale soggezione di tutti a un tiranno nazionale. Anche nelle condizioni incomparabilmente più sane dell'America del Nord, al tempo di Jackson e di Abramo Lincoln, quella tentazione passò rasente al popolo sovrano. Inoltre in Francia la moltitudine, non abituata a governarsi da sé, possiede, secondo che confessa il socialista Duveyrier, «in supremo grado il sentimento della gerarchia»; e sotto il fanatismo dell'eguaglianza ha così completamente smarrita l'intelligenza della libertà, che mille e mille in perfetta buona fede consentono in quella vanteria del bonapartismo ripetuta fino alla nausea: «il terzo Napoleone è il vero fondatore della libertà, giacché dal tempo del secondo impero più non esistono iloti politici».

Il suffragio universale vigeva non più, come sotto il primo Napoleone, ridotto dalle liste elettorali, ma completo e in regolare attività. L'esigenza, manifestata un tempo dal parlamento del lavoro al palazzo del Lussemburgo, che da ora in avanti la superiorità della cultura dovesse tanto poco costituire un diritto quanto la superiorità della forza muscolare, aveva ottenuto completa effettuazione. Il suffragio universale formava la base del nuovo diritto pubblico ed entrava in vigore in ogni elezione, in ogni cambiamento dei principii fondamentali della costituzione: gettò in breve tempo radici tanto salde, che nessun partito ha più pensato seriamente di levarlo. Nelle elezioni del 1863 parteciparono il 73,9 per cento, nei plebisciti che fondarono la costituzione e l'impero dal 75 all'84 per cento della popolazione adulta maschile. Abili strumenti del governo, come Thuillier, cavarono da tali dati la conclusione: «l'impero è la più grande e più felice democrazia, che il mondo ha mai vista coronata dalla gloria e dalla libertà»; ma lo storico, invece, per l'appunto in cotesta enorme partecipazione del popolo discerne la prova dello sconfinato potere del dispotismo democratico.

Nei tempi di transizione dal medio evo all'età moderna la storia della maggior parte degli stati ha visto «re della povera gente» i quali, sorretti dalle moltitudini, fiaccarono l'oltracotanza dei piccoli signori. Il dispotismo neofrancese era di un'altra specie. Questo aveva trovato il diritto pubblico già formato da un pezzo, e si sentì chiamato a spianare con gli accorgimenti positivi di un'autorità statale onnipotente l'enorme contesa d'interessi della moderna economia democratica. Si propose, come dice Napoleone III, di «appagare l'attività di questa società anelante, irrequieta, esigente, che attende tutto dal governo»: il sistema, in altre parole, era un socialismo monarchico. Una volta Sainte-Beuve in senato compendiò molto giustamente il cómpito del _socialisme autoritaire_, di cui noi abbiamo già rintracciato i primi vestigi nei primi scritti di Luigi Bonaparte: «esso vuol prendere la parte buona delle idee socialistiche, per strapparla alla rivoluzione, e inserirla nell'ordine regolare della società». Non già semplicemente l'indifferenza alle questioni costituzionali propria di tutti i socialisti, bensì la coscienza dell'affinità elettiva condusse nel campo di Bonaparte molti, come i Bixio, i Chevalier, i Duveyrier, che un tempo stavano accosto accosto alle scuole dei socialisti. Anche quei socialisti che per anni dominarono il mondo borsistico del bonapartismo, i due Pereire e i loro compagni, non avevano minimamente abiurato la loro fede.

Ogni regime dispotico è affetto da un tratto mistico: il misticismo del secondo impero si manifestò nella devozione religiosa con cui era celebrata la maestà della volontà popolare, la sagra dell'_homme-peuple_. Non occorre dire che cotesta sagra era immediatamente caduca, non appena la volontà popolare cangiasse. Certo, il bonapartismo non nutriva pregiudizi, né pretendeva, come anni prima i Borboni, di cancellare il passato, ma si sentiva legato di solidarietà con tutti i governi precedenti: celebrava le idee dell'89 come il principio fondamentale, la fiamma vitale della sua costituzione, e professava con labbro eloquente gl'ideali di libertà, anche se poi col fatto la sopprimeva. L'imperatore asserì: «fedele alla mia origine, io non considero le prerogative della corona come un pegno sacro e intangibile, né come un'eredità dei miei padri, che io deva anzi tutto trasmettere intatto a mio figlio». Ma se il bonapartismo non soffriva di fisime legittimiste, pativa però del morbo ereditario della tirannide, dell'odio a ogni salda limitazione legale del potere dello stato.

L'imperatore poteva garantire concessioni al liberalismo, ma l'eletto del popolo non poteva mai riconoscere una sincera reciprocità di diritti e di doveri fra sé e il corpo legislativo, non mai una vera costituzione. Certamente non era dato introdurre una legge se non mercé l'accordo dell'imperatore, del senato e del corpo legislativo; nondimeno soltanto l'imperatore emanava i decreti necessari all'esecuzione, sebbene la savia disposizione del primo Napoleone, che trasmetteva al senato la regolazione dei casi non previsti dalla costituzione, fosse passata anche al secondo impero. Ma siccome fuori dell'imperatore non esisteva alcun potere che fosse in grado di sistemare coteste difficili idee di diritto pubblico, seguiva in fatto, che tutti i grandi atti legislativi dell'impero emanavano soltanto dall'imperatore. Un decreto imperiale ordinò la successione al trono; un decreto fondò nel 1858 il Consiglio intimo, che era un collegio di personaggi fidati al quale l'imperatore esponeva a consultazione tutto ciò che aggradiva, e che in uno col Consiglio di stato incaricato di tutti i disegni di legge doveva secondo la costituzione formare «la ruota più importante della nostra nuova organizzazione». Un decreto imperiale concesse al corpo legislativo il diritto di mozione, un altro decreto gli ritolse cotesto diritto e gli accordò in risarcimento il diritto d'interpellare il governo. L'imperatore aveva facoltà di decretare sempre che volesse lo stato d'assedio ed era solo tenuto a ottenere suppletivamente la sanzione del senato. In breve, il formidabile dettame napoleonico _le pouvoir reprend ses droits_ poteva entrare in vigore ogni momento: da un istante all'altro tutte le classi dei cittadini dello stato potevano, come nel 1858, esser poste fuori della legge da una legge di sicurezza.

La mano di ferro in guanti bianchi, cotesto rimedio gradito agli assolutisti pei nostri tempi malati, era col fatto divenuta il retaggio della nuova Francia. Solamente cinque capisaldi della costituzione non potevano abolirsi senza il consenso del popolo sovrano: la responsabilità del capo dello stato, la dipendenza dei ministri dal solo imperatore, il consiglio di stato consultivo, il corpo legislativo deliberante le leggi e il senato come _pouvoir ponderateur_. In altre parole, la limitazione del potere imperiale, il passaggio al sistema parlamentare era impossibile senza la sanzione della nazione: per contro l'imperatore era libero senz'altro di ampliare la propria potestà, eccetto questo, che non gli era lecito di abolire il corpo legislativo. Nello stesso modo come un tempo il primo Napoleone aveva detto: «il disegno costituzionale di Sieyès abbraccia solamente l'ombra; ma noi abbisogniamo della sostanza, ed io ho collocato cotesta sostanza nel governo», così anche al secondo bonapartismo era dato di vantarsi, che il potere esecutivo formava l'unica forza viva del suo diritto pubblico. È certo, però, che la costituzione del 1852 non ha condotto, come quella consolare, a un accrescimento sempre più soverchiante del dispotismo. L'imperatore ha spesso riconosciuto il bisogno di condizioni di maggiore libertà. Secondo l'assicurazione del duca di Morny, egli nel 1861 lamentava nel Consiglio privato la mancanza di pubblicità e di sindacato come il cancro del sistema; e nel febbraio del 1866 dichiarò al senato: «il mio governo non è stazionario, ma progredisce e vuole progredire». Nel 1865 fece esporre al pubblico i provvedimenti più importanti del suo governo nella compilazione _la Politique impériale_, con la ferma fiducia, che il giudizio pubblico non avrebbe disconosciuto le benemerenze del regime. Se non che la prima condizione della libertà politica, la sicurezza del diritto comune, la quale importa più delle singole concessioni al liberalismo, era onninamente impossibile nella Francia imperiale.

Il secondo impero si serbò fino alla caduta come un dominio dispotico, e Napoleone III svelò nelle note parole del suo discorso del trono del 14 febbraio 1853 l'estrema ragione di cotesta situazione illegale: «la libertà non ha mai aiutato a fondare un edifizio politico duraturo, ma lo corona quando il tempo lo ha consolidato». Si motteggi pure la piatta balorda concezione dell'essenza della libertà, che si smaschera in questa mezza verità schiettamente napoleonica; ma la famigerata teoria del coronamento dell'edifizio non è del tutto assurda. Non si può rifiutare l'esempio, mille volte addotto dai bonapartisti, dello stato inglese. Anche l'Inghilterra cominciò a godere pienamente la libertà parlamentare, quando i pretendenti Stuardi più non erano pericolosi, e la casa di Hannover era minacciata seriamente solo in alcune parti separate del regno. In Francia, invece, i tre quarti delle energie popolari rimasero sistematicamente materia greggia pel governo dello stato, giacché tre partiti combatterono continuamente il quarto che era al potere. Giorno per giorno toccava al governo, come del resto a tutti i predecessori dal 1815, di lottare per la propria esistenza; e di cotesta sua posizione aveva coscienza viva, né credeva punto a un subitaneo adempimento della solenne profezia del discorso della corona: «le passioni inimiche, unico ostacolo all'espansione delle vostre libertà, andranno sommerse nell'immensità del suffragio universale». Di gran lunga più chiaramente era espressa la verace opinione dell'imperatore in quel luogo della _Vie de César_: «i partiti politici non disarmano mai, nemmeno davanti alla gloria nazionale». Perciò l'impero finì sempre col ripiombare da capo nelle pavide dottrine della tirannide: se il paese rispondeva nelle elezioni secondo gl'intendimenti del governo, la nazione era contenta e non abbisognava di riforme; se le elezioni riuscivano a favore dell'opposizione, i vecchi partiti erano tuttora vivi, e ogni concessione portava pericolo. Per sua propria confessione, il governo paventava più malanni da un abuso della libertà che da un abuso del potere, e non si faceva carpire mai un diritto definitivo.

Con l'elevazione delle moltitudini l'imperatore niente altro temeva più, se non lo scontento delle moltitudini. Il grido _silence aux pauvres!_ che un tempo Lamennais aveva designato come la parola d'ordine della borghesia, valeva anche sotto Napoleone III, ma in un nuovo senso: tutto nella nuova Francia era lecito dire, salvo che non al popolo. Donde il terribile bavaglio del pensiero, dallo stesso primo imperatore appena raggravato, che dalle medesime moltitudini non era sentito immediatamente come una compressione, ma che pure per cagion loro veniva mantenuto fermo. Innegabilmente il bonapartismo si è tenuto lontano da «quel colpevole e imprevidente lasciar andare, che si adorna talvolta col nome di libertà». Il piccolo commercio dei libri offrì un grato campo alle sue cure paterne: nei primi due anni dell'impero già seimila volumi erano stati depennati come immorali dalle liste dei librai ambulanti. Anche il più modesto dei diritti politici, il diritto di petizione, era mozzo. Era permesso presentare petizioni soltanto al senato, che le lasciava sospese a suo libito: tra il corpo legislativo e le moltitudini doveva intercedere semplicemente l'assenza di ogni rapporto. Siccome il diritto delle riunioni politiche, che è legato al suffragio universale come l'àncora al bastimento, venne addirittura annullato dall'impero, può sembrarci strana, ponendovi mente, la rapidità e l'infallibilità con cui le nuove idee di opposizione al governo, affluendo tutti gl'ingegni alla capitale, si diffondevano mercé le libere conversazioni in tutto intero il ceto colto. Ma la disposizione delle persone colte era presa poco in considerazione dal bonapartismo. Anche gli operai potevano discutere tra loro delle proprie aspirazioni sociali. Ciò che bisognava impedire, era l'influenza delle persone colte sulle moltitudini: il profondo scontento degli uomini di pensiero non doveva a nessun patto permeare il quarto stato. Donde la distinzione profondamente accorta fatta dal ministro Pinard tra l'istinto innato di sociabilità e il diritto puramente relativo di riunione. Donde il fatto, che l'unione ginnastica tedesca di Parigi, grazie al favore della casa Rothschild, formò in Francia l'unica associazione che non fosse interamente estranea alle idee politiche; e la superba nazione, che aveva conquistato alla terraferma il diritto di associazione, era nell'anno 1866 talmente sprofondata al disotto delle sue speranze, che perfino i liberali non sapevano elevarsi oltre il desiderio, che dovessero permettersi le pubbliche riunioni almeno negli ultimi venti giorni prima delle elezioni! Che poi alla chetichella non si preparassero guai, lavorava la polizia segreta, la zelante discepola dei Maupas, dei Pietri, dei Lespinasse. Era in funzione anche un gabinetto nero, per quanto l'enorme aumento del movimento postale moderno permetteva le miserabili arti di un'età soggetta. Napoleone III nella sua entrata a Milano, acclamato freneticamente da un popolo a cui portava la libertà e seguito passo su passo da un nugolo di spie i cui ben noti ceffi di briganti italiani suscitavano il riso dei neolatini, ecco una scena, che presenta in piena luce il carattere di cotesta tirannide popolare. Per simili ragioni si spiega anche, come l'ineguaglianza del diritto rispetto ai prodotti sia durevoli che efimeri della stampa, che in uno stato non fondato sulla legge è affatto inevitabile, prevaricasse sotto l'impero oltre ogni misura. Secondo il signor Rouher le idee dell'89 stabiliscono solamente un diritto del singolo di pubblicare la propria opinione, non già un diritto di comunicazione collettiva. I libri, che la povera gente non legge, godono di una libertà di stampa quasi intera. Prévost-Paradol curò, come un tempo i nostri liberali sotto la censura di Karlsbad, di rendere suppletivamente note nei suoi libri le trattazioni che la polizia non gli aveva permesse nella rivista. Per le gazzette aveva vigore l'oracolo di Granier: la stampa inasprisce le controversie senza risolverle, il governo le risolve senza inasprirle. Un armamentario abbastanza soddisfacente per mansuefare la stampa era già predisposto nelle leggi della repubblica: l'imperatore, di soprassello, vi aggiunse nel febbraio 1852 anche l'ammonizione di polizia. In virtù di novantuno ammonizioni piovute nello spazio di quindici mesi sui giornali già da un pezzo intimiditi, il signor di Persigny produsse nella pubblica discussione «quella temperatura moderata nella quale, e soltanto in quella, prospera la libertà». Più importante pel sistema era l'altezza della tassa di bollo sui giornali: il bollo ne avviluppò molti tra le difficoltà finanziarie, li condusse a lerci rapporti con le potenze della borsa, e, soprattutto, precluse la stampa colta alle moltitudini. Il popolano poteva bene cavare dal piccolo _Moniteur_ poco costoso la convinzione dello splendore dell'impero, oppure corroborare la sua educazione morale sulla perfetta scimunitaggine e sull'oscenità del _Petit Journal_ e fogli affini di ciancerie e pettegolezzi. La stampa forestiera era assoggettata dopo, come prima, a una brutalità semplicemente russa: per nessuna qualsiasi via indiretta era dato che al popolo pervenisse notizia, come qualmente in qualche parte del mondo vivessero dei pazzi, i quali non tenevano l'impero come il più libero e il più felice stato del globo. Aggiungiamo, inoltre, una censura teatrale la cui meticolosità altamente comica richiamava sovente ai tempi del vecchio imperatore Franz, e conveniamo francamente, che il governo faceva per l'innocenza politica delle moltitudini ciò che il governo poteva.

A questo senso d'incertezza, che impediva qualunque cambiamento serio del sistema, si accompagnava la macchia morale che bruttava il colpo di stato, e che poteva essere, per quanto dimenticata, perdonata non mai. Napoleone nella _Vie de César_ confessa, che il più grave cómpito di un governo sorto dalla violenza è quello di riconciliarsi gli uomini dabbene. Anche il 2 dicembre, non è dubbio, non fece che ricondurre una rivoluzione in pro del trono; mutò ben poco nei più importanti istituti dell'amministrazione, principalmente nello spirito: per l'uomo colto, che non può veramente vivere senza la libertà del pensiero, col fatto principiò con quel giorno una nuova età. Perciò perfino il moderatissimo Tocqueville non seppe risolversi a prestare il giuramento all'impero. L'accomodazione degli spiriti agili non offriva alcun compenso al profondo disgusto morale della nobiltà intellettuale della nazione. Se il vecchio Dupin ricevé un'alta carica dal bonapartismo perché l'infelice era già ridotto «a dover toccare le rendite dei suoi beni»; se il principe Napoleone, che il due dicembre nessuno riuscì a trovare, si affrettò, dopo la vittoria, a entrare nel campo del fortunato cugino; e via di questo passo all'infinito; potevano bene, questi uomini, consolarsi col sublime apoftegma di Dupin: «io ho sempre appartenuto alla Francia, non mai a un partito». Ma all'accorto autocrata certamente sorgeva spesso il dubbio, se erano davvero coteste le forze morali, su cui potesse reggersi un regime. Una volta un dignitario dell'impero proclamò: «Per le moltitudini come pel singolo vale la regola, che chi domanda e ottiene favore, si lega di gratitudine a chi glielo ha concesso. Questo impone il pubblico pudore». La verità di coteste parole, la cui sovrana alterigia di virtù richiama Guizot, doveva apparire evidente a ogni imparziale, ma difficilmente a una burocrazia, che già aveva visto a terra tanti troni. Burocrazia, d'altronde, la quale con tutta la sua solerzia di servizio covava però uno spirito di corpo affatto deciso: salita in alto in nome dell'«ordine», voleva serbarsi ceto dominante e perciò, dai prefetti fino alle guardie campestri, era reazionaria nell'anima. Anche il partito del governo, che col dolce appoggio dei prefetti era entrato nel corpo legislativo, era composto di fanatici dell'ordine. L'imperatore era la testa più libera del governo; nulladimeno, per tutto il tempo che la dinastia non fu riconosciuta senza riserva dai liberali, si vide costretto ad attuare le sue riforme per mezzo di uomini che aborrivano ogni progresso. In tal modo, da qualunque parte ci facciamo, noi ritorniamo alla conclusione, che l'impero doveva essere e rimanere un dispotismo democratico.