La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 6

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Ma al presidente era riserbato un ultimo trionfo: la legge del 31 maggio. Sembra a noi del tutto ammissibile, che solo di contraggenio il principe avesse dato il suo consenso a questa limitazione del suffragio universale, il quale, del resto, costituiva il solo titolo legittimo della sua dinastia: d'altra parte, egli non aveva facoltà d'impedire la legge. E appunto di quest'opera inconsiderata decise ora di servirsi come arme contro l'assemblea nazionale. La stampa bonapartista, con a capo il sempre disinvolto Véron, aprì la campagna contro la legge. Di più, il principe saggiò un tentativo, poi subito smesso, di approccio ai democratici sociali, e finalmente il 4 novembre in un messaggio al parlamento disse: «Nutrite voi forse meno fiducia di Noi nell'espressione della volontà popolare? Ripristinare il suffragio universale significa prendere la bandiera alla guerra civile e l'ultimo argomento all'opposizione». Era quello, dopo il rigetto della revisione dello statuto, un altro grosso sproposito del parlamento l'ostinarsi, per odio al presidente, a tenere in vita una legge che tutti confessavano insostenibile. E così il presidente apparve ora alle moltitudini come il difensore della democrazia di contro a una casta tirannica.

In uno stato burocratico la lotta tra il potere esecutivo e il legislativo deve infallibilmente menare alla vittoria dell'esecutivo, quando però il capo dell'amministrazione possa contare sulla validità del proprio volere e sull'indifferenza delle popolazioni. Sin dalla fine di ottobre, dichiarata la guerra, un gabinetto di proseliti personalmente ligi circondò il presidente. Già da un pezzo il principe aveva ravvisato nel generale Saint-Arnaud l'avventuriero arrischiato e senza coscienza che faceva al caso suo. Per procurare al suo uomo un po' di grido, fu intrapresa una spedizione contro i Cabili. Tornato dall'Africa vittorioso, l'eroe ottenne il portafoglio della guerra, e immantinente risovvenne alle truppe il dovere della cieca ubbidienza militare. Il presidente ricevé gli ufficiali con l'assicurazione: «il giorno del pericolo io non mi condurrò come i miei predecessori; non vi dirò: marciate, vi seguo! vi dirò: io marcio, seguitemi!». In conseguenza di tali avvenimenti, i questori della camera presentarono la mozione, che l'assemblea nazionale avocasse a sé il regolamento di ordine dell'esercito. Che, dati gli umori ostili dell'esercito, cotesta idea non avrebbe seguito, era evidente; ma, affinché tutta l'azione dell'assemblea non apparisse un vacuo apparato verbale, bisognava venire all'estremo tentativo di difesa. Il parlamento era colpevole di falli indimenticabili, perché troppo sovente aveva posto al disopra del bene del paese l'odio reazionario della fazione: ed ora, giusto contrappasso, gli toccava di andare alla malora sotto la rabbia settaria della Montagna. L'odio ai dispregiatori dei sacri giorni di febbraio stava ai socialisti più a cuore, che non la preservazione della repubblica. Essi si ribadirono come i rappresentanti schietti di quella democrazia dell'invidia, che gl'italiani qualificano col nome incisivo di _democrazia di rappresaglia_. E non vollero prestare nuove armi agli assassini del suffragio universale: la mozione dei questori fu rigettata. Fu il terzo grosso sproposito del parlamento. Esso stesso, il parlamento, diede la partita perduta. Il presidente, secondo che ammette lo stesso Granier sulla fede di Cassagnac, era deciso, non appena la proposta dei questori fosse stata approvata, a rispondere immediatamente con un atto di autorità. Caduta la proposta, disse sollevato: _cela va peut-être mieux!_ Ora sapeva, che contro di lui non esisteva nemmeno l'ombra di una volontà, e che se il colpo di stato avesse incontrato mille avversari, non un uomo si sarebbe mai afflitto per quel parlamento.

La sola giustificazione possibile del colpo di stato è nelle incalcolabili perturbazioni che minacciava di apportare l'anno 1852, e nella necessità della monarchia, ammessa ormai dalle manifestazioni non ambigue della volontà popolare non solo, ma, in fondo, perfino dalle ultime discussioni dell'assemblea nazionale. Il presidente scansò gli sbagli del 18 brumaio, e prese a modello la rigidezza ferrea, rapidamente risolutiva, con cui altra volta lo zio aveva compresso il 13 vendemmiale Parigi sollevata. Anche ai quattro uomini, che soli il principe aveva iniziati ai suoi torbidi segreti, Morny, Saint-Arnaud, Persigny e Maupas, appartiene la testimonianza, che tutti insieme seguivano con la sicurezza della virtuosità le teorie del catechismo della tirannide di Machiavelli. Morny era l'anima dell'impresa: dal silenzio del suo gabinetto dirigeva i movimenti delle truppe, quando alla fine il 3 dicembre, con sua alta soddisfazione, la rivolta nelle strade si annunziò abbastanza fiacca. Se il 2 dicembre fu una necessità, e oggi qual uomo che abbia senso politico può ancora contestarlo? è però non meno sicuro, che negli animi superficiali degli sfrontati venturieri offertisi sicari al colpo di stato, non è a ricercare nulla di quella profonda serietà, di cui un atto di ardimento storico suole compenetrare gli audaci autori. La sera del 1º dicembre disse il signor di Morny: «se è questione di scopa, procurerò di trovarmi dalla parte del manico»; e il mattino del giorno seguente, mentre i birri invadevano la camera dei deputati, Saint-Arnaud e Mocquart si baloccavano con spiritosaggini scimunite: come sarebbero stati spassevoli a vedere il piccolo Thiers e il piccolo Baze in camiciola, davanti ai graduati di polizia! E coteste vecchie storie innominabili, il signor Véron dopo quindici anni le serve in tavola un'altra volta, con vanitoso compiacimento. La massima incontestabile, che un uomo di stato non deve volere nulla più morale del necessario, non basta evidentemente a discolpare la frivola e feroce criminosità dello strumento del necessario. Se una congiura, perpetrata dai custodi stessi della legge, è certamente la più esosa di tutte le violazioni del diritto, per giunta cotesta enormezza fu resa quasi inespiabile dalla nullità morale dei consoci, dei quali il presidente si valse. E anche l'esecuzione del colpo di stato procedé con brutalità sproporzionata e inutile.

Lasciamo ad altri il rimestare in quella lordizia e descrivere particolareggiato, come il generale Forcy fece prendere pel colletto i deputati, come il generale Saint-Arnaud fece punire di morte sul momento i còlti sulle barricate, come la soldatesca avvinazzata si sparse dopo la vittoria ad assassinare e inferocire nei viali dei boulevards, come i difensori delle barricate rimasti lì furono spazzati via in mucchio, tanto che i superstiti si riversarono al camposanto per riconoscere a un braccio, a un piede sporgente dalla terra i loro cari caduti. Il sistema delle deportazioni e delle proscrizioni, maneggiato dall'assemblea nazionale con così miserabile maltalento, si ritorse adesso contro i suoi autori. È ben lecito calcolare, che durante lo stato d'assedio proclamato su una gran parte del paese, 80.000 persone furono imprigionate: nemmeno a Napoli e a Roma la reazione aveva così radicalmente fatto piazza pulita degli avversari.

Tra gli avvenimenti della rivoluzione di brumaio il giudizio morale stima il più obbrobrioso non già la brutale irruzione della soldatesca nella sala dei cinquecento, ma la seduta serotina del 19 brumaio, non menzionata dalla maggior parte delle opere storiche, nella quale essa medesima, l'assemblea dei cinquecento, dichiarò di avere il generale Bonaparte ben meritato della patria. Del pari, il punto tragico impressionante del colpo di stato di dicembre non è la barbarie degli sgherri, non è il pathos rettorico a buon mercato che i deputati sfoggiarono in faccia ai soldati irruenti; è invece la sorte delle rappresentanze popolari, le cui armi spirituali, quando vengono al cozzo con la potenza del pugno, si rivelano compassionevoli: e noi lasciamo ai bonapartisti il gusto di farne le beffe. Il terribile della catastrofe è il fatto, che la maggioranza della nazione approvò il colpo di stato. Può darsi che il presidente, da professatore fatalistico qual era della fede napoleonica, avesse stimato le simpatie popolari più forti di quel che erano; comunque, aveva per sé l'enorme maggioranza delle provincia, e gli operai della capitale non lo avversavano. Appena mille sollevati, appartenenti i più ai ceti colti, erano accorsi alle barricate. Gli uomini del camiciotto guardarono con malizia, come i principali _transporteurs_ fossero raggiunti dal taglione. Il sobborgo Sant'Antonio era stato completamente disarmato fin dalla sollevazione di giugno; e ai membri dell'assemblea nazionale che comandavano la resistenza fu risposto con sprezzo: «perché combatteremmo contro l'uomo, che ci ha dato il suffragio universale?». Tanto era profonda la voragine, che separava le folle dai repubblicani colti! La grande maggioranza della popolazione della capitale diede prova di una frivolezza completa; la ressa dei curiosi invase i luoghi delle barricate vinte come un circo di nuovo genere, e tutti si rallegravano, che gli annali della capitale del mondo si fossero ancora una volta arricchiti di un formidabile avvenimento. In alcuni dipartimenti del centro e del Mezzogiorno tumultuarono i contadini e i piccoli borghesi; nel Varo a capo della rivolta era una dea della libertà. Comunque, fu significante, che gli umili nelle provincie principiassero finalmente a mostrare una volontà; del resto le turbolenze furono per ogni dove facilmente sedate.

Noi non annettiamo valore al fatto, che la versatile burocrazia anche questa volta si conformò, e nella sua grande maggioranza sottoscrisse il riconoscimento formale del colpo di stato, che il nuovo sovrano, con sicura conoscenza degli uomini, richiese immediatamente; né vogliamo indagare se il rialzo, con cui la borsa di Parigi salutò il 2 dicembre, fu provocato da abili incette da parte dei compari di Fould. Ma la gioia cieca dei possidenti, la rapida ripresa degli affari, la completa indifferenza con cui era guardato ogni nuovo tratto violento del governo, non lasciavano dubbi sull'opinione del paese. Sette milioni di francesi sancirono col loro voto il colpo di stato. E l'esercito? Come mai i figli del contado avrebbero prestato la loro spada al napoleonide, se i contadini non avessero voluto l'impero?

In luogo di attaccarsi alle particolari falsificazioni che si frammischiarono nel voto universale, conviene piuttosto all'uomo politico cogliere nel nodo vitale l'essenza di una società democratica, il significato del proverbio criminosamente abusato _vox populi vox Dei_. Il più duro assolutismo che conoscesse il secolo decimonono, fu fondato da una manifestazione della volontà popolare democratica. Nei primi anni si trovarono di conserva contro il nuovo sovrano presso che tutte le menti rappresentative della nazione, quasi tutti i nomi illustri dell'arte e della scienza, della politica e delle armi; nemici tutti; e con una unanimità a stento udita nella storia. Principiò un tempo, in cui i cervelli imbamboliti si adagiarono nel puro nulla del non pensare, e per le nature più nobili andò perduto quasi tutto ciò che forma per loro il miglior contenuto della vita; innegabilmente, però, le moltitudini furono per alcuni anni felici e contente. Tanto grama è l'importanza dell'ingegno e del pensiero in una età di democrazia e di economia! La rivoluzione di febbraio feriva gl'interessi della proprietà; ragion per cui le si levò subito contro un'opposizione vittoriosa. Il colpo di stato fu un benefizio per l'industria e il commercio; non colse nessuno così gravemente come i capi spirituali della nazione, gli uomini del pensiero; e perciò l'opposizione si ridestò a rilento, e tanto più poi, perché in questo popolo la potenza delle idee non aveva più la forza di annientare il dispotismo. Non la Francia, sibbene la spada tedesca avrebbe un giorno annientato il terzo come già il primo Napoleone. Il parlamentarismo, che per lo spazio di una generazione aveva mosso e occupato la nobiltà intellettuale del paese, sparì in un sol giorno, senza lasciar traccia, come inghiottito dalla terra, senza nemmeno un ricordo potente dietro di sé, senza un partito fervente. Perché effettivamente in cotesto stato burocratico esso non era mai vissuto, e nello spasimo dell'agonia solo questo aveva ricordato alla nazione: che la servitù della Francia era stata stabilita per mezzo del parlamento. Offese violente alla costituzione, come la legge del 31 maggio, e segrete trame traditoresche con gli Orléans: ecco le ultime gesta degli eroi di virtù del parlamento francese.

Le estreme cause della catastrofe rimontano lontano. Il presente, perduto di sé stesso come Narciso, ripete senza riguardo la grave verità, che la Francia ha rotto con la sua storia. Esso non sa, che in questa sola parola è tutto un mondo riboccante di colpa. L'esperienza di ogni giorno insegna fino a qual punto la risoluzione di principiare una nuova vita devasti le anime anche più salde, e quanto raro avvenga. E noi ci meravigliamo se una grande nazione, che è dimentica del suo passato, vada barcolloni tra l'indisciplinabilità sediziosa e la sottomissione cieca! Noi protestanti non riusciamo a considerare le precipitose convulsioni della vita francese, senza lamentare ancora una volta il calamitoso editto che bandì dalla Francia la fede evangelica. Quando a un popolo ardimentoso e geniale non resta altra scelta che la Chiesa dell'autorità e del piatto ossequio; quando nelle questioni più sacre, supremamente personali, gli è tolta la debita libertà, gli è tolto il terreno della discussione e della comprensione, allora un'agitazione convulsa invade tutta intera la sua vita spirituale; terribili contraddizioni vengono immediatamente a cozzo, e la società, sbattuta da una lotta irresolubile, ritorna sempre a cercare di nuovo la propria salvezza nella servitù.

Conferisce ai tedeschi il riandare anche la complicità del proprio popolo, la complicità dell'intera Europa. Non solamente il papa salutò con riboccanti benedizioni l'eroe del 2 dicembre; in tutti i paesi europei i possidenti acclamarono al nuovo sovrano. Taluni, come lord Palmerston, penetrarono la necessità del rivolgimento; i più si rallegrarono spensieratamente di essere stati sgravati alla fine dalle ansie per la sicurezza dello scrigno. Perfino lo czar Nicola, l'antico avversario dei Bonaparte, riconobbe benevolmente i meriti che il presidente si era acquistati per la causa dell'ordine. La corte viennese segretamente sperò che il colpo di stato ricondurrebbe decisamente a una restaurazione borbonica; perciò Felice Schwarzenberg non stimò inopportuno celebrare _un individu tel que Louis Napoléon_ come un eroe della causa conservatrice. Il nome stesso «salvatore della società» depone come un indimenticabile testimonio di miseria per l'animo virile di quella età profondamente caduta. Ma anche più miserabile dell'allegria del borghesume salvato, apparve la vigliaccheria del radicalismo tedesco, il quale, in luogo di resistere virilmente in casa alle improntitudini della reazione, per un anno intero confermò il proprio coraggio civile nelle spiritosaggini niente pericolose su «Lui». Ma quanto più rumorosamente i radicali berteggiavano e schernivano, tanto più profondamente il nuovo sistema s'insinuava nelle istituzioni dei paesi vicini. «Il suffragio universale è il lavoro», proclama la meglio fondata tra le spampanate del nuovo bonapartismo: il 2 dicembre significa il principio di una nuova età piena di una produzione economica elevata al grado supremo. Laddove il primo impero aveva con la sua tracotanza violenta chiamato a raccolta tutte le forze morali dei vicini, ora invece cotesta nuova scostumatezza e crapulosità francese traboccò dalle frontiere rovinando e stupidendo: tirannide di una immoralità senza idee, alla quale in quei cinquant'anni non si sottrasse interamente nessun popolo di Europa.

Il nuovo sovrano indubitabilmente era molto superiore al suo _entourage_. Tanto che fin dal principio a un giudizio imparziale non poté sfuggire, che egli non si proponeva né di calcare le orme sanguigne dello zio, né di disfarsi nella nullità del cavaliere di ventura coronato dalla vittoria. All'opposto, per la prima volta nella nuova Francia iniziò egli un regime, che dagli esordi aveva a misurarsi con l'opposizione della capitale: tuttora sotto lo stato di assedio un terzo degli elettori parigini pronunziarono il loro _no_ avverso il nuovo ordinamento. In tale rischio, il presidente non poteva sdegnare nessun'arme che gli venisse a mano. Si servì della sciabola, e, alla maniera dello zio, parlò all'esercito come alla parte scelta della nazione. Si servì del confessionale, e incorò gli ultramontani alle più arrischiate speranze. Si servì della dedizione degli spiriti, e la burocrazia, ligia in ogni tempo, fece presto a ricorrere a tutti gl'intrighi della vecchia polizia imperiale. La rabbia del tacimento, _la fureur de silence_, dominò in Francia, mentre la stampa presidenziale annunziava con giubilo: noi abbiamo un padrone! L'introduzione del nuovo statuto dichiarò, che il capo supremo dello stato era personalmente responsabile. L'articolo fu assai motteggiato; eppure conteneva una delle poche verità sperdute fra le tante bugie accumulate in cotesta costituzione. L'enorme responsabilità, che pesava sul nuovo sovrano, sarebbe stata comportabile solamente nel caso, che egli fosse riuscito a sanare il proprio governo dalla macchia dell'origine e a dare sviluppo a quelle idee di progresso, che indubbiamente sono involte nella sostanza proteiforme del bonapartismo.

Fu ristabilita la calma, non già la pace degli spiriti. Già fin da prima del colpo di stato una circolare segreta del radicale «Comitato di opposizione» aveva dichiarato, che da ora in poi era impossibile ogni perdono in riguardo delle classi abbienti. Adesso, per giunta, alle vecchie contese che scindevano il paese ne era sopraggiunta una nuova, e talmente soverchievole, che al paragone tutte le altre scissure sparivano: la Francia si ruppe un'altra volta, come dopo i cento giorni, in due nazioni: i vincitori e i vinti del 2 dicembre. E cotesto contrasto durò fino alla caduta del terzo Napoleone. Il secondo impero ha apportato parecchi successi cospicui alla potenza e al benessere del paese, ma per lo spazio di venti anni non gli venne mai fatto di persuadere la nazione al tranquillo e incondizionato riconoscimento del novello regime.

PARTE QUINTA

IL SECONDO IMPERO

Il Secondo Impero. [Scritto in Heidelberg nel 1871.]

I.

L'opinione corta dei molti viene sempre determinata dall'impressione dell'ultim'ora. Da quando il secondo impero ha trovato una fine obbrobriosa sul campo di Sédan, la figura del terzo Napoleone è fitta nella mente del popolo tedesco come quella di un empio violatore della pace, e questo giudizio nazionale non sarà forse mai cambiato, certo non lo sarà nell'avvenire prossimo. Se io mi arrischiassi di ripubblicare, corrette oggi e completate, le osservazioni sul recente fenomeno del bonapartismo che scrissi nel 1868, mostrerei la presunzione di voler influire sul sentimento popolare, che ben a ragione domanda sempre idee semplici, complete, senza contraddizioni. Mi rivolgo alla breve cerchia di coloro, che non s'infastidiscono di riandare la conturbante storia clinica del popolo francese in questi ultimi ottant'anni. Chi ha cercato di farlo coscienziosamente, prima di condannare perentoriamente l'edifizio statale di Napoleone III, proporrà piuttosto il quesito, se è possibile, innanzi tutto, di ben governare cotesta nazione; e ne caverà la conclusione, che il secondo impero non ha cagionato la rovina della Francia, ma l'ha trattenuta per due decenni. Toccò all'ultimo Bonaparte, mercé la propria accortezza, mercé il favore della fortuna e la debolezza dei popoli vicini, di alzare ancora una volta lo stato francese a una pienezza di potenza, che sopravanzava di gran lunga la potenzialità morale della nazione.

Non possiamo affermare, che il contegno dei nostri vicini a nostro riguardo sia cambiato sostanzialmente dal tempo del trattato di Vienna. E cerchiamo la ragione di cotesta politica ora irritante, ora minacciosa, ora violentemente aggressiva, non già in un sistema qual si sia, ma, parte nel carattere nazionale, che non muterà, fintanto che l'educazione del popolo francese sarà volta a svegliare l'ambizione esteriore in luogo dell'intimità morale dell'anima; parte in noi stessi, nel nostro sminuzzolamento, nelle nostre guerre civili, che permisero ai francesi di fare assegnamento sulla debolezza della Germania. Ora che l'impero germanico gloriosamente risorto ha strappato il terreno sotto i piedi a tutte coteste amichevoli calcolazioni dei vicini, il tedesco può con superbo sentimento di tranquillità riandare i recenti destini del paese confinante.

Il tema, tuttavia, si presenta poco grato. Giacché l'antico e irrevocabile presentimento, che anche cotesto pomposo impero si sarebbe alla fine rivelato per niente altro che una nuova precarietà, ha già da tempo impresso un segno passionato di esagerazione su tutti i giudizi dei nemici del pari e degli amici. Ogni parola di condiscendenza ci si secca nella penna, quando udiamo con quale sfacciata ciarlataneria il bonapartismo ha saputo cantare la propria gloria: il nostro modesto elogio tedesco non salirà mai alla grandiosità dell'apoftegma di Rouher: «no, no, non è stato mai commesso un errore!». Anche un comodo biasimo appare triviale rispetto a un sistema, sul quale, come sopra una gigantesca avventura, gli stessi avversari moderati, fin da gran tempo prima che soccombesse, avevano calato in forma solenne la pietra sepolcrale. In tale eccesso di lode e di condanna è difficile mantenere la linea ferma e netta del giudizio storico; tanto più difficile, in quanto l'intima contraddizione del bonapartismo, la diabolica mezza verità, che noi abbiamo così spesso dimostrato essere il carattere fondamentale del dispotismo rivoluzionario, si presenta nel secondo impero con una energia addirittura suicida. Il terzo Napoleone non ha mai, con la parola o con l'opera, stabilita una tesi, che egli stesso non abbia subito dopo tolta via con una antitesi. Delle pericolose passioni di cui febbricitava la Francia, egli personalmente era certo più immune, che non forse qualsiasi uomo in vista tra i francesi contemporanei; solo che la necessità di sostenersi, l'intima essenza del suo sistema lo forzava a solleticare continuatamente quelle passioni; di modo che sopra di lui e sopra la sua Casa si compì la nemesi, che presto o tardi doveva raggiungere la tracotanza sacrilega dell'intero popolo.