La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 4

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Per noi che li abbiamo risaliti alle origini, non serbano più alcun mistero i motivi che condussero all'elezione del pretendente. La paura dello spettro rosso continuò a essere la passione dominante nel ceto degli abbienti. Dovunque in Europa la marea primaverile era in decrescenza, dovunque sorgeva quello sciagurato desiderio d'intorpidimento, quell'indolenza, che nel nostro paese ebbe la sua espressione caratteristica nella massima: ci vogliono i soldati contro i democratici. Nelle mani del pretendente le aberrazioni del radicalismo europeo fruttavano. Abitudine e ottusità, tardità e preoccupazione economica, che sono le alleate tradizionali della reazione, dominavano sui cervelli dei contadini. La dittatura di Cavaignac non era altro che un momento dell'eterna lotta pei fondamenti della società; ma il contadino aspirava ad una tranquillità più durevole. I meriti del generale, che per altro non erano menomamente comparabili con le splendide gesta alle quali un tempo Bonaparte si era richiamato, valevano ben poco per le popolazioni campagnuole; d'altronde i contadini lo conoscevano appena: per loro era puramente uno degli aborriti repubblicani. D'altra parte, i lavoratori della città perseguitavano di astio indissolubile il vincitore dei sollevati di giugno: sarebbe stato il benvenuto per loro qualunque capo di governo avrebbe reso la pariglia ai generali africani. Luigi Bonaparte lo previde. A Londra, quando gli parlavano della ferrea rigidezza di Cavaignac, disse secco secco al direttore Lumley: «colui mi spazza la via».

Il fatto è questo, senz'altro: le popolazioni delle campagne volevano la monarchia. Delle due dinastie borboniche la più recente era impossibile per ora, la più antica per sempre. Né l'una né l'altra vantavano un aspirante. Il disegno, ventilato da alcuni zelatori, di fondere i due rami della casa Borbone, andò a monte, sia perché gli Orléans non potevano rinnegare la propria origine rivoluzionaria, sia perché i rigidi legittimisti erano più di qualunque altro partito ostinati ferocemente nell'odio all'Orléans, compare dell'usurpatore. Perciò Luigi Bonaparte rimase il solo presidente possibile, nel caso che la nazione avesse voluto ristabilire il trono; e nello stesso modo come egli acquistò il potere sol perché non c'era altro mezzo per riparare all'improvvisata del febbraio, così il secondo impero si è retto fino a oggi sostanzialmente per questo, che la nazione non sa che cosa potrebbe sostituirlo. La stampa di sinistra non si stancava di gridare al popolo: se eleggete Bonaparte, voi fondate l'impero. E una volta che, ciò non ostante, il napoleonide fu nominato, per gl'imparziali non è più il caso, dunque, di contendere sul sentimento monarchico dei contadini. Né possiamo convincere di menzogna Luigi Napoleone, per avere egli, nel proclama emanato a giustificazione del colpo di stato, presentato l'elezione del 10 dicembre addirittura come una protesta contro la costituzione repubblicana. Le numerose schede portanti la designazione _Napoléon empereur_ e dichiarate nulle dai magistrati scrutatori, non lasciavano il menomo dubbio sull'intenzione dei votanti. Le ingiurie dei radicali erano servite soltanto a innalzare l'importanza del principe nell'opinione del popolo delle campagne. Le comiche scese di testa dell'avventuriero di Strasburgo e di Boulogne non impressionavano la povera gente; alla quale anzi andava a genio, che il pretendente avesse arrisicato due volte la testa pel fatto suo. E quando anche molti degli elettori effettivamente tenessero il principe per un pazzo, non per questo il _Journal des débats_ era autorizzato alla disperata invettiva: «la Francia gioca, la Francia vuol giocare!». L'opinione degli elettori giungeva in sostanza a dire: «noi giudicavamo ogni possibile forma di monarchia come più salutare di questa repubblica»: e chi ha il coraggio di tacciare di stoltezza un tale convincimento?

L'arma del pretendente, la potentissima fra tutte, era il nome. Di rado un popolo è stato più barbaramente punito, per le vuote fantasie della sua vanità nazionale. Le persone colte a furia di vagheggiamenti fantastici avevano fatto dell'imperatore soldato un idolo; adesso avrebbero toccato con mano, che anche nel secolo decimonono vivevano milioni di uomini che credevano all'idolo. Contro ogni aspettazione, l'esercito in principio si mostrò poco sensibile alla malia del gran nome militare. Certo, la stella di Cavaignac era sul tramonto anche nel mondo militare. Gli ufficiali si aspettavano, che egli presto avrebbe cacciato via l'assemblea nazionale con un napoleonico _le règne du bavardage est fini!_ giacché tra loro non aveva misura l'odio contro i _pékins_, cioè i ciarloni, gli avvocati. Quando invece serbò, col concorso di Charras, Lamoricière, Leflô, un irreprensibile contegno parlamentare, l'autorità del generale africano principiò ad affievolirsi nelle truppe. Ma siccome il pretendente era egli stesso un _pékin_, il suo nome riuscì a soppiantare solo in alcuni reggimenti quello del valoroso generale. Gli uomini delle grandi guarnigioni erano in parte conquistati al comunismo. Insomma l'armata, che avrebbe deciso un tempo, come ognuno presentiva, del destino della Francia, era apertamente divisa di sentimento. Né, oltre le due forze prepotenti dell'istinto monarchico e della gloria napoleonica, si contavano le ragioni concorrenti, che presso i partiti facevano inclinare la bilancia dalla parte del principe. Un grande gruppo realista credeva fermamente, che il principe avrebbe costituito per loro il ponte di passaggio: un pretendente per l'altro pretendente! La più preziosa virtù del triste sciocco non sarebbe altro che la buona volontà di sobbarcarsi. Molti socialisti pensavano egualmente: il principe sarà presto logoro; allora verrà il momento per noi. Altri, per contro, opinavano alla disperata, come il Saint-Arnaud nelle sue lettere: «il principe è l'ignoto, e la salvezza posa tuttora nell'ignoto». Infine parecchi furbi facevano questo calcolo: «se nessuno dei candidati raccoglie due milioni di voti, l'elezione tocca all'assemblea nazionale, che senza dubbio designerà un repubblicano azzurro»; e per conseguenza si accordavano a favore del principe.

Il governo si proponeva di mandare commissari nelle provincie, per «indagare» sull'opinione del paese; ma dové astenersene, perché ogni ricordo della Convenzione suscitava i contadini a rivolta. In tal modo gli agenti del principe si trovarono ad avere le mani libere; e dimostrarono al mondo, che il suffragio universale provocava una nuova tattica di partito, più grossolana e senza scrupoli. Furono messe in giro le più grosse contafavole, quanto più assurde, tanto più efficaci: il principe intendeva di distribuire al popolo i duemila milioni ereditati dallo zio, e rimettere tutte le imposte per due anni. Cantastorie e figurinai giravano pei villaggi celebrando la magnificenza dell'impero; e riportava dovunque un gran successo la poesia sublime di quella canzone da organetto, che dobbiamo alla musa di Emilio Girardin:

Si vous voulez un bon, Prenez Napoléon!

Con quanto fervore qualche buon contadinotto credette davvero, che il vecchio imperatore in persona fosse ritornato! Il principe, che si era atteggiato a erede della Rivoluzione per lo spazio di due decenni, adesso di botto, siccome i fanatici del quieto vivere e dell'ordine miravano a lui, si offrì alle speranze degli ultraconservatori. A questi nuovi alleati aveva prestato un pegno dei suoi buoni sentimenti fin dal tempo che era a Londra; infatti, durante le agitazioni dei cartisti, egli si era ascritto come artigliere. «Il mio nome è il simbolo dell'ordine e della sicurezza», diceva il suo manifesto elettorale. Egli si designò protettore della famiglia e della proprietà: ai francesi sarebbe di nuovo permesso «di contare sopra un domani». Nessuno tra i repubblicani volle credere, che il povero pazzo avesse steso da sé questo manifesto così bene scritto e così accortamente ponderato; nessuno notò, che l'ultima proposizione dell'appello consonava parola per parola con la conclusione del proclama, che un tempo a Boulogne fu sequestrato all'avventuriero. Solamente quelli che accostarono il principe e pensarono di dominarlo, non tardarono a fare esperienza, che sotto le sue maniere flemmaticamente bonarie si celava la fermezza dell'autocrata. Avvicinandosi il giorno delle elezioni, lo stesso Cavaignac non poté più dubitare del sentimento monarchico dei contadini; perciò una forte maggioranza di voti a favore del principe era ritenuta per lo meno possibile. Ma all'estero, dove ogni conoscenza della Francia era attinta unicamente alla stampa parigina, il risultato dell'elezione produsse una sorpresa indescrivibile. Tra tanti milioni di uomini, solo Cavour aveva nel novembre tranquillamente predetto, che tra poco le famose misure energiche della rivoluzione sarebbero approdate a questo risultato: Luigi Bonaparte ascenderebbe al trono imperiale.

Il 10 dicembre, racconta un bonapartista in delirio, «di botto il pensiero del popolo venne fuori trionfante, potente, completo, irresistibile, come il fiore dell'aloe, che d'un colpo tonante sboccia in un attimo e si spande». Riuscito eletto il pretendente da più di cinque milioni e mezzo di voti, la capitale era schiacciata dalle provincie, la borghesia dai contadini; e, insiememente, precipitavano d'un colpo le tacite speranze dei realisti, perché l'espettazione, che il principe avrebbe spianato la via alla monarchia, riposava sulla supposizione, che avrebbe potuto ottenere non più che una debole votazione. Ora, invece, egli veniva a trovarsi potentemente collocato al disopra dei partiti, coperto dalla colossale maggioranza della nazione. La natura delle cose gli consigliò di lasciare che i vecchi partiti si dissolvessero completamente. Parenti e parassiti, lacché e cacciatori di posti, e la pompa e il fasto di una corte regale accolsero il presidente, quando salì dalla semplicità repubblicana alla cerimonia del giuramento nel palazzo dell'Eliseo. Quel giorno stesso, però, egli disse: «io so bene di dovere un minimo di voti alla mia persona, alcuni ai socialisti e ai realisti, e quasi tutti al mio nome». Parola modesta; solo che, purtroppo, conteneva questo annunzio: la legittimità della quarta dinastia è ristabilita!

IV.

Le lotte parlamentari che ora ardono come le ultime lingue di fuoco di un cratere spento, fanno vivo riscontro, per la loro cruda veemenza accoppiata nello stesso tempo all'impostura impotente, con le languenti contese di parte, che un tempo turbarono la nazione dopo la caduta del dominio del Terrore; salvo che sono anche più imbelli, più indegne, più bugiarde di quelle. Un presidente imperiale, un'assemblea nazionale in preponderanza realista e una costituzione repubblicana nata morta componevano le tre forze motrici dello stato: la Francia, notavano con malizia i democratici sociali, si era ingabbiata nella sua nuova carta come in uno strangolatoio. Se, infatti, il presidente avesse voluto mantenere, anche malgrado dell'assemblea nazionale, il potere monarchico di cui godeva come capo dell'amministrazione, sarebbe stato fermato sulla sua via dal principale ostacolo: la completa mancanza nel parlamento di un partito bonapartista visibile. Cotesta situazione innaturale decise sostanzialmente il corso irresistibile degli eventi; il quale era immutabilmente prefisso, giacché la pacifica classe agricola, che era il sostegno del bonapartismo, non contava nel suo seno rappresentanti politici in parlamento. Per gli altri quattro partiti, legittimisti e orleanisti, repubblicani e socialisti, sorgeva irrefutabile la questione: era lecito disprezzare l'ambizione di quell'uomo, il quale aveva sotto di sé il potere esecutivo, e aveva alle spalle la forza morale di cinque milioni e mezzo di suffragi? E l'assemblea nazionale, che mancava essa stessa di appoggio nel popolo, non era tenuta a cercare un terreno d'intesa con la nuova forza della tirannide popolare? Lo spirito di parte fu più forte di tali considerazioni patriottiche. Si era formato il tacito accordo, come disse Thiers, che nessun partito avrebbe sfruttato la repubblica a suo pro. Il che vuol dire, che ogni partito segretamente sperava di sentir presto battere l'ora del proprio dominio, e che era deciso a non cedere il passo a nessun altro. Tanto meno a quello sciocco di presidente.

Tra tutti gli errori in cui i partiti possono incorrere, il più perdonabile è senza dubbio l'inverso giudizio fatto di un uomo politico entrato da poco nelle lotte della vita pubblica; eppure la media degli uomini rimette più volentieri qualunque altro errore, fuori di questo. La lotta dei liberali contro il conte di Bismarck ha condotto anche noi tedeschi a fare la poca onorevole esperienza, che solamente alla banale vanità sembra una degradazione personale il riconoscimento dell'importanza di un avversario preso in dileggio. A Parigi gli avvertimenti del conte Molé e di pochi altri imparziali erano fatti al vento: la maggioranza dell'assemblea nazionale non volle adattarsi a rispettare in pace il presidente. Non lo avevano conosciuto prima, e non vollero conoscerlo ora. Il suo primo messaggio al parlamento offriva un lucido prospetto della situazione del paese; ma lo stesso stile senza frasi, lo stesso riserbo da uomo di stato emanante da quell'atto valse come una novella prova dell'inettitudine del presidente. Il principe era e rimaneva un pazzo, uno «zolfanello», uno straccione animato dall'ambizione banale di pagare i vecchi debiti e contrarne dei nuovi, di sentirsi chiamare monsignore, di tenere serve e cavalli, e via dicendo: il tutto sul tono di quelle finezze, di cui Victor Hugo il Grande ha vuotato il sacco addosso a Napoleone il Piccolo.

Il principe era pervenuto alla sua carica in nome dell'«ordine», e conseguentemente «si circondò di uomini d'ordine di tutti i partiti». Principiava l'êra desolante della reazione europea, giacché di tutti gli stati provati dalla tempesta del marzo il solo piccolo Piemonte mostrò l'energia morale di serbarsi fedele alle idee liberali. Per farsi riputazione nell'Europa bramosa di pace, il principe doveva appoggiarsi ai conservatori. Sul complice e zelatore di tale reazione contava l'assemblea nazionale che, eletta nella primavera del 1849, era presieduta da Dupin con sfacciata partigianeria. L'elezione si era risoluta in una nuova protesta del popolo contro la rivoluzione di febbraio. I repubblicani moderati perderono quasi tutti i seggi, essendosi la loro alleanza coi fanatici dell'ordine già sciolta fin dall'autunno precedente. La colossale maggioranza degli eletti era di reazionari, vale a dire di realisti. Il club bonapartista della via Montmartre si era fuso col grande club dei così detti moderati della via Poitiers: in generale i contadini bonapartisti elessero candidati realisti, perché costoro erano i soli reazionari colti che essi conoscevano, e che erano loro raccomandati dal parroco. Soltanto dalle urne delle grandi città sortirono in copia i nomi democratici sociali; ragione sufficiente per rinfocolare da capo la rabbia di partito dei reazionari.

Nel giugno del 1849, quasi contemporaneamente con l'apertura di questa camera, scoppiò a Parigi e a Lione una rivolta repubblicana prestamente domata: passò di nuovo sul paese la follia del terrore, solo che adesso il terrorismo dei «moderati» non conobbe più limiti. «È tempo», diceva un proclama del presidente, «che i buoni prendano coraggio e i malvagi tremino». Gli stessi uomini, che prima avevano dichiarato intollerabile la temperata severità delle leggi di settembre, a stento ora riuscivano a sfogarsi nei provvedimenti di arbitrio contro i repubblicani. Senza esitazione Odilon Barrot da ministro ricorse contro le riunioni popolari alle stesse leggi scadute fin dal 1793, che Guizot nel febbraio aveva esumate contro Barrot e le adunanze riformiste. Il governo venne autorizzato a chiudere tutti i clubs politici e a proibire le associazioni operaie pel miglioramento del salario. Il consiglio municipale di Parigi fu nominato dal presidente, e fu limitata per gli operai la libera elezione di domicilio nella capitale. Frattanto si susseguivano le deportazioni: con quale frequenza echeggiava a Lambessa il disperato grido dei prigionieri: «giudici o morte»! L'estremo fascino, che circondava tuttora il gran nome della repubblica, andò perduto in cotesti saturnali della reazione. Parve perciò comprensibilissimo, che gli alberi della libertà nel gennaio del 1850 fossero rimossi dalle piazze di Parigi. Come un tempo il primo Napoleone ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali repubblicane del 18 fruttidoro, così ora il secondo impero deve ai predecessori la più parte dei più famigerati provvedimenti di sicurezza del suo dispotismo. Per esempio, il prescritto draconiano che all'autore del più piccolo articolo di giornale fa ordine di sottoscriversi, è un benefizio della repubblica. I compagni di Luigi Blanc e di Albert erano in esilio fin dall'estate del 1848; nel giugno del 1849 il medesimo destino toccò a Ledru-Rollin e ai suoi prossimi seguaci. I pochi superstiti della Montagna schiumavano di rabbia; e chi in una adunanza vedeva esplodere l'uno contro l'altro questi due opposti irreconciliabili, il materialismo sfrenato e il gretto furore pretesco, sentiva che il giorno della libertà era tramontato. «Il popolo è l'insurrezione, _les assommeurs sont incalomniables_»; così gridava la destra. Perfino uomini miti e coltissimi, come per esempio l'economista Carlo Dunoyer, diventarono reazionari fanatici in quelle lotte furibonde dei partiti: qualunque richiamo alla necessità di un'amnistia suscitava a tumulto tutte le passioni comuni dei moderati. Finalmente nella primavera del 1850, nei giorni in cui l'elezione del socialista Eugenio Sue a Parigi fece correre di nuovo i brividi addosso ai possidenti, la reazione celebrò il suo ultimo trionfo: la legge del 31 maggio depennò dalle liste tutti gli elettori che non potevano dimostrare di dimorare almeno da tre anni nella loro residenza abituale. In tal modo la grande maggioranza dei lavoratori, cioè tre milioni su dieci milioni di elettori, fu defraudata del voto. Esultò la maggioranza, inebbriata dalla vittoria; presto però avrebbe appreso, che il famoso «capolavoro della restaurazione sociale» segnava il principio della fine.

La maggioranza rivelò sfrontatamente, come al tempo del re borghese, il proprio egoismo di classe, anche nelle questioni non strettamente politiche. Chi esemplificava a questi industriali il libero scambio degli stati vicini, si sentiva rispondere con scherno: «gli altri popoli mandino pure in malora le proprie officine in grazia delle vuote teorie; tanto meglio per la nostra industria protetta!». Concordavano in siffatte idee tutti i giornali, dal repubblicano _National_ all'_Univers_ ultramontano. Il disegno di legge doganale liberale di Sainte-Beuve fu messo da parte, il ministro liberoscambista Buffet e Leone Faucher furono costretti ad accordarsi davanti alla paura dei protezionisti, e il trattato di commercio col Piemonte non si poté rinnovare se non sotto date limitazioni, perché il Piemonte in fatto di navigazione non era da annoverarsi tra i piccoli stati innocui! Era insolenza quella di Massimo d'Azeglio, quando fin dall'aprile del 1849 scrisse canzonando al suo amico Rendu: «il vostro stato lo chiamate ancora repubblica?».

L'assemblea nazionale consumava le proprie forze in siffatti espedienti del furore partigiano e dell'egoismo sociale. Anche il solo prodotto durevole di cotesti legislatori, la legge sull'istruzione del 15 marzo 1850, portava il vasto suggello della mentalità di partito. Subito dopo l'assunzione del presidente, il ministro ultramontano Falloux nominò una commissione per la sistemazione della scuola: era presieduta da Thiers, volteriano. Non invano gli _Annales de la propagande de la foi_ erano diffusi nel paese in 170.000 esemplari, né invano il vescovo Dupanloup faceva da anni il panegirico delle idee dell'89. Il clero si era accostato alla repubblica con pia sommissione, per impetrare subito alla Chiesa la libertà d'insegnamento e di associazione. Laddove i liberali avevano esitato finora a rinvigorire la potenza della Chiesa, che era l'unica forza sociale serbante tuttora una certa indipendenza di fronte all'onnipotenza dello stato, ora invece la paura economica invocava l'ordine a ogni costo. La solidarietà degl'interessi conservatori esigeva che il clero plasmasse e educasse uomini quieti di spirito. In nome dell'ordine, volteriani e ultramontani stretti in bella unione decisero non solamente l'abolizione dell'assolutismo nell'università di Parigi; il che era nei desiderii di ogni animo libero; ma l'assoggettamento dell'istruzione letteraria all'influenza della Chiesa. Quattro vescovi entrarono a far parte del consiglio superiore della pubblica istruzione, e insieme con loro, per ragioni di decenza, anche alcuni rappresentanti degli altri culti: la Chiesa fondò scuole a volontà, e lo stato non richiese più alcun titolo d'idoneità scientifica dagl'insegnanti ecclesiastici.

Anche nella politica estera si manifestò lo stesso cieco zelo di settarismo rivoluzionario. Nella contesa per la costituzione tedesca la Francia naturalmente si schierò allato all'Austria. Solo quando il principe di Schwarzenberg mise avanti il suo disegno di fondazione di un impero di settanta milioni di sudditi, solo allora a Parigi si spaventarono: temerono da una tale proposta, innocente anzi che no, un rafforzamento della Germania, e fecero minacce persistenti a Berlino e a Vienna, fino a quando l'Austria non rifiutò l'adesione dei suoi stati alla confederazione germanica. La questione italiana, tirata avanti tra i peccati di omissione del passato anno, era adesso interamente caduta. Quando poco prima dell'impresa di Novara il re Carlo Alberto domandò aiuto a Parigi, il presidente era propenso a consentire alla proposta; ma i ministri temerono l'ambizione del Piemonte, e la Francia si tenne spettatrice inerte del dominio della sciabola rafforzato di nuovo dall'Austria nel Mezzogiorno di Europa. Per tutto l'anno 1849 il presidente serbò una grande inclinazione a dare man forte al Piemonte; ma lo ritenne il quietismo, lo spirito reazionario dell'assemblea nazionale. Si contentò di prevenire la Toscana dall'adesione a una unione doganale austriaca.