La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 3

Chapter 33,486 wordsPublic domain

In questo modo l'infelice stato tentennava, sconvolto, non libero all'interno, disprezzato e quasi senza volontà all'estero. Di tale condizione era degna anche la nuova costituzione repubblicana, che indubitabilmente, fra le tante costituzioni nate morte di quell'anno, era la più assurda. Della commissione costituente dell'assemblea nazionale facevano parte diversi uomini segnalati, come Tocqueville; e di aver menato a termine un'opera tanto incongruente la colpa fu la falsa situazione di questa repubblica mal suo grado. La lotta quotidiana e logorante per la sicurezza dell'avere e della vita non profittava certo a idee politiche feconde. I legislatori non potevano sottrarsi alla convinzione, che la Francia abbisognava di un governo forte; ma nello stesso tempo temevano l'arbitrio di una Convenzione e anche più l'usurpazione di un presidente ambizioso. E si sperava di sfuggire a un tal pericolo proclamando l'idea dottrinaria, né ancora pienamente attuata in nessuno stato del mondo, dell'assoluta divisione dei poteri come il supremo principio di ogni governo libero. Il popolo sovrano trasferì il potere legislativo a un'assemblea nazionale, che siedé in permanenza per lo spazio di tre anni senza potere essere disciolta. Quando di tanto in tanto si aggiornava, nominava a rappresentarla una commissione dal proprio seno; e quando spirava il termine del mandato, una commissione nuovamente eletta ne prendeva subito il posto. Nulla, il puro nulla era stato previsto per tutelare questo corpo di 750 membri dalle decisioni avventate: ogni legge che aveva deliberata, entrava in vigore un mese dopo, nei casi urgenti anche tre giorni dopo l'approvazione. Si poneva appena mente, che la stessa democrazia dell'America del Nord non ha rinunziato a quella fonte di mutui emendamenti e temperamenti, che costituisce il sistema delle due camere. Ma quello che decise il sistema della camera unica non fu lo zelo di eguaglianza dei radicali né furono le condizioni sociali di un popolo che è fuso in una massa compatta di contribuenti, sibbene la paura sociale dei possidenti. Noi abbiamo bisogno della dittatura, e la dittatura non comporta partizioni; solo l'unità del potere assicura l'ordine: tali erano le considerazioni reazionarie, che indussero la maggioranza alla sua decisione radicale. Alla repubblica una e indivisibile corrispondeva la camera una: non si volle vedere, che solo i governi dispotici godono il privilegio della semplicità. In tal modo parve effettuato quello spauracchio di una legislatura senza limiti, che mosse un tempo Mirabeau ad esclamare: «io preferirei di vivere a Costantinopoli piuttosto che in Francia sotto il dominio di un parlamento siffatto!».

Ma sotto questa assemblea teoricamente onnipotente era un presidente, capo del potere esecutivo, della _force publique_. L'idea di porre un collegio a capo del potere esecutivo ebbe pochi sostenitori. Le tristi esperienze raccolte sotto il Comitato di salute pubblica, sotto il direttorio, sotto il governo provvisorio preoccupavano in modo purtroppo comprensibile: l'intima natura di questa nazione tendeva a un solo dirigente, vale a dire alla monarchia. La Francia a quel tempo contava in impiegati e in cittadini stipendiati dallo stato per pubblici servizi 535.365 persone, di cui 18.000 funzionari e pensionati della legion d'onore e 15.000 _cantonniers_, senza computarvi il numero, che non fu calcolato, degli agenti del ministero del commercio. Aggiungiamo le forze di terra e di mare quasi altrettanto numerose; consideriamo inoltre, che la Rivoluzione aveva distrutto quasi tutti i poteri indipendenti, e che da secoli dipartimenti e comuni, istituti di beneficenza e privati erano parimente avvezzi a richiedere di più sussidi lo stato, e vedremo emergere chiaro, che il capo di una siffatta amministrazione era il monarca, col suo vero titolo che avrà sempre. E cotesto uomo potente era il nemico nato della costituzione, perché questa proibiva che fosse eletto! Per colmo, l'assemblea nazionale diede al presidente una consacrazione, che nel mondo moderno vale più dell'olio di Rheims: doveva essere eletto direttamente dal popolo sovrano. Invano i seguaci sinceri della repubblica diffidarono di una siffatta tirannide popolare, che in uno stato accentrato eguaglia apertamente il panteismo politico. Il socialista Felice Pyat predisse in un memorabile discorso il destino imminente: un presidente eletto in questo modo potrà dire all'assemblea nazionale: «io solo ho dietro di me tanti voti quanti voi tutti insieme, io solo valgo pel popolo più di qualunque vostra maggioranza». A tale considerazione la gente ingenua non diede peso, pensando che il presidente era eletto in autunno e l'assemblea nazionale era rieletta da capo nel successivo maggio, e che perciò l'assemblea veniva a godere da parte del popolo la fiducia più recente e più efficace. Altri nutrivano preoccupazioni morali rispetto a un'elezione del presidente fatta dall'assemblea nazionale: ciò valeva quanto corrompere l'assemblea, porre le redini dell'amministrazione nelle mani di una mediocrità ligia e, in conclusione, fondare un dominio come quello della Convenzione. La maggioranza dell'assemblea era ispirata dall'odio alla repubblica: voleva stabilire un potere autonomo accanto al parlamento, per poi, all'occorrenza, ripristinare il trono. Donde seguì che i repubblicani sinceri si accordarono per la più parte a seguire la via meno popolare, cioè a propugnare l'elezione del presidente fatta dall'assemblea; i monarchici occulti, invece, seguivano la regola radicale dell'elezione popolare.

Da una parte si attribuiva al presidente una incalcolabile potenza morale, dall'altra il suo potere veniva sospettosamente circondato da limiti legali, che per un uomo onesto erano superflui, per un uomo senza coscienza erano vani. Il presidente era il capo supremo dell'esercito, nominava tutti gli ufficiali, ma gli era inibito di vestire l'uniforme e di comandare personalmente il minimo reparto di truppa: il che era un'offesa grossolana a tutte le consuetudini e alle idee tradizionali dell'esercito francese. Gli era assegnato un appannaggio, troppo alto per la virtù di un repubblicano, ma miseramente gretto per le pretese, che la Francia era abituata da secoli a esigere dal capo dello stato: il povero diavolo, che invidiava ai deputati la loro paga giornaliera, rimpiangeva malvolentieri i tempi dei re. Il presidente aveva la facoltà di proporre leggi all'assemblea nazionale, ma non godeva del diritto di veto, e solo poteva rimandare alla camera i disegni di legge per la ripresa in esame. Talché è obbligato a portare la responsabilità dell'applicazione delle leggi, che disapprova. Di più. Non solo è condannato a stare per tre anni accanto a un'assemblea nazionale ostile, senza punto il diritto dell'appello al popolo per comporre il dissidio; ma si esige anzi, che il presidente personalmente responsabile scelga il suo ministro parimente responsabile dalla maggioranza del parlamento. Sicché la maggioranza viveva sotto una tale ossessione di idee monarchiche, da pretendere anche dalla repubblica lo stesso regime parlamentare concepibile solo con la monarchia!

E mentre si finse di vivere a repubblica, fu mantenuto poi inalterato il dispotismo amministrativo di Napoleone, salvo alcune modificazioni sconclusionate. Fu estesa la competenza del consiglio di stato in materia di ordinanze, e devoluta la nomina dei suoi membri per sei anni all'assemblea nazionale: che era evidentemente un'insensata infrazione al principio della divisione dei poteri. In tal modo il presidente responsabile, sia nella deliberazione e preparazione dei disegni di legge, sia nell'interpretazione delle norme amministrative, doveva seguire la via prefissa da uomini, che non godevano la sua fiducia. Finora il consiglio di stato era il custode dello spirito di classe e della tradizione burocratica. Come mai l'imperiosa burocrazia avrebbe tollerato, che cotesto architrave dell'amministrazione fosse aperto alle oscillazioni delle lotte parlamentari? I legittimisti domandarono, per le ragioni ambigue che sappiamo, l'autonomia dei comuni; ma la maggioranza del parlamento rigettò, con la stessa risolutezza mostrata un tempo dalla Convenzione, ogni raccostamento al modello americano. La repubblica una e indivisibile guardava con vigile diffidenza qualunque moto tendente nelle provincie all'autonomia; e come i negozianti di Marsiglia si costituirono in associazione per ottenere la rimozione delle oppressive misure di quarantena, corse pei fogli parigini l'allarme, che il federalismo della Gironda alzava nuovamente il capo! L'amministrazione dei dipartimenti e dei comuni rimase sostanzialmente quale era sotto il re borghese: un tentativo sconnesso e dilettantesco di riforma fu arrischiato solo nei sottodistretti di dipartimento. Il circondario per l'innanzi era amministrato dal sottoprefetto con l'assistenza di un consiglio distrettuale, mentre il cantone, suddivisione del circondario, non aveva alcuna importanza nell'amministrazione e valeva puramente come circolo giurisdizionale del giudice di pace. Ora, invece, il sottoprefetto di botto veniva a comandare egli solo nel circondario, e corrispondentemente s'istituiva in ogni cantone un consiglio cantonale eletto. A questo proposito, legittimisti come F. Bechard e radicali come Lamennais avevano sovente ricordato, che la maggioranza dei comuni locali erano troppo piccoli per l'amministrazione autonoma. Per la qual ragione si pensò di stabilire nel cantone il centro di gravità di una nuova autonomia. Ma i singoli membri non permisero di venire staccati ad arbitrio dalle giunture ferree dell'amministrazione napoleonica. Questo stato non tollera consigli amministrativi eletti, ai quali non presieda come capo deliberante un funzionario governativo: ragion per cui i consigli cantonali non entrarono mai in vita. Le sole riforme effettive, che l'amministrazione introdusse in questo campo, consisterono nel ripristinamento dell'inamovibilità dei giudici abolita nei giorni della vertigine rivoluzionaria, e nell'istituzione di un tribunale che decidesse sui conflitti di giurisdizione. Anche l'esercito rimase qual era: l'egoismo degli abbienti non volle ammettere, che la famosa eguaglianza di tutti i francesi portava di conseguenza l'universalità del servizio militare obbligatorio.

Domandiamo ancora una volta: in che cosa il capo supremo di questo stato burocratico si differenzia da un re? Manca al potere monarchico del presidente il carattere ereditario. Ma chi ripensa al destino toccato a Luigi XVI, a Carlo X e a Luigi Filippo, ascolterà non senza un sorriso l'affermazione, che la moderna corona francese sia stata ereditaria. Gli mancava, inoltre, il veto: ma il diritto di veto era esercitato dai re francesi tanto di rado, quanto dagl'inglesi. Gli mancava, infine, l'irresponsabilità; ma chi può sul serio affermare, che quei tre re non abbiano portato alcuna responsabilità? Anzi, per l'appunto il presidente, solo che fosse mediocremente un uomo, si vedeva costretto a una guerra di vita e di morte contro l'assemblea nazionale. E siccome i legislatori lo presentirono, con fiscalità avvocatesca provvidero che il presidente, non appena usurpasse le attribuzioni dell'assemblea nazionale, fosse spogliato sul momento dell'ufficio, che fosse immediatamente convocata la suprema corte di giustizia, e via dicendo. Ma anche tali minacce rimasero senza effetto davanti all'onnipotenza dello stato burocratico napoleonico; onde si venne a ricorrere a un'estrema garanzia: il presidente doveva giurare la costituzione. Mirabile cecità! Tutti i giuramenti politici erano stati aboliti, e l'intera nazione aveva richiesto il diritto di non essere legata alle istituzioni dello stato per mezzo di obblighi di coscienza. Ciò era una giusta conseguenza della libertà dei culti. E l'unico uomo il quale possedeva come nessun altro la potenza e la voglia di lacerare la costituzione, egli solo doveva giurare! Non gli sarebbe bastata la coscienza di alzare il braccio, caso mai avesse voluto cogliere il frutto del dominio che gli pendeva seducente innanzi agli occhi. Ma, se in qualsiasi circostanza è sempre una difformità e un'imprudenza accampare terribili pretensioni che avanzano di troppo la media della virtù umana, come ci appaiono per altro miserabili cotesti legislatori, i quali presumevano di aver salvato la rocca di una costituzione insostenibile, sol perché ne scaricavano la responsabilità della resistenza sulle spalle di un terzo!

Per conseguenza non riesce affatto strano, che in molti comuni il solo uomo che accogliesse la pubblicazione dello statuto al grido di _vive la costitution!_ fosse il sindaco. Il duca di Broglie sentenziò a punto: questa costituzione ha slargato i confini dell'umana stupidità! Parimente il vecchio furbo Dupin nel dotto commentario che fece di quell'aggeggio, seppe contenere a stento la sua malignità ironica. Anche nel rimanente, il contenuto della carta non era tale da sedare le perplessità dei possidenti. In effetto, dopo un eccellente discorso di Thiers la privata proprietà era stata riconosciuta e l'imposta progressiva rigettata. Ma non fu possibile, in questo tempo di cupidigie, scartare l'idea del fantastico Lamennais, di preporre alcuni diritti e doveri generali, che stessero in testa alla costituzione. Donde gli edificanti insegnamenti della sapienza e della virtù, come per esempio: «è dovere dei cittadini amare la patria e difendere la repubblica col pericolo della propria vita»; e anche qualche proposizione meno innocente, che potesse almeno interpretarsi in senso comunistico, come la seguente: «è dovere della repubblica procacciare i mezzi di sostentamento ai cittadini bisognosi», e così via. Avendo infine l'articolo 110 affidata la costituzione alla sorveglianza e all'amor di patria di ogni francese, Ledru-Rollin ne inferì il diritto dell'assemblea nazionale di chiamare il popolo alle armi; ma i possidenti vi scorsero tremando un avvenire pieno di guerre civili.

III.

Quell'oscillare della maggioranza tra opposte paure si spiega facilmente col fatto, che i legislatori in quell'articolo erano agitati dall'angustioso presagio di un candidato alla presidenza, il cui solo nome voleva dire la fine della repubblica. Luigi Bonaparte disse la verità, quando nel 1850 esclamò, parlando agli alsaziani: «Questa costituzione è fatta in gran parte contro di me».

Il ripristinamento del suffragio universale, non mai a nessun patto potuto ammettere dall'_homme principe_ Enrico V, importava pei napoleonidi il rinnovamento del titolo legittimo, al quale appunto essi dovevano il trono. A essi soli fra tutti i pretendenti era dato collocarsi sul terreno del nuovo diritto pubblico. Il nome della casa illegittima spuntava da per tutto, dovunque l'antico regime era stato distrutto; perfino nella repubblica di Venezia fu avviato un maneggio per l'elevazione della dinastia dei Leuchtenberg. Nelle lotte di febbraio, come già in tutte le sommosse del tempo monarchico, presero parte separatamente anche alcuni bonapartisti; e nel tumulto al palazzo Borbone proprio un colonnello imperiale piantò per la prima volta il tricolore sulla tribuna. Da allora non passò un mese senza piccole agitazioni bonapartiste sui _boulevards_. Fin dal 26 febbraio un proclama del governo provvisorio diceva: «Non più legittimismo, non più bonapartismo, non reggenza! Il governo ha preso tutte le necessarie misure per rendere impossibile il ritorno delle antiche dinastie e l'elevazione di una nuova». Le teste calde del partito, come in altri tempi dopo i cento giorni, si riunivano al caffé Foy; e uno degli assidui era il deputato socialista Pietro Bonaparte, che con tanto zelo dichiarava: «Quale uomo intelligente può volere l'impero? Esso è ormai non più che un glorioso ricordo storico: il suo ristabilimento è una chimera». Nella colluvie dei fogli d'occasione che portavano sulla testata il nome della repubblica con un aggettivo sonoro, c'era anche una «repubblica napoleonica». La condotta del partito era determinata dalla stessa situazione: fomentare agitazioni, affinché l'attrito dei partiti li corrodesse tra loro, e alla fine gli abbienti guardassero a un forte potere dello stato come al supremo dei beni. Il maneggio in breve divenne tanto sospetto, che il governo provvisorio fece arrestare Persigny. Per la prima volta, dopo la sommossa di febbraio il sangue scorse il 12 giugno, in un tumulto insignificante suscitato al grido di «viva l'imperatore!». È fuori di dubbio, che nelle avvisaglie della sollevazione di giugno gli agenti bonapartisti tennero mano al gioco, sebbene vada inteso, che un cozzo di classi tanto notevole e inevitabile non possa essere stato preparato solamente da artifizi e intrighi. Né mette conto rintracciare coteste trame; giacché in verità i milioni di voti non si accaparrano con le piccole arti dei cospiratori. Il bonapartismo, come partito organizzato, ebbe sempre una assai scarsa importanza. Possedeva strumenti devoti nei deputati côrsi Pietri e Conti; e più tardi acquistò con Emilio Girardin, rottosi con Cavaignac, un alleato pericoloso, e con la _Presse_ un organo abilissimo, senza coscienza. Si contava con sicurezza anche sul rappresentante radicale del popolo Napoleone Bonaparte, figlio di Girolamo, il quale gareggiava col cugino Pietro in tonanti invettive contro la foia omicida dei re.

Più seguito ebbe la condotta dello stesso pretendente. Non lasciò correre un istante, che non profittasse dell'ora favorevole: per cinque volte in cinque mesi diede con lettere pubbliche notizia di sé alla nazione. E nel febbraio apparve a Parigi «per mettersi al servizio della sua patria». Nella lettera al governo provvisorio viene espressa l'esatta concezione bonapartistica della rivoluzione di febbraio: egli ammira il popolo di Parigi il quale «ha eroicamente cancellato le ultime tracce dell'invasione straniera». Accolto dal governo con diffidenza, ritornò subito a Londra, dopo aver dichiarato con un'altra lettera ai governanti: «Dal mio sacrifizio riconosceranno la purezza delle mie intenzioni». Nelle elezioni dell'assemblea nazionale nel giugno, il nome del principe sortì in quattro dipartimenti, anche a Parigi, mentre vigeva tuttora a suo danno la legge di proscrizione. Il governo propose che fosse mantenuta. Ma siccome i radicali, con a capo Jules Favre, espressero la fiducia, che i Bonaparte non potevano più in nessun modo riuscire né ora né poi pericolosi alla repubblica, si decise per la riammissione del principe. Una tale cecità degli avversari sconcertò alquanto il pretendente nel suo calmo riserbo: in una lettera datata del 15 giugno rifiutò tre delle elezioni, aggiungendo però queste parole sincere: «io non nutro ambizioni; ma se il popolo m'imporrà doveri, io saprò adempierli». Ma dai primi giorni si accorse del granchio, e si affrettò a chiarire in un'altra lettera, che egli voleva una repubblica savia, grande, sapiente. Nel luglio fu rimesso in iscena il movimento popolare, e fu rifiutata con una quinta lettera anche l'elezione in Corsica. Noi non ci arrischiamo di decidere, se il principe ha scritto a Parigi qualcuna delle lettere datate da Londra. L'accortezza non si disgiunse dalla sua tattica; giacché, mentre esercitava la virtù civile della rinunzia, il pretendente sventava i disegni degli avversari, che speravano di logorarlo prima del tempo nei dibattiti dell'assemblea nazionale. Per giunta, egli non era affatto un oratore, e tale da conquistarsi con la parola la ghirlanda a cui aspirava. Frattanto l'elezione presidenziale si avvicinava, ed era tempo di mostrarsi personalmente al popolo: per cui, quando nelle elezioni suppletive di settembre i quattro dipartimenti gli si mantennero fedeli, anzi a quelli se ne aggiunse un quinto, il principe si decise ad accettare.

Il 26 settembre entrò nel parlamento tra l'esclamazione generale di _le voilà!_ prese il suo posto pronunziando un paio di parole fedelmente repubblicane, però senza senso concreto, e s'irrigidì in un profondo silenzio. I suoi nemici gli risparmiarono di parlare. Quante erano le immaginabili banalità che la fantasia dei radicali si esauriva ad escogitare, tante ne furono diffuse dalla stampa e dalla tribuna sul conto del principe: fu rimessa in circolazione perfino la mitologia della prima rivoluzione. Luigi Bonaparte era un agente della perfida Albione, assoldato per rovesciare la gloriosa repubblica: era un visionario, uno sciocco, segnalato non per altro che pei mustacchi cerati. Qualche testa fina, come Montalembert, posta sull'avviso da quei vituperii della Montagna, finì col domandare, se un uomo così ferocemente coperto di oltraggi poteva essere un uomo del tutto insignificante. La più parte della gente colta s'ingannò: credevano fermamente alla nullità personale del principe: più tardi, però, avrebbero saggiato un disinganno, di cui non si era provato nel mondo il più singolare, dal tempo dell'ascensione al pontificato di Sisto V.

Ma gl'incauti oratori presentivano l'effetto, che i loro attacchi avrebbero avuto sulle moltitudini? Erano sinceri, quando unitamente con tali denigrazioni personali manifestavano uno sconfinato disprezzo per la potenza del bonapartismo? O mostravano puramente il coraggio del ragazzo, che fischia all'oscuro per ingannare la paura? Come era mai possibile che la repubblica, proscritti i Borboni, avesse richiamato i napoleonidi incomparabilmente più pericolosi? Fu anche respinta la proposta schiettamente repubblicana di escludere dal seggio presidenziale i principi delle dinastie decadute; e ciò, perché i dottrinari vi vedevano una ineguaglianza illegale, i conservatori già speravano in segreto l'elezione del principe, e i radicali affettavano di non temerlo. Quando poi in primavera il cittadino Pietri fu mandato commissario civile in Corsica e tutti i voti dell'isola caddero su bonapartisti, la stampa repubblicana si consolò avvisando, che non si trattava di altro che di una innocente stamburata del patriottismo locale, e che il Pietri, repubblicano provato, non ne portava alcuna colpa. Erano tanti sempliciotti davvero? E nemmeno l'ultima elezione del principe, che era la nona, aprì gli occhi ai ciechi? Quanto a taluni repubblicani, bisogna comunque supporre, che il disprezzo da essi ostentato era ipocrito. Tuttora nell'ottobre Lamartine, sì, assicurava, che fosse stupida e ridicola la paura, che un Bonaparte o un Borbone potesse abusare del popolo; ma perché mai egli stesso nel giugno aveva proposto, che fosse mantenuto l'esilio di Luigi Bonaparte? Parimente, se in alcuni circoli radicali fu ventilato il disegno di catturare una notte tutti i Bonaparte e trasportarli a Caienna, questo per lo meno dimostra, che non tutti i repubblicani partecipavano a quella tranquillità. D'altra parte, la grande maggioranza dei repubblicani effettivamente teneva il bonapartismo per morto e seppellito: tutti gli scritti che gli uomini del partito pubblicarono dopo il colpo di stato, concordano nell'affermare, che nessuna frazione era meno temuta di quella dei bonapartisti. Cotesta confessione implica nello stesso tempo l'autocondanna dei repubblicani; giacché un partito che conosceva così poco il popolo, era manifestamente incapace di governare una democrazia. L'enorme illusione, in preda alla quale viveva allora la società colta di Parigi, insegna quanto sia alta la barriera che anche nei nostri tempi democratici separa i ceti colti dagl'incolti; e, insieme, ci consente di rivolgere uno sguardo profondo sulla condizione innaturale di uno stato accentrato troppo eccessivamente, in cui era stata affatto dimenticata l'esistenza delle provincie.