La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2
Chapter 19
La lettera toccava il problema più grave della questione italiana, il punto in cui si concatenavano insieme la politica interna e la politica estera dell'impero. Tre anni avanti Pio IX avea tenuto a battesimo il figlio della Francia, e il primogenito della Chiesa non aveva affatto intenzione di guastare il buon accordo col papa. Tutte le lettere e i proclami dell'imperatore annunziavano il proposito di conciliare la libertà con la religione, di liberare dall'oppressione straniera il Santo Padre, di non sacrificare né gl'italiani al papa né il papa agl'italiani. I fatti insegnavano quanto volentieri il Vaticano soffriva quell'oppressione straniera. La Curia riprovò la pace di Villafranca, vantaggiosa per lei, con tutto il rodimento del fanatismo pontificio. Il vincitore di Solferino fu accolto in patria da una tempesta d'indignazione ultramontana, tanto che si vide costretto a dichiarare conciliativamente al clero di Bordeaux: «verrà il tempo che tutto il mondo parteciperà alla mia persuasione, che il potere temporale del papa non è incompatibile con la libertà e l'indipendenza d'Italia». Onde si accinse in un opuscolo «a studiare da sincero cattolico la questione romana». Si può debitamente motteggiare sull'immagine idillica, che l'imperiale _pamphlétaire_ abbozza dello Stato della Chiesa dell'avvenire; su cotesto popolo sotto un pio Padre, paziente popolo che vivrà unicamente alle parrocchie e alle loro grandi memorie, alla contemplazione e alle arti, al culto e alla preghiera. Quell'opuscolo, in verità, non era un monumento d'ipocrisia, come lo qualificò il papa adirato: indubitabilmente annunziava l'idea direttiva della recentissima politica imperiale, l'intendimento, cioè, di mantenere in un dominio ristretto il potere temporale. Napoleone non poteva desiderare l'annientamento dello Stato pontificio, se non voleva accendere in Francia un pericoloso movimento ultramontano, né, insieme, rinunziare all'idea dell'egemonia sui popoli latini. Giacché la Spagna, il Messico, l'America del Sud parteggiavano unanimi pel papa re. Il consiglio dato al papa di rinunziare alle Legazioni, era il massimo che l'imperatore evidentemente potesse fare per l'Italia. Quello scritto rinfocolò il movimento italiano in ristagno, compì l'unità dell'Italia centrale.
Le conseguenze dell'azione dell'uomo di stato furono bilanciate da uno sgarrone massiccio: l'imperatore domandò la Savoia, stata già stabilita a Plombières in corrispettivo della libertà dell'Adria, come compenso alle annessioni dell'Italia centrale, e, inoltre, anche Nizza. A ogni modo, tutto questo non era un furto arbitrario di territori. La potenza del partito ultramontano infrancesato del tutto in Savoia, come pure il rapido progresso della lingua e dei costumi francesi nel nizzardo già italiano a metà, dimostravano che in quelle regioni non veniva ad essere sostanzialmente offeso il principio della nazionalità. Pareva quasi irrecusabile per un Bonaparte l'occasione di riprendere per lo meno le frontiere del 1814. La nazione, che dal generoso entusiasmo dell'estate del 1859 era da un pezzo ricaduta nel vecchio egoismo, pretendeva la ricompensa dei sacrifizi della guerra. Ma in questa circostanza l'imperatore doveva sperimentare egli stesso la verità della parola da lui espressa un tempo a Milano quando vi apparve da trionfatore: «oggigiorno si è più forti con l'influenza morale che con le conquiste sterili». I suoi rapporti coi patrioti d'Italia furono irremediabilmente spacciati da questa politica ignobile, come Cavour col suo sguardo limpido aveva previsto da un pezzo; e nello stesso tempo Napoleone, come Cavour aveva parimente presentito, apparve agli occhi delle grandi potenze come il complice di tutti i futuri avanzamenti della rivoluzione italiana. Il plebiscito nelle nuove provincie diede al mondo ancora un'altra prova dell'orribile depravazione morale dell'impero. La goffa falsità dell'asserzione, che la Francia abbisognasse del versante delle Alpi per la difesa dei suoi confini, l'oltracotanza soperchiatrice, che si palesò con l'incorporazione anche delle parti neutrali della Savoia, il bugiardo tiro alla Confederazione elvetica, che di botto fu perfidamente defraudata di Chablais e di Faucigny dianzi promessele formalmente; tutti cotesti tratti dell'antica politica napoleonica di sopraffazione misero in moto il mondo diplomatico. Il tentativo della Prussia di formare una coalizione contro la Francia andò a vuoto propriamente per la debolezza dell'Inghilterra, ma sulla corte imperiale pesò di nuovo la diffidenza di tutto il mondo. Non era dunque inconfutabile la savia osservazione fatta nell'ira da Peel e da Roebuck: «se oggi la Francia esige Nizza per ragioni geografiche, domani per le stesse ragioni può pretendere il Reno»?
L'onda della rivoluzione italiana aveva buttato in disparte l'imperatore, che le aveva disserrato le chiuse; ed egli cadde affatto nell'ombra, quando Garibaldi pigliò l'ardimentosa impresa nel Mezzogiorno. Dai rapporti di ambasciata del napoletano De Martino noi ora sappiamo con quanta pena e ripugnanza l'imperatore seguisse i progressi dell'unità d'Italia. Come mai avrebbe egli potuto comprendere un Garibaldi? il despota comprendere il condottiero delle libere falangi, l'imperatore dei francesi il patriota di Nizza? L'inimicizia e l'affinità del destino dei due uomini vanno tra i fenomeni più meravigliosi di questa età opulenta di grandezze. L'uno e l'altro avevano cominciato nello stesso tempo la loro carriera con un puerile tentativo di sollevazione, l'uno e l'altro avevano trovato asilo di là dall'Oceano, l'uno e l'altro toccarono quasi la stessa ora la dittatura framezzo al turbine della rivoluzione. Ed ora per la quinta volta si scontravano in una lotta irreconciliabile la sublime anima di fanciullo del demagogo e la fredda mente calcolatrice del politico pratico. L'imperatore bramava di salvare le Marche alla Santa Sede, ma l'accecamento della Curia respinse la sua mano. Accorrere in aiuto dei Borboni era impossibile: Napoleone III non aveva le mani legate solamente per via dei suoi affari e delle ansie per i capitali francesi, che egli stesso aveva attirato in Italia; sapeva, per giunta, che gl'italiani lo stimavano legato: _et voilà ma faiblesse!_ Donde il riguardo all'Inghilterra, che Cavour aveva cattivata interamente all'unità italiana. Temporeggiando, tra nuovi indugi e vecchie ricadute, lasciò finalmente che l'ineluttabile corresse per la sua china. Fintanto che visse Cavour, Napoleone non riuscì mai ad alienarsi completamente dalla causa italiana. Il potente intelletto sapeva sempre rabbonire il despota; e nella primavera del 1861 si era già in procinto d'intendersi pacificamente sull'avvenire di Roma. Proprio allora il grande statista morì; e subito il dispetto compresso di Napoleone si manifestò bruscamente. Il regno d'Italia fu riconosciuto dalla Francia non prima del gennaio 1862. Non prima della lettera del 20 maggio 1862 l'imperatore principiò a riavvicinarsi alla nuova potenza: espresse la fiducia, che il papa avrebbe accordato ai suoi sudditi le libertà municipali, e che l'Italia avrebbe riconosciuto i confini dello Stato della Chiesa. L'infame sottomissione del gabinetto italiano e la catastrofe di Aspromonte condussero in fine all'accordo.
Chi teneva dietro alla stampa liberale del tempo, dal _Journal des débats_ al _Siècle_, poteva facilmente incorrere nell'illusione, che la nazione bramasse l'annientamento dello Stato della Chiesa. L'imperatore era interprete migliore dell'animo del suo popolo. Laddove l'unità d'Italia incontrava ora caldi partigiani presso le nazioni dianzi ostili, per contro nella Francia alleata le sorgevano giorno per giorno nuovi avversari: la maggioranza dei francesi chiedeva la continuazione del potere temporale del papa, alcuni per gelosia verso l'Italia, altri pei loro sentimenti clericali. Frattanto anche in Italia si principiò a ricredersi delle esaltazioni speranzose e a comprendere l'immensa arduità della questione romana. Una lettera di Massimo d'Azeglio sottopose all'imperatore l'idea di sistemare in Italia la situazione per mezzo di un trattato, secondo che già aveva tentato Cavour. I negoziati con Menabrea a Vichy conclusero alla Convenzione di settembre, la quale impegnava all'evacuazione di Roma e affidava agl'italiani la protezione dello Stato pontificio. Questo accomodamento consentiva agl'italiani per lo meno un termine, per menare a compimento nel nuovo stato l'unità della legislazione e dell'amministrazione. Davanti a un problema storico mondiale il sovrano di Francia non poteva apertamente star soddisfatto né dell'asserzione dei politicastri sbrodoloni nazionalisti, che il papato sopravvivesse a sé stesso, né del rintronante pitaffio del rosso principe Napoleone, che l'ultima fortezza del medio evo doveva cadere. Gli toccava di usare riguardo all'opinione del suo popolo e al sentimento della cristianità cattolica, la quale era tuttora ben poco preparata all'abolizione del potere temporale del papa. Tale era anche l'opinione dei più grandi italiani. Lo stesso Cavour aveva trattato con le Tuileries in questo senso. Certo, anche qui saltava fuori un'altra volta e sempre più l'incurabile contraddizione intima della politica napoleonica. Era palmare, che una nazione risorta testé a nuova vita non poteva rinunziare per sempre alla più gloriosa delle sue città, al focolare sacro della sua gloria antichissima. Un vero grande statista, che comprendesse la potenza della passione nazionale, e, insieme, volesse far ragione ai sentimenti del mondo cattolico, doveva movere dalla persuasione, che in un prossimo avvenire il potere temporale del papa sarebbe tramontato e Roma sarebbe toccata agl'italiani; e doveva solamente cercare d'impedire, che Roma divenisse la capitale d'Italia. Questo infelice disegno fantastico, che non poteva far di meglio che danneggiare il giovine stato, fu allora combattuto vivamente da d'Azeglio e altri leali patrioti, e forse lo avrebbe mandato a vuoto anche una politica francese saggia e generosa. Ma Napoleone, incapace d'intendere interamente le forze spirituali di questa rivoluzione, sperava sul serio, che il movimento unitario si sarebbe fermo e raccolto in venerazione davanti al potere temporale del papa. E costrinse quindi il governo di Vittorio Emmanuele a trasferire la capitale a Firenze, abbassandone in questo modo l'autorità agli occhi degli italiani, laddove solamente un governo forte avrebbe potuto osservare la Convenzione di settembre.
Il trattato era un puro espediente, giacché i due contraenti si riserbarono la mano libera pel caso di una insurrezione dei romani; contava però sul fatto, che durasse e che fosse rispettato. Perciò fu accolto con collera e indignazione in alta Italia; ché questa parte politicamente la più esperta degl'italiani sentì, che col trasferimento della capitale lo stato rinunziava per sempre o per lungo tempo a Roma. Solo la fantasia, poco abituata alla chiarezza, del Mezzogiorno menò gran giubilo: immaginò, che il trattato non fosse pensato seriamente. Quando poi il radicalismo imprese contro Roma un'immatura spedizione di conquista e il gabinetto di Firenze venne meno al dovere del patto, allora alla corte delle Tuileries il partito spagnuolo rialzò il capo, e il sommo sacerdote della religione dell'amore fece fucilare in massa la sua greggia dagli chassepots. A un tale spettacolo ribollì fieramente ogni cuore protestante e di nuovo si persuase dell'indicibile viltà di ogni teocrazia. Ma la colpa di quella atrocità non toccava solamente all'imperatore. Se pel vincitore di Solferino era funesto combattere gl'italiani, pure era impossibile all'imperatore dei francesi tollerare in silenzio l'infrazione aperta di un trattato conchiuso con la Francia. La ragione estrema di questa posizione insostenibile era riposta nelle condizioni interne dell'impero: nella lega con gli ultramontani, che una volta annodata non si poteva più sciogliere, e, altrettanto più, nell'invidioso puntiglio di predominio del popolo francese. I francesi salutarono la giornata di Mentana con una gioia schernitrice, che torna a loro ignominia. L'infame giubilo: _les chassepots ont fait merveille_, ripercoteva del resto sui tedeschi anche più che sugl'italiani. Giacché l'odio alla Germania attutiva ormai ogni altro sentimento: la Francia gongolava che la sua nuova arme fatata superasse il fucile ad ago dei tedeschi.
Così la politica italiana del bonapartismo, splendidamente incominciata, periva miserabilmente. Il liberatore della Lombardia era riguardato come il nemico mortale degl'italiani, e questa volta ben a ragione; perché la sua guarnigione a Roma era il cuneo di ferro che spaccava in due il giovine regno. Napoleone desiderava sempre la liberazione di Venezia; ma solamente l'imbastardita consorteria successa a Cavour gli prestava l'antico ossequio. In Italia saliva in considerazione il partito di azione, che un tempo la mano sovrana di Cavour teneva a segno; e predicava, che la questione romana non era più a risolvere coi mezzi morali, ma con la guerra alla Francia. I tentativi d'ingerenza di Napoleone durante la guerra boema incontrarono un freddo rifiuto presso la maggior parte degl'italiani: l'Italia non dalla sua mano voleva ricevere il Quadrilatero. La Santa Sede fu da allora il suo solo alleato; e gli rimase unicamente l'enimmatica speranza, che fosse forse per riuscire nell'incerto futuro un papa Bonaparte, che riconciliasse la Curia col suo tempo e col suo popolo. Il vincitore di Solferino era adesso il protettore del papa: l'imperatore cadde, e trascinò seco il papa re.
Nelle complicazioni d'Italia e d'Oriente Napoleone III aveva apportate alcune idee notevoli; e così pure le imprese oltremarine di quel tempo s'ispirano evidentemente a un pensiero serio. Non movevano puramente dal proposito di procurare all'esercito trionfi comodi e a buon mercato, di mostrare ancora una volta al mondo i britanni come i caudatari della Francia, di consentire all'impero di elevare a sé stesso il panegirico che le sue armate avevano vinto in quattro parti del mondo: ma anche di aprire nuovi sbocchi al commercio. I porti della China si schiudevano ai vascelli dei barbari dai capelli rossi, gli ambasciatori del Siam e del Giappone giravano per le corti di Occidente. Davanti a tali benefici l'Europa indulgente dimenticava volentieri, che i saccheggiatori unnici del gran tempio dei cinesi avevano aggiunto una nuova fronda a quella corona d'alloro, le cui foglie portavano scritti i nomi di Speyer, di Friburgo, di Worms e di _Heidelberga deleta_. L'imperatore, a quanto pare, era convertito all'opinione di Persigny: «la parte guerriera della Francia in Europa è terminata»: sperava di assicurare l'avvenire della sua Casa mercé i benefizi della pacifica espansione dei commerci.
Ma la potente età lanciò nuovi movimenti, che non ubbidivano alla direzione del bonapartismo. Prima di tutto l'insurrezione della Polonia. L'insinuazione saccente, se il dittatore Langievicz non stesse forse al servizio di Napoleone III, già da un pezzo oggi è soggiaciuta al riso meritato. «Dovrei», disse l'imperatore stesso, «riguardare la causa della Polonia come assai popolare in Francia, se arrischiassi per sua ragione la buona intesa con la Russia». Col fatto, questa amicizia con l'impero degli czar, rafforzata al Congresso di Parigi, garantiva allo stato napoleonico l'unico e solo appoggio straniero. Nondimeno, una volta posta la questione, e ridesto il fantastico entusiasmo della nazione per gli antichi alleati di Bonaparte, il napoleonide non poteva esimersi da una fastidiosa ingerenza. Così gli toccò di provare una insolente ripulsa e di assistere all'annientamento della Polonia. Cercò di medicare lo smacco invitando il 4 novembre 1863 i principi di Europa a congresso sulla Senna. «Due vie», esclamò, «stanno aperte: l'una con la riconciliazione e la pace mena al progresso, l'altra mena inevitabilmente alla guerra per la caparbietà di mantenere in vita un passato sommerso». Noi non crediamo che il cervello di un uomo di stato potesse sperare seriamente di levar di mezzo con una riunione diplomatica le formidabili questioni insolute della politica europea. Uno spettacolone, splendido riscontro al Congresso di Vienna, avrebbe dovuto rinsaldare novellamente la riputazione scossa dell'impero, ecco tutto. Ma solo una valutazione smodata della potenza della Francia poteva spingere Napoleone all'illusione, che i grandi potentati avrebbero preso parte ubbidiente alla gherminella. La ricusa dell'invito fu un'altra diffalta del bonapartismo.
Mentre l'imperatore lanciava in tal modo superbiose parole nel vuoto, aveva già posto mano all'impresa inesplicabile della sua vita, la spedizione del Messico. Uno scritto dilettantesco del pretendente già aveva trattato del grande avvenire dell'America centrale; e adesso l'indole appiccaticcia dell'uomo si lasciò ricondurre ai sogni della giovinezza dalle bugie dei profughi messicani e dalle suggestioni del partito spagnuolo alla corte. Non si sarebbe potuto dimostrare in modo più tagliente, che la Francia imperiale era uno stato incostituzionale. Laddove in quasi tutte le sue imprese guerresche l'imperatore si era prima assicurato l'appoggio del liberalismo, questa volta invece l'intrapresa scaturiva dalla volontà personale del despota. La nazione in principio tenne un contegno freddo, poi espresse unanimemente la sua riprovazione. La stessa armata non voleva saperne di trionfi nel paese della febbre; si è preteso perfino di aver sentito di tanto in tanto il grido di «viva la repubblica!» tra le truppe imbarcate pel Messico.
Al dispotismo, più agevolmente che al parlamento, era dato riconoscere ed emendare l'errore intrapreso; ma in questo mal tratto l'autocrata mostrò un incapamento incorreggibile. Anche dopo che l'onore delle armi francesi nel maggio del 1863 era stato ristabilito, la disperata faccenda fu trascinata per altri sei anni fino alla rotta completa. In Germania l'opinione pubblica, che spesso a quel tempo s'ingannava tondo sulle faccende estere, si era collocata dal principio in faccia alla guerra americana col giudizio manifesto: «il nostro idealismo non crederà mai alla vitalità degli stati schiavi inciviliti». Andava altrimenti in Francia e in Inghilterra: lì si ricordavano ancora delle tirate della stampa inglese contro «il tiranno sanguinario Lincoln, che non è stato mai un _gentleman_», e del grido di angoscia innalzato dal corpo legislativo dell'impero per la caduta di Richmond. Era destino dell'imperatore, cotesto, di partecipare questa volta all'opinione corrente, egli proprio che tanto spesso si era elevato sul suo popolo con la sua più libera concezione della grande politica. Il despota non poteva apprezzare di nuovo le forze morali nell'enorme campo di lotta. Credeva allo sfacelo dell'Unione, offendeva l'antico alleato della Francia senza sostenere efficacemente l'avversario. Lo zio un tempo aveva conchiuso con Monroe il trattato sulla Luigiana: alla corte del nipote l'orgogliosa dottrina «l'America agli americani» era tenuta una frase. Il predominio sulle nazioni latine, già mezzo giocato nelle lotte italiane, bisognava riconquistarlo nel nuovo Mondo. Ma l'Unione anche durante la guerra sosteneva con braccio gagliardo la dottrina di Monroe. Si sarebbe dovuto fondare un impero ereditario con la ben nota gerarchia dei consiglieri di stato, prefetti e sottoprefetti proprio in mezzo a quella vita di economia peonica del tropico, per cui l'unica forma possibile di stato è una gioconda alternazione di anarchia e di dittatura. Sciocchezze politiche inconcepibili, e rincarate, per giunta, dalla fondamentale immoralità dell'impresa. La tragedia raccapricciante, principiata tra i cedri del parco imperiale di Chatapultepec e terminata nei bastioni di Queretaro, rammemora quei giorni di Baiona, in cui lo zio svelò la nequizia diabolica della sua perfida natura.
Così, pel ruzzo di un despota, colarono le forze preziose dell'esercito e delle finanze. Principiò allora l'elevazione della Germania, e colpì al cuore le idee predilette dei francesi. Il regno borbonico aveva fondato il suo predominio esclusivamente sui frantumi della potenza tedesca, e la preponderanza innaturale della periferia poteva continuare esclusivamente finché durasse lo squarcio al centro del continente. Perciò tutti i partiti, compresi Persigny e gl'intimi dell'imperatore, erano concordi nell'avviso, che il nostro genio fosse nemico dell'unità e che il frastagliamento, _la belle variété_, della federazione degli stati tedeschi fosse la garanzia della pace del mondo. Il giudizio universale seguito sulla Germania si era formato nell'ultimo trentennio e fermato così: la Prussia rappresenta lo stato militare dispotico, gli stati della Confederazione del Reno rappresentano la patria della libertà tedesca. Lo sviluppo delle lotte di partito dei tempi successivi poteva appena intenderlo lo straniero, e meno di tutti il liberale francese; giacché questo si proponeva di limitare la eccessiva potenza del governo, noi, al contrario, guarire la debolezza della nostra vita pubblica per mezzo di un forte potere centrale. Di qua come di là, sopravviveva in talune particolari nature ghiribizzose l'umore acre dei vecchi tempi; e come a noi tedeschi toccò di udire dalla bocca di un esteta pieno d'ingegno l'affermazione, che la Francia non possiede una vera e propria lingua, e altre somiglianti assurdità di gusto teutonico vetusto, così anche la Francia vantava i suoi mangialemanni, cioè i Desbarolles e compagni. Ma tra i francesi colti continuava a predominare un'amicizia indulgente verso la Germania; né alcuno profondeva più elogi agrodolci alla nostra impenetrabile astuzia e alla recentemente scoperta _prévoyance usuelle de l'Allemagne_. Nel magnifico quadro del Congresso di Parigi di Dubufe i signori von Manteuffel e von Hatzfeldt sono meritamente meschini e cacciati nello sfondo. Era quello il posto che, secondo l'opinione dei francesi, competeva ai tedeschi nella grande politica europea.