La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 18

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Il nuovo sovrano non potè resistere a prima giunta alla debolezza del _parvenu_: cercò di entrare nella sfera di parentado delle corti legittime. Come l'aspirazione gli fu respinta, conchiuse alla lesta un matrimonio impari, e dichiarò pateticamente: «io porto con orgoglio il glorioso titolo di risalito». Gli si sarebbe presto offerta l'opportunità di rendere la pariglia alla più burbanzosa delle dinastie legittime. Noi oggigiorno dobbiamo tenere come indubbio, che lo czar Nicola non intendeva disporre del dominio turco da conquistatore, ma aspirava al protettorato sulla intera Chiesa ortodossa o, con l'espressione caratteristica del suo gabinetto, sul culto greco-russo. Il che voleva dire fondare la sovranità della Russia sui rajahs, decidere la questione orientale a favore della Russia. Anche chi non s'inchina alle idee di Davide Urquhart, deve però oggigiorno gratamente riconoscere con quale acume e sicurezza Napoleone III seppe penetrare, prima dell'Inghilterra, la versuzia dei disegni russi. La corte di Parigi in principio era ben lontana da un tracotante vezzo di guerra; e durante la lotta l'imperatore serbò una misura, che costrinse al riconoscimento perfino un Guizot. Nella contesa pei Luoghi Santi, egli prima, per lusingare gli ultramontani, si fece innanzi in modo abbastanza provocante, poi d'un tratto svoltò, subodorando, che lo stato turco infermo avrebbe potuto a stento tollerare ancora un'altra scossa guerresca. E quando lo czar, con l'abituale alterigia verso l'opinione pubblica, smascherò senza ritegno le mire della sua ambizione, allora finalmente si capì alle Tuileries, che era venuto il tempo non solo di tenere in piedi la Turchia, ma di fiaccare la prepotenza della Russia. I documenti pubblicati dal gabinetto di Parigi diedero per la prima volta al mondo la coscienza della gravità della situazione. Poi, nel corso della guerra, nella mente dell'avventuriero affaccendato sorsero idee lungiopranti di ogni specie. Al generale piemontese Partonneaux confessò: «la Polonia ripristinata, la Finlandia alla Svezia, la Crimea alla Turchia, e poi una rivoluzione in Italia; ecco la soluzione più felice!». Ma imparò a sobbarcarsi, quando il volo vittorioso delle sue aquile andò molto a rilento.

Il momento della decisione parve molto felicemente scelto per la Russia. Lo czar per lo spazio di una generazione aveva portato con successo la maschera del grand'uomo, e di contro alle malferme corti occidentali si ergeva imponente, con quella irremovibile sicurezza che in un Gustavo Adolfo o in un Federico è un privilegio del genio, e in lui era nulla più che un segno di terra terra di pensiero, e di limitatezza. Non vi era principe in Europa, che non gli si fosse umiliato. Le corti tedesche e italiane adulavano il nemico della Rivoluzione, l'Austria gli pareva per sempre obbligata per l'assoggettamento dell'Ungheria. Le due potenze occidentali si erano alienate per via dei discorsi senza freno degli _chauvinistes_ e della contesa pei profughi. Nel parlamento inglese risonò così alta e minacciosa la parola dell'odio alla Francia, che nel marzo del 1853 millecinquecento londinesi stimarono necessario firmare una protesta di devozione all'imperatore. La gara commerciale e industriale in Occidente teneva siffattamente gli spiriti, che a stento pareva ancora possibile una guerra popolare. La nazione francese andò alla guerra in Oriente con la stessa malavoglia che un tempo gl'inglesi nelle lotte napoleoniche: solo durante i fatti d'arme l'ambizione militare riprese il sopravvento sull'amor di pace di un'età industriale. In conclusione, lo czar poté sperare di ottenere nella pace il dominio sui cristiani di Oriente. Napoleone III fu il primo a intravvedere la debolezza della potenza russa e la nullaggine della grandezza personale dello czar. E conchiuse l'alleanza vantaggiosa con l'Inghilterra. Feste di fratellanza e visite a corte sigillarono il nuovo sincero accordo, e per la prima volta nella storia la flotta inglese accolse a bordo soldati francesi.

Le due potenze occidentali si celebrarono reciprocamente con fracassosa millantatura come le custodi della civiltà. L'imperatore ebbe a rilevare, che erano «anche più forti per le idee che rappresentavano, che per la potenza dei loro vascelli e dei loro battaglioni». Drouyn de Lhuys e Moustier col tono arrogante da maestri di scuola verso la Germania provocarono un fiero rimbecco dal signor di Bismarck. Lo stesso Napoleone III nel discorso del trono del 1854 si era concesso l'impudente osservazione: «La Germania, che forse ha dato troppe prove di sottomessa compiacenza (_déférence_) alla Russia, riacquista l'indipendenza della sua condotta». Oggi nessun tedesco può ripensare senza vergogna alla pacatezza con cui la stampa della Germania esacerbata contro la Russia sopportò una tale iattanza dell'Occidente. Anche i rimproveri astiosi, che il mondo liberale mosse allora alla politica di neutralità della Prussia, hanno da un pezzo ceduto a un giudizio più posato. Non conveniva alla Prussia rendere alle potenze occidentali servigi, che in conclusione avrebbero potuto profittare esclusivamente all'Austria; ed è a lamentare solamente il fatto, che a Berlino non si ebbe animo destro a cavar partito dal garbuglio orientale per la liberazione dello Schleswig-Holstein. Eppure la partigianeria passionata del mondo liberale per le potenze occidentali veniva da un istinto sano. Era il tempo che il partito reazionario in Prussia magnificava il bianco czar come il secondo padre del nostro stato. Questa autorità sovrana dell'impero semi-asiatico gravava così oppressiva sulla vita tedesca, contraddiceva siffattamente all'essenza della civiltà nostra, che qualunque cambiamento di rapporti tra le potenze europee doveva sembrare un progresso.

L'imperatore ravvisò nell'antico dominio del Ponto il solo punto vulnerabile dell'impero russo, giacché un'irruzione in Bessarabia non era possibile senza l'aiuto dell'Austria; ma già da ora, nei giorni di maggior potenza, mostrò, come poi sovente in appresso, una tentennonaggine di esito imprevedibile tra le vedute proprie e le suggestioni altrui. In principio egli voleva tagliare ogni comunicazione tra la Crimea e la terraferma; poi ristette, e permise lo straordinario assedio di una fortezza, che si riforniva continuamente di nuove forze dal territorio alle spalle. Il despota ebbe la soddisfazione, che il suo esercito desse eccellente prova, mentre nell'armata inglese si manifestavano tutti gl'inconvenienti dell'amministrazione militare parlamentare. Quando le truppe vittoriose rimpatriarono, egli poté bene lodarle di avere riconquistato al proprio paese il debito posto in Europa; e Troplong gridò giubilando, che l'Europa riconosceva novellamente il nome della grande nazione. La Francia apparve in pace come in guerra la potenza dirigente dell'Europa. L'imperatore, alla maniera del primo console, trasse subito alla grande alleanza gli stati intermedi del Mezzogiorno e del Settentrione, calcò a bella posta sul carattere liberale della sua politica estera, e ancora nel novembre 1855 esortò l'opinione pubblica a far pressione sui gabinetti.

Certo, la soluzione della questione di Oriente annunziata dalle penne del bonapartismo fu tutt'altro che raggiunta con la pace di Parigi. Cacciata dalle foci del Danubio, la Russia frattanto compì l'assoggettamento del Caucaso e l'abbracciata del Mar Nero: enormi conquiste nell'Asia interna prepararono nuove catastrofi al Bosforo, e appena quindici anni dopo la pace di Parigi la Russia si dichiarò formalmente sciolta dal patto innaturale, che aveva convenuto la neutralità delle acque del Ponto. Le stesse potenze occidentali doverono confessare, che la pace era solamente un armistizio; e anche dopo la pace garantirono per mezzo di un trattato con l'Austria l'indipendenza della Turchia. Ma di garanzie, la Turchia con la guerra di Crimea ne acquistò soltanto una: un rinsaldamento di fiducia nel suo valoroso esercito. La riforma dello stato, che esordì sotto la protezione della Francia, è andata in fumo. Solo i ragazzi possono ammirare l'editto di tolleranza turco, lo Hat-Humayun, splendido cimelio della civiltà napoleonico-ottomana. Un impero orientale non può guarire in virtù dei concetti giuridici occidentali. Secondo il diritto pubblico dell'Islam, il credente può bene concedere tolleranza, ma non mai l'infedele esigere tolleranza. Se in effetto un ringiovanimento dello stato è tuttora possibile, avverrà solamente nel caso che ogni nazione e ogni Chiesa della penisola balcanica sia organizzata in corpo autonomo con amministrazione propria; ma dell'intelligenza di coteste idee di Leopoldo von Ranke e di Lamarche la nuova Turchia napoleonica è priva affatto. Comunque, era già un fatto notevole, che fosse rotto alla fine l'affatturamento d'indolenza, che aveva paralizzato per tanto tempo le potenze occidentali. La Turchia fu accolta nella società degli stati europei, la Russia ebbe ad apprendere che il continente non tollererebbe una soluzione unilaterale della questione orientale. Frattanto furono ripresi in senso umano i disegni egiziani dello zio, e fu condotta a termine la grandiosa opera del canale di Suez.

Le conseguenze della guerra di Crimea furono risentite dall'Europa in modo di gran lunga più profondo, che non dall'Oriente. Napoleone III si valse della potenza recentemente acquistata per effettuare un'idea preferita del suo antenato. Anche egli si sentiva protettore della libertà del mare e delle marine minori; e si adoperò a che il Congresso di Parigi enunciasse i principii di un diritto marittimo più umano: umane teorie giuridiche, che certamente il bonapartismo si sarebbe col plauso della nazione cacciate sotto i piedi, non appena avessero attraversato l'interesse della Francia. La potenza della Francia si levò gagliarda davanti all'astro dell'Inghilterra che impallidiva. Il napoleonide riuscì ad estirpare interamente l'odio mortale alla perfida Albione, che per quarant'anni aveva dominato l'anima dei francesi. Ora si guardava al Canale con amicizia di buoni vicini, perché non si aveva nulla più da invidiare all'Inghilterra. Lo stato isolano sonnecchiava a tutt'agio sui guanciali della dottrina di Manchester, e se talvolta sobbalzava spasmodicamente per rafforzare la squadra di corazzate o per aumentare il numero dei suoi disutili reggimenti di volontari, allora il mondo sentiva quanto fosse avvizzito l'orgoglio dell'Inghilterra. Siccome all'alleanza con questo stato non era più da dare troppo peso, Napoleone si volse ad avviare la buona intesa con la Russia. Al Congresso di Parigi trattò con riguardo l'ambasciatore dello czar, favorì le mire russe nelle provincie danubiane, porse aiuto alla fondazione della grande Rumania, e mandò perfino una flotta a incrociare nell'Adriatico per soccorrere, all'occorrenza, i montenegrini. La Francia era di nuovo in grado, per la prima volta dal tempo del Congresso di Vienna, di procedere a disegni positivi nella formazione della novella Europa, e la guerra d'Italia comprovò, che una volontà prudente guidava il potentissimo stato.

A chi si volta a guardarli, i grandi rivolgimenti compiuti appaiono semplici e spiegabilissimi, e futili rispetto alle speranze del domani i loro risultati duraturi. La gente ingiusta, che oggi rivà al potente anno 1859 con le idee del 1871, non vuole ponderare sul serio con quanta gratitudine i più saggi e competenti patrioti d'Italia, i Cavour e i D'Azeglio, apprezzarono le benemerenze di Napoleone III verso la loro patria. L'imperatore si vantava: «se vi sono uomini che non intendono i propri tempi, io non appartengo a costoro»; ed ebbe il raro coraggio di por mano a disegni europei, che la più parte dei suoi contemporanei e quasi tutti i gabinetti tenevano per utopistici. All'opinione pubblica la saldezza incrollabile del regime della sciabola austriaco pareva tanto indubitata, quanto la incapacità politica degl'italiani. La grande maggioranza della nazione, che amava chiamarsi _la nation initiatrice_, era abbarbicata alle antiche idee dell'invidia politica. Non erano i soli ultramontani quelli che temevano il risorgimento dell'Italia come un pericolo pel papato, e che vedevano con soddisfazione, che il partito reazionario nella Penisola, dopo la conquista di Roma, riguardava la Francia come un saldo sostegno. Anche i rossi radicali credevano tuttora fermamente all'antichissimo principio fondamentale della politica italiana dei francesi: nella Penisola non è ammissibile nessuna potenza indipendente, né straniera, né italiana. Solo di malavoglia gli alti ceti si confecero all'idea, che la Francia sguainasse la spada pel re delle marmotte. Perfino tra i sommi consiglieri dell'imperatore si annoveravano molti proseliti del partito delle dame spagnuole: al tempo del Congresso di Parigi l'ambasciatore napoletano Carini qualificò il conte Walewski come il migliore «tra la canaglia che circonda l'imperatore». Ma nello scambio d'idee con Cavour, Napoleone III venne alla decisione di riprendere e sostenere con spirito energico il principio del non intervento, che tra le deboli mani di Luigi Filippo si era volto in una frottola: come aveva tentato di distruggere la supremazia russa in Oriente, così ora intendeva di spezzare la dominazione dell'Austria nel Mezzogiorno, e accordare mano libera agl'italiani nella determinazione del proprio destino; ben inteso, sotto la guida della Francia e dietro ampia indennizzazione.

Indaghino pure i furbi, se il carbonaro non fosse legato a un grave giuramento; le idee direttive della politica napoleonica bisogna spiegarle con motivi più semplici. Il condottiero di bande della Romagna aveva affinati, non già dimenticati, gl'ideali della sua giovinezza: lo dimostrò la sua lettera a Edgardo Ney. Gli antichi legami della sua dinastia coi patrioti italiani erano continuati: i Pepoli erano imparentati coi Murat, il conte Arese era stretto in amicizia col monarca piemontese, come col francese. Il fanatico del papato liberale, il padre Ventura, viveva alle Tuileries come confessore, Farini durante l'esilio aveva frequentato la casa di Gerolamo. Anche più efficace riuscì la segreta attività del triumviro romano esiliato Livio Mariani, il quale per anni e anni non ristette mai dal ricordare all'imperatore i sogni di gioventù. Il nipote, condotto sempre a rifarsi alle idee dello zio, vedeva nel Piemonte l'erede naturale del napoleonico Regno d'Italia; in questo stato doveva aver centro il riordinamento della Penisola e anche l'influenza della Francia. A più riprese il despota si permise d'immischiarsi con pedagogheria nella situazione interna del piccolo ma libero stato, e per un pezzo appoggiò perfino i clericali torinesi contro il gabinetto liberale; pure, egli non rinunziò mai a sperare un'alleanza gallo-sarda, vagheggiata fin da dopo la battaglia di Novara. «Sono nubi passeggere», disse confortante all'italiano Collegno poco dopo la fondazione del trono imperiale; «verrà il giorno che i nostri eserciti lotteranno insieme per la nobile causa dell'Italia». Conosceva l'Italia: l'acuta osservazione e la notizia sicura delle cose lo condussero all'opinione, che nel proclama di guerra compendiò nelle parole: «le cose sono state spinte dall'Austria a tal segno, che o l'Austria deve dominare fino alle Alpi Marittime, o l'Italia esser libera fino all'Adria». Conosceva la stretta affinità dei due popoli, sapeva che gli uomini di stato del Piemonte erano affatto imbevuti di cultura francese, e che perfino Cesare Balbo, il patriota idealista, soleva affermare: «io sono prima italiano e dopo francese». E previde che le popolazioni di Francia, sempre sensibili ai moti magnanimi, avrebbero accolto con gioia la guerra di liberazione del paese consanguineo.

Già prima del Congresso di Parigi era andato a lui Cavour, che era il patrocinatore del suo popolo oppresso e, insieme, era l'ideale dello «spirito positivo», compenetrato di quel sicuro istinto del possibile, che il pretendente aveva di continuo esaltato come il più alto dono dell'uomo di stato. Davanti all'Europa riunita l'italiano doveva esprimere sotto il consenso tacito dell'imperatore i lamenti d'Italia: l'Austria, abbandonata da tutte le potenze, mieteva ora i frutti della sua superbia e di quella politica delle cose a metà, che offendeva a morte la Russia senza appagare le potenze occidentali. Cavour tornò in patria con la ferma fiducia, che l'imperatore voleva la guerra; e da allora si comportò con una arditezza provocante, che spaventò gli stessi diplomatici dell'imperatore, che non erano addentro. Mentre negli anni seguenti le potenze occidentali guarivano delle ferite riportate nella guerra di Crimea, le sommosse e le cospirazioni a Genova e a Livorno, a Napoli e in Sicilia dimostravano con quanta giustezza Cavour avesse descritto le condizioni precarie della patria; e sopravvenne l'attentato di Orsini come un formidabile richiamo al debito insoddisfatto.

L'imperatore si teneva sempre al suo cauto metodo delle due porte aperte. Si abboccò con lo czar a Stoccarda e, nello stesso tempo, diede affidamenti tranquillanti alla corte di Vienna. Mentre a Plombières stringeva la grande congiura con Cavour, i suoi giornali di corte parlavano con freddezza glaciale delle speranze d'Italia. Napoleone III fu sorpreso egli stesso dell'effetto del suo amaro saluto di Capodanno all'ambasciatore austriaco. Alcune settimane dopo fu conchiuso il matrimonio del principe Napoleone: la sollecitudine dinastica del risalito non si smentì neppure in quei giorni pieni di fecondi disegni. Nel febbraio il discorso del trono annunziò «che l'interesse della Francia si trova dovunque occorra porgere la mano a una causa di giustizia e di civiltà». Allora stesso uscì l'opuscolo di Laguerronière che dichiarava: «governare vuoi dire prevedere»: anche sul trono il sistematico curava tuttora di presentare all'opinione pubblica le tesi della lotta politica. Seguì il gioco magistrale della diplomazia gallo-sarda, per via del quale l'avversario fu posto dalla parte del torto e l'aggredito dipinto come aggressore. Accecata dalla superbia, l'Austria andava barcolloni alla guerra, e i più pazzi sogni della politica della Restaurazione ripullulavano alla corte di Vienna, quando Napoleone III, salutato per la seconda volta dal plauso dei liberali di occidente, intraprese la lotta e gittò sulla causa italiana la posta della durata della sua dinastia. Questa campagna, che presentò non più che una magnifica manovra ben riuscita, cioè la contromarcia nascosta dell'armata francese in Lomellina, non è certo comparabile con la gloria delle giornate di Lodi e di Arcole. Napoleone non dettò punto al nemico la legge della guerra; ché, anzi, si appiccarono due grandi battaglie contro l'aspettativa dell'una e dell'altra parte. A Magenta decise la risoluta energia di Mac-Mahon, a Solferino l'inettitudine del Comando austriaco. Ma tanto più alta fu l'importanza politica della lotta. Furono davvero giorni gloriosi, quelli in cui Napoleone gridò agli italiani: «siate oggi soldati, se volete essere domani cittadini liberi e indipendenti!» e quando nell'ingresso a Milano liberata il popolo ebbro di entusiasmo premeva sulla criniera del cavallo imperiale. L'impresa d'Italia aprì una novella età: l'imperatore pose inconsapevolmente la prima pietra dell'unità d'Italia e della Germania.

La pace di Villafranca dissipò l'ebbrezza della gratitudine, l'immagine di Orsini coprì l'immagine di Napoleone. «Con la prosecuzione della guerra io avrei osato ciò che un principe deve osare solamente per l'indipendenza del proprio paese!»; in questo modo l'imperatore giustificò davanti al senato francese la conclusione della pace, e il giudizio della posterità non saprà un giorno aggiungere nulla a questa parola recisa. La decisione della pace non mosse dall'orribile vista del campo di battaglia di Solferino, né dal timore della malaria della «terra ferma», né dalle pressioni del circolo imperiale pel ritorno, ma dal contegno minaccioso della Prussia, la quale, trasportata dal cieco furor di guerra della Germania meridionale e fatta inquieta dalla crescente potenza della Francia, era proprio sul punto di incorrere in un enorme errore politico. In un rapido dialogo l'imperatore con la forza della sua superiorità personale seppe tirare a una pace precipitosa l'avversario sconcertato. Ma quando il convegno di Villafranca levò in alto nel mondo diplomatico la riputazione di Napoleone III e corroborò la fama della sua scaltrezza impenetrabile, quel giorno fu finita per la Francia la parte di condottiera.

Erano scatenate le naturali potenze della passione nazionale, diaboliche potenze, superiori a ogni arte diplomatica. L'imperatore intendeva di strappare l'Italia alla dominazione dell'Austria, non di fondare lo stato unitario: al principio della guerra nemmeno la grande mente di Cavour vedeva davanti a sé l'unità statale come un fine fisso, indefettibile. Napoleone desiderava un saldo stato intermedio in Toscana, da far contrappeso al Piemonte; e, ad onta delle denegazioni sia degl'italiani che dei francesi, oggi è fuori di dubbio, che in segreto meditava su una corona reale di Etruria pel principe rosso. Appoggiò alquanto più apertamente le mene dei Murat a Napoli; ché da schietto Bonaparte credeva all'incurabile miseria del sangue borbonico. Perciò a Plombières si era accennato appena alla sfuggita alla Toscana e a Napoli: Cavour penetrava l'occulto intendimento dell'alleato e sperava di attraversarlo. L'imperatore era fermo nell'idea, già espressa chiaramente nell'opuscolo di Laguerronière, di una confederazione italiana, che fosse diretta, sotto la tutela della Francia, da un forte regno subalpino. Ogni volta che il lupo austriaco fosse lanciato sull'ovile italiano, il Piemonte si vedrebbe alla mercé della grazia della Francia. Il disegno era fino, non effettuabile. Chi aveva sfrenato le passioni nazionali, non poteva comprendere la semplice verità, che soltanto la piena indipendenza dell'intera Penisola avrebbe avuto virtù di appagare il sentimento del popolo. Con tutta la sua conoscenza dell'Italia, il despota non aveva alcun sentore della forza dell'orgoglio italiano, dell'implacabilità dell'odio alle antiche dinastie; cresciuto tra le grette tradizioni della sua corona, il dominatore della Francia non poteva elevarsi all'idea, che era per sorgere sul Mediterraneo uno stato nazionale del tutto indipendente. E gli parve serio, nell'ottobre, esortare Vittorio Emmanuele a smettere le illusioni e a riconoscere la confederazione italiana, per la quale la Francia si era impegnata.

Cavour non ha forse compiuto mai nulla di così importante, come in quel mese autunnale in cui movendo la mano dalla sua tranquilla Leri stornò i disegni federalisti della diplomazia imperiale. Ma anche Napoleone III riprese subito il senso netto dell'uomo di stato; e comprese, che nessuna potenza al mondo era in grado di contenere il movimento unitario nell'Italia centrale, tanto meno egli stesso, che aveva testé sguainato la spada pel principio del non intervento. La piega decisiva corse in senso affatto contrario al punto di partenza del 1859. Thouvenel, l'amico magnanimo dell'Italia, assunse il ministero degli esteri, e il trattato di commercio con l'Inghilterra corroborò alla corte delle Tuileries la vittoria delle idee liberali. Il 31 dicembre 1859 l'imperatore scrisse al papa la famosa lettera: «i fatti hanno una logica inesorabile»; la rinunzia alle Legazioni fu tenuta una necessità, e, contemporaneamente, apparve l'opuscolo _il Papa e il Congresso_. Era questo il secondo grande servigio che Napoleone rendeva agli italiani, e, conforme al giudizio di Cavour, altrettanto importante quanto la battaglia di Solferino.