La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2

Chapter 17

Chapter 173,297 wordsPublic domain

Per l'esecuzione dei disegni prescelti di politica estera, che ognuno attribuiva fiduciosamente al napoleonide, il nuovo sovrano disponeva di uno strumento eccellente, che era il miglior lascito dell'eredità della monarchia di luglio. Le vittorie africane erano per l'esercito una scuola insieme e uno sprone alla brama di gloria. Tutta l'organizzazione dell'esercito era preordinata alla guerra offensiva. In questi reggimenti senza patria, raccozzati da tutte le provincie, guidati da ufficiali scapoli, e cambianti continuamente di guarnigione, non poteva mai spegnersi lo spirito di lanzichenecco di chi vuol battersi unicamente per vedere quale è il più forte. In nessun altro esercito un generale avrebbe potuto rivolgere al comandante supremo le parole, che il maresciallo Castellane gridò all'imperatore: «Sire, l'armata si annoia: se vogliamo batterci, bisogna essere in due: su chi dobbiamo avventarci?». L'imperatore curava premurosamente questa colonna del suo dominio, e, come lo zio, vedeva nell'armata, «la vera nobiltà del nostro popolo», e nella sua storia la propria storia. Ognuno sa quanto si operò di notevole nei primi anni dell'impero per elevare l'efficienza bellica dell'esercito, quanto romore suscitarono sui campi di Lombardia i nuovi cannoni rigati, quanto a lungo il campo di Mourmelon fu ammirato come l'alta scuola della tattica, e come l'imperatore intendesse di risollevare anche la figliastra di questa armata, la cavalleria, con l'introduzione dei piccoli e focosi cavalli algerini. Ai reggimenti rinforzati degli zuavi furono annesse le nuove truppe barbare dei turcos, e le incerte idee dell'oggi sul diritto delle genti permisero all'imperatore di adoperare questi selvaggi contro i soldati europei. Anche la flotta, dopo sforzi enormi, eguagliò finalmente l'inglese in numero di navi e in artiglierie, sebbene non potesse mai divenire come in Inghilterra un'arma nazionale capace di un continuo ringagliardimento.

L'asserzione tanto motteggiata di Napoleone III: _l'empire c'est la paix_, non era affatto una mera bugia, ma semplicemente un'altra di quelle mezze verità, in cui si palesava l'intima contraddizione del bonapartismo. Tutti i provvedimenti del socialismo monarchico, della felicitazione dispotica delle moltitudini, potevano prosperare unicamente in tempo di pace. Il nipote non era un uomo di guerra, un capitano: i disegni della sua politica europea non erano ispirati dalla cruda frenesia della percossa. Eppure egli aveva bisogno della devozione festosa dei suoi soldati, eppure l'impero doveva l'esistenza al culto della gloria guerresca. In tutti i tempi scabrosi i giornali ufficiosi non avevano che a sollevare la questione del Reno, per occupare le teste irrequiete del popolo e dell'esercito: avvenne così immediatamente dopo il colpo di stato, così dopo la battaglia di Königgrätz. Il signor Lavallée insegnò nella scuola militare di Saint-Cyr la teoria dei confini naturali con una goffaggine stupefacente; e il cattivo libro che scrisse sull'argomento fu coronato dall'Accademia. Perfino il sostenitore del rischiaramento pacifico, Duruy, nella sua introduzione alla storia francese ribatte con passionata indignazione su «quell'enorme lacuna nei nostri confini», che si stende da Lauterburg a Dunkerque. Per lui la lingua tedesca in Alsazia è semplicemente un rozzo dialetto illegittimo; e gli alsaziani devono unicamente alla personale equanimità dell'imperatore, se la loro parlata non è sparita interamente dalle scuole.

Le spettacolose parate militari dell'impero erano eseguite con una teatralità vanagloriosa, con una crudezza di sentimento, che ricordava l'antica Roma. Quando le truppe di ritorno da Sebastopoli sfilarono davanti alla colonna Vendôme, ogni reggimento era preceduto dalle suore di carità e dalle figure squallide dei feriti; e i soldati erano tutti nella divisa da campo sporca e in brandelli, affinché ai cittadini _blasés_ della capitale apparisse bene avvistata la selvaggia maestà della guerra, la gloria di fare il soldato. Anche il vestito da funambolo degli zuavi e dei turcos era diretto più a eccitare la curiosità dei parigini che a incutere spavento ai nemici. L'impero fu sollecito del sentimento dinastico nell'esercito con miglior successo che non la monarchia di luglio. I pochi ufficiali liberali, che un tempo si aggruppavano intorno ai generali africani, furono prestamente rimossi o convertiti. Una guardia del corpo di 50.000 uomini, ben addestrati e meglio pagati, portava l'uniforme dell'antica Guardia imperiale, e viveva e sfolgorava dei ricordi napoleonici: il principe imperiale faceva gli esercizi tra le fila dei figli della Guardia. Gli ufficiali di merito arrivavano a una posizione splendida: la paga dei generali richiedeva l'enorme somma annuale di 21 milioni. La croce della Legion d'onore era conseguibile anche dai semplici soldati, e le nuove medaglie militari premiavano i meriti più modesti. Fu istituita una medaglia commemorativa per ogni campagna; perfino la passeggiata militare a Pechino fu ricordata dalla medaglia col dragone.

Urgeva soprattutto di formare una razza di vecchi soldati di professione, la cui bandiera fosse la casa e la patria. Fu fondata la cassa di esenzione che con le alte entrate e pensioni attirava gli usciti di ferma a continuare nel servizio come capitolanti; anche il soldato semplice aveva la certezza di ricevere dopo venticinque anni di servizio 500 lire all'anno, e anche più se era decorato. In tal modo si formò rapidamente un corpo scelto di 170.000 soldati di professione. Che il peso delle pensioni militari aumentasse in 10 anni di circa 20 milioni, non era cosa di cui si desse pensiero la finanza imperiale. Anche la zotichezza lanzichenecca dei vecchi soldati, e il bagordare dei _vieux grognards_ straripante in molti eccessi taciuti dalla stampa, non scandalizzava un gran che: comunque, il sentimento napoleonico dei pretoriani era assicurato. La guerra d'Italia scoprì per la prima volta la rifioritura dei punti neri di un siffatto procedimento. Quanto più gagliardamente allignava il ceppo dei soldati di mestiere, tanto meno rendevano le leve di milizie giovani, fino a scendere a circa 23.000 uomini all'anno; e tanto più scarso era per conseguenza il numero delle truppe di riserva istruite. Si cercò di sopperire, dando alla meglio a una parte dei coscritti una istruzione accelerata. Capitò allora la guerra del Messico, che impose gravi sacrifizi imprevisti: nel paese la forza effettiva delle truppe era molto ridotta, e negletti i magazzini e gli armamenti; e quando in mezzo a un siffatto scompiglio rimbombò l'eco formidabile di Königgrätz e tutti gli occhi si volsero all'esercito, allora il governo dové pure capire l'assurdità della sua politica militare. Subito si buttò sulla via opposta, e arrischiò la proposta del servizio generale obbligatorio.

Perché mai in un paese in cui l'eguaglianza è deificata e domina il quarto stato, cotesta idea si abbatté in una opposizione furente? Mutare la costituzione dell'esercito vuol dire trasformare la costituzione dello stato. Il servizio militare generale obbligatorio è impossibile in una società burocratica; basta la sua rigogliosa esistenza a provare quanto siano radicati in Prussia i pubblici costumi dell'autonomia amministrativa. Non soltanto il ricco aborriva in Francia la prestazione personale del servizio militare allo stato; i lavoratori altresì, i leali contadini diventarono riottosi e ribelli, quando corse per le terre il grido: _il n'y aura plus de bons numéros!_ Nessuno voleva rinunziare alla speranza, che la fortuna del sorteggio lo dispensasse dal suo dovere civile. Il servizio generale obbligatorio è inattuabile senza corpi di armata provinciali: diventa di una durezza intollerabile, quando costringe le persone colte a servire, anche in tempo di pace, lontano dal proprio paese, in reggimenti nomadi. Siccome il bonapartismo aveva sempre in mano il mezzo di creare una così detta opinione pubblica e di suscitare l'apparenza di un generale entusiasmo guerresco, il sistema di Scharnhorst non poteva spiegare in Francia la felice azione pacifica che ha avuto presso di noi. Lì, invece, il servizio obbligatorio sarebbe stato uno strumento di servitù, avrebbe assoggettato tutta la gioventù alla disciplina militare, impegnato tutte le forze della nazione in una politica estera lunatica. Perciò, quasi soltanto nella bellicosa Lorena i primi disegni del maresciallo Niel furono accolti con giubilo, da per tutto con terrore.

Il superficiale dilettantismo dell'opposizione si confermò ancora una volta nella discussione del corpo legislativo sulla legge militare. I medesimi retori, che avevano rimproverato l'imperatore di arrendevolezza alla Prussia, celebrarono con perorazioni grandiloque l'ideale immorale e impossibile della pace universale, levarono al cielo il sistema militare svizzero, pel quale in Francia il terreno di consistenza mancava affatto, asseverarono, che solamente la libertà renda invincibile l'esercito. Il compromesso, a cui venne alla fine il governo con l'egoismo dei possidenti, non mutò nulla alle basi dell'antico ordinamento militare napoleonico. Solo che fu rafforzata la leva annuale, fu formata sulla carta una gagliarda armata di riserva, fu migliorato l'armamento. Ma il cambio rimase, sebbene scorciato a dieci anni, rimase la lunga ferma, rimase lo sparpagliamento dell'esercito in reggimenti isolati, senza patria; in una parola, l'organizzazione militare per l'aggressione. Lo spirito delle truppe, dopo come prima, era determinato dai soldati di mestiere, di cui espresse il sentimento il generale Changarnier nei suoi giudizi sprezzanti sulle milizie prussiane. Dopo come prima, il coscritto francese entrava con terrore e con sgomento nella caserma, per poi conformarsi rapidamente sotto le bandiere all'irrequieta iattanza militare dei veterani. In questo esercito e in questo spirito della nazione, unicamente qui si annidava la minaccia alla pace universale tanto melodrammaticamente lamentata dagli apostoli pacifisti francesi.

Il dispotismo, anche nelle riforme militari, si rivelò inetto ad apprezzare degnamente le forze morali della vita dei popoli. Quando era pretendente, Luigi Napoleone aveva scritto parole di ammirazione per l'ordinamento militare prussiano; adesso riceveva sull'esercito prussiano informazioni intelligenti e imparziali dal colonnello Stossel. Ma le lettere rimasero inosservate, nemmeno lette. La camarilla militare non voleva vedere, che ogni riservista tedesco e ogni uomo della Landwehr aveva percorso nell'esercito permanente la scuola della disciplina e dell'esercitazione tecnica, e che proprio in ciò consisteva la forza incomparabile dell'esercito tedesco; nutriva unicamente l'idea di superare il rivale con l'enorme superiorità del numero. Perciò fu messa su la massa senza istruzione e senza valore della Guardia mobile, e si persisté con cieca muffosità nell'illusione, che la Landwehr prussiana non fosse buona a nulla, laddove sarebbe bastato uno sguardo fugace sulle leggi militari della Germania settentrionale a mostrare il contrario. Si smargiassava sulle nuove armi, chassepots e mitragliatrici, e intanto si era legati per tira avanti di stupida _routine_ a una tattica già vecchia decrepita, si maneggiavano le truppe secondo un regolamento del 1791, e si mandavano fuor dei piedi gli ammonitori con la frase baldanzosa: «il nostro esercito possiede la tradizione della vittoria!». Il despota non poteva desiderare, che un generale si cattivasse un partito compatto tra le sue truppe; perciò distribuì il paese in grandi _Commandos_, a cui tra rapidi trasferimenti erano assegnati i singoli reggimenti; e non rifletté, che un tale sbrancamento dell'esercito nuoceva allo spirito di camerati delle truppe, e che allo scoppio di una guerra avrebbe costretto a una nuova formazione dell'armata e avrebbe così menomata la prontezza dell'efficienza offensiva dello stato. Anche nell'esercito la carie morale della vita di questo popolo divorava ogni cosa intorno a sé. Già durante la guerra d'Italia un diplomatico inglese, acuto osservatore, che aveva conosciuto da vicino i vincitori di Solferino, scrisse alla sua corte: «questo esercito sarà irreparabilmente perduto, non appena gli sarà contrapposta un'armata di salda disciplina». E da allora le truppe si depravarono anche peggio nelle spedizioni di sacco al Messico e in Cina. Un nepotismo spudorato, maneggiato dalle dame della corte, allentava affatto il nodo compagnevole, del resto già sciolto, tra gli ufficiali; la disciplina non rispettava i condottieri, i quali passavano la più parte del tempo tra vuote millanterie, modicissimo lavoro e lautissimo far niente.

Frattanto la Francia credeva al suo invincibile esercito, e siccome Luigi Napoleone, per lo meno nei primi anni di regno, partecipava a cotesta fede, è dunque innegabile, che egli per lungo tempo fece uso moderato della potente arma offensiva, che opinava di avere sotto mano. Dal tempo di Enrico IV egli era il primo sovrano di Francia, che si occupasse delle questioni europee con intelligente sollecitudine pel bene dell'intero continente, e non già coi soli preconcetti dell'ambizione francese o dell'ambizione personale. Nei suoi anni migliori sostituì alla politica orleanista dell'invidia rilevanti vedute europee. Le medesime corti, che avevano salutato con gioia il colpo di stato, dopo vista l'orientazione assunta dal trono imperiale, guardarono con comprensibile diffidenza alla politica europea del nuovo sovrano. Per un sovrano francese il nome imperiale non poteva mai risolversi in una troppo innocente decorazione, come il titolo d'_imperial crown_ per la corona della Gran Bretagna. Il nome di Napoleone III sonava come un'evizione degli antichi confini dell'impero mondiale, a cui lo zio non aveva formalmente rinunziato mai. In verità, il nipote fece assicurazioni soddisfacenti; ma il sospetto delle corti continuò. Un protocollo segreto, firmato a Londra il 2 dicembre 1852 dagli ambasciatori delle quattro grandi potenze, ammise il principio del non intervento, assumendo che la fondazione dell'impero fosse un puro mutamento del regime interno della Francia. La Prussia, come la minacciata più da vicino, essendo la sola grande potenza confinante con la Francia, prese puramente atto dell'accaduto, con la dichiarazione formale, che con ciò non s'intendeva né di esprimere un'opinione, né di riconoscere le eventuali conseguenze. Lo czar Nicola rifiutò al nuovo venuto il titolo di «caro fratello».

La faccendoneria che traspariva irrequieta nelle Tuileries, il disegno, portato in giro per le corti, di una grande unione doganale dei popoli latini, i maneggi odiosi che la Francia iniziò col Belgio e la Svizzera, erano cose che non potevano scemare la diffidenza delle corone. Il napoleonide era il nemico nato dei trattati del 1815, che, sia pure lacerati qua e là, determinavano sempre, però, la conformazione della carta dell'Europa di mezzo. Non poteva certo lasciare l'impero nella posizione modesta, che gli era stata fatta fin dal Congresso di Vienna. L'istituzione della medaglia di Sant' Elena, che fu una vera provocazione sfacciata, dimostrava che il nipote non aveva punto dimenticato le tradizioni militari della sua Casa. Né sulla fiducia personale poteva contare il furbo, che aveva conquistato il trono con un gioco di bindolerie. «Napoleone mente sempre, e quando tace congiura», ecco come lord Cowley fissò più tardi l'avviso allora predominante nelle corti. In effetto, il gusto delle cabale e delle vie traverse durante una vita avventurosa, era diventato nell'imperatore una seconda natura. Gli piaceva di lasciarsi continuamente per lo meno due porte aperte: si atteneva fedelmente al principio, che la politica francese non aveva mai rinnegato da tre secoli, vale a dire all'adagio: _promettre ça n'engage à rien_. Anche i disegni che non avevano nulla a temere dalla luce del sole, egli curava di prepararli in profonda segretezza, come un cospiratore, lanciandoli poi di colpo fuori delle tenebre. Due tentazioni opposte si contendevano il napoleonide. Seguendo la prima, avrebbe potuto presentarsi come l'erede dello zio e intraprendere contro l'Inghilterra la guerra di vendetta, domandata mille volte da saccenti fanfaroni. Stante la elaborazione ingegnosa del credito inglese, le cui fila si raccoglievano tutte alla capitale, non pareva affatto inconcepibile, che una breve dominazione di truppe straniere a Londra avrebbe potuto scompigliare l'intero regno, e indurre a una pace umiliante quel popolo mercantile e poco bellicoso, còlto alla sprovvista. Oppure, seguendo la seconda tentazione, avrebbe potuto dedicarsi ai disegni del bonapartismo rosso, alle idee pazzesche, che il principe Napoleone fece sostenere dall'_Opinion nationale_ e che poi egli medesimo espresse nel maggio del 1865 nel suo famigerato discorso ad Aiaccio. Il principe venne fuori con la botta demagogica del prigioniero di Sant'Elena: «il mio nome sarà sempre pei popoli la stella polare del loro diritto». E pretese una tendenziosa politica di radicalismo, che, secondo il presagio dello zio, avrebbe collocato il sostenitore a capo dell'Europa; chiese il ripristinamento della Polonia, la lotta contro l'Austria reazionaria, e via di seguito.

È un merito incontestabile dell'imperatore l'essersi ben di rado lasciato traviare nella freddezza del proprio giudizio da propositi frivoli di tal natura, e l'avere respinto continuamente l'odio e la vendetta come «sentimenti che non si confanno più al nostro tempo». Si rifece all'antica politica nazionale della grande età borbonica. Volle risollevare la Francia a potenza direttiva della terraferma, e puntellare coi popoli latini tale preponderanza. Ma bisognava raggiungere il vecchio fine con mezzi moderni. Come Persigny e Cavour, Napoleone III ravvisò la garanzia della civiltà europea nella salda unione delle due potenze occidentali. In verità, questa antica idea di Palmerston, che offendeva anche l'orgoglio tedesco, scapitava ogni giorno un poco della sua plausibilità, sebbene non fosse ancora interamente infondata in quegli anni, in cui l'influenza della Russia pesava tuttora sulla nostra patria. Una volta che il nipote credeva o dava a credere di credere, che il conquistatore del mondo aveva sparso da per tutto «i semi di nuove nazionalità», tant'è, egli stesso sanciva l'importanza, dominante pel nostro secolo, delle idee nazionali. Egli previde, che i trattati di Vienna avrebbero trovato il nemico più formidabile nel sentimento nazionale, quando si fosse ridesto, dei popoli arbitrariamente divisi, e volle promuovere quanto fosse necessario allo scopo. Apprezzò l'influenza dell'opinione pubblica, riconobbe che oggi è determinata dal liberalismo, la celebrò sovente come la sesta grande potenza che sola oggigiorno consenta successi durevoli, e decise di non por mano a nessuna grande impresa senza l'assistenza delle idee liberali. Queste vedute sapienti e moderne erano il fondamento della politica estera nei primi anni dell'impero. Il merito di cotesta politica è tanto più altamente stimabile, in quanto si contrapponeva ad antiche tradizioni e pregiudizi dello stato e del popolo francese. L'opinione media dei francesi era racchiusa nell'aforismo di Thiers: _rien n'est plus déplorable que les nationalités_; che in tedesco vuoi dire: solamente la Francia ha il diritto di formare un forte stato nazionale.

Senza dubbio, anche nella politica europea di Napoleone apparve lo sconciamento di questo cervello, che in tanti anni di esistenza profuga, in eterni almanaccamenti e sognamenti, aveva affatto disimparato di stare al sodo, e di mantenere immutato un disegno con profonda serietà volitiva. In un'ora di sdegno, dopo la pace di Villafranca, Cavour opinò, che Napoleone portasse nella mente molte idee politiche, ma nessuna matura e pronta, e che per questo era corrivo a lasciare in asso l'opera sul bel principio. Nei giorni tranquilli il grande italiano ha espresso un giudizio più mite; ma noi che oggi abbracciamo con lo sguardo tutta la politica del bonapartismo fino al suo suicidio, possiamo tener buona la parola irata di Cavour. Il napoleonide sedeva sulla carta d'Europa ruminando, limandosi continuamente il cervello se gli convenisse spostare una frontiera al settentrione oppure al mezzogiorno: una fucina di disegni senza mai posa: e con tutto ciò era ben altro che una natura elastica, ma un flemmatico lento, che più cambiava posizione e meno si trovava a posto. E finiva sempre col soggiacere all'intima falsità del dispotismo democratico. Le idee nazionali del secolo dovevano effettuarsi, ma solo con un sistema ingegnoso di alleanze, solo con l'aiuto della Francia, e la nazione felicitatrice di popoli, la nazione dirigente doveva esserne ripagata in terre e genti. Il _révendiquer_, il ridomandare l'antico territorio napoleonico parve altrettanto irremissibile a tale politica, come la costituzione degli stati nazionali: solo che l'una idea escludeva l'altra.

Il favore della fortuna iniziava l'imperatore in una êra rigogliosa, in cui le condizioni dell'Europa erano mature alle grandi risoluzioni: ed egli, da cervello sistematico qual era, si dava ad approfondire con accorgimento la «questione» emergente, ed era ben in diritto di dire: _étudier une question n'est pas la créer_. Per molto tempo aveva trattato di politica come giornalista; sovrano, conservò l'antica abitudine. Non un solo atto della politica neonapoleonica fu posto in iscena senza programmi solenni, senza il buscherio delle frasi patetiche. Verrebbe il tempo, che un uomo ben più grande avrebbe svelato, a confusione e scorno, la meschinità di mezzi siffatti. Il conte Bismarck ha dimostrato al mondo, che una vera politica moderna raggiunge magnifici successi solo con l'opera di popoli emancipati, fidanti esclusivamente in sé stessi; e dimostrò, inoltre, che la politica più geniale e inventiva si svolge continuamente nelle forme più semplici degli affari. Il restare a mezzo, il mancato successo di molte intraprese dell'imperatore si spiega meramente con la situazione contraddittoria di un uomo, che era nello stesso tempo un despota e un erede della Rivoluzione, nello stesso tempo uno statista di idee europee e il dominatore della nazione più vanagloriosa.