La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2
Chapter 15
L'arte aveva dato da molto tempo le spalle a un siffatto mondo della sensualità e della cupidigia. Lacera il cuore apprendere nelle lettere di Tocqueville, come questo uomo geniale si sentisse in patria più straniero che all'estero, come pensasse di essere sopravvissuto al proprio paese, come cercasse invano le parole per descrivere il buio di caverna delle provincie spopolate. Il poeta francese possedeva tuttora un prezioso privilegio sul tedesco: un vero pubblico, che permetteva a ogni ingegno di conseguire una potente efficacia, e che anche recentemente aveva confermato nella colletta per Lamartine la sua gratitudine alla poesia nazionale. E l'antica passione della scena era tuttora così viva, che in questo paese della burocrazia l'intera metà dei 297 teatri erano mantenuti a spese del comune. Ma, ahimè, qual sacro cibo era offerto in cotesti templi! Dove sono andati gli squilli baccanti di voluttà gallica di vivere, che un tempo Rabelais elevò in onore della diva bottiglia? Dove la protervia deliziosa, che ride in ogni accento della Celimene di Molière? Dove solamente quelle ultime faville della passione della bellezza, che sprizzano ancora dalle voluttuose poesie dei giorni di Luigi Filippo? Chi canta ancora una volta: _ah qu'elle est belle en son désordre quand elle tombe les seins nus!_? Vi fu un tempo che l'amante, la quale amava o fingeva di amare, era già considerata in poesia come un'eroina arrischiata. Adesso è trasportata disinvoltamente sulla scena la troiettuola che non ha mai amato e fa tranquillamente i suoi conti. Gli scapestrati figliuoli di rigidi genitori, giocoso motivo di commedie antichissimo, si riguardavano come vieti: il poeta moderno prediligeva di rappresentare virtuosi figliuoli di viziosi padri, che era un soggetto semplicemente stomachevole, spoglio per giunta anche del triste merito di esser vero nella prosa della realtà. Feydeau creò ora il capolavoro di questa poesia andata a male: Fanny. Quale solletico per gl'imbecilli ammirare in luogo del solito marito geloso l'amante geloso, che spia dalla finestra i coniugali amplessi dell'amata! Che cosa è più orrida in questa sporchizia, la spudoratezza o la scempiatezza? Va sottinteso, che il poeta di una siffatta età esercita la sua arte come una speculazione industriale. Di regola il romanziere fa riprodurre sulla scena in forma di dramma la propria opera per non perdervi il doppio guadagno. Si raffronti la gelida noia dei drammi di Dumas figlio, che seppe strappare all'impudicizia l'ultimo barlume dell'illusione, coi romanzi di Dumas padre, che ancora oggi divertono: è uno spaventevole calo. Anche nei _bouffes_ di Offenbach, impareggiabilmente più spassevoli e vivaci, non incontriamo più la civetteria del vizio, l'avvenentezza del peccato, che è l'antica magagna francese; all'opposto, l'immoralità si presenta aggressiva, con una insolenza inauditamente sfacciata. L'orgoglio patriottico degli spettatori era inoltre soddisfatto da un fracasso di spettacoli guerreschi, che mettevano in mostra lo _chic exquis_ degli zuavi e dei turcos in una gaia vicenda di felici avventure; e il punto culminante era segnato dal sole elettrico di Austerlitz e da una congruente volatina delle rime _français succès, laurier guerrier, gloire victoire_. Le predilette _féeries_ scesero affatto, fino alla fantocciaggine da burattinai; rape scollate e carote in maglione facevano pirolette; ogni senso estetico si spense in un tafferuglio di cattiva musica e di quadri spettacolosi. L'antico dominio delle salde regole accademiche aveva ceduto alla disordinata incertezza del gusto: l'uomo di mondo _blasé_ e il piccolo borghese ingenuo erano concordi nel bearsi della volgarità oscena.
A mio avviso, cotesto lento inaridimento dell'anima popolare si tradisce nel modo più spiacevole proprio nei libri, che si propongono uno scopo morale. Nella sua opera _L'amour_ Michelet intese di sovvenire di nuovo alla nazione la santità del matrimonio: eppure qual uomo, che abbia goduto la proba felicità di un matrimonio tedesco, può leggere senza compassione quelle arrembate frasi sentimentali? L'enigma così meraviglioso e pure così semplice del cuore femminile, il filosofo in conclusione non sa spiegarselo, se non con lo spacciare tutte le donne per fisiologicamente malate! Chi non conosce _Monsieur, Madame et Bebé_ di Gustavo Droz, il bizzarro libro che, diffuso in più di trenta edizioni, rappresenta con precisione fotografica la media delle esperienze della vita coniugale francese? Certo, c'è anima in queste pagine, c'è affetto, anzi anche qualcosa come religione: ma anche quanto triviale solletico dei sensi, quanta vuota eleganza! Quando il pover'uomo descrive le gioie del suo amore, niente lo rapisce tanto, come il profumo penetrante dei capelli dell'amata; e il lettore chiude involontariamente il libro per vedere se questa meravigliosa _pommade philocome_ bisogna acquistarla da _Pinaud et Co_, dalla _Société higyènique_, oppure da qualche altro _ami de la tête_. Leggendo questi scritti morali dei moderni francesi, non ho mai potuto tenermi dal pensare: o disgraziata nazione, che non sa più distinguere tra le cianciafruscole false dei negozi di mode parigini e i beni eterni della vita!
Non ostante la sua freddezza prosaica, ma con l'istinto dell'uomo di stato, Napoleone III capì quale pericolo per la società si annidava in un'arte tanto abbrutita. Assegnò premi ai drammi morali che offrivano al popolo esempi virtuosi e «idee sane», protesse la commedia casalinga di Ponsard «la Borsa» che gridava al mondo la geniale verità:
l'argent est un bonheur, mais ce n'est pas un titre.
Avrebbe dovuto apprendere però, che l'estro dell'arte è un figlio del tempo: quanto poco sarebbe potuto sorgere un Sofocle sotto Alessandro, tanto meno poteva attecchire il dramma morale nell'aria impura della nuova Parigi. Alcune fini commedie di Augier, alcune opere di Ponsard, principalmente _Le lion amoureux_ che è, di questo poeta, il canto del cigno compenetrato da un nobile e forte spirito patriottico, sono i soli frutti sbocciati sopra l'universale imbecillità della recentissima poesia. E anche nelle arti figurative, quale caduta in pochi decenni, da quando Paolo Delaroche aveva dipinto il magnifico emiciclo della _École des beaux arts_! Il parigino partecipava ancora con ardore, come nei giorni più favoriti, all'esposizione del _Salon_, ancora il talento tecnico della colorazione virtuosa non era perduto nella pittura, ancora qualche artista, come Gerôme nel suo quadro dei gladiatori, sapeva dare a un soggetto brutto un'esecuzione che incantava. Ma il valore spirituale dell'arte si andava inaridendo, e l'osservatore della recentissima pittura storica era continuamente premuto dalla domanda, se effettivamente donne nude e calzoni rossi di soldati rappresentassero tutto il senso profondo della vita umana. Lo schietto fervore artistico soccombeva quasi sotto l'invasione dei dilettanti, che avevano un compagno e un protettore naturale nel direttore dei musei imperiali, il conte Nieuwekerke.
Chi considera tali segni non dubbi della decadenza artistica, generalmente si lascia subito andare all'affermazione, che sotto il nipote il bonapartismo abbia soffocato il talento come sotto lo zio. Se non che anche in questo campo si manifesta al giudizio posato l'ampio divario che corre tra il secondo impero e il primo. L'arte nel nostro secolo prosaico non costituisce più la misura infallibile della vita spirituale. Per contro, l'Italia di Cavour e di Manin ben a ragione protesta, che si valuti alle opere di Verdi la sua potenza geniale; e anche noi tedeschi, quanti poeti drammatici, che potrebbero collocarsi accanto a Ponsard e ad Augier, non abbiamo avuto in quei cinquant'anni tanto fecondi pel nostro sviluppo? Per lo meno può oggi considerarsi l'arte drammatica come lo specchio fedele dell'educazione del popolo. Il tesoro accumulato dei più antichi drammi libera la scena dal dominio illimitato della poesia recentissima: mentre la poesia drammatica contemporanea decadeva, il _Théâtre français_, che è sempre il primo teatro del mondo, riproduceva alla ribalta in esecuzioni magistrali i personaggi di Corneille e di Molière. La scienza offre un più valido appoggio al pregio della cultura moderna, e se noi guardiamo addentro, non solamente il confronto del secondo impero con la desolazione spirituale del primo ci appare ridicolo, ma ci si presenta la questione, se la valentia modesta della recente scienza francese non abbia donato al mondo più frutti sani e durevoli, che non dianzi la letteratura presuntuosamente rumorosa della monarchia di luglio.
Seguì al 2 dicembre un tempo sconsolato di temulenza, in cui, stando al ragguaglio di Tocqueville, l'arte di leggere e di scrivere parve quasi perduta. Presto, però, l'insolenza stessa dell'ostentazione del peccato spinse gli spiriti seri a rientrare in sé. E sorse nelle scienze politiche e sociali una nuova letteratura, povera di opere di prim'ordine, ma altrettanto ricca d'indagine positiva e di grave senso morale. L'inestetico uomo di affari Napoleone III era troppo guasto e difforme al gusto e al costume medicei. Non gli mancava affatto, però, l'intelligenza del valore rigidamente scientifico. Gli archivi furono mantenuti come sotto Luigi Filippo, con una intelligenza e una libertà che fanno arrossire noi tedeschi. Molte notevoli opere scientifiche nacquero per suggerimento dell'imperatore, come il bel catalogo della biblioteca storica di Parigi, la raccolta delle lettere e commentari napoleonici, la storia del Congresso di Vienna del conte Angerberg; molti dotti furono sussidiati dallo stato nei loro lavori, come per esempio Baschet nella sua raccolta per la storia della diplomazia veneta. Missioni scientifiche dispendiose e con splendidi risultati furono intraprese in Egitto, in Siria, nell'Asia Minore, in Mesopotamia. Anche le scienze naturali ebbero a lodare le mani bucate di Napoleone; fecero progressi sempre assai notevoli, sebbene il detto dell'alsaziano Würtz _la chimie est une science toute française_ sia a ogni modo da tenersi soltanto come una spacconata _chauviniste_.
Quanto più grave pesava l'oppressione del dispotismo sulla stampa quotidiana e più rari erano gl'ingegni notevoli che si dedicavano al giornalismo, tanto più si preferiva alla corte di leggere opere serie sui problemi sociali e politici, e tanto più il dotto era costretto a svolgere metodicamente le proprie idee e non già a sparpagliarle in articoli e appendici. A principiare dalla scuola dei pubblicisti liberali ricca di buoni ingegni, la quale seguiva le orme di Tocqueville e aveva in Laboulaye la penna più geniale, fino alle opere estremamente conservatrici e piene di pensiero del Le Play sulla riforma sociale, non più che una sola tinta tra i partiti politici rimase fuori, non rappresentata nella nuova scienza dello stato. La questione italiana ispirò lavori pubblicistici, come, per esempio, gli eccellenti scritti sull'Italia di R. Rey, la cui profonda accuratezza non trova affatto l'eguale nella letteratura politica della monarchia di luglio. Anche nella maggior parte di queste opere dominava, come è giusto, uno spirito di opposizione, non però affatto di opposizione sistematica: quasi tutte domandavano solo il perfezionamento delle istituzioni vigenti e l'impiego del potere statale all'ingentilimento delle moltitudini. Siffatta rassegnazione maschia supera, moralmente e politicamente, di molto il puntiglio lunatico che i quaranta immortali dell'Accademia mostravano contro l'impero. L'imperatore, dopo un pazzo tentativo d'infrangere l'indipendenza dell'Accademia, si abituò a lasciarli stagionare, quei vecchi signori, nelle loro giubbe ricamate di palme. Accogliessero pure nel loro seno gli eroi dell'opposizione bianca e della rossa: le parate accademiche e gli spiritualissimi articoli di rivista non erano proprio fatti per rovesciare il trono imperiale, e il lamento di Guizot: «noi stiamo sotto sonanti rovine», significava non più che il profondo sospiro di un vecchio, che vede la fine del mondo perché vede finire il suo mondo.
Da un decennio la scienza tedesca era profondamente penetrata, per la prima volta, nella vita francese. Dollfus e Taine, Renan e Laboulaye si fecero avanti come apostoli dello spirito germanico. Per molto tempo l'Alsazia rappresentò felicemente la parte della mediatrice tra i due grandi popoli; il che vuol dire, che i suoi dotti portavano ai francesi i risultati della scienza tedesca senza punto offrirci un corrispettivo di pari grado. Cotesto ravvicinamento, che ebbe un organo nella _Revue germanique_, si fondava pur troppo sulla tacita presupposizione, che i tedeschi si sarebbero contentati, ora e sempre, del regno dell'idea: onde sarebbe corsa lì per lì a dare nelle secche, non appena noi avessimo uno stato con volere e potere indipendente. La _Revue germanique_ passò, e la _Revue contemporaine_, in cui il signor di Calonne rappresentava le idee tedesche, ebbe un così meschino incontro in mezzo al risvegliarsi dell'odio nazionale, che quasi non fu nemmeno più considerata come un giornale francese.
Comunque, le battaglie boeme avevano scosso alquanto l'antica burbanza dei nostri vicini. Fin dal 1864 Jules Simon aveva suscitato le generali risa di scherno del corpo legislativo, citando le scuole prussiane: «noi non abbiamo da imparare niente, proprio niente, dai prussiani», si gridò da tutte le parti. Negli anni seguenti ebbero il debito riconoscimento le prove condotte dall'imperatore e dall'eccellente ministro Duruy di elevare l'educazione popolare sull'esempio tedesco. Appunto in questo campo Napoleone III ha compiuto tra gravi lotte un gran bene; in questo campo il principe ha attenuto ciò che il presidente aveva promesso. In questi problemi, come in quelli economici, egli sovrastava di gran lunga all'opinione media della nazione: voleva la scuola obbligatoria come in Prussia, ma fra tutti i suoi uomini di stato solo Duruy osò appoggiare una siffatta idea ereticale. Dalla coscrizione del 1857 risultò che un buon terzo dei coscritti non sapevano leggere: solo in 11 dipartimenti, appartenenti la più parte alle provincie orientali mezzo tedesche, il numero dei cresciuti completamente senza scuola scendeva tra il 2 e il 6 per cento: in quasi tutti gli altri saliva di gran lunga più alto, e in alcune plaghe dell'interno e della Bretagna arrivava fino al 58 e al 65 per cento. Risultamenti di tal fatta indussero lo stato a far sorgere scuole da per ogni dove nel paese, o per mezzo di premi o per assunzione diretta; e già nell'inverno del 1865-66 30.000 maestri impartivano l'istruzione a 600.000 adulti. Le _conférences_ o libere letture scientifiche, già proibite a Parigi per la concorrenza all'università, ora negli ultimi anni dell'impero goderono del favore ufficiale e di un folto concorso; inoltre i professori dei _collèges_ erano comandati a tenere lezioni nelle vicine città di provincia. Furono fondate in seguito scuole tecniche, che dovevano fare per le scienze esatte ciò che i licei per la cultura classica. Sorsero così quelle biblioteche popolari che i comuni alsaziani curarono con benemerita sollecitudine. Ferveva dovunque un'attività supremamente meritoria che, spronata dall'energia francese, condusse già nelle ultime coscrizioni a risultati soddisfacenti, e accennava a promesse di frutti più copiosi per l'avvenire.
La debolezza di questo movimento era solo in ciò, che il dispotismo era completamente destituito di quello zelo morale, che solo rende feconda l'educazione. Per giunta, in questo regime non poteva tollerarsi né ammettersi l'efficacia della scienza sullo stato. Mentre l'una mano porgeva al lavoratore gli elementi della cultura, l'altra uccideva in lui ogni virtù di espansione morale con la scelleratezza oscena di quella stampa clandestina semiufficiale, in cui la _haute bicherie_ spampanava la sua vita infame. Da una parte l'istruzione; dall'altra il signor Trimm col suo _Petit Journal_, le turpitudini dei giornali umoristici parigini e la stupidità atroce della stampa di provincia, che da Arles a Metz, dal _Forum_ al _Courier de la Moselle_ mostrava per ogni dove la medesima nullaggine: in verità, il contrasto sarebbe ameno, se non fosse tanto triste! E principalmente in questo si rivelò l'intima falsità di un sistema, che continuamente doveva distruggere la propria opera. Non cadeva dubbio, che Napoleone bramasse sinceramente l'elevazione della cultura popolare; eppure il suo governo minò le basi di ogni incivilimento.
La profonda quiete dei primi anni imperiali diede ansa a tutti i partiti battuti di tirare la somma del loro operato. Duvergier de Hauranne principiò la storia dell'età parlamentare, Guizot scrisse le sue memorie, Garnier-Pagès, Luigi Blanc ed altri offrirono contributi alla storia della rivoluzione di febbraio. Sebbene queste opere non dissimulino l'unilateralità partigiana, pure noi tedeschi ne apprezzeremo di molto il valore, se le raffrontiamo con l'indifferenza che il popolo nostro mostra per la sua storia recente: fino a oggi non è ancora apparsa presso di noi una forte opera, ispirata da un partito, sulla rivoluzione tedesca.
Quando il mondo ufficiale si prostrò nella polvere davanti all'idolo del bonapartismo, quando il grande Imperatore riapparve nel manto imperiale, come gli aveva bramato, sulla colonna Vendôme, allora il liberalismo abiurò come un sol uomo la fede napoleonica, e lo stesso Thiers negli ultimi volumi della sua opera cominciò a parlare in sordina. Le ghirlande di Béranger appassirono. Da quando l'impero aveva seppellito sotto gli onori ufficiali il poeta nazionale, le sue poesie erano scomparse dalla buona società. Una rigida critica storica si volse sull'età napoleonica, e sovente diede in tale eccesso, da porre talvolta noi tedeschi nella strana condizione di dover difendere il nostro grande nemico contro i Charras, i Barni, i Chauffour-Kestner. Poi, verso la fine dei giorni neonapoleonici, Lanfrey principiò la sua storia di Napoleone I, che è un libro d'importanza storica modesta, ma di altissima veridicità. Più vasta efficacia di questi gravi scritti ebbero i «romanzi nazionali» dell'alsaziano Erckmann e del lorenese Chatrian; frutti di un meticciamento poetico sullo stile delle opere di Mühlbach, ma composti con assai maggior talento e qua e là con schietta potenza poetica, sebbene niente affatto immuni da pregiudizi; che, per esempio, cinque prussiani bastano appena a tenere in rispetto un francese; compenetrati però dal senso umano di una cultura salubre, offrono una dipintura potente dei mali e dei misfatti delle guerre ingiuste e un'esortazione alla pace di alto valore pei popoli zelatori di guerra. Perfino la grande Rivoluzione deificata fu, in questa età di ritorno degli spiriti in sé stessi, raggiunta dalla fredda critica. Il libro di Edgardo Quinet sulla Rivoluzione rimane a gran distanza dalla splendida opera di Tocqueville sull'antico regime; ma quale progresso scientifico e, anche più, dell'educazione morale rispetto alla storia della Gironda di Lamartine! La situazione, dunque, non era tanto penosa, come l'ammetteva il malinconico Renan; se s'intendeva di costringerla alla mediocrità, la nazione però non era diventata addirittura nulla e triviale. Quelle opere modeste, piene di un senso reale di verità, iniziarono in silenzio col loro animoso odio a qualunque dispotismo, anche al giacobino, quel gravoso lavoro di raccoglimento e di esame di coscienza, che a un popolo non libero riesce più salutare di una letteratura classica. Certo, il consolidamento di questa cultura più nobile esigeva decenni per gittare frutti, e, intanto, la classe politica del bonapartismo fu appena tocca dalla rigenerazione della scienza.
Lo stesso Napoleone III senza volerlo promosse il risveglio della critica storica con la sua vita di Cesare. Su questo strano libro, a cui è dovuto l'appunto, che mai con maggior dispendio si ottennero più scarsi risultati scientifici, oggi che la curiosità è dileguata da un pezzo, vale ancora la pena di spendere una parola? Se è sorprendente, come mai l'imperatore abbia trovato la forza e l'agio per una tale attività, pure è anche più enigmatico, che non abbia saputo resistere alla tentazione di ricalcare quell'ardente terreno della storia, che già al pretendente era stato poco amico. Solo un pedante si meraviglierà dell'indagine difettosa del dilettante imperiale; accanto ad accurate ricerche di compagni anonimi sulla situazione di Bibracte, accanto a diligenti comunicazioni prese dai lavori della scienza tedesca, e perfino dalla metrologia del nostro solerte Hultsch, procede una critica innocente, che con perfetta ingenuità si giova come fonti storiche dei discorsi di Cesare e di Memmio poetati da Sallustio. L'impressione diventa supremamente comica, quando l'autore si avventura nei più difficili compiti dello storico, e cerca di abbracciare in un quadro riassuntivo tutto un modo di civiltà: qui si tratta di sapere molto, per dire assai poco; e qui anche il lettore più devoto non sa contenere i sereni ricordi dei giorni d'oro del ginnasio, quando si sente raccontare, che Atene era una molto bella città, con un porto chiamato Pireo e con una statua di Pallade di oro e di avorio. E più stupefattivo ancora di tali inevitabili deficienze del dilettantismo, si rivela l'ineffabile banalità del giudizio storico e politico, si rivela quel crogiolarsi nel vuoto dei luoghi comuni. Da per tutto un superficiale prammatismo, una maniera arbitraria di costruire i fatti, che col fraseggiare al futuro della lingua francese, con quegli eterni _ainsi tomberont, les Romains tourneront_, assume anche l'affettazione solenne dell'oracolo. Quel fatalismo, che nella vita disponeva l'imperatore ai supremi rischi, non appare nella scienza né chiaro né profondo; si risolve, in fondo, in niente altro, che in una sottomissione cieca al successo: il valore di una istituzione si tiene dimostrato dalla sua durata. E l'uomo, che sa bene egli stesso l'arte del dominatore, si prostra abbagliato davanti al suo eroe, non più che come un tremebondo erudito da scartabelli al cospetto di un guerriero digrignante. Tutto è ammirato in Cesare, tutto, anche i versi: è un goffo partito preso di apologia, per cui la nostra parlata onesta usa il vocabolo _weissbrennen_ (ardere a fiamma incandescente, col senso di discolpare).
Soltanto pochi lettori misurano interamente l'ampio tratto che corre tra il dire e il fare; e perciò un'opera così aberrante doveva necessariamente confondere il giudizio del mondo sulle forze intellettuali dell'autore. Quando l'eroe del 2 dicembre desidera i rimedi eroici e il salvatore alla società romana malata, quando esalta lo spirito di fiducia che fondò il pieno potere dell'imperio, e lancia sguardi biechi allo spirito di sfiducia proprio delle nostre abitudini costituzionali, ebbene, allora il colpo di stato non appare più semplicemente come un fatto, ma come un principio, il principio della violazione del diritto. L'opposizione di tutti i cervelli liberi, che non fu certo messa a tacere dai discorsi cesarei del fido Troplong, fu ora violentemente disfidata, e tanto più, perché gl'impiegati ligi e compiacenti introdussero nelle scuole il parto storico imperiale. L'opposizione colse con ardore la comoda opportunità di sfogare in impertinenze contro Cesare e Augusto il corruccio contro il bonapartismo. I risultamenti scientifici di cotesta _opposition d'allusion_ furono tapini: la santa gravità della storia castiga spietatamente ogni abuso tendenzioso. Comunque, parve un progresso il fatto, che ora finalmente per la prima volta dopo tanto tempo fosse mandato in pezzi l'idolo dell'eroismo personificante la nazione, e fosse descritta con passionata eloquenza la profonda immoralità del dominio violento e la necessità di prefinire saldi limiti legali a ogni potere dello stato.